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	<description>Informazione Sociale Quotidiana</description>
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	<copyright>1998-2008 </copyright>
	<managingEditor>web@amisnet.org (Amisnet)</managingEditor>
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	<category>News &#38; Politics</category>
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		<title>Amisnet</title>
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	<itunes:subtitle>Informazione sociale e programmi di approfondimento dalla redazione di AMISnet.</itunes:subtitle>
	<itunes:summary>Amisnet e' un'agenzia radiofonica attiva da oltre 9 anni. La sua principale attivita' consiste nella produzione e la distribuzione di prodotti radiofonici di approfondimento a circa 35 radio italiane. Il podcast e' una selezione quotidiana dei servizi audio distribuiti tramite i siti del network Amisnet.</itunes:summary>
	<itunes:keywords>ambiente, conflitti, cooperazione, diritti, economia, politica, informazione sociale</itunes:keywords>
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		<title>Le voci degli afghani dopo 10 anni di guerra</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/02/10/le-voci-degli-afghani-dopo-10-anni-di-guerra/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 11:01:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Cocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Brevi]]></category>

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		<description><![CDATA[Basterebbero i dati pubblicati dalla missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) per capire la situazione in cui si trova il paese a dieci anni dall&#8217;intervento militare occidentale. Dal 2009 secondo i dati dell&#8217;UNAMA ci sono state 3021 vittime civili con un aumento del 25 per cento rispetto al 2009. Nonostante le rassicurazioni delle cancellerie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Basterebbero i dati pubblicati dalla missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) per capire la situazione in cui si trova il paese a dieci anni dall&#8217;intervento militare occidentale. Dal 2009 secondo i dati dell&#8217;UNAMA ci sono state 3021 vittime civili con un aumento del 25 per cento rispetto al 2009. Nonostante le rassicurazioni delle cancellerie e delle forze armate occidentali, che garantiscono di aver riportato la stabilità nel paese, la vita degli afghani continua ad essere lontanissma da condizioni minime di sicurezza. E&#8217; quanto emerge anche dalla ricerca &#8220;Le truppe straniere agli occhi degli afghani&#8221; curata per l&#8217;organizzazione non governativa Intersos dal ricercatore e giornalista Giuliano Battiston e resa pubblica lo scorso mercoledì.<br />
In 87 pagine Battiston, che ha trascorso un lungo periodo nella regione sotto il comando italiano, restituisce voce alle popolazioni interessate e troppo spesso rimaste inascoltate. &#8220;C&#8217;è uno scollamento fortissimo tra quanto dichiarano i rappresentanti delle forze ISAF e quanto vivono quotidianamente gli afghani&#8221; osserva Battiston. Nonostante siano passati 10 anni, prosegue &#8220;in molti casi la situazione della sicurezza è peggiore del passato&#8221;. Tra le varie crepe che emergono nello studio sul comportamento delle truppe straniere c&#8217;è il macroscopico squilibrio nell&#8217;utilizzo dei fondi. Secondo una ricerca pubblicata nel 2011 da un think thank inglese,  tra il 2002 e il 2009 sono stati investiti in Afghanistan 290 miliardi di dollari. Di questi circa l&#8217;85 per cento sono andati alle spese militari (ma solo poche briciole alle truppe locali), mentre alla ricostruzione è andato il 9,5 per cento e al mantenimento della pace è stato destinato appena lo 0,3 per cento. Note dolenti anche per quanto riguarde le speranze di ottenere giustizia sulle violenze commesse dalle truppe nato in questi anni. Tra le varie testimonianze raccolte nella ricerca di Intersos, emerge quella della  procuratrice capo della provincia di Herat, Maria Baschir, che ha ammesso di non credere più nelle promesse degli occidentali di sotoporre i propri militari alla giurisdizione locale. Dubbi e sospetti sull&#8217;operato della NATO / ISAF si accompagnano però ai timori sulle conseguenze del ritiro delle truppe straniere previsto nel 2014. &#8220;C&#8217;è il forte timore che una volta ritirate le truppe, si possa arrivare a un nuovo conflitto civile&#8221; osserva Battiston che sottolinea la scarsissima fiducia della popolazione nella leadership locale. Tra le conseguenze temute quella di una maggiore interferenza dell&#8217;Iran e del Pakistan nella vita politica del paese e la definitiva perdita dei fondi promessi dai paesi occidentali per la ricostruzione.</p>
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		<itunes:summary>Basterebbero i dati pubblicati dalla missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) per capire la situazione in cui si trova il paese a dieci anni dall&#8217;intervento militare occidentale. Dal 2009 secondo i dati dell&#8217;UNAMA ci sono state 3021 vittime civili con un aumento del 25 per cento rispetto al 2009. Nonostante le rassicurazioni delle cancellerie e delle forze armate occidentali, che garantiscono di aver riportato la stabilità nel paese, la vita degli afghani continua ad essere lontanissma da condizioni minime di sicurezza. E&#8217; quanto emerge anche dalla ricerca &#8220;Le truppe straniere agli occhi degli afghani&#8221; curata per l&#8217;organizzazione non governativa Intersos dal ricercatore e giornalista Giuliano Battiston e resa pubblica lo scorso mercoledì.
In 87 pagine Battiston, che ha trascorso un lungo periodo nella regione sotto il comando italiano, restituisce voce alle popolazioni interessate e troppo spesso rimaste inascoltate. &#8220;C&#8217;è uno scollamento fortissimo tra quanto dichiarano i rappresentanti delle forze ISAF e quanto vivono quotidianamente gli afghani&#8221; osserva Battiston. Nonostante siano passati 10 anni, prosegue &#8220;in molti casi la situazione della sicurezza è peggiore del passato&#8221;. Tra le varie crepe che emergono nello studio sul comportamento delle truppe straniere c&#8217;è il macroscopico squilibrio nell&#8217;utilizzo dei fondi. Secondo una ricerca pubblicata nel 2011 da un think thank inglese,  tra il 2002 e il 2009 sono stati investiti in Afghanistan 290 miliardi di dollari. Di questi circa l&#8217;85 per cento sono andati alle spese militari (ma solo poche briciole alle truppe locali), mentre alla ricostruzione è andato il 9,5 per cento e al mantenimento della pace è stato destinato appena lo 0,3 per cento. Note dolenti anche per quanto riguarde le speranze di ottenere giustizia sulle violenze commesse dalle truppe nato in questi anni. Tra le varie testimonianze raccolte nella ricerca di Intersos, emerge quella della  procuratrice capo della provincia di Herat, Maria Baschir, che ha ammesso di non credere più nelle promesse degli occidentali di sotoporre i propri militari alla giurisdizione locale. Dubbi e sospetti sull&#8217;operato della NATO / ISAF si accompagnano però ai timori sulle conseguenze del ritiro delle truppe straniere previsto nel 2014. &#8220;C&#8217;è il forte timore che una volta ritirate le truppe, si possa arrivare a un nuovo conflitto civile&#8221; osserva Battiston che sottolinea la scarsissima fiducia della popolazione nella leadership locale. Tra le conseguenze temute quella di una maggiore interferenza dell&#8217;Iran e del Pakistan nella vita politica del paese e la definitiva perdita dei fondi promessi dai paesi occidentali per la ricostruzione.</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 16: Venti anni di Albania in Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 12:52:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione del centenario dell&#8217;indipendenza dell&#8217;Albania, dedichiamo questa puntata di Passpartù alla comunità albanese che vive in Italia. La storia dell&#8217;immigrazione albanese verso lo stivale è iniziata venti anni fa ed oggi esistono non solo le seconde, ma anche le terze generazioni di italiani di origine albanese, per un totale di circa mezzo milione di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/02/albania.preview.gif"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-14181" src="http://amisnet.org/files/2012/02/albania.preview-150x150.gif" alt="" width="150" height="150" /></a>In occasione del centenario dell&#8217;indipendenza dell&#8217;Albania, dedichiamo questa puntata di Passpartù alla comunità albanese che vive in Italia. La storia dell&#8217;immigrazione albanese verso lo stivale è iniziata venti anni fa ed oggi esistono non solo le seconde, ma anche le terze generazioni di italiani di origine albanese, per un totale di circa mezzo milione di persone. Sociologi, giornalisti e attivisti albanesi che vivono in Italia raccontano cosa è cambiato in questi venti anni e cosa invece è rimasto uguale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ripercorrendo le tappe principali della storia dell&#8217;immigrazione albanese, non potevamo dimenticare la tragedia avvenuta quindici anni fa nel Canale di Otranto: era il venerdì santo del 1997 quando l&#8217;imbarcazione albanese Kater I Rades veniva speronata dalla Sibilla, una corvetta della Marina militare italiana, causando la morte di 108 albanesi. Di quella che forse fu la prima tragedia in mare causata dalla politica italiana di contrasto all&#8217;immigrazione oggi si parla ancora molto, la sentenza, arrivata solo il 29 giugno scorso, non ha reso giusitizia ai parenti delle vittime, assegnando tre anni al pilota albanese della nave Xhaferi e due anni al comandante Laudadio della corvetta Sibilla; non solo, il relitto della Kater I Rades, nel quale sono rimasti i corpi senza vita di circa quaranta persone, fino a poche settimane fa era rimasto a marcire in un angolo della Capitaneria di porto di Brindisi, in attesa di essere abbatuto. Il 29 gennaio però l&#8217;imbarcazione è diventata un monumento, grazie al lavoro dell&#8217;associazione Integra onlus, che si è fortemente battuta per salvare il relitto. Una lotta iniziata l&#8217;estate scorsa, come ci ha raccontato Klodiana çuka, di Integra Onlus. Restaurata dall&#8217;artista greco Costantino Varotsos, oggi la Kater I Rades è stata trasformata in un monumento dal titolo &#8220;Approdo &#8211; opera all&#8217;umanità migrante&#8221;.  Durante l&#8217;inaugurazione però i parenti delle vittime si sono però rifiutati di togliere il velo che copriva l&#8217;opera. &#8220;Non vogliono che la tragedia venga dimenticata e che il monumento sia solo un pretesto per metterli a tacere&#8221; ha spiegato ai nostri microfoni Kety Biçoku, giornalista di Bota Shqiptare, che ha seguito la vicenda sin dall&#8217;inizio.</p>
<p>Inizieranno l&#8217;11 febbraio a Roma <a href="http://www.shqiptariiitalise.com/component/content/article/39-veprimtari/2506-il-paese-di-fronte-gli-albanesi-ditalia-festeggiano-i-100-anni-dellindipendenza.html">i festeggiamenti per il centenario dell&#8217;indipendenza albanese,</a> un evento importante anche qui in Italia, dal momento che da noi vivono moltissime persone di origine albanese. Con le sue cinquecentomila persone, la comunità albanese costituisce la seconda comunità di stranieri più numerosa del nostro paese. Non solo, gli albanesi sono stati anche i pionieri dell&#8217;immigrazione in Italia, i primi infatti sono arrivati oltre venti anni fa, quando di immigrazione si parlava ancora molto poco. Secondo il sociologo Rando Devole, autore del saggio &#8220;L&#8217;immigrazione albanese in Italia&#8221; e collaboratore di Osservatorio Balcani e Caucaso, nonostante sia passato molto tempo i pregiudizi nei confronti degli albanesi sono duri a morire, anche se le nostre università e il l nostro panorama culturale e artistico è arricchito da molte persone di origine albanese.</p>
<p>Ospiti della puntata: Klodiana çuka, Kety Biçoku, Rando Devole<br />
In redazione: Elise Melot</p>
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		<itunes:summary>In occasione del centenario dell&#8217;indipendenza dell&#8217;Albania, dedichiamo questa puntata di Passpartù alla comunità albanese che vive in Italia. La storia dell&#8217;immigrazione albanese verso lo stivale è iniziata venti anni fa ed oggi esistono non solo le seconde, ma anche le terze generazioni di italiani di origine albanese, per un totale di circa mezzo milione di persone. Sociologi, giornalisti e attivisti albanesi che vivono in Italia raccontano cosa è cambiato in questi venti anni e cosa invece è rimasto uguale.
&#160;
Ripercorrendo le tappe principali della storia dell&#8217;immigrazione albanese, non potevamo dimenticare la tragedia avvenuta quindici anni fa nel Canale di Otranto: era il venerdì santo del 1997 quando l&#8217;imbarcazione albanese Kater I Rades veniva speronata dalla Sibilla, una corvetta della Marina militare italiana, causando la morte di 108 albanesi. Di quella che forse fu la prima tragedia in mare causata dalla politica italiana di contrasto all&#8217;immigrazione oggi si parla ancora molto, la sentenza, arrivata solo il 29 giugno scorso, non ha reso giusitizia ai parenti delle vittime, assegnando tre anni al pilota albanese della nave Xhaferi e due anni al comandante Laudadio della corvetta Sibilla; non solo, il relitto della Kater I Rades, nel quale sono rimasti i corpi senza vita di circa quaranta persone, fino a poche settimane fa era rimasto a marcire in un angolo della Capitaneria di porto di Brindisi, in attesa di essere abbatuto. Il 29 gennaio però l&#8217;imbarcazione è diventata un monumento, grazie al lavoro dell&#8217;associazione Integra onlus, che si è fortemente battuta per salvare il relitto. Una lotta iniziata l&#8217;estate scorsa, come ci ha raccontato Klodiana çuka, di Integra Onlus. Restaurata dall&#8217;artista greco Costantino Varotsos, oggi la Kater I Rades è stata trasformata in un monumento dal titolo &#8220;Approdo &#8211; opera all&#8217;umanità migrante&#8221;.  Durante l&#8217;inaugurazione però i parenti delle vittime si sono però rifiutati di togliere il velo che copriva l&#8217;opera. &#8220;Non vogliono che la tragedia venga dimenticata e che il monumento sia solo un pretesto per metterli a tacere&#8221; ha spiegato ai nostri microfoni Kety Biçoku, giornalista di Bota Shqiptare, che ha seguito la vicenda sin dall&#8217;inizio.
Inizieranno l&#8217;11 febbraio a Roma i festeggiamenti per il centenario dell&#8217;indipendenza albanese, un evento importante anche qui in Italia, dal momento che da noi vivono moltissime persone di origine albanese. Con le sue cinquecentomila persone, la comunità albanese costituisce la seconda comunità di stranieri più numerosa del nostro paese. Non solo, gli albanesi sono stati anche i pionieri dell&#8217;immigrazione in Italia, i primi infatti sono arrivati oltre venti anni fa, quando di immigrazione si parlava ancora molto poco. Secondo il sociologo Rando Devole, autore del saggio &#8220;L&#8217;immigrazione albanese in Italia&#8221; e collaboratore di Osservatorio Balcani e Caucaso, nonostante sia passato molto tempo i pregiudizi nei confronti degli albanesi sono duri a morire, anche se le nostre università e il l nostro panorama culturale e artistico è arricchito da molte persone di origine albanese.
Ospiti della puntata: Klodiana çuka, Kety Biçoku, Rando Devole
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		<title>L&#8217;Alchimista 16: Le banche salveranno la Grecia?</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/02/07/lalchimista-16-le-banche-salveranno-la-grecia/</link>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 12:07:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alchimista]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;applicazione di severe misure di austerità e la spinta sul piano delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, non sembra aver condotto la Grecia in acque meno turbolente rispetto alla stabilità dei propri conti pubblici e alla capacità delle casse di far fronte al proprio debito sovrano. A marzo andrà in scadenza una nuova trance di titoli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/02/more-massive-debt-730680.png"><img class="alignleft size-full wp-image-14166" title="more-massive-debt-730680" src="http://amisnet.org/files/2012/02/more-massive-debt-730680.png" alt="" width="250" height="250" /></a>L&#8217;applicazione di severe misure di austerità e la spinta sul piano delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, non sembra aver condotto la Grecia in acque meno turbolente rispetto alla stabilità dei propri conti pubblici e alla capacità delle casse di far fronte al proprio debito sovrano. A marzo andrà in scadenza una nuova trance di titoli di stato che Atene non è in grado di onorare. La ricetta proposta dalle istituzioni finanziarie sovranazionali per concedere un&#8217;ulteriore prestito di 130 miliardi di euro ripropone il ritornello stonato dei tagli alle spese sociali e ai redditi dei lavoratori. Mentre il primo ministro Papademos tenta di comporre il quadro politico dei partiti che sostengono il governo e avviare questa ulteriore fase di austerità, alle banche ed istituti di credito detentori di una parte significativa del debito greco viene chiesto di accettare volontariamente di vedersi rimborsata solo una parte del credito vantato, una percentuale che va dal 40 al 50 per cento. &#8220;In realtà si tratta di una grande mistificazione&#8221;, sostiene Andrea Baranes ai nostri microfoni, &#8220;perchè le banche hanno acquistato questi titoli quando la Grecia era già poco affidabile sui mercati, e quindi a un valore molto minore rispetto a quello di emissione. In realtà quindi non rinunciano a nulla, incamerando esattamente quanto speso per acquisire i titoli, salvo averci guadagnato fino ad oggi lauti interessi&#8221;. &#8220;Inoltre&#8221;, aggiunge Baranes, &#8220;se la Grecia fallisse le ripercussioni sul mondo finanziario e quindi bancario, sarebbero incalcolabili. Quindi non si tratta certo di un bel gesto ma di una operazione calcolata in cui banche e privati hanno un loro interesse specifico.&#8221;</p>
<p>Detto in altre parole, non si dichiara il fallimento ormai conclamato dell&#8217;economia greca per evitare l&#8217;effetto domino che travolgerebbe per primi gli istituti di credito, che nominalmente si fanno carico (questa l&#8217;ipotesi in campo) di parte dell&#8217;onere dovuto dallo stato, per evitare un tracollo ben più grande. Il tutto alle spalle (e sulle spalle) di milioni di cittadini europei.</p>
<p><a href="http://amisnet.org/?s=alchimista">Ascolta le altre puntate de L&#8217;Alchimista</a></p>
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		<itunes:summary>L&#8217;applicazione di severe misure di austerità e la spinta sul piano delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, non sembra aver condotto la Grecia in acque meno turbolente rispetto alla stabilità dei propri conti pubblici e alla capacità delle casse di far fronte al proprio debito sovrano. A marzo andrà in scadenza una nuova trance di titoli di stato che Atene non è in grado di onorare. La ricetta proposta dalle istituzioni finanziarie sovranazionali per concedere un&#8217;ulteriore prestito di 130 miliardi di euro ripropone il ritornello stonato dei tagli alle spese sociali e ai redditi dei lavoratori. Mentre il primo ministro Papademos tenta di comporre il quadro politico dei partiti che sostengono il governo e avviare questa ulteriore fase di austerità, alle banche ed istituti di credito detentori di una parte significativa del debito greco viene chiesto di accettare volontariamente di vedersi rimborsata solo una parte del credito vantato, una percentuale che va dal 40 al 50 per cento. &#8220;In realtà si tratta di una grande mistificazione&#8221;, sostiene Andrea Baranes ai nostri microfoni, &#8220;perchè le banche hanno acquistato questi titoli quando la Grecia era già poco affidabile sui mercati, e quindi a un valore molto minore rispetto a quello di emissione. In realtà quindi non rinunciano a nulla, incamerando esattamente quanto speso per acquisire i titoli, salvo averci guadagnato fino ad oggi lauti interessi&#8221;. &#8220;Inoltre&#8221;, aggiunge Baranes, &#8220;se la Grecia fallisse le ripercussioni sul mondo finanziario e quindi bancario, sarebbero incalcolabili. Quindi non si tratta certo di un bel gesto ma di una operazione calcolata in cui banche e privati hanno un loro interesse specifico.&#8221;
Detto in altre parole, non si dichiara il fallimento ormai conclamato dell&#8217;economia greca per evitare l&#8217;effetto domino che travolgerebbe per primi gli istituti di credito, che nominalmente si fanno carico (questa l&#8217;ipotesi in campo) di parte dell&#8217;onere dovuto dallo stato, per evitare un tracollo ben più grande. Il tutto alle spalle (e sulle spalle) di milioni di cittadini europei.
Ascolta le altre puntate de L&#8217;Alchimista</itunes:summary>
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		<title>Trattamento sanitario obbligatorio: La battaglia di Malika</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/02/07/trattamento-sanitario-obbligatorio-la-battagila-di-malika/</link>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 10:53:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
				<category><![CDATA[AudioNews]]></category>

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		<description><![CDATA[Si riapre il 7 febbraio l&#8217;indagine sul caso di Malika Yacout. Nel 2004 la donna aveva subito un violentissimo sfratto, era al sesto mese di gravidanza,  venne bloccata e strattonata da cinque uomini che le praticarono due iniezioni per sedarla.  I farmaci ebbero effetti dannosi sul feto, effetti che ancora oggi si ripercuotono sulla salute [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si riapre il 7 febbraio l&#8217;indagine sul <a href="http://amisnet.org/agenzia/2011/11/09/firenze-storie-di-sfratti-e-violenze-impunite/">caso di Malika Yacout.</a> Nel 2004 la donna aveva subito un violentissimo sfratto, era al sesto mese di gravidanza,  venne bloccata e strattonata da cinque uomini che le praticarono due iniezioni per sedarla.  I farmaci ebbero effetti dannosi sul feto, effetti che ancora oggi si ripercuotono sulla salute della figlia di Malika, portatrice di una grave malformazione celebrale.</p>
<p>La<a href="http://amisnet.org/agenzia/2011/11/09/firenze-storie-di-sfratti-e-violenze-impunite/"> storia di Malika</a> ha tantissimi lati oscuri. Il trattamento sanitario obbligatorio (Tso) a cui venne sottoposta sull&#8217;ambulanza mentre veniva condotta in ospedale non era stato convalidato da nessuno. Il ricovero nel reparto di psichiatria che le venne imposto non era giustificato da nessuna perizia medica, perchè nella sua cartella clinica c&#8217;era scritto che non era affetta da nessuna malattia mentale. E poi ancora la violenza con cui è stato portato avanti lo sfratto, l&#8217;archiviazione del caso subito dopo la denuncia, depositata il 23 febbraio 2005 e  archiviata dopo poche ore, gli errori giudiziari che Malika ha subito e subisce da sette anni.<br />
Diverse realtà, come il collettivo antipsichiatria di Pisa, il movimento di lotto per la casa di Firenze, A buon diritto, Emergency si sono espresse in solidarietà con Malika, denunciando la sua storia, promuovendo manifestazioni e iniziative;  in questi giorni si sta organizzando una nuova marcia che sfilerà per le vie del capoluogo fiorentino, per continuare a tenere i riflettori accesi su una storia che ha sin troppe ombre. Per informazioni sulla marcia: <a href="http://www.artaudpisa.blogspot.com/">http://www.artaudpisa.blogspot.com/</a></p>
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		<itunes:summary>Si riapre il 7 febbraio l&#8217;indagine sul caso di Malika Yacout. Nel 2004 la donna aveva subito un violentissimo sfratto, era al sesto mese di gravidanza,  venne bloccata e strattonata da cinque uomini che le praticarono due iniezioni per sedarla.  I farmaci ebbero effetti dannosi sul feto, effetti che ancora oggi si ripercuotono sulla salute della figlia di Malika, portatrice di una grave malformazione celebrale.
La storia di Malika ha tantissimi lati oscuri. Il trattamento sanitario obbligatorio (Tso) a cui venne sottoposta sull&#8217;ambulanza mentre veniva condotta in ospedale non era stato convalidato da nessuno. Il ricovero nel reparto di psichiatria che le venne imposto non era giustificato da nessuna perizia medica, perchè nella sua cartella clinica c&#8217;era scritto che non era affetta da nessuna malattia mentale. E poi ancora la violenza con cui è stato portato avanti lo sfratto, l&#8217;archiviazione del caso subito dopo la denuncia, depositata il 23 febbraio 2005 e  archiviata dopo poche ore, gli errori giudiziari che Malika ha subito e subisce da sette anni.
Diverse realtà, come il collettivo antipsichiatria di Pisa, il movimento di lotto per la casa di Firenze, A buon diritto, Emergency si sono espresse in solidarietà con Malika, denunciando la sua storia, promuovendo manifestazioni e iniziative;  in questi giorni si sta organizzando una nuova marcia che sfilerà per le vie del capoluogo fiorentino, per continuare a tenere i riflettori accesi su una storia che ha sin troppe ombre. Per informazioni sulla marcia: http://www.artaudpisa.blogspot.com/</itunes:summary>
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		<title>Terreni in svendita</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 12:48:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Cocco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Centinaia di migliaia di ettari di terreni un tempo pubblici che finiscono nelle mani di grandi aziende o di speculatori. E&#8217; questo lo scenario che, secondo  le associazioni di piccoli produttori agricoli, si prospetta con l&#8217;approvazione delle  norme contenute nel decreto sulle liberalizzazioni. Duramente contestata la normativa è stata rivista dal ministro dell&#8217;agricoltura Catania, attraverso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Centinaia di migliaia di ettari di terreni un tempo pubblici che finiscono nelle mani di grandi aziende o di speculatori. E&#8217; questo lo scenario che, secondo  le associazioni di piccoli produttori agricoli, si prospetta con l&#8217;approvazione delle  norme contenute nel decreto sulle liberalizzazioni. Duramente contestata la normativa è stata rivista dal ministro dell&#8217;agricoltura Catania, attraverso l&#8217;introduzione di vincoli per evitare che i terreni venduti possano essere edificati prima di 20 anni. Le modifiche tuttavia non bastano a dissipare le preoccupazioni. &#8220;Noi siamo fermamente contrari per un semplice motivo&#8221; dice Alessandro Triantafyllidis, presidente dell&#8217;Aiab: &#8220;i terreni agricoli sono un bene pubblico&#8221;. Se attualmente la vendita di terreni demaniali è consentita solo come misura una tantum, il nuovo decreto prevede che ogni anno il governo possa cedere parte del suo patrimonio comunicando la lista dei terreni in vendita entro il 30 giugno. A beneficiare della misura secondo Triantafyllidis sarebbero &#8220;i pochi che si possono permettere l&#8217;acquisto: in pratica esclusivamente le grandi aziende o le corporation&#8221;. Secondo l&#8217;organizzazione nazionale UNICAA, in palio ci sarebbero non solo i 300.000 ettari di terre demaniali “di qualità” ma anche alcune centinaia di migliaia di ettari di boschi demaniali e di terreni cosiddetti marginali. Nel conto vanno anche considerati però i terreni di proprietà di enti locali, anch&#8217;essi inseriti nel decreto.  Per contrastare la misura una rete di associazioni tra cui l&#8217;AIAB, la rete Semi Rurali, la Campagna popolare per l&#8217;Agricoltura Contadina, prevedono una serie di attività tra cui una mobilitazione nazionale a Roma, il 7 febbraio, davanti a Montecitorio.</p>
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		<itunes:summary>Centinaia di migliaia di ettari di terreni un tempo pubblici che finiscono nelle mani di grandi aziende o di speculatori. E&#8217; questo lo scenario che, secondo  le associazioni di piccoli produttori agricoli, si prospetta con l&#8217;approvazione delle  norme contenute nel decreto sulle liberalizzazioni. Duramente contestata la normativa è stata rivista dal ministro dell&#8217;agricoltura Catania, attraverso l&#8217;introduzione di vincoli per evitare che i terreni venduti possano essere edificati prima di 20 anni. Le modifiche tuttavia non bastano a dissipare le preoccupazioni. &#8220;Noi siamo fermamente contrari per un semplice motivo&#8221; dice Alessandro Triantafyllidis, presidente dell&#8217;Aiab: &#8220;i terreni agricoli sono un bene pubblico&#8221;. Se attualmente la vendita di terreni demaniali è consentita solo come misura una tantum, il nuovo decreto prevede che ogni anno il governo possa cedere parte del suo patrimonio comunicando la lista dei terreni in vendita entro il 30 giugno. A beneficiare della misura secondo Triantafyllidis sarebbero &#8220;i pochi che si possono permettere l&#8217;acquisto: in pratica esclusivamente le grandi aziende o le corporation&#8221;. Secondo l&#8217;organizzazione nazionale UNICAA, in palio ci sarebbero non solo i 300.000 ettari di terre demaniali “di qualità” ma anche alcune centinaia di migliaia di ettari di boschi demaniali e di terreni cosiddetti marginali. Nel conto vanno anche considerati però i terreni di proprietà di enti locali, anch&#8217;essi inseriti nel decreto.  Per contrastare la misura una rete di associazioni tra cui l&#8217;AIAB, la rete Semi Rurali, la Campagna popolare per l&#8217;Agricoltura Contadina, prevedono una serie di attività tra cui una mobilitazione nazionale a Roma, il 7 febbraio, davanti a Montecitorio.</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 15: Scrivere in Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 16:12:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi giorni il Senegal è scosso da una serie di proteste contro la decisione della Corte Costituzionale di permettere all&#8217;attuale presidente Abdoulaye Wade di candidarsi per il terzo mandato, le manifestazioni sono ben presto degenerate in scontri e per ora il bilancio è di due morti e decine di feriti. La comunità senegalese è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/02/calligrafia003.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-14131" src="http://amisnet.org/files/2012/02/calligrafia003-300x249.jpg" alt="" width="300" height="249" /></a>In questi giorni il Senegal è scosso da una serie di proteste contro la decisione della Corte Costituzionale di permettere all&#8217;attuale presidente Abdoulaye Wade di candidarsi per il terzo mandato, le manifestazioni sono ben presto degenerate in scontri e per ora il bilancio è di due morti e decine di feriti. La comunità senegalese è la più popolosa comunità dell&#8217;Africa occidentale che vive nel nostro Paese, la stampa italiana è in grado di informarla correttamente su quello che sta accadendo in Senegal? Vogliamo partire da qui per dare uno sguardo al mondo dell&#8217;informazione italiana, vista con gli occhi dei migranti. Vedremo che i nostri media lasciano molte lacune, che le comunità migranti stesse stanno colmando attraverso siti di informazione, blog, articoli sui giornali, ma anche con racconti brevi, saggi e romanzi che danno nuova linfa alla letteratura italiana.<br />
&#8220;I guai del Senegal e di Youssou N&#8217;Dour&#8221;, &#8220;Senegal: Wade può candidarsi, no a Youssou N&#8217;Dour&#8221;. &#8220;Senegal: Youssou N&#8217;Douer escluso da elezioni, scontri a Dakar&#8221;. Questi sono i primi tre titoli che comparivano su Google il 2 febbraio scorso se nel motore di ricerca si digitava: &#8220;Senegal elezioni&#8221;. Il paese dell&#8217;Africa occidentale il prossimo 25 febbraio è chiamato alle urne per votare il nuovo presidente della Repubblica, una data importante per la nazione che dal 2000 è governata sempre dallo stesso capo di stato, ma sembra che in Italia se ne stia parlando solo perchè tra i candidati vi era il famoso cantante Youssou N&#8217;Dour. A rendere visibile la notizia sulle nostre agenzie di stampa poi ci sono stati gli scontri di questi giorni, dovuti alla decisione della Corte Costiuzionale senegalese di accettare la ricandidatura di Abdoulaye Wade. Se si fermassero a consultare la stampa italiana, gli oltre ottantamila senegalesi che vivono nel nostro Paese saprebbero solo che la star internazionale si era proposta alla guida del Senegal e che ci sono delle proteste violente, ma se non fosse stato per Youssou N&#8217;Dour e per gli scontri, la notizia sarebbe passata del tutto inosservata, come ha spiegato ai nostri microfoni il giornalista Pap Khouma, del sito di informazione <a href="http://www.assaman.info/">Assaman.info</a>. I senegalesi, ci spiega Khouma, sono comunque molto informati, grazie alle nuove tecnologie che permettono di collegarsi alle radio e alle televisioni locali e grazie ai blog gestiti dai migranti senegalesi stessi.<br />
Di blog gestiti da singoli migranti ce ne sono tanti, da poco però ne esiste uno che raccoglie le loro voci e le pubblica in un&#8217;unica pagina. Si chiama <a href="http://collettivoalma.wordpress.com/">ALMA blog</a>, dove ALMA sta per &#8220;Alza la mano adesso&#8221;. ALMA, spiegano i fondatori di questa iniziativa, è un collettivo di scrittura composto da scrittori, blogger, giornalisti di varie origini residenti in Italia, che cerca di intervenire nel dibattito nazionalealzando la mano e dicendo: &#8220;Siamo qua anche noi e vogliamo dire la nostra&#8221;. Sul blog si trovano ogni giorno articoli e notizie su quanto accade in Italia ma anche commenti, brevi racconti, appunti sull&#8217;essere di origine straniera e vivere in Italia.<br />
Oltre ai giornalisti e ai blogger di origine straniera, la letteratura italiana si sta arrichendo della presenza di saggisti, romanzieri e letterati che si cimentano in opere in lingua seconda. &#8220;Per molti fu una avventura, una lingua del tutto nuova, da imparare, una lingua neutra dove provare in qualche modo a ricreare gli echi della lingua madre&#8221; ha scritto l&#8217;autrice italo-somala Igiaba Scego. Patrizia Ceola è l&#8217;autrice di <a href="http://www.libreriauniversitaria.it/ebook/9788862921794/autore-ceola-patrizia/migrazioni-narranti-ebook.htm">&#8220;Migrazioni narranti&#8221;</a>. Edito da Libreriauniversitaria.it, il libro ricostruisce le fasi della letteratura scritta da autori africani in lingua italiana, dagli anni &#8217;90, quando gli autori migranti scrivevano a quattro mani con giornalisti autoctoni, ad oggi. Pap Khouma, il giornalista e scrittore che avete ascoltato a inizio puntata, è uno dei primi protagonisti di questa nuova letteratura. Il suo primo libro &#8220;Io, venditore di elefanti&#8221; è stato pubblicato nel 1990, il suo ultimo, &#8220;Noi neri italiani&#8221;, nel 2010. &#8220;Non è stato facile, soprattutto per uno come me che l&#8217;italiano lo ha imparato in tarda età; ma oggi è diverso, molti scrittori sono emigrati in Italia quand&#8217;erano molto piccoli o sono figli di migranti nati qui, loro sono una risprsa unica perchè hanno la padronanza della lingua e il bagaglio culturale del proprio Paese&#8221;.<br />
Ospiti della puntata: Pap Khouma, Karim Metref, Patrizia Ceola<br />
In redazione: Andrea Cocco</p>
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		<itunes:summary>In questi giorni il Senegal è scosso da una serie di proteste contro la decisione della Corte Costituzionale di permettere all&#8217;attuale presidente Abdoulaye Wade di candidarsi per il terzo mandato, le manifestazioni sono ben presto degenerate in scontri e per ora il bilancio è di due morti e decine di feriti. La comunità senegalese è la più popolosa comunità dell&#8217;Africa occidentale che vive nel nostro Paese, la stampa italiana è in grado di informarla correttamente su quello che sta accadendo in Senegal? Vogliamo partire da qui per dare uno sguardo al mondo dell&#8217;informazione italiana, vista con gli occhi dei migranti. Vedremo che i nostri media lasciano molte lacune, che le comunità migranti stesse stanno colmando attraverso siti di informazione, blog, articoli sui giornali, ma anche con racconti brevi, saggi e romanzi che danno nuova linfa alla letteratura italiana.
&#8220;I guai del Senegal e di Youssou N&#8217;Dour&#8221;, &#8220;Senegal: Wade può candidarsi, no a Youssou N&#8217;Dour&#8221;. &#8220;Senegal: Youssou N&#8217;Douer escluso da elezioni, scontri a Dakar&#8221;. Questi sono i primi tre titoli che comparivano su Google il 2 febbraio scorso se nel motore di ricerca si digitava: &#8220;Senegal elezioni&#8221;. Il paese dell&#8217;Africa occidentale il prossimo 25 febbraio è chiamato alle urne per votare il nuovo presidente della Repubblica, una data importante per la nazione che dal 2000 è governata sempre dallo stesso capo di stato, ma sembra che in Italia se ne stia parlando solo perchè tra i candidati vi era il famoso cantante Youssou N&#8217;Dour. A rendere visibile la notizia sulle nostre agenzie di stampa poi ci sono stati gli scontri di questi giorni, dovuti alla decisione della Corte Costiuzionale senegalese di accettare la ricandidatura di Abdoulaye Wade. Se si fermassero a consultare la stampa italiana, gli oltre ottantamila senegalesi che vivono nel nostro Paese saprebbero solo che la star internazionale si era proposta alla guida del Senegal e che ci sono delle proteste violente, ma se non fosse stato per Youssou N&#8217;Dour e per gli scontri, la notizia sarebbe passata del tutto inosservata, come ha spiegato ai nostri microfoni il giornalista Pap Khouma, del sito di informazione Assaman.info. I senegalesi, ci spiega Khouma, sono comunque molto informati, grazie alle nuove tecnologie che permettono di collegarsi alle radio e alle televisioni locali e grazie ai blog gestiti dai migranti senegalesi stessi.
Di blog gestiti da singoli migranti ce ne sono tanti, da poco però ne esiste uno che raccoglie le loro voci e le pubblica in un&#8217;unica pagina. Si chiama ALMA blog, dove ALMA sta per &#8220;Alza la mano adesso&#8221;. ALMA, spiegano i fondatori di questa iniziativa, è un collettivo di scrittura composto da scrittori, blogger, giornalisti di varie origini residenti in Italia, che cerca di intervenire nel dibattito nazionalealzando la mano e dicendo: &#8220;Siamo qua anche noi e vogliamo dire la nostra&#8221;. Sul blog si trovano ogni giorno articoli e notizie su quanto accade in Italia ma anche commenti, brevi racconti, appunti sull&#8217;essere di origine straniera e vivere in Italia.
Oltre ai giornalisti e ai blogger di origine straniera, la letteratura italiana si sta arrichendo della presenza di saggisti, romanzieri e letterati che si cimentano in opere in lingua seconda. &#8220;Per molti fu una avventura, una lingua del tutto nuova, da imparare, una lingua neutra dove provare in qualche modo a ricreare gli echi della lingua madre&#8221; ha scritto l&#8217;autrice italo-somala Igiaba Scego. Patrizia Ceola è l&#8217;autrice di &#8220;Migrazioni narranti&#8221;. Edito da Libreriauniversitaria.it, il libro ricostruisce le fasi della letteratura scritta da autori africani in lingua italiana, dagli anni &#8217;90, quando gli autori migranti scrivevano a quattro mani con giornalisti autoctoni, ad oggi. Pap Khouma, il giornalista e scrittore che avete ascoltato a inizio puntata, è[...]</itunes:summary>
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		<title>Senegal: tensioni in vista delle presidenziali</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/01/31/senegal-tensioni-in-vista-delle-presidenziali/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 13:55:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La ricandidatura alle presidenziali del capo di Stato uscente Abdoulaye Wade ha scosso il Senegal. A Dakar scontri di piazza e manifestazioni contro la mossa dell&#8217;85enne Wade stanno causando morti e feriti. Il 27 gennaio il Consiglio Costituzionale senegalese ha pubblicato la lista ufficiale dei candidati alle prossime elezioni presidenziali, previste per il 26 febbraio. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La ricandidatura alle presidenziali del capo di Stato uscente Abdoulaye Wade ha scosso il Senegal. A Dakar scontri di piazza e manifestazioni contro la mossa dell&#8217;85enne Wade stanno causando morti e feriti.<br />
Il 27 gennaio il Consiglio Costituzionale senegalese ha pubblicato la lista ufficiale dei candidati alle prossime elezioni presidenziali, previste per il 26 febbraio. Tra i nomi c&#8217;è quello del presidente uscente Abdoulaye Wade. Non appena la delibera è stata resa pubblica, lo scontento popolare è esploso nelle strade della capitale e in altre regioni del Senegal e in uno scontro di piazza un poliziotto ha perso la vita.<br />
Wade è stato eletto la prima volta nel 2000, tra i suoi primi provvedimenti ci fu proprio la modifica della costituzione senegalese al fine di limitare i mandati presidenziali a due sole volte. Oggi il presidente, giunto alla fine del suo secondo mandato, ha deciso di ripresentarsi. Per gli oppositori una terza candidatura del vecchio Wade è palesemente incostituzionale mentre per Wade e i suoi seguaci la prima candidatura non è dà considerarsi conteggiabile visto che la revisione costituzionale è avvenuta postuma. «Gli oppositori dovrebbero accettare il fatto che la mia candidatura è legale. Non solo, se volessi potrei candidarmi anche alle elezioni del 2019» ha dichiarato il presidente uscente.<br />
&#8220;E&#8217;difficile prevedere quali saranno i risultati delle elezioni, ma per combattere Wade ci vuole un&#8217;alleanza più forte tra le parti dell&#8217;opposizione, alleanza che oggi ancora manca&#8221; ha commentato ai nostri microfoni Pap Khouma, giornalista di <a href="http://www.assaman.info/">Assaman.info.</a> &#8220;Le testate italiane hanno parlato delle elezioni in Senegal solo perchè quest&#8217;anno si era presentato Youssun N&#8217;Dour, il famoso cantante la cui candidatura alle presidenziali è stata in questi giorni bocciata dalla Corte Costituzionale, ma non hanno aggiunto nient&#8217;altro&#8221; ha concluso il giornalista della testata milanese &#8220;la comunità senegalese che si trova in Italia si può informare veramente solo attraverso i canali senegalesi&#8221;.</p>
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Il 27 gennaio il Consiglio Costituzi[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>La ricandidatura alle presidenziali del capo di Stato uscente Abdoulaye Wade ha scosso il Senegal. A Dakar scontri di piazza e manifestazioni contro la mossa dell&#8217;85enne Wade stanno causando morti e feriti.
Il 27 gennaio il Consiglio Costituzionale senegalese ha pubblicato la lista ufficiale dei candidati alle prossime elezioni presidenziali, previste per il 26 febbraio. Tra i nomi c&#8217;è quello del presidente uscente Abdoulaye Wade. Non appena la delibera è stata resa pubblica, lo scontento popolare è esploso nelle strade della capitale e in altre regioni del Senegal e in uno scontro di piazza un poliziotto ha perso la vita.
Wade è stato eletto la prima volta nel 2000, tra i suoi primi provvedimenti ci fu proprio la modifica della costituzione senegalese al fine di limitare i mandati presidenziali a due sole volte. Oggi il presidente, giunto alla fine del suo secondo mandato, ha deciso di ripresentarsi. Per gli oppositori una terza candidatura del vecchio Wade è palesemente incostituzionale mentre per Wade e i suoi seguaci la prima candidatura non è dà considerarsi conteggiabile visto che la revisione costituzionale è avvenuta postuma. «Gli oppositori dovrebbero accettare il fatto che la mia candidatura è legale. Non solo, se volessi potrei candidarmi anche alle elezioni del 2019» ha dichiarato il presidente uscente.
&#8220;E&#8217;difficile prevedere quali saranno i risultati delle elezioni, ma per combattere Wade ci vuole un&#8217;alleanza più forte tra le parti dell&#8217;opposizione, alleanza che oggi ancora manca&#8221; ha commentato ai nostri microfoni Pap Khouma, giornalista di Assaman.info. &#8220;Le testate italiane hanno parlato delle elezioni in Senegal solo perchè quest&#8217;anno si era presentato Youssun N&#8217;Dour, il famoso cantante la cui candidatura alle presidenziali è stata in questi giorni bocciata dalla Corte Costituzionale, ma non hanno aggiunto nient&#8217;altro&#8221; ha concluso il giornalista della testata milanese &#8220;la comunità senegalese che si trova in Italia si può informare veramente solo attraverso i canali senegalesi&#8221;.</itunes:summary>
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		<title>Lo scandalo dei treni notte</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/01/31/lo-scandalo-dei-treni-notte/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 13:01:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ciro Colonna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da 69 giorni i lavoratori dei treni notte soppressi da Trenitalia (servizio in appalto alla società Servirail), sono in presidio permanente in Via Prenestina 135/b, a Roma, per chiedere il ripristino dei treni soppressi e il reintegro dei lavoratori licenziati. &#8220;Siamo vittime di una guerra sull&#8217;alta velocità, in atto tra Trenitalia e la nuova società [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/01/servirail.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-14095" title="servirail" src="http://amisnet.org/files/2012/01/servirail.jpg" alt="" width="250" height="250" /></a>Da 69 giorni i lavoratori dei treni notte soppressi da Trenitalia (servizio in appalto alla società Servirail), sono in presidio permanente in Via Prenestina 135/b, a Roma, per chiedere il ripristino dei treni soppressi e il reintegro dei lavoratori licenziati. &#8220;Siamo vittime di una guerra sull&#8217;alta velocità, in atto tra Trenitalia e la nuova società di Montezemolo, dove a farne le spese sono i viaggiatori normali e i lavoratori del settore&#8221;, racconta Giuseppe Maggiolino, ex conduttore Servirail Italia-sezione Torino. &#8220;I tagli&#8221;, continua Giuseppe, &#8220;sono il riflesso dell&#8217;azione del governo, che taglia i servizi fondamentali e sottrae ai cittadini la possibilità di decidere delle proprie sorti&#8221;.</p>
<p>Il paradosso cui assistiamo è dato dal fatto che vengono soppressi servizi fortemente voluti da cittadini, lavoratori e pendolari in tutto il paese. Al tempo stesso vengono imposti progetti avversati dalle comunità locali interessate, la Val di Susa ne è l&#8217;esempio lampante. L&#8217;arresto di 26 persone che insieme al popolo valsusino si sono macchiate del reato di opporsi alla costruzione della Torino-Lione, è solo l&#8217;ultimo, più osceno e odioso atto di espropriazione di sovranità e di annullamento dello stato di diritto messo in atto da uno stato sempre più chino di fronte agli interessi dei grandi speculatori e sempre più cieco davanti alle esigenze dei cittadini.</p>
<p>&#8220;Questa vertenza&#8221;, conclude Giuseppe Maggiolino, &#8220;coinvolge tutti i cittadini, perchè interroga direttamente il diritto di ciascuno di fruire di servizi dignitosi e accessibili alle proprie tasche. Stiamo raccogliendo delle firme per bloccare questi progetti scellerati che sottraggono a tutti, non solo ai lavoratori licenziati, diritti fondamentali. Invitiamo tutti a venirci a trovare in Via Prenestina 135/b, a Roma&#8221;</p>
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		<itunes:summary>Da 69 giorni i lavoratori dei treni notte soppressi da Trenitalia (servizio in appalto alla società Servirail), sono in presidio permanente in Via Prenestina 135/b, a Roma, per chiedere il ripristino dei treni soppressi e il reintegro dei lavoratori licenziati. &#8220;Siamo vittime di una guerra sull&#8217;alta velocità, in atto tra Trenitalia e la nuova società di Montezemolo, dove a farne le spese sono i viaggiatori normali e i lavoratori del settore&#8221;, racconta Giuseppe Maggiolino, ex conduttore Servirail Italia-sezione Torino. &#8220;I tagli&#8221;, continua Giuseppe, &#8220;sono il riflesso dell&#8217;azione del governo, che taglia i servizi fondamentali e sottrae ai cittadini la possibilità di decidere delle proprie sorti&#8221;.
Il paradosso cui assistiamo è dato dal fatto che vengono soppressi servizi fortemente voluti da cittadini, lavoratori e pendolari in tutto il paese. Al tempo stesso vengono imposti progetti avversati dalle comunità locali interessate, la Val di Susa ne è l&#8217;esempio lampante. L&#8217;arresto di 26 persone che insieme al popolo valsusino si sono macchiate del reato di opporsi alla costruzione della Torino-Lione, è solo l&#8217;ultimo, più osceno e odioso atto di espropriazione di sovranità e di annullamento dello stato di diritto messo in atto da uno stato sempre più chino di fronte agli interessi dei grandi speculatori e sempre più cieco davanti alle esigenze dei cittadini.
&#8220;Questa vertenza&#8221;, conclude Giuseppe Maggiolino, &#8220;coinvolge tutti i cittadini, perchè interroga direttamente il diritto di ciascuno di fruire di servizi dignitosi e accessibili alle proprie tasche. Stiamo raccogliendo delle firme per bloccare questi progetti scellerati che sottraggono a tutti, non solo ai lavoratori licenziati, diritti fondamentali. Invitiamo tutti a venirci a trovare in Via Prenestina 135/b, a Roma&#8221;</itunes:summary>
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		<title>L&#8217;Alchimista 15: debito pubblico o privato?</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 12:04:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il debito pubblico italiano, ormai è un dato assodato, non è sostenibile a lungo termine. Ammonta a oltre 1900 miliardi, costandone ben 85 ogni anno di interessi. Fino a quando il sistema finanziario ha goduto di una relativa stabilità i sistema del debito ha costituito un pozzo senza fondo per quanti incassavano gli interessi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/01/debito-pubblico-sovereign.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-14086" title="debito-pubblico-sovereign" src="http://amisnet.org/files/2012/01/debito-pubblico-sovereign.jpg" alt="" width="250" height="250" /></a>Il debito pubblico italiano, ormai è un dato assodato, non è sostenibile a lungo termine. Ammonta a oltre 1900 miliardi, costandone ben 85 ogni anno di interessi. Fino a quando il sistema finanziario ha goduto di una relativa stabilità i sistema del debito ha costituito un pozzo senza fondo per quanti incassavano gli interessi e per i grandi evasori fiscali. Nel momento in cui le banche, responsabili in buona parte del generarsi della crisi, hanno rischiato il tracollo sotto il peso delle bolle finanziarie, è intervenuta la Banca Centrale Europea, finanziandole al tasso agevolato dell&#8217;1%. Si è creato il paradosso di banche agevolate con tassi di prestiti agevolatissimi e di stati costretti a cercare liquidità a tassi di mercato (nel caso dell&#8217;Italia 6 o 7%). Gli stessi stati che si sono indebitati per salvare le banche dal fallimento.</p>
<p>&#8220;E&#8217; questo uno dei paradossi più evidenti delle dottrine neoliberiste&#8221;, dice Andrea Baranes ai nostri microfoni, &#8220;fino a quando le cose funzionano il mercato si autoregola e lo stato non deve intromettersi negli affari. Quando qualcosa invece si incrina esigono che lo stato accorra a salvare speculatori e mercati.&#8221;</p>
<p><a href="http://amisnet.org/?s=alchimista">Ascolta le altre puntate de L&#8217;Alchimista</a></p>
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		<itunes:summary>Il debito pubblico italiano, ormai è un dato assodato, non è sostenibile a lungo termine. Ammonta a oltre 1900 miliardi, costandone ben 85 ogni anno di interessi. Fino a quando il sistema finanziario ha goduto di una relativa stabilità i sistema del debito ha costituito un pozzo senza fondo per quanti incassavano gli interessi e per i grandi evasori fiscali. Nel momento in cui le banche, responsabili in buona parte del generarsi della crisi, hanno rischiato il tracollo sotto il peso delle bolle finanziarie, è intervenuta la Banca Centrale Europea, finanziandole al tasso agevolato dell&#8217;1%. Si è creato il paradosso di banche agevolate con tassi di prestiti agevolatissimi e di stati costretti a cercare liquidità a tassi di mercato (nel caso dell&#8217;Italia 6 o 7%). Gli stessi stati che si sono indebitati per salvare le banche dal fallimento.
&#8220;E&#8217; questo uno dei paradossi più evidenti delle dottrine neoliberiste&#8221;, dice Andrea Baranes ai nostri microfoni, &#8220;fino a quando le cose funzionano il mercato si autoregola e lo stato non deve intromettersi negli affari. Quando qualcosa invece si incrina esigono che lo stato accorra a salvare speculatori e mercati.&#8221;
Ascolta le altre puntate de L&#8217;Alchimista</itunes:summary>
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		<title>Il Pianeta delle Scimmie 11: Le carte si rimescolano?</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 10:56:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; Rick Santorum abbandona per qualche giorno la campagna elettorale per andare a riscuotere un rimborso erariale, questa almeno la motivazione ufficiale. Il candidato repubblicano sa di non avere la benchè minima speranza di ottenere la nomination ma si ostina a rimanere in lizza nella speranza, forse, di divenire vice-presidente. Una speranza che potrebbe rivelarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/01/gingrich_01.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-14078" title="gingrich_01" src="http://amisnet.org/files/2012/01/gingrich_01.jpg" alt="" width="250" height="250" /></a>Rick Santorum abbandona per qualche giorno la campagna elettorale per andare a riscuotere un rimborso erariale, questa almeno la motivazione ufficiale. Il candidato repubblicano sa di non avere la benchè minima speranza di ottenere la nomination ma si ostina a rimanere in lizza nella speranza, forse, di divenire vice-presidente. Una speranza che potrebbe rivelarsi infondata se Romney venisse affossato dagli elettori della Florida. Romney, forte di una raccolta fondi astronomica, potrebbe infatti essere tradito dall&#8217;elettorato della Florida che, come già è accaduto nella Carolina del Sud, ritiene più affidabile l&#8217;evangelico Gingrich.<br />
La radio avrà un ruolo determinante nel risolversi della faida tra evangelici e mormone. Questo perchè con l&#8217;abolizione nel 1987 della fairness doctrine (paragonabile alla nostra legge sulla par condicio), gli esponenti del partito repubblicano si sono serviti soprattutto della radio per fare presa sull&#8217;elettorato.</p>
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Rick Santorum abbandona per qualche giorno la campagna elettorale per andare a riscuotere un rimborso erariale, questa almeno la motivazione ufficiale. Il candidato repubblicano sa di non avere la benchè minima speranza di ottenere la nominat[...]</itunes:subtitle>
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Rick Santorum abbandona per qualche giorno la campagna elettorale per andare a riscuotere un rimborso erariale, questa almeno la motivazione ufficiale. Il candidato repubblicano sa di non avere la benchè minima speranza di ottenere la nomination ma si ostina a rimanere in lizza nella speranza, forse, di divenire vice-presidente. Una speranza che potrebbe rivelarsi infondata se Romney venisse affossato dagli elettori della Florida. Romney, forte di una raccolta fondi astronomica, potrebbe infatti essere tradito dall&#8217;elettorato della Florida che, come già è accaduto nella Carolina del Sud, ritiene più affidabile l&#8217;evangelico Gingrich.
La radio avrà un ruolo determinante nel risolversi della faida tra evangelici e mormone. Questo perchè con l&#8217;abolizione nel 1987 della fairness doctrine (paragonabile alla nostra legge sulla par condicio), gli esponenti del partito repubblicano si sono serviti soprattutto della radio per fare presa sull&#8217;elettorato.</itunes:summary>
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