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	<title>Amisnet &#187; Passpartù</title>
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	<description>Informazione Sociale Quotidiana</description>
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		<itunes:keywords>ambiente, conflitti, cooperazione, diritti, economia, politica, informazione sociale</itunes:keywords>
		<itunes:subtitle>Informazione sociale e programmi di approfondimento dalla redazione di AMISnet.</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Amisnet e' un'agenzia radiofonica attiva da oltre 9 anni. La sua principale attivita' consiste nella produzione e la distribuzione di prodotti radiofonici di approfondimento a circa 35 radio italiane. Il podcast e' una selezione quotidiana dei servizi audio distribuiti tramite i siti del network Amisnet.</itunes:summary>
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			<title>Amisnet</title>
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		<title>Passpartù 23: la letteratura che verrà</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 17:13:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sarah Zuhra Lukanic, Cluadiléia Lemes Dias, Sonya Orfalian. Sono loro le protagoniste di questa puntata di Passpartù. Tre donne che in comune hanno la capacità di scrivere bellissime storie in lingua italiana nonostante non siano nate qui. Non amano essere bollate come &#8220;scrittrici migranti&#8221;, ma si contraddistinguono per una letteratura contaminata di culture e stili [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarah Zuhra Lukanic, Cluadiléia Lemes Dias, Sonya Orfalian. Sono loro le protagoniste di questa puntata di Passpartù. Tre donne che in comune hanno la capacità di scrivere bellissime storie in lingua italiana nonostante non siano nate qui. Non amano essere bollate come &#8220;scrittrici migranti&#8221;, ma si contraddistinguono per una letteratura contaminata di culture e stili differenti. In questa periodo difficile per i migranti che tentano percorsi di scolarizzazione nel nostro paese, noi diamo voce a tre migranti da cui noi italiani abbiamo molto da imparare. In chiusura, i cinque minuti di musica scelti per voi da Ritmi.</p>
<p>Dopo l&#8217;annosa questione dei tetti &#8211; la quota massima di bambini stranieri stabilita nelle nostre scuole &#8211; sulle cronache di questi giorni è emersa un&#8217;altra vicenda che mina seriamente la possibilità dei giovani migranti che vivono nel nostro paese di frequentare la scuola. Si tratta di una sentenza della Cassazione, che non ha autorizzato a un signore albanese senza documenti di rimanere nel nostro paese, nonostante i figli stiano frequentando la scuola in Italia. L&#8217;uomo aveva chiesto l&#8217;autorizzazione a restare in Italia in nome del diritto del &#8220;sano sviluppo psicofisico&#8221; dei figli, ma la richiesta è stata respinta. &#8220;Non si può giustificare chi utilizza i bambini e li strumentalizza per sanare situazioni di illegalità&#8221; ha affermato il Ministro dell&#8217;istruzione Mariastella Gelmini.</p>
<p>Durante la giornata del primo marzo, a Roma, a piazza Montecitorio, si sono tenute le &#8220;lezioni di clandestinità&#8221;. P er una mattina a fare lezione agli italiani c&#8217;erano migranti e seconde generazioni, dai braccianti di Rosarno a chi in Italia è cresciuto ma, per cavilli burocratici, non ha ancora un pezzo di carta che gli confermi la cittadinanza italiana.<br />
Tra le insegnanti, c&#8217;era anche Igiaba Scego, scrittrice italo-somala di fama internazionale. &#8220;Si fa difficoltà a pensare a un migrante come a una persona affermata, il migrante è clandestino, delinquente, prostituta; non è mai ingegnere, medico, dottore&#8221; ci ha detto. Eppure, di persone emigrate in Italia che sono riuscite a fare strada ce ne sono molte.</p>
<p>Sarah Zuhra Lukanic collabora per Internazionale, scrive racconti e romanzi, ha lavorato e lavora in teatro.Nata da una famiglia con una lunga storia di migrazioni e spostamenti, è nata in Croazia da genitori italo-croati. L&#8217;autrice definisce il suo percorso un percorso &#8220;on the road&#8221;; la sua vita movimentata l&#8217;ha spinta ad essere curiosa, conoscere persone, vivere una vita &#8220;randagia&#8221;, che oggi l&#8217;ha condotta dove è arrivata.</p>
<p>Zuhra Lukanic ha vinto, a pari merito con Claudiléia Lemes Dias, il premio Lingua Madre 2009. A Roma, presso la Casa della Memoria, nel corso della presentazione della nuova edizione del concorso, sono stati letti frammenti estratti dai racconti sia di Sarah che di Claudiléia. Claudiléia Lemes Dias scrive in chiave tragicomica, perchè, come lei stessa racconta, non sa scrivere altrimenti. &#8220;Sono in continua ricerca di ironia, anche nella tragedia&#8221;. Il racconto con cui ha vinto il concorso, ad esempio, è la storia dello sbarco di un gruppo di migranti su una spiaggia italiana per nudisti. &#8220;Ho voluto raccontare, attraverso una situazione ridicola, la cruda verità del paese di accoglienza, nudo di fronte a chi chiede ospitalità&#8221;, ha spiegato l&#8217;autrice nel corso della conferenza stampa di presentazione del concorso Lingua Madre. Oggi Claudiléia Lemes Dias lavora alla Mangrovie Edizioni, una casa editrice che si occupa di letteratura delle migrazioni, ed è sempre in cerca di nuovi talenti stranieri che scrivono in italiano.</p>
<p>Si intitola &#8220;La cucina di Armenia&#8221;. Il testo, edito dal Ponte alle grazie, è un libro di cucina, ma non solo. Attraverso la descrizione di ricette e trucchi in cucina, l&#8217;autrice Sonya Orfalian racconta la storia della diaspora Armena. Di origine armena, la scrittrice è cresciuta in Libia per poi trasferirsi in Italia. Il percorso della sua famiglia è descritto attraverso il racconto della ricerca degli ingredienti necessari per continuare a mantenere in vita le tradizioni culinarie armene e sempre in questo parallelismo tra cultura in cucina e storia dei popoli, nel libro si afferma che la cucina italiana è la smentita quotidiana della xenofobia.<br />
&#8220;Alla soglia della cucina&#8221; scrive Orfalian &#8220;le guerre si fermano&#8221;.</p>
<p>Ospiti della puntata: Sarah Zuhra Lukanic, Cluadiléia Lemes Dias, Sonya Orfalian</p>
<p>In redazione: Elise Melot</p>
<p>Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati</p>
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		<itunes:summary>Sarah Zuhra Lukanic, Cluadileacute;ia Lemes Dias, Sonya Orfalian. Sono loro le protagoniste di questa puntata di Passpartugrave;. Tre donne che in comune hanno la capacitagrave; di scrivere bellissime storie in lingua italiana nonostante non siano nate qui. Non amano essere bollate come "scrittrici migranti", ma si contraddistinguono per una letteratura contaminata di culture e stili differenti. In questa periodo difficile per i migranti che tentano percorsi di scolarizzazione nel nostro paese, noi diamo voce a tre migranti da cui noi italiani abbiamo molto da imparare. In chiusura, i cinque minuti di musica scelti per voi da Ritmi.

Dopo l'annosa questione dei tetti - la quota massima di bambini stranieri stabilita nelle nostre scuole - sulle cronache di questi giorni egrave; emersa un'altra vicenda che mina seriamente la possibilitagrave; dei giovani migranti che vivono nel nostro paese di frequentare la scuola. Si tratta di una sentenza della Cassazione, che non ha autorizzato a un signore albanese senza documenti di rimanere nel nostro paese, nonostante i figli stiano frequentando la scuola in Italia. L'uomo aveva chiesto l'autorizzazione a restare in Italia in nome del diritto del "sano sviluppo psicofisico" dei figli, ma la richiesta egrave; stata respinta. "Non si puograve; giustificare chi utilizza i bambini e li strumentalizza per sanare situazioni di illegalitagrave;" ha affermato il Ministro dell'istruzione Mariastella Gelmini.

Durante la giornata del primo marzo, a Roma, a piazza Montecitorio, si sono tenute le "lezioni di clandestinitagrave;". P er una mattina a fare lezione agli italiani c'erano migranti e seconde generazioni, dai braccianti di Rosarno a chi in Italia egrave; cresciuto ma, per cavilli burocratici, non ha ancora un pezzo di carta che gli confermi la cittadinanza italiana.
Tra le insegnanti, c'era anche Igiaba Scego, scrittrice italo-somala di fama internazionale. "Si fa difficoltagrave; a pensare a un migrante come a una persona affermata, il migrante egrave; clandestino, delinquente, prostituta; non egrave; mai ingegnere, medico, dottore" ci ha detto. Eppure, di persone emigrate in Italia che sono riuscite a fare strada ce ne sono molte.

Sarah Zuhra Lukanic collabora per Internazionale, scrive racconti e romanzi, ha lavorato e lavora in teatro.Nata da una famiglia con una lunga storia di migrazioni e spostamenti, egrave; nata in Croazia da genitori italo-croati. L'autrice definisce il suo percorso un percorso "on the road"; la sua vita movimentata l'ha spinta ad essere curiosa, conoscere persone, vivere una vita "randagia", che oggi l'ha condotta dove egrave; arrivata.

Zuhra Lukanic ha vinto, a pari merito con Claudileacute;ia Lemes Dias, il premio Lingua Madre 2009. A Roma, presso la Casa della Memoria, nel corso della presentazione della nuova edizione del concorso, sono stati letti frammenti estratti dai racconti sia di Sarah che di Claudileacute;ia. Claudileacute;ia Lemes Dias scrive in chiave tragicomica, perchegrave;, come lei stessa racconta, non sa scrivere altrimenti. "Sono in continua ricerca di ironia, anche nella tragedia". Il racconto con cui ha vinto il concorso, ad esempio, egrave; la storia dello sbarco di un gruppo di migranti su una spiaggia italiana per nudisti. "Ho voluto raccontare, attraverso una situazione ridicola, la cruda veritagrave; del paese di accoglienza, nudo di fronte a chi chiede ospitalitagrave;", ha spiegato l'autrice nel corso della conferenza stampa di presentazione del concorso Lingua Madre. Oggi Claudileacute;ia Lemes Dias lavora alla Mangrovie Edizioni, una casa editrice che si occupa di letteratura delle migrazioni, ed egrave; sempre in cerca di nuovi talenti stranieri che scrivono in italiano.

Si intitola "La cucina di Armenia". Il testo, edito dal Ponte alle grazie, egrave; un libro di cucina, ma non solo. Attraverso la descrizione di ricette e trucchi in cucina, l'autrice Sonya Orfalian racconta la storia della diaspora Armena. Di ori...</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 22: Trappole italiane</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2010/03/05/passpartu-22-trappole-italiane/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 14:35:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La notte tra il 28 febbraio e il primo marzo, mentre in tutta Italia ci si preparava allo sciopero dei migranti, il centro di identificazione ed espulsione di Roma, il Cie di Ponte Galeria si preparava a un importante cambio di gestione. La struttura, da sempre gestita dalla Croce Rossa Italiana, da pochi giorni è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La notte tra il 28 febbraio e il primo marzo, mentre in tutta Italia ci si preparava allo sciopero dei migranti, il centro di identificazione ed espulsione di Roma, il Cie di Ponte Galeria si preparava a un importante cambio di gestione. La struttura, da sempre gestita dalla Croce Rossa Italiana, da pochi giorni è passata infatti nelle mani della cooperativa Auxilium. Questa puntata di Passpartù è dedicata a quelle persone che avrebbero voluto partecipare allo sciopero ma non hanno potuto, perchè rinchiuse nei centri di identificazione ed espulsione presenti su tutto il territorio italiano, dodici strutture per una capienza totale di 1806 posti. Entreremo in queste carceri, raccontadovi la vita di chi ci si trova dentro. Parleremo anche di una vicenda torinese: il caso dei sei ragazzi appartenenti al movimento antirazzista piemontese, incarcerati per avere protestato davanti al Cie di Torino. In chiusura Ritmi, l&#8217;angolo musicale a cura di Elise Melot.</p>
<p>Con una capienza di oltre 350 posti, il Cie di Ponte Galeria si aggiudica il primato di centro di identificazione ed espulsione più grande d&#8217;Italia. La struttura, da sempre gestita dalla Croce Rossa Italiana, da pochi giorni è passata nelle mani della cooperativa Auxilium, che fa capo ai fratelli Chiorazzo. Ai Chiorazzo è affidata anche la gestione del Centro di accoglienza richiedenti asilo di Policoro, in Puglia, e ora hanno vinto l&#8217;appalto per la gestione del Cie di Ponte Galeria. Una vittoria che per  qualcuno era scontata, nonostante i due fratelli siano dal 2008 sotto inchiesta: l&#8217;accusa è quella di avere messo in piedi un&#8217;associazione a delinquere finalizzata a reati come turbativa d&#8217;asta e corruzione.<br />
Il giorno in cui è avvenuto il passaggio di consegne, l&#8217;emittente romana Radio Onda Rossa ha registrato una telefontata con uno dei detenuti di Ponte Galeria, che descriveva le proteste avvenute durante quella notte, della rivolta di cui parla però non si è saputo più nulla, e gli unici mezzi ad averne dato notizia sono Indymedia e Radio Onda Rossa. La mattina di due giorni dopo, mercoledì tre marzo, Simone Ragno, consulente del garante dei detenuti della Regione Lazio che presta servizio presso il Cie di Ponte Galeria a Roma, ha visitato la struttura, Ragno ci ha descritto un&#8217;atmosfera di disordine dovuta al cambio di gestione, ma non un&#8217;atmosfera rivoltosa. Eppure da dentro le mura di via Corelli, il Cie di Milano, è iniziato uno sciopero della fame, e gli scioperanti ci hanno assicurato che la protesta si sta propagando in molti altri centri di Italia, tra cui Ponte Galeria e Gradisca di Isonzo. Abbiamo telefonato a Mamadou, detenuto a via Corelli e in sciopero della fame dal tre marzo. E&#8217;lui che ci ha spiegato i motivi dello sciopero. “Sono tanti i motivi : i tempi di detenzione sono troppo lunghi, viviamo come topi, la roba da mangiare fa schifo. Ci trattano come detenuti, ma in realtà siamo solo vittime della Bossi-Fini.L’Italia ci ha tradito, noi vogliamo essere liberi come gabbiani”.<br />
Mamadou è cresciuto in Italia, come lui, sono molte le persone che si trovano dentro i Cie nonostante vivano in Italia da molti anni. Il giornalista Gabriele Del Grande, ideatore del blog Fortress Europe, tra ottobre e novembre del 2009, dopo l&#8217;inizio della poltica dei respingimenti in mare voluta dal nostro governo, ha visitato diversi centri di identifacazione ed espulsione italiani e ha avuto modo di incontrare diversi detenuti, &#8220;molti di loro &#8221; racconta &#8220;sono persone che sono cresciute in Italia e che nei loro paesi di origine non hanno nè amici nè familiari&#8221;.</p>
<p>Mamadou ci ha raccontato che un altro motivo dello sciopero è l&#8217;arresto ingiusto degli amici di Torino. La storia a cui fa riferimento è quella del 23 febbraio scorso, quando a seguito di una maxi-operazione della Digos, sei persone appartenenti ai movimenti antirazzisti torinesi sono state tratte in arresto. L&#8217;accusa è quella di associazione a delinquere semplice, che secondo la procura e’ stata creata dagli imputati per istigare le rivolte all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione. Attualmente tre persone si trovano in carcere, altre tre agli arresti domiciliari, un ragazzo ha il divieto di dimora nella provincia di Torino e circa settanta sono i nomi che compaiono nel processo. Il 9 marzo ci sarà l&#8217;udienza davanti al tribunale del riesame, per discutere sulla revoca, la sostituzione, o il mantenimento delle misure. Per chi volesse seguire la vicenda o sapere di più sulle azioni portate avanti dagli antirazzisti torinesi, vi invitiamo a visitare il sito www.autistici.org/macerie.</p>
<p>Ibrahim, detenuto al carcere di Via Corelli, ci tiene a denunciare un&#8217;altra situazione: l&#8217;arrivo, nel Cie milanese, di persone che hanno partecipato alla sanatoria di colf e badanti, e che quindi dovrebbero essere automaticamente regolari sul territorio italiano. La denuncia di Ibrahim arriva insieme alla pubblicazione di un articolo uscito su Repubblica il 4 marzo a firma di Paolo Rumiz “Si tratta di una sanatoria trappola”, scrive il giornalista. Secondo le indicazioni del Viminale infatti chi chiede di accedere alla sanatoria, ma in passato non ha rispettato un ordine di espulsione, verrà rispedito al paese di provenienza. All’origine di tutto, scrive Rumiz, “la contraddizione insita nella precedente legge Bossi-Fini, che all’articolo 14 individua nella mancata ottemperanza all&#8217;espulsione un reato punibile con l&#8217;arresto obbligatorio.</p>
<p>Ospiti della puntata: Ibrahim e Mamadou, Gabriele Del Grande, Simone Ragno, Claudio Novaro<br />
In redazione: Elise Melot e Andrea Cocco<br />
Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati</p>
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		<title>Passpartù 21: Primo marzo: sarà un successo</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2010/02/26/passpartu-21-primo-marzo-comunque-vada-sara-un-successo/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 16:33:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo arrivati. Il tanto atteso sciopero dei migranti del primo marzo è alle porte. In questa puntata di Passpartù cercheremo di capire chi aderirà e in quale modo. I migranti veramente non andranno a lavorare? E chi non riuscirà ad esimersi dal lavoro parteciperà comunque con l&#8217;astensione dei consumi e indossando qualcosa di giallo? In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo arrivati. Il tanto atteso sciopero dei migranti del primo marzo è alle porte. In questa puntata di Passpartù cercheremo di capire chi aderirà e in quale modo. I migranti veramente non andranno a lavorare? E chi non riuscirà ad esimersi dal lavoro parteciperà comunque con l&#8217;astensione dei consumi e indossando qualcosa di giallo? In questa puntata di Passpartù risponderemo a queste domande. In chiusura, come sempre, Ritmi, l&#8217;angolo musicale curato dalla nostra Elise Melot.</p>
<p><span id="more-8348"></span></p>
<p>Cosa succederebbe se tutti i lavoratori migranti italiani incrociassero le braccia per un giorno? Da quando qualcuno si è posto questa domanda sono passati tre mesi, in cui ci si è impegnati a diffondere principi e motivi di una grande mobilitazione nazionale, prevista per il primo marzo 2010. Oggi, a poche ore da quella data, ci si aspetta che ad aderire saranno migliaia di persone, che manifesteranno in ogni angolo d&#8217;Italia.<br />
Nelly Diop, del Comitato nazionale primo marzo, ha partecipato a una riunione indetta  il 25 febbraio proprio per capire chi ha aderito, chi si pensa che parteciperà e con quali iniziative. &#8220;I risultati sembrano molto positivi: più di sessanta comitati aderenti&#8221; ha dichiarato entusiasta Nelly Diop. Alla riunione nazionale si è fatto anche il punto della situazione europea: la Francia parteciperà con numerose iniziative, mentre Grecia e Spagna sembrano ancora poco organizzate.</p>
<p>Le iniziative effettivamente sono tante e diverse, da una performance artistica a Bologna a un tour tra i campi dove lavorano i braccianti migranti a Cassibile alle mucche in piazza che sarà possibile vedere a piazza Vittorio, a Roma (per chi volesse sapere cosa si è organizzato nella propria città, <a href="http://www.primomarzo2010.it/">www.primomarzo2010.it</a>).</p>
<p>La giornata del primo marzo, nonostante il grande risultato che in termini di adesioni ha già raggiunto, è stata organizzata non senza difficoltà,<br />
Molti migranti, sembra, andranno a lavorare ugualmente, ma  aderiranno astenendosi dai consumi o indossando qualcosa di giallo in segno di protesta. Alcune comunità poi, come quella filippina, sono state più difficili da coinvolgere, e altre, come la cinese, non si sono convinte a scioperare.</p>
<p>In ogni caso, è innegabile che l&#8217;iniziativa della giornata del primo marzo, nata, in Italia, dall&#8217;idea di Daimarely Quintero, migrante di origine cubana, si è allargata a macchia d&#8217;olio, con grande soddisfazione degli organizzatori. Ricordiamo, per tutti quelli che volessero partecipare ma che non possono astenersi dal lavoro, di indossare qualcosa di giallo e di non comprare niente durante tutta la giornata del primo marzo.</p>
<p>Ospiti della puntata: Nelly Diop, Sara Fang, Babakar, Marco Wong, Sergio Basso, Bachu.</p>
<p>In redazione: Elise Melot</p>
<p>Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati</p>
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		<itunes:subtitle>Siamo arrivati. Il tanto atteso sciopero dei migranti del primo marzo egrave; alle porte. In questa puntata di Passpartugrave; cercheremo di capire chi aderiragrave; e ...</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Siamo arrivati. Il tanto atteso sciopero dei migranti del primo marzo egrave; alle porte. In questa puntata di Passpartugrave; cercheremo di capire chi aderiragrave; e in quale modo. I migranti veramente non andranno a lavorare? E chi non riusciragrave; ad esimersi dal lavoro parteciperagrave; comunque con l'astensione dei consumi e indossando qualcosa di giallo? In questa puntata di Passpartugrave; risponderemo a queste domande. In chiusura, come sempre, Ritmi, l'angolo musicale curato dalla nostra Elise Melot.



Cosa succederebbe se tutti i lavoratori migranti italiani incrociassero le braccia per un giorno? Da quando qualcuno si egrave; posto questa domanda sono passati tre mesi, in cui ci si egrave; impegnati a diffondere principi e motivi di una grande mobilitazione nazionale, prevista per il primo marzo 2010. Oggi, a poche ore da quella data, ci si aspetta che ad aderire saranno migliaia di persone, che manifesteranno in ogni angolo d'Italia.
Nelly Diop, del Comitato nazionale primo marzo, ha partecipato a una riunione indettanbsp; il 25 febbraio proprio per capire chi ha aderito, chi si pensa che parteciperagrave; e con quali iniziative. "I risultati sembrano molto positivi: piugrave; di sessanta comitati aderenti" ha dichiarato entusiasta Nelly Diop. Alla riunione nazionale si egrave; fatto anche il punto della situazione europea: la Francia parteciperagrave; con numerose iniziative, mentre Grecia e Spagna sembrano ancora poco organizzate.

Le iniziative effettivamente sono tante e diverse, da una performance artistica a Bologna a un tour tra i campi dove lavorano i braccianti migranti a Cassibile alle mucche in piazza che saragrave; possibile vedere a piazza Vittorio, a Roma (per chi volesse sapere cosa si egrave; organizzato nella propria cittagrave;, www.primomarzo2010.it).

La giornata del primo marzo, nonostante il grande risultato che in termini di adesioni ha giagrave; raggiunto, egrave; stata organizzata non senza difficoltagrave;,
Molti migranti, sembra, andranno a lavorare ugualmente, manbsp; aderiranno astenendosi dai consumi o indossando qualcosa di giallo in segno di protesta. Alcune comunitagrave; poi, come quella filippina, sono state piugrave; difficili da coinvolgere, e altre, come la cinese, non si sono convinte a scioperare.

In ogni caso, egrave; innegabile che l'iniziativa della giornata del primo marzo, nata, in Italia, dall'idea di Daimarely Quintero, migrante di origine cubana, si egrave; allargata a macchia d'olio, con grande soddisfazione degli organizzatori. Ricordiamo, per tutti quelli che volessero partecipare ma che non possono astenersi dal lavoro, di indossare qualcosa di giallo e di non comprare niente durante tutta la giornata del primo marzo.

Ospiti della puntata: Nelly Diop, Sara Fang, Babakar, Marco Wong, Sergio Basso, Bachu.

In redazione: Elise Melot

Passpartugrave; egrave; un programma a cura di Marzia Coronati</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 20: In viaggio tra le bietoline del Polesine</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2010/02/19/passpartu-20-in-viaggio-tra-le-bietoline-del-polesine/</link>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 14:45:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Medio Polesine, terra di porri, bietoline e lattughe. Questo spicchio di Veneto oggi produce quasi esclusivamente grazie al lavoro migrante. All&#8217;opposto geografico e non solo di Rosarno, non conosce praticamente lavoro in nero, ma l&#8217;integrazione degli stranieri anche qui langue.
E&#8217; iniziata negli anni &#8216;90, l&#8217;immigrazione. Fino ad allora Rovigo e  dintorni erano sempre state terre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Medio Polesine, terra di porri, bietoline e lattughe. Questo spicchio di Veneto oggi produce quasi esclusivamente grazie al lavoro migrante. All&#8217;opposto geografico e non solo di Rosarno, non conosce praticamente lavoro in nero, ma l&#8217;integrazione degli stranieri anche qui langue.</p>
<p>E&#8217; iniziata negli anni &#8216;90, l&#8217;immigrazione. Fino ad allora Rovigo e  dintorni erano sempre state terre di emigrazione; da qui partivano i contadini in cerca di un lavoro diverso, nelle fabbriche e nelle officine, da qui sono scappate migliaia di persone dopo la tragica alluvione del 1951. Negli anni &#8216;90 però le campagne distribuite sulle rive del fiume adige hanno riniziato a popolarsi. I pionieri sono stati gli albanesi, poi è stata la volta dei marocchini, in seguito rumeni e polacchi. Quando nessun italiano si rivolgeva più alle aziende per offrire il suo lavoro, gli imprenditori agricoli hanno inziato a rivolgersi alla manodopera migrante, soprattutto uomini di origine marocchina e donne rumene e polacche.</p>
<p>Le aziende del Medio polesine che abbiamo visitato ci hanno mostrato le buste paghe dei loro dipendenti: undici euro e mezzo l&#8217;ora che paga il datore di lavoro, otto che vanno nelle tasche dei lavoratori e il resto in tasse. I contratti sono di lavoro stagionale, circa nove mesi l&#8217;anno. Il resto del tempo i braccianti lo trascorrono nelle loro terre di origine, vivendo della disoccupazione accumulata. Se il rapporto di lavoro va bene, il bracciante è richiamato dalla stessa azienda anche l&#8217;anno successivo, e se c&#8217;è bisogno di ulteriore manodopera il datore si affida ai consigli del dipendente per assumere qualche suo parente o amico.<br />
Un bracciante costa a un&#8217;azienda di Lusia che abbiamo visitato dagli 80 ai 90 euro al giorno, un raccoglitore di arance di Rosarno ne costa dai venti ai trenta. &#8220;Siamo veramente allibiti da quello che vediamo in televisione e leggiamo sui giornali. Com&#8217;è èpossibile che quei braccianti lavoravano in quelle condizioni? NOi abbiamo i controlli dell&#8217;ispettorato del lavoro quasi una volta a settimana, e se trovano un lavoratore non in regola siamo soggetti a multe superiori ai ventimila euro&#8221; racconta un imprennditore agricolo.</p>
<p>Agli stessi controlli però non è sottoposta l&#8217;immigrazione cinese. Mentre di tutte le altre persone di origine straniera si può facilmente fare un censimento, e non sono stati radi i casi di controlli da parte delle forze dell&#8217;ordine all&#8217;interno delle case, dei cinesi non se ne sa nulla. &#8220;Sembrano due o tre, e magari sono cinquanta. Hanno provato a controllargli l&#8217;immondizia che producevano ma loro hanno iniziato a buttarla ai margini dell&#8217;Adige, ci sono punti del fiume che sono vere e proprie discariche a cielo aperto&#8221; denunciano gli autoctoni. I cinesi lavorano alla maglieria, affittando i magazzini delle aziende la notte, e nessuno ha mai lavorato nelle campagne.</p>
<p>&#8220;Noi preferiamo assumere donne per il lavoro in serra, perchè è un lavoro in cui ci vuolecura e precisione&#8221; spiega il dirigente di un&#8217;azienda agricola &#8220;ma le donne di oggi non lo fanno più con lo stesso amore con cui lo facevano le nostre mamme e le nostre zie&#8221;. Forse è difficile fare un lavoro con amore, quando si è a centinaia di chilometri da casa, lontani da famiglia e affetti, in attesa solo di finire anche questa volta il proprio turno stagionale, e tornare in patria.</p>
<p>Ringraziamo Renato Maggiolo, senza il quale non sarebbe stato possibile realizzare questa produzione, Donata Tamburin, Sali Ebabas, Luigi, Antonella, Clara, e tutti coloro che abbiamo incontrato durante il nostro viaggio.</p>
<p>In redazione: Elise Melot</p>
<p>Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati</p>
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		<itunes:summary>Medio Polesine, terra di porri, bietoline e lattughe. Questo spicchio di Veneto oggi produce quasi esclusivamente grazie al lavoro migrante. All'opposto geografico e non solo di Rosarno, non conosce praticamente lavoro in nero, ma l'integrazione degli stranieri anche qui langue.

E' iniziata negli anni '90, l'immigrazione. Fino ad allora Rovigo enbsp; dintorni erano sempre state terre di emigrazione; da qui partivano i contadini in cerca di un lavoro diverso, nelle fabbriche e nelle officine, da qui sono scappate migliaia di persone dopo la tragica alluvione del 1951. Negli anni '90 perograve; le campagne distribuite sulle rive del fiume adige hanno riniziato a popolarsi. I pionieri sono stati gli albanesi, poi egrave; stata la volta dei marocchini, in seguito rumeni e polacchi. Quando nessun italiano si rivolgeva piugrave; alle aziende per offrire il suo lavoro, gli imprenditori agricoli hanno inziato a rivolgersi alla manodopera migrante, soprattutto uomini di origine marocchina e donne rumene e polacche.

Le aziende del Medio polesine che abbiamo visitato ci hanno mostrato le buste paghe dei loro dipendenti: undici euro e mezzo l'ora che paga il datore di lavoro, otto che vanno nelle tasche dei lavoratori e il resto in tasse. I contratti sono di lavoro stagionale, circa nove mesi l'anno. Il resto del tempo i braccianti lo trascorrono nelle loro terre di origine, vivendo della disoccupazione accumulata. Se il rapporto di lavoro va bene, il bracciante egrave; richiamato dalla stessa azienda anche l'anno successivo, e se c'egrave; bisogno di ulteriore manodopera il datore si affida ai consigli del dipendente per assumere qualche suo parente o amico.
Un bracciante costa a un'azienda di Lusia che abbiamo visitato dagli 80 ai 90 euro al giorno, un raccoglitore di arance di Rosarno ne costa dai venti ai trenta. "Siamo veramente allibiti da quello che vediamo in televisione e leggiamo sui giornali. Com'egrave; egrave;possibile che quei braccianti lavoravano in quelle condizioni? NOi abbiamo i controlli dell'ispettorato del lavoro quasi una volta a settimana, e se trovano un lavoratore non in regola siamo soggetti a multe superiori ai ventimila euro" racconta un imprennditore agricolo.

Agli stessi controlli perograve; non egrave; sottoposta l'immigrazione cinese. Mentre di tutte le altre persone di origine straniera si puograve; facilmente fare un censimento, e non sono stati radi i casi di controlli da parte delle forze dell'ordine all'interno delle case, dei cinesi non se ne sa nulla. "Sembrano due o tre, e magari sono cinquanta. Hanno provato a controllargli l'immondizia che producevano ma loro hanno iniziato a buttarla ai margini dell'Adige, ci sono punti del fiume che sono vere e proprie discariche a cielo aperto" denunciano gli autoctoni. I cinesi lavorano alla maglieria, affittando i magazzini delle aziende la notte, e nessuno ha mai lavorato nelle campagne.

"Noi preferiamo assumere donne per il lavoro in serra, perchegrave; egrave; un lavoro in cui ci vuolecura e precisione" spiega il dirigente di un'azienda agricola "ma le donne di oggi non lo fanno piugrave; con lo stesso amore con cui lo facevano le nostre mamme e le nostre zie". Forse egrave; difficile fare un lavoro con amore, quando si egrave; a centinaia di chilometri da casa, lontani da famiglia e affetti, in attesa solo di finire anche questa volta il proprio turno stagionale, e tornare in patria.

Ringraziamo Renato Maggiolo, senza il quale non sarebbe stato possibile realizzare questa produzione, Donata Tamburin, Sali Ebabas, Luigi, Antonella, Clara, e tutti coloro che abbiamo incontrato durante il nostro viaggio.

In redazione: Elise Melot

Passpartugrave; egrave; un programma a cura di Marzia Coronati</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 19: Migrazioni a fumetti</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2010/02/12/passpartu-19-migrazioni-a-fumetti/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 15:14:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Italia è un paese di immigrazione da oltre venti anni, ma i media non sembrano essersene accorti. Queste le conclusioni a cui è arrivata una squadra di ricercatori dell&#8217;Università La Sapienza di Roma. In questa puntata di Passpartù andremo a vedere come i temi legati all&#8217;immigrazione sono trattati dai media tradizionali, ma parleremo anche di  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Italia è un paese di immigrazione da oltre venti anni, ma i media non sembrano essersene accorti. Queste le conclusioni a cui è arrivata una squadra di ricercatori dell&#8217;Università La Sapienza di Roma. In questa puntata di Passpartù andremo a vedere come i temi legati all&#8217;immigrazione sono trattati dai media tradizionali, ma parleremo anche di  nuovi mezzi di informazione e linguaggi che hanno iniziato a parlare dell&#8217;argomento in un modo del tutto originale. In chiusura, come di consueto, Ritmi, la nostra rubrica musicale.<span id="more-8273"></span></p>
<p>&#8220;Vucumprà&#8221;, &#8220;clandestino&#8221;, &#8220;extra-comunitario&#8221;, &#8220;nomade&#8221;, queste sono solo alcune delle parole messe al bando da <a href="http://www.giornalismi.info/mediarom/index.html">Giornalisti contro il razzismo</a>, la campagna lanciata da un gruppo di professionisti proprio per contingentare la stigmatizzazione e la discriminazione degli stranieri perpetrata dai nostri mezzi di informazione. Il fenomeno effettivamente è sotto gli occhi di tutti, così spiccato che l&#8217;Università La Sapienza di Roma ha deciso di dedicargli una ricerca. Si tratta della <a href="http://cattivenotizie.wordpress.com/">“Ricerca nazionale su immigrazione e asilo nei media italiani”</a>. Un gruppo di ricercatori per sei mesi ha analizzato le edizioni serali dei sette Tg nazionali (Rai, Mediaset e La7) e un campione di sei quotidiani (Corriere della Sera, La Repubblica, l&#8217;Unità, Il Giornale, Avvenire e il free press Metro). L&#8217;obiettivo dello studio era capire che immagine danno i media italiani dei migranti. Come spiega il coordinatore dell&#8217;indagine Marco Binotto, l&#8217;Italia affronta l&#8217;argomento così come lo affrontava venti anni fa. Su 5.684 servizi di telegiornale andati in onda nel periodo di rilevazione, solo 26 affrontano l’immigrazione senza legarla a un fatto di cronaca o al tema della sicurezza. Per oltre i tre quarti delle volte (76,2%) gli immigrati sono presenti nei telegiornali come autori o vittime di reati, mentre lo stesso trattamento non è riservato agli italiani. Questa tendenza a usare due pesi e due misure, che i ricercatori hanno definito &#8220;doppio binario&#8221;, non solo contrasta con il codice deontologico dei giornalisti, ma anche con la cosiddetta Carta di Roma, l&#8217;autortegolamentazione approvata dalla Federazione nazionale della stampa italiana proprio per evitare le discriminalizzazioni.<br />
mb_osservatorio</p>
<p>Ma c&#8217;è anche chi cerca di fare un&#8217;informazione diversa. E&#8217; il caso ad esempio di <a href="http://immigrationflows.net/">Immigrationflows</a>, un protale di numeri, statistiche, informazioni, immagini che permettono di interpretare in modo critico senza pregiudizi e luoghi comuni il fenomeno migratorio. Tra le sezioni del sito, ce n&#8217;è una dedicata al fumetto: dalla fine di gennaio e per ogni mese in questa pagina verrà pubblicato <a href="http://immigrationflows.net/rotteclandestine/">&#8220;Rotte clandestine&#8221;</a>, un fumetto a puntate che ha proprio come scopo quello di sensibilizzare sul tema dell&#8217;immigrazione in maniera diversa.<br />
C&#8217;è un altro fumetto di recente apparizione che sta circolando sia sul web che in versione cartacea: si tratta di Generazioneduepuntozero, una pubblicazione che ha visto la luce nella capitale e che racconta le storie della cosiddetta generazione migrante. Il fumetto, disegnato da due artisti della scena romana underground, Errepush e Zerocalcare, affronta storie di vita reale nate nelle occupazioni capitoline, come ci ha raccontato una delle sue ideatrici, Nina. &#8220;Il lavoro è rivolto soprattutto agli studenti delle scuole medie superiori e racconta storie di vita comune con un linguaggio semplice e ritmato, simile all&#8217;hip-hop&#8221; spiega Nina. Presentato il mese scorso al centro sociale romano Acrobax, il fumetto è ora distribuito nelle scuole e in serate in giro per la città,ed è possibile anche richiederlo attraverso il blog <a href="http://rap.noblogs.org/">rap.noblogs.org</a>. La prossima presentazione sarà domenica 21 febbraio, al Volturno occupato di Roma, in una serata di preparazione alla giornata di sciopero prevista per il primo marzo; in quella occasione sarà presentato anche &#8220;Blacks out&#8221;, l&#8217;ultimo libro di Vladimiro Polchi. Nel libro, edito da La Terza,  Polchi si immagina un&#8217;Italia senza immigrati, come ci ha raccontato lui stesso ai nostri microfoni. Lo scrittore ha calcolato attraverso dati e cifre cosa accadrebbe nel caso i migranti scomparissero dal nostro paese.</p>
<p>Ospiti della puntata: Marco Binotto, Fabio Bartoli, Nina, Vladimiro Polchi</p>
<p>In redazione: Elise Melot</p>
<p>Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati</p>
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		<itunes:summary>L'Italia egrave; un paese di immigrazione da oltre venti anni, ma i media non sembrano essersene accorti. Queste le conclusioni a cui egrave; arrivata una squadra di ricercatori dell'Universitagrave; La Sapienza di Roma. In questa puntata di Passpartugrave; andremo a vedere come i temi legati all'immigrazione sono trattati dai media tradizionali, ma parleremo anche dinbsp; nuovi mezzi di informazione e linguaggi che hanno iniziato a parlare dell'argomento in un modo del tutto originale. In chiusura, come di consueto, Ritmi, la nostra rubrica musicale.

"Vucumpragrave;", "clandestino", "extra-comunitario", "nomade", queste sono solo alcune delle parole messe al bando da Giornalisti contro il razzismo, la campagna lanciata da un gruppo di professionisti proprio per contingentare la stigmatizzazione e la discriminazione degli stranieri perpetrata dai nostri mezzi di informazione. Il fenomeno effettivamente egrave; sotto gli occhi di tutti, cosigrave; spiccato che l'Universitagrave; La Sapienza di Roma ha deciso di dedicargli una ricerca. Si tratta della ldquo;Ricerca nazionale su immigrazione e asilo nei media italianirdquo;. Un gruppo di ricercatori per sei mesi ha analizzato le edizioni serali dei sette Tg nazionali (Rai, Mediaset e La7) e un campione di sei quotidiani (Corriere della Sera, La Repubblica, l'Unitagrave;, Il Giornale, Avvenire e il free press Metro). L'obiettivo dello studio era capire che immagine danno i media italiani dei migranti. Come spiega il coordinatore dell'indagine Marco Binotto, l'Italia affronta l'argomento cosigrave; come lo affrontava venti anni fa. Su 5.684 servizi di telegiornale andati in onda nel periodo di rilevazione, solo 26 affrontano lrsquo;immigrazione senza legarla a un fatto di cronaca o al tema della sicurezza. Per oltre i tre quarti delle volte (76,2%) gli immigrati sono presenti nei telegiornali come autori o vittime di reati, mentre lo stesso trattamento non egrave; riservato agli italiani. Questa tendenza a usare due pesi e due misure, che i ricercatori hanno definito "doppio binario", non solo contrasta con il codice deontologico dei giornalisti, ma anche con la cosiddetta Carta di Roma, l'autortegolamentazione approvata dalla Federazione nazionale della stampa italiana proprio per evitare le discriminalizzazioni.
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Ma c'egrave; anche chi cerca di fare un'informazione diversa. E' il caso ad esempio di Immigrationflows, un protale di numeri, statistiche, informazioni, immagini che permettono di interpretare in modo critico senza pregiudizi e luoghi comuni il fenomeno migratorio. Tra le sezioni del sito, ce n'egrave; una dedicata al fumetto: dalla fine di gennaio e per ogni mese in questa pagina verragrave; pubblicato "Rotte clandestine", un fumetto a puntate che ha proprio come scopo quello di sensibilizzare sul tema dell'immigrazione in maniera diversa.
C'egrave; un altro fumetto di recente apparizione che sta circolando sia sul web che in versione cartacea: si tratta di Generazioneduepuntozero, una pubblicazione che ha visto la luce nella capitale e che racconta le storie della cosiddetta generazione migrante. Il fumetto, disegnato da due artisti della scena romana underground, Errepush e Zerocalcare, affronta storie di vita reale nate nelle occupazioni capitoline, come ci ha raccontato una delle sue ideatrici, Nina. "Il lavoro egrave; rivolto soprattutto agli studenti delle scuole medie superiori e racconta storie di vita comune con un linguaggio semplice e ritmato, simile all'hip-hop" spiega Nina. Presentato il mese scorso al centro sociale romano Acrobax, il fumetto egrave; ora distribuito nelle scuole e in serate in giro per la cittagrave;,ed egrave; possibile anche richiederlo attraverso il blog rap.noblogs.org. La prossima presentazione saragrave; domenica 21 febbraio, al Volturno occupato di Roma, in una serata di preparazione alla giornata di sciopero prevista per il primo marzo; in quella occasione saragrave; presentato anche "Blacks out", l'ultim...</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 18: La casa dei sogni</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2010/02/05/passpartu-18-la-casa-dei-sogni/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 15:18:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo sgombero del Casilino &#8216;900, il campo nomadi tra i più grandi d&#8217;Europa, sta per essere ultimato. Le ruspe lavorano incessantemente ormai da più di due settimane  e nell&#8217;area dove per oltre quaranta anni hanno vissuto centinaia di persone oggi sono rimaste solo poche famiglie, in attesa di essere anche loro trasferite nei campi autorizzati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo sgombero del Casilino &#8216;900, il campo nomadi tra i più grandi d&#8217;Europa, sta per essere ultimato. Le ruspe lavorano incessantemente ormai da più di due settimane  e nell&#8217;area dove per oltre quaranta anni hanno vissuto centinaia di persone oggi sono rimaste solo poche famiglie, in attesa di essere anche loro trasferite nei campi autorizzati alle porte di Roma. In questa puntata di Passpartù parleremo di questo sgombero, ma anche di quello di un altro importante insediamento, in Toscana, a pochi chilometri da Firenze. Cercheremo poi di capire quali sono le alternative ai campi, autorizzati e non, e se in Italia queste alternative siano realizzabili. In chiusura Ritmi ci farà ballare con cinque minuti di musica brasiliana, Buon ascolto!</p>
<p>&#8220;Mesemrom&#8221;, che in lungua romanì significa &#8220;Io sono rom&#8221;, è un lungometraggio realizzato da Ermelinda Coccia, Davide Falcioni e Andrea Cottini e accompagnato dalle musiche di Gabriele Campioni e dei Rossopiceno. Il documentario racconta le vicende del Casilino &#8216;900 attraverso le voci dei suoi abitanti. Quando gli autori hanno iniziato le riprese, ad aprile del 2009, dello sgombero ancora non si sapeva nulla. &#8220;La nostra idea era quella di riprendere la quotidianità di un rom, ma ci siamo ritrovati in mezzo a diverse vicende, dall&#8217;approvazione del piano nomadi deciso dal Comune allo sgombero&#8221; racconta Ermelinda Coccia. Il piano nomadi romano, approvato la scorsa estate dalla giunta Alemanno e applaudito da molti come una grande rivoluzione, prevedeva lo smantellamento dei campi spontanei e la messa a punto di tredici campi autorizzati, costruiti alle periferie delle capitale. Le operazioni di sgombero del Casilino&#8217;900 rientrano proprio in questo provvedimento. &#8220;Il piano nomadi si sta portando avanti senza incidenti e l&#8217;amministrazione sta anche ascoltando le proposte dei rom, ma questo deve essere solo un primo passo verso l&#8217;integrazione delle comunità nella capitale&#8221; dice Najo Adzovic, abitante e portavoce del campo.C&#8217;è dialogo con le istituzioni dunque, ma c&#8217;è anche paura di ricreare situazioni uguali o peggiori di quelle che si stanno lasciando. I tredici campi autorizzati, come il Roma River di Via Tiberina o il campo di Via Salone, dove sono state trasferite molte delle famiglie del Casilino &#8216;900, ospitano già migliaia di persone che cercano con difficoltà di convivere insieme pacificamente.</p>
<p>In Toscana le cose non vanno meglio. Il 16 gennaio a Sesto Fiorentino, senza preavviso, il comune ha attuato lo sgombero dell&#8217;insediamento dell&#8217;area ex-Osmatex. Andrea Bassetti, di Medici per i diritti umani (Medu) di Firenze, è un medico, responsabile del settore rom di Medu  e tra i promotori del progetto &#8220;Un camper per i diritti&#8221;. Da circa tre anni Medu si trovava all&#8217;interno dell&#8217;insediamento, dove vivevano da oltre sei anni tra le 100 e le 150 persone, tutte rom provenienti dalla Romania, &#8220;vivevano in condizioni igienico-sanitarie pessime&#8221; racconta Andrea &#8220;ma Medu in questi tre anni era riuscita a costruire un rapporto di fiducia con gli abitanti del campo che a poco a poco avevano cominciato a farsi curare dai medici. Ma poi all&#8217;improvviso, è avvenuto lo sgombero&#8221;. Quel giorno Medu si è attivata per fare in modo che le ottanta persone lasciate per strada non dormissero all&#8217;addiaccio in quella sera di inverno. Graziue ad associazioni, parrocchie e volontari  sono riusciti a far dormire al coperto i soggetti piu fragili per tre giorni. Successivamente la chiesa valdese di Firenze ha ospitato per una settimana circa una sessantina di loro, e alla fine della settimana è arrivata la decisione del comune di Firenze e di Sesto Fiorentino: rimpatrio volontario per molti e per gli altri, forse, il trasferimento in un altro campo.<br />
Ma è possibile che non ci siano altre soluzioni? In realtà esistono altre alternative. Un&#8217;esperienza è quella attivata due anni fa dal Comune di Reggio, in Emilia Romagna. Si tratta di un progetto di microarea costruita per un gruppo di famiglie di origine sinti, che dai campi sono state trasferite in degli appartamentui. &#8220;Il progetto è stato attivato per ottemperare alle direttive europee in fatto di integrazione dei nomadi e gode di un  finanziamento di natura statale, a cui il comune ha contribuito solo in parte&#8221; ha spiegato l&#8217;assessore alle politiche sociali del Comune di Reggio Matteo Sassi.<br />
Effettivamente le microaree sembrano essere un vero grande passo verso l&#8217;integrazione. Così come anche un altro esperimento che si è provato a fare a Roma, proprio all&#8217;interno del Casilino &#8216;900, il campo che oggi sta per essere completamente smantellato. Il tentativo che era stato fatto assieme a un gruppo di architetti dell&#8217;università Roma Tre era quello di autocostruzione delle case. I rom sono da secoli abituati a costruire le proprie abitazioni con materiali ricilicato e a basso costo, aveva pensato il team di architetti e di rom ideatori dell&#8217;iniziativa, si può quindi pensare a uno scambio di buone pratiche e conoscenze costruendo insieme delle abitazioni eco-sostenibili ed economiche. Quel progetto però non ebbe mai seguito e dopo la prima autocostruzione realizzata si fermò. &#8220;E&#8217;difficile portare avanti questo tipo di progetti a Roma, così come le esperienze di microaree. La città è troppo grande e i nomadi troppo numerosi&#8221; spiega Najo Adzovic. Di microaree invece ne sa qualcosa la città di Pisa, dove per otto anni si è realizzato il progetto &#8220;Città Sottili&#8221;.  Città Sottili era un progetto realizzato grazie all&#8217;associazione toscana Africa Insieme. Questa esperienza di trasferimento dei rom dai campi alle case, che andava avanti dal 2002 e che era una delle piu antiche e famose della nazione, a dicembre scorso è stata costretta a chiudere. La regione, che finanziava il progetto, ha deciso di non stanziare più fondi e le 300 persone che abitano nelle case che  gli enti pubblici gli affittano tra poco saranno sotto sfratto. L&#8217;alternativa? Probabilmente il ritorno nei campi.</p>
<p>Ospiti della puntata: Najo Adzovic, Ermelinda Coccia, Andrea Bassetti, Sergio Bontempelli, Matteo Sassi<br />
In redazione: Elise Melot<br />
Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati</p>
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		<itunes:summary>Lo sgombero del Casilino '900, il campo nomadi tra i piugrave; grandi d'Europa, sta per essere ultimato. Le ruspe lavorano incessantemente ormai da piugrave; di due settimanenbsp; e nell'area dove per oltre quaranta anni hanno vissuto centinaia di persone oggi sono rimaste solo poche famiglie, in attesa di essere anche loro trasferite nei campi autorizzati alle porte di Roma. In questa puntata di Passpartugrave; parleremo di questo sgombero, ma anche di quello di un altro importante insediamento, in Toscana, a pochi chilometri da Firenze. Cercheremo poi di capire quali sono le alternative ai campi, autorizzati e non, e se in Italia queste alternative siano realizzabili. In chiusura Ritmi ci faragrave; ballare con cinque minuti di musica brasiliana, Buon ascolto!

"Mesemrom", che in lungua romanigrave; significa "Io sono rom", egrave; un lungometraggio realizzato da Ermelinda Coccia, Davide Falcioni e Andrea Cottini e accompagnato dalle musiche di Gabriele Campioni e dei Rossopiceno. Il documentario racconta le vicende del Casilino '900 attraverso le voci dei suoi abitanti. Quando gli autori hanno iniziato le riprese, ad aprile del 2009, dello sgombero ancora non si sapeva nulla. "La nostra idea era quella di riprendere la quotidianitagrave; di un rom, ma ci siamo ritrovati in mezzo a diverse vicende, dall'approvazione del piano nomadi deciso dal Comune allo sgombero" racconta Ermelinda Coccia. Il piano nomadi romano, approvato la scorsa estate dalla giunta Alemanno e applaudito da molti come una grande rivoluzione, prevedeva lo smantellamento dei campi spontanei e la messa a punto di tredici campi autorizzati, costruiti alle periferie delle capitale. Le operazioni di sgombero del Casilino'900 rientrano proprio in questo provvedimento. "Il piano nomadi si sta portando avanti senza incidenti e l'amministrazione sta anche ascoltando le proposte dei rom, ma questo deve essere solo un primo passo verso l'integrazione delle comunitagrave; nella capitale" dice Najo Adzovic, abitante e portavoce del campo.C'egrave; dialogo con le istituzioni dunque, ma c'egrave; anche paura di ricreare situazioni uguali o peggiori di quelle che si stanno lasciando. I tredici campi autorizzati, come il Roma River di Via Tiberina o il campo di Via Salone, dove sono state trasferite molte delle famiglie del Casilino '900, ospitano giagrave; migliaia di persone che cercano con difficoltagrave; di convivere insieme pacificamente.

In Toscana le cose non vanno meglio. Il 16 gennaio a Sesto Fiorentino, senza preavviso, il comune ha attuato lo sgombero dell'insediamento dell'area ex-Osmatex. Andrea Bassetti, di Medici per i diritti umani (Medu) di Firenze, egrave; un medico, responsabile del settore rom di Medunbsp; e tra i promotori del progetto "Un camper per i diritti". Da circa tre anni Medu si trovava all'interno dell'insediamento, dove vivevano da oltre sei anni tra le 100 e le 150 persone, tutte rom provenienti dalla Romania, "vivevano in condizioni igienico-sanitarie pessime" racconta Andrea "ma Medu in questi tre anni era riuscita a costruire un rapporto di fiducia con gli abitanti del campo che a poco a poco avevano cominciato a farsi curare dai medici. Ma poi all'improvviso, egrave; avvenuto lo sgombero". Quel giorno Medu si egrave; attivata per fare in modo che le ottanta persone lasciate per strada non dormissero all'addiaccio in quella sera di inverno. Graziue ad associazioni, parrocchie e volontarinbsp; sono riusciti a far dormire al coperto i soggetti piu fragili per tre giorni. Successivamente la chiesa valdese di Firenze ha ospitato per una settimana circa una sessantina di loro, e alla fine della settimana egrave; arrivata la decisione del comune di Firenze e di Sesto Fiorentino: rimpatrio volontario per molti e per gli altri, forse, il trasferimento in un altro campo.
Ma egrave; possibile che non ci siano altre soluzioni? In realtagrave; esistono altre alternative. Un'esperienza egrave; quella attivata due anni fa dal Comune di Reg...</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 17: Le frontiere del pallone</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 13:48:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono giorni cruciali per la Coppa d&#8217;Africa 2010, la finale è attesa con trepidazione da milioni di spettatori, che nel continente africano e non solo si accalcano davanti agli schermi per assistere all&#8217;incontro. A Roma quest&#8217;anno il Comune ha deciso di non finanziare l&#8217;istallazione del maxischermo che nelle edizioni passate trasmetteva il campionato dai giardini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono giorni cruciali per la Coppa d&#8217;Africa 2010, la finale è attesa con trepidazione da milioni di spettatori, che nel continente africano e non solo si accalcano davanti agli schermi per assistere all&#8217;incontro. A Roma quest&#8217;anno il Comune ha deciso di non finanziare l&#8217;istallazione del maxischermo che nelle edizioni passate trasmetteva il campionato dai giardini di piazza Vittorio, facendo sfumare quella che era ormai diventata un&#8217;occasione di incontro tra comunità italiana e africana. In questa puntata di Passpartù parleremo di questa vicenda insieme all&#8217;associazione che da quattro edizioni si occupa di organizzare la proiezione pubblica e grtatuita del torneo nella capitale, ma parleremo anche di quei migranti che il calcio non vogliono sono vederlo, ma anche giocarlo. In chiusura come sempre Ritmi, il nostri cinque minuti di musica. Buon ascolto!</p>
<p>La Coppa d&#8217;Africa quest&#8217;anno è stata trasmessa in diretta anche in Italia da Eurosport. Il fenomeno, che ogni due anni lascia per settimane milioni di spettatori incollati agli schermi, si sta spalmando in tutto il mondo, con la rapidità del diffondersi delle migrazioni e degli spostamenti delle persone. A Roma da sei anni l&#8217;associazione Tam Tam Village si occupa di promuovere la visione delle partite del torneo di calcio africano nelle piazze della capitale. Nelle edizioni passate il Comune stanziava circa settantamila euro per istallare un maxischermo e un tendone da cui era possibile vedere gli incontri gratuitamente, ma quest&#8217;anno, nonostante la Tam Tam Village avesse inoltrato la richiesta dodici mesi prima dell&#8217;inizio del campionato, il Campidoglio, proprio all&#8217;ultimo, ha detto no. &#8220;Non c&#8217;è statala volontà politica&#8221; racconta Justin Wandja &#8220;si sono messi davanti  motivi di ordine pubblico, senza tenere in consideraizone che nelle precedenti quattro edizioni non solo non si son mai verificati episodi di violenza, disordini, scontri o risse, ma la manifestazione era anche diventata un momento importante di incontro tra la comunità africana e la comunità romana, che ogni anno accorreva sempre più numerosa per vedere le partite&#8221;. Alla richiesta di finanziamento trasmessa agli uffici del Comune un anno fa, il Campidoglio ha risposto solo poche settimane prima dell&#8217;evento, dopo un lungo perido di silenzio. La risposta non è piaciuta affatto alla Tam Tam Village. Il Comune infatti si dichiarava disposto a finanziare diecimila euro per una proiezone da fare all&#8217;interno di Villa Gordiani, un parco alla periferia est della capitale. &#8220;I soldi&#8221; ha spiegato Wandja &#8220;non sarebbero bastati neanche per costruire il tendone&#8221;. Una delusione insomma, dopo i numerosi risultati ottenuti dalla tifoseria africana in Italia, che grazie ai suoi sforzi è riuscita a far si che quest&#8217;anno Eurosport trasmettesse le partite in diretta.<br />
Ad accogliere le istanze dei tifosi quest&#8217;anno ci ha pensato Action, il movimento di lotta per la casa che ha allestito uno dei suoi spazi per la trasmissione degli incontri. Così chi si trovava e si trova a Roma durante il campionato, è potuto e potrà andare a vedere le partite a via de Lollis, nel quartiere S.Lorenzo, in una delle storiche occupazioni di Action.</p>
<p>Guardare insieme un incontro può aiutare due comunità ad avvicinarsi, a conoscersi, a condividere stesse emozioni, e può anche aiutare a dimenticare per poche ore le difficoltà quotidiane, gli affanni, i problemi. Ma non solo può essere di conforto essere spettatori ma anche scendere in campo e giocare. O almeno così la pensano il gruppo di amici che ha ideato e fondato <a href="http://www.liberinantes.org/">la squadra dilettantistica Liberi Nantes</a>. Nata nel 2007 grazie alla volontà di alcuni ragazzi, la Liberi Nantes oggi garantisce la libertà di accesso allo sport ai rifugiati politici o richiedenti asilo che vivono nella capitale. Come è noto, non è facile, per chi è stato costretto a a lasciare la propria patria, ricostruirsi una vita normale in un altro paese. &#8220;Allenarsi, giocare, fare parte di una squadra sicuramente contribuisce a fali sentire un pò più a casa&#8221; ha detto il presidente della squadra Gianluca Di Girolami. Hanno iniziato senza nessun supporto, nè finanziario nè logistico. Oggi hanno ottenuto un riconoscimento formale dell&#8217;Alto Commissariato delle Nazioni Unite, e una serie di piccoli aiuti finanziari della Regione Lazio e della Provincia di Roma. I giocatori della Liberi Nantes si allenano due volte a settimana nel campi di via dell&#8217;acqua marcia, a Roma. Per il secondo anno consecutivo, Liberi Nantes si è iscritta al campionato di terza categoria della Lega Nazionale Dilettanti del Lazio.<br />
&#8220;Il messaggio principale che deve passare&#8221; spiega Di Girolami &#8220;è che lo sport è un diritto di tutti&#8221;. Ed è per questo che oltre al calcio, a cui partecipano solo uomini, sta per prendere piede un progetto nuovi di Liberi Nantes: una squadra di touch rugby indirizzata principalmente alle ragazze dei centri di accoglienza di Roma.</p>
<p>Dal mondo del calcio migrante però provengono anche brutte notizie.  La tratta sportiva, un fenomeno di cui si era tanto discusso negli anni &#8216;90, purtroppo esiste ancora. E&#8217; legata soprattutto a passaggi nell&#8217;est europeo, dove gruppi di giovani e giovanissimi provenienti soprattutto dall&#8217;America Latina e dall&#8217;Africa affrontano prove sul campo per dimostrare di essere all&#8217;altezza dei più alti livelli calcisitici europei e poi, se considerati all&#8217;altezza, spediti presso le più prestigiose società calcistiche del vecchio continente. Negli anni &#8216;90, proprio con l’intento di frenare il fenomeno della tratta degli sportivi, la Federazione italiana gioco calcio (Figc) ha inserito nel suo regolamento una norma sia per i dilettanti che per i professionisti che oggi però rischia di discriminare i giocatori. &#8220;Secondo la norma&#8221; spiega Carlo Balestri, responsabile delle politiche internazionali dello Uisp, l’unione italiana sport per tutti &#8220;non possono esserci piu di tre gocatori non comunitari in campo per squadra. Se ne possono tesserare fino a cinque, ma solo tre possono giocare. I non comunitari inoltre, per tessarsi, devono essere residenti in Italia&#8221;.</p>
<p>Ospiti della puntata: Justine Wandja, Gianluca Di Girolami, Carlo Balestri<br />
In redazione: Elise Melot</p>
<p>Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati</p>
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		<itunes:summary>Sono giorni cruciali per la Coppa d'Africa 2010, la finale egrave; attesa con trepidazione da milioni di spettatori, che nel continente africano e non solo si accalcano davanti agli schermi per assistere all'incontro. A Roma quest'anno il Comune ha deciso di non finanziare l'istallazione del maxischermo che nelle edizioni passate trasmetteva il campionato dai giardini di piazza Vittorio, facendo sfumare quella che era ormai diventata un'occasione di incontro tra comunitagrave; italiana e africana. In questa puntata di Passpartugrave; parleremo di questa vicenda insieme all'associazione che da quattro edizioni si occupa di organizzare la proiezione pubblica e grtatuita del torneo nella capitale, ma parleremo anche di quei migranti che il calcio non vogliono sono vederlo, ma anche giocarlo. In chiusura come sempre Ritmi, il nostri cinque minuti di musica. Buon ascolto!

La Coppa d'Africa quest'anno egrave; stata trasmessa in diretta anche in Italia da Eurosport. Il fenomeno, che ogni due anni lascia per settimane milioni di spettatori incollati agli schermi, si sta spalmando in tutto il mondo, con la rapiditagrave; del diffondersi delle migrazioni e degli spostamenti delle persone. A Roma da sei anni l'associazione Tam Tam Village si occupa di promuovere la visione delle partite del torneo di calcio africano nelle piazze della capitale. Nelle edizioni passate il Comune stanziava circa settantamila euro per istallare un maxischermo e un tendone da cui era possibile vedere gli incontri gratuitamente, ma quest'anno, nonostante la Tam Tam Village avesse inoltrato la richiesta dodici mesi prima dell'inizio del campionato, il Campidoglio, proprio all'ultimo, ha detto no. "Non c'egrave; statala volontagrave; politica" racconta Justin Wandja "si sono messi davantinbsp; motivi di ordine pubblico, senza tenere in consideraizone che nelle precedenti quattro edizioni non solo non si son mai verificati episodi di violenza, disordini, scontri o risse, ma la manifestazione era anche diventata un momento importante di incontro tra la comunitagrave; africana e la comunitagrave; romana, che ogni anno accorreva sempre piugrave; numerosa per vedere le partite". Alla richiesta di finanziamento trasmessa agli uffici del Comune un anno fa, il Campidoglio ha risposto solo poche settimane prima dell'evento, dopo un lungo perido di silenzio. La risposta non egrave; piaciuta affatto alla Tam Tam Village. Il Comune infatti si dichiarava disposto a finanziare diecimila euro per una proiezone da fare all'interno di Villa Gordiani, un parco alla periferia est della capitale. "I soldi" ha spiegato Wandja "non sarebbero bastati neanche per costruire il tendone". Una delusione insomma, dopo i numerosi risultati ottenuti dalla tifoseria africana in Italia, che grazie ai suoi sforzi egrave; riuscita a far si che quest'anno Eurosport trasmettesse le partite in diretta.
Ad accogliere le istanze dei tifosi quest'anno ci ha pensato Action, il movimento di lotta per la casa che ha allestito uno dei suoi spazi per la trasmissione degli incontri. Cosigrave; chi si trovava e si trova a Roma durante il campionato, egrave; potuto e potragrave; andare a vedere le partite a via de Lollis, nel quartiere S.Lorenzo, in una delle storiche occupazioni di Action.

Guardare insieme un incontro puograve; aiutare due comunitagrave; ad avvicinarsi, a conoscersi, a condividere stesse emozioni, e puograve; anche aiutare a dimenticare per poche ore le difficoltagrave; quotidiane, gli affanni, i problemi. Ma non solo puograve; essere di conforto essere spettatori ma anche scendere in campo e giocare. O almeno cosigrave; la pensano il gruppo di amici che ha ideato e fondato la squadra dilettantistica Liberi Nantes. Nata nel 2007 grazie alla volontagrave; di alcuni ragazzi, la Liberi Nantes oggi garantisce la libertagrave; di accesso allo sport ai rifugiati politici o richiedenti asilo che vivono nella capitale. Come egrave; noto, non egrave; facile, per chi egrave; stato costretto a...</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 16: La rivoluzione in giallo</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2010/01/22/passpartu-16-la-rivoluzione-in-giallo/</link>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 15:29:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno?  E se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo? Queste sono le domande che si sono poste quattro donne che vivono in Italia. Per sapere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno?  E se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo? Queste sono le domande che si sono poste quattro donne che vivono in Italia. Per sapere qual&#8217;è la risposta bisognerà aspettare il primo marzo, il giorno in cui, grazie alla volontà di queste quattro menti, si realizzerà un grande evento: uno sciopero a cui sono invitati a partecipare tutti coloro che credono che il lavoro migrante rappresenti una risorsa unica per il nostro paese e che perciò vada correttamente tutelato.<br />
L&#8217;idea è stata mutuata dalla Francia, che a sua volta si è ispirata al grande movimento lanciato nel 2006 dalla comunità ispanica che vive negli Stati Uniti. In questa puntata di Passpartù capiremo come è nato tutto ciò,cosa succederà durante quel giorno e come ci si sta preparando al grande evento. In chiusura, Ritmi, l&#8217;angolo musicale curato da Elise Melot, buon ascolto!</p>
<p>Una grande manifestazione non violenta che attraverserà tutto il paese per far capire all&#8217;opinione pubblica italiana quanto sia determinante l&#8217;apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società. Un movimento che nasce meticcio e che riunisce al proprio interno italiani, stranieri, seconde generazioni, e chiunque condivida il rifiuto del razzismo e delle discriminazioni verso i più deboli. Una iniziativa a cui si può partecipare astenendosi dal lavoro, ma anche evitando di consumare durante quel giorno, o semplicemente indossando qualcosa di giallo, colore di riferimento di Primo marzo 2010 perché considerato il colore del cambiamento ma anche per la sua neutralità politica.<br />
L&#8217;iniziativa, come abbiamo annunciato in sommario, si collega e si ispira a &#8220;La journée sans immigrés: 24h sans nou&#8221;, il movimento che in Francia sta organizzando uno sciopero degli immigrati sempre per il 1 marzo 2010. Noi abbiamo raggiunto Nadia Lamarkbi, la giornalista francese di origine marocchina che per prima ha pensato a mettere in piedi lo sciopero, le abbiamo chiesto innanzitutto come l&#8217;idea ha iniziato a farsi realtà:&#8221; Durante un incontro del  partito di Sarkozy, l&#8217; Unione per un Movimento Popolare, il ministro Hortefeux ha usato parole razziste contro un militante UMP di origine magrebina. Dopo questa ennesima provocazione, dopo i patetici tentativi che ha fatto per giustificarsi, ho creato un gruppo su Facebook, insieme ad alcune persone che neanche conoscevo. Ci siamo detti “dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo mettere un freno a questa trasformazione della società, sempre più stigmatizzante e discriminante”. E allora perché non lanciare un movimento come quello che c&#8217;era stato negli Stati Uniti nel 2006, A day without immigrant” in cui la comunità ispanica aveva organizzato una giornata di non-partecipazione alla vita economica e un corteo nelle strade di Los Angeles.Ecco come è cominciato&#8221;.</p>
<p>Il messaggio che vogliamo fare arrivare all&#8217;opinione pubblica, ha spiegato Lamarkbi, è semplicemente quello di rendere noto l&#8217;apporto essenziale dell&#8217;immigrazione alla Francia, una nazione che si è costruita con e grazie all&#8217;immigrazione. Le persone immigrate o discendenti dall&#8217;immigrazione sono una forza viva, che lavora, che consuma, che paga le tasse. Membri attivi e importanti dell&#8217;economia. &#8220;Il 10% degli imprenditori è migrante o proviene dall&#8217;immigrazione. Sappiamo che in alcuni settori, nell&#8217;edilizia per esempio, piu del 60% dei lavoratori proviene dall&#8217;immigrazione o è immigrato. Ad esempio, nel settore della costruzione delle automobili, c&#8217;è una forte proporzione di lavoratori migranti o figli di immigrati. E&#8217; anche il caso del settore dei servizi. Quello che bisogna capire, è che non siamo parlando soltanto di operai ma anche di creatori di imprese, persone che lavorano nel settore dei servizi, persone che hanno posti di responsabilità, nelle banche, a tutti i livelli della gerarchia economica e in tutti i settori&#8221;.</p>
<p>E il discorso non è solo ascrivibile alla Francia. In Italia infatti i quattro milioni e mezzo di lavoratori di origine straniera  contribuiscono al 10% del prodotto interno lordo, il 12% delle pensioni è pagato anche dal lavoro migrante, mentre il 15% dell&#8217;economia locale che gira  è dovuta al lavoro migrante. Al 2008 erano 165.114 gli immigrati titolari d’impresa. Uno ogni 33 imprese registrate in Italia.</p>
<p>E&#8217; proprio per portare all&#8217;attenzionde dell&#8217;opinione pubblica l&#8217;esistenza di questa fetta consistente di economia che Francia e Italia hanno deciso di realizzare questo sciopero, il cui tamtam è iniziato in entrambi i casi attraverso internet, e ora si sta diffondando con la creazione di comitati in diverse regioni. La giornata prevede una serie di iniziative che si svolgeranno contemporaneamente in tutto il paese. Come ha spiegato Daima Quintero, sono previste anche diverse forme di partecipazione per chi non può astenersi dal lavoro.</p>
<p>Mentre in Francia già due sindacati hanno aderito, in Italia nessun sindacato sinora si è dichiarato entusiasta davanti a questa iniziativa. Ma perchè? noi ne abbiamo parlato con Moulay El Akkioui, segretario generale settore migranti della Fillea Cgil, &#8220;lo sciopero non può diventare uno strumento di separatismo tra i lavoratori&#8221; dichiara El Akkioui. Ma in realtà l&#8217;invito ad aderire è esteso a tutti, anche agli autoctoni. Le adesioni al primo marzo stanno arrivando numerose, e sembra che parteciperà anche la Spagna con una marcia e la Grecia con uno sciopero dei consumi.</p>
<p>In vista del primo marzo, numerose iniziative e incontri si stanno promuovendo su tutto il territorio nazionale. Il 31 gennaio per esempio a Bologna il Coordinamento migranti ha organizzato una giornata chiamata &#8220;giornata senza permesso&#8221;, a cui sono invitai a partecipare tutte le persone interessate ad approfondire le tematiche relative al lavoro migrante. La mattina del 31 gennaio sono previste attività per le famiglie, un pranzo e poi in serata un dibattito sul pacchetto sicurezza, sul lavoro, sulla clandestinità. L&#8217;appuntamento è a Bologna in via Papini, per informazioni visitare il sito <a href="http://www.coordinamentomigranti.splinder.com/">http://www.coordinamentomigranti.splinder.com/</a>, mentre per chi volesse sapere di più sulla giornata del primo marzo o aprire un comitato vi invitiamo a visitare il blog <a href="http://primomarzo2010.blogspot.com/">http://primomarzo2010.blogspot.com/</a>.</p>
<p>Ospiti della puntata: Nadia Lamarkbi, Daimarely Quintero, Moulay El Akkioui, Baz<br />
In redazione: Elise Melot<br />
Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati</p>
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L'idea egrave; stata mutuata dalla Francia, che a sua volta si egrave; ispirata al grande movimento lanciato nel 2006 dalla comunitagrave; ispanica che vive negli Stati Uniti. In questa puntata di Passpartugrave; capiremo come egrave; nato tutto ciograve;,cosa succederagrave; durante quel giorno e come ci si sta preparando al grande evento. In chiusura, Ritmi, l'angolo musicale curato da Elise Melot, buon ascolto!

Una grande manifestazione non violenta che attraverseragrave; tutto il paese per far capire all'opinione pubblica italiana quanto sia determinante l'apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra societagrave;. Un movimento che nasce meticcio e che riunisce al proprio interno italiani, stranieri, seconde generazioni, e chiunque condivida il rifiuto del razzismo e delle discriminazioni verso i piugrave; deboli. Una iniziativa a cui si puograve; partecipare astenendosi dal lavoro, ma anche evitando di consumare durante quel giorno, o semplicemente indossando qualcosa di giallo, colore di riferimento di Primo marzo 2010 percheacute; considerato il colore del cambiamento ma anche per la sua neutralitagrave; politica.
L'iniziativa, come abbiamo annunciato in sommario, si collega e si ispira a "La journeacute;e sans immigreacute;s: 24h sans nou", il movimento che in Francia sta organizzando uno sciopero degli immigrati sempre per il 1 marzo 2010. Noi abbiamo raggiunto Nadia Lamarkbi, la giornalista francese di origine marocchina che per prima ha pensato a mettere in piedi lo sciopero, le abbiamo chiesto innanzitutto come l'idea ha iniziato a farsi realtagrave;:" Durante un incontro delnbsp; partito di Sarkozy, l' Unione per un Movimento Popolare, il ministro Hortefeux ha usato parole razziste contro un militante UMP di origine magrebina. Dopo questa ennesima provocazione, dopo i patetici tentativi che ha fatto per giustificarsi, ho creato un gruppo su Facebook, insieme ad alcune persone che neanche conoscevo. Ci siamo detti ldquo;dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo mettere un freno a questa trasformazione della societagrave;, sempre piugrave; stigmatizzante e discriminanterdquo;. E allora percheacute; non lanciare un movimento come quello che c'era stato negli Stati Uniti nel 2006, A day without immigrantrdquo; in cui la comunitagrave; ispanica aveva organizzato una giornata di non-partecipazione alla vita economica e un corteo nelle strade di Los Angeles.Ecco come egrave; cominciato".

Il messaggio che vogliamo fare arrivare all'opinione pubblica, ha spiegato Lamarkbi, egrave; semplicemente quello di rendere noto l'apporto essenziale dell'immigrazione alla Francia, una nazione che si egrave; costruita con e grazie all'immigrazione. Le persone immigrate o discendenti dall'immigrazione sono una forza viva, che lavora, che consuma, che paga le tasse. Membri attivi e importanti dell'economia. "Il 10% degli imprenditori egrave; migrante o proviene dall'immigrazione. Sappiamo che in alcuni settori, nell'edilizia per esempio, piu del 60% dei lavoratori proviene dall'immigrazione o egrave; immigrato. Ad esempio, nel settore della costruzione delle automobili, c'egrave; una forte proporzione di lavoratori migranti o figli di immigrati. E' anche il caso del settore dei servizi. Quello che bisogna capire, egrave; che non siamo parlando...</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 15: Da Rosarno a Castelvolturno, una fuga per la vita</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 16:54:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La redazione di Passpartù questa settimana ha viaggiato in Campania, per raccogliere le testimonianze di chi è fuggito dall&#8217;inferno di Rosarno. I lavoratori in fuga da Rosarno che si sono riversati nel casertano ora aspettano di ristabilirsi in questa terra, ma sul territorio non c&#8217;è praticamente lavoro, solo un impressionante degrado. Sono tutti giovani di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La redazione di Passpartù questa settimana ha viaggiato in Campania, per raccogliere le testimonianze di chi è fuggito dall&#8217;inferno di Rosarno. I lavoratori in fuga da Rosarno che si sono riversati nel casertano ora aspettano di ristabilirsi in questa terra, ma sul territorio non c&#8217;è praticamente lavoro, solo un impressionante degrado. Sono tutti giovani di origine africana, che ci hanno raccontato i momenti di terrore che hanno vissuto e che ancora non riescono a dimenticare. In chiusura, Ritmi ci regalerà cinque minuti di musica dall&#8217;Etiopia.</p>
<p>[Immagine diBenjamin Béchet<br />
Odessa / Picture Tank]</p>
<p>Il pranzo che ci servono in un locale della via Domiziana, la lingua di asfalto che taglia in due Castelvolturno, è 100% made in Africa. Le ordinazioni le dobbiamo fare in inglese e la ragazza ci fa capire che non c&#8217;è molta scelta: o carne e riso, o riso e carne. Appese sulle pareti del locale icone di Padre Pio e dipinti a olio del Vesuvio, mentre la televisione trasmette esclusivamente canali in lingua inglese. Castelvolturno, ex meta turistica della Napoli a bene, oggi è una colonia africana. Su ventimila abitanti, dicono alla Caritas, ottomila provengono dal continente nero, ma a guardarsi intorno sembrano molti di più. Di volti bianchi praticamente non se ne vedono, e di italiano se ne sente paralre ben poco. Le persone vivono in ex villette residenziali abbandonate, disseminate qua e là per la costiera, e chi non riesce a trovare nulla può farsi temporaneamente ospitare al Centro Fernades, la struttura di accoglienza della Chiesa diventata ormai punto di riferimento per centinaia di migranti. Al centro in questi giorni sono arrivati anche diverse persone in fuga da Rosarno, come ci ha raccontato Antonio Casale, responsabile della struttura. &#8220;Nulla di straordinario, a Castelvolturno c&#8217;è un flusso continuo di persone in cerca di accoglienza e la popolazione non è preoccupata. Siamo abituati da oltre venti anni a convivere con migliaia di africani&#8221;. Forse gli italiani di Castelvolturno non si sono lasciati intimorire dai fatti di Rosarno, forse non temono un&#8217;altra ribellione, come quella avvenuta nel 2008 dopo la strage di sei ragazzi di origine africana, ma c&#8217;è qualcuno che è spaventato, e molto. Sono le persone che hanno vissuto i giorni di Rosarno, come Stephan, che abbiamo incontrato fuori dal Centro Fernandes, e che dopo qualche titubanza ci ha raccontato quello che ha visto in Calabria. &#8220;Noi sappiamo che hanno sparato a due o cinque persone, con le pistole. Questo è stato fatto dalla gente di Rosarno. Dopo questi fatti abbiamo deciso di organizzare una manifestazione per dire quello che era successo, perchè ogni anno accadono questo tipo di fatti. La nostra manifestazione era per chiedere alle autorità di aiutarci, perchè quella situazione non andava bene, avevamo molta paura. Anche l&#8217;anno scorso gli abitanti avevano sparato a due persone, ma fortunatamente non erano morte. Le forze dell&#8217;ordine non hanno mai fatto niente. Hanno solo dato ai feriti un permesso di soggiorno della durata di tre mesi, che poi non si poteva rinnovare, e poi gli hanno detto di lasciare la città, perchè non era più sicura per loro. Ho lasciato la Calabria perchè la mia vita era in pericolo. Eravamo a casa quando quindici persone ci hanno attaccato con le pistole, perciò abbiamo cominciato a scappare, una corsa per la vita. Quelle persone nel frattempo hanno appiccato il fuoco alla nostra casa&#8221;.<br />
Stephan è per la prima volta a Castelvolturno, ci viene spontaneo chiedergli perchè ha scelto questo posto dimenticato da Dio, invece di provare ad andare più a nord.<br />
&#8220;Ho scelto Castelvolturno perchè qui in un certo modo è più sicuro, non al 100% però&#8230;almeno qui .ci sono persone del mio paese che possono aiutarmi. Spero di trovare un lavoro qui, così non sarò costretto a tornare in Calabria, perchè ora la vita lì è molto rischiosa, lì gli italiani che lavorano con noi girano con la pistola, e se li  facciamo arrabbiare ci sparano. So che due anni fa sei ragazzi sono stati uccisi qui a Castelvolturno, ma questa era l&#8217;unica alternativa. A Rosarno non si può stare adesso, la gente è arrabbiata, in cerca dell&#8217;uomo nero. L&#8217;unica alternativa era venire qui. Non ho scelto di andare in un altro posto dell&#8217;Italia perchè non ho i documenti, e non posso tornare nel mio paese perchè ho dei problemi lì. In più in nord Italia non ho nessun amico o parente&#8221;</p>
<p>Castelvolturno, un territorio senza prospettive, dove non c&#8217;è lavoro, dove i percorsi di integrazione sono inesistenti, sembra l&#8217;unica alternativa. Qui infatti si può sopravvivere quanto meno senza la paura di essere cacciati dal territorio nazionale. I controlli infatti sono praticamente inesistenti e se ci sono è possibile aggirarli corrompendo le forze dell&#8217;ordine, come ci racconta qualche migrante. &#8220;I carabinieri ci chiedono duecento euro per far finta di non sapere della nostro stato di irregolari&#8221; ci dicono. Insomma, meglio qui che  l&#8217;inferno di Rosarno. Un vero inferno, in cui le persone erano costrette a lavorare otto ore al giorno per guadagnare circa venti euro, e dove poi la sera si viveva in condizioni decisamente al di sotto degli standard minimi di sopravvivenza, dormendo sotto tenda in pieno inverno e senza possibilità di farsi una doccia alla fine della giornata lavorativa, come spiegano i medici di Medici senza frontiere che lavoravano negli accampamenti della piana di Gioia Tauro.<br />
I braccianti in fuga da Rosarno che abbiamo incontrato tra Castelvolturno e Caserta parlavano tutti in inglese, anche se si trovano in Italia da anni. Non c&#8217;è nessuna interazione con gli italiani. Gran parte di loro conosce giusto qualche parola necessaria per riuscire a guadagnarsi i soldi per sopravvivere e per ottenere i documenti per non essere sbattuti fuori. E in inglese raccontano la paura che in quei giorni li ha assaliti, e che ancora si portano sulle spalle. Raccontano di come subivano da tempo minacce e violenze fisiche da parte della popolazione calabrese, e di come a un certo punto non ce l&#8217;abbiano fatta più. Davanti all&#8217;Ex-Canapificio di caserta, il mercoledì succcessivo ai fatti di Rosarno c&#8217;erano decine di persone. Ma non è una novità per il noto sportello di migranti. Il lavoro dei volontari dell&#8217;ex-canapofcio è conosciuto e rispettato in tutto il casertano. Accorrono da Napoli, Acerra, Afragola per farsi seguire le pratiche qui. tra le persone in fila incontriamo Francis, un ragazzo di origine ghanese. Francis è arrivato a Caserta da pochi giorni. Anche lui era andato in Calabria per raccogliere le arance. Ci ha raccontato la sua storia: &#8220;Degli amici nostri erano andati in città, per comperare cibo, quando a un tratto sono arrivati degli italiani alla loro sinistra e un italiano a sparato su uno dei nostri, e l&#8217;hanno ferito. A Rosarno ci sono due accampamenti, uno per la gente del Ghana, l’altro per la gente del Burkina Faso. Ci hanno detto che avevano sparato a 4 persone, in città, era gente del Burkina. Ci hanno detto che due di loro erano morti. Ci siamo detti &#8221; se non facciamo qualcosa questo succederà ogni anno&#8221;. Per questo abbiamo fatto una manifestazione, per dire che anche noi siamo esseri umani, non siamo animali. Abbiamo cominciato a manifestare. Il sabato mattina, abbiamo deciso di andare al municipio. Mentre stavamo andando li, qualcuno ha distrutto delle macchine, e a quel punto anche gli italiani hanno cominciato a manifestare. Ci sono stati degli scontri, molta gente è stata ferita, non posso dire quante persone sono state ferite. Qualcuno di noi stava andando a lavorare, e non è più tornato, non rispondeva neanche più al telefono. Nessuno ci ha spiegato cosa è successo, ma la polizia è solamente arrivata e ci ha raggruppati per farci andare via. Dovevamo andare via se no ci ammazzavano. Non volevano più vedere gente nera nelle strade. Non ci è stato neanche permesso di andare in città per prendere i nostri vestiti. Quindi la polizia ci ha messo su dei pullman e ci ha portato via. A me mi hanno portato a Crotone, al campo di Crotone. E ieri sono arrivato qui&#8221;.<br />
A Crotone, ci ha raccontato Francis, la polizia ha dato la possibilità, a quelli che avevano i documenti, di lasciare il centro di accoglienza, mentre chi, come lui, non aveva i documenti, è stato inviato alla questura della città da dove arrivava. Nel suo caso, Caserta. Ora aspetta di avere i documenti, e poi non sa che farà. Il suo vicino di fila, Jon, invece dice che sa bene cosa farà appena avrà i documenti: scapperà dall&#8217;italia. &#8220;E&#8217; inutile rimanere in questo paese che non ci vuole. Vedi quello che è successo in Calabria? Ma perchè dobbiamo stare qui a rischiare la vita? se volevo stare in un posto in cui si rischia la vita rimanevo nel mio paese&#8221;. Ma non sa jon dove scappare. Fuori dall&#8217;italia si, ma chissà dove. Forse in Francia o in Spagna. E non si può dargli torto. Il casertano, quel territorio cioè che molti dei fuggitivi di Rosarno vedono come unica alternativa, è stato solo due anni fa teatro di quella famigerata strage in cui persero la vita sei persone. L&#8217;azione portava la firma del clan del noto camorrista Giuseppe Setola, che proprio in questi giorni è sotto processo.</p>
<p>La puntata è stata realizzata grazie alle testimonianze di Stefan, Francis, Jon, Antonio Casale, Loris De Filippi</p>
<p>In redazione: Elise Melot, Francesco Diasio, Khaldoun</p>
<p>Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati</p>
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		<itunes:summary>La redazione di Passpartugrave; questa settimana ha viaggiato in Campania, per raccogliere le testimonianze di chi egrave; fuggito dall'inferno di Rosarno. I lavoratori in fuga da Rosarno che si sono riversati nel casertano ora aspettano di ristabilirsi in questa terra, ma sul territorio non c'egrave; praticamente lavoro, solo un impressionante degrado. Sono tutti giovani di origine africana, che ci hanno raccontato i momenti di terrore che hanno vissuto e che ancora non riescono a dimenticare. In chiusura, Ritmi ci regaleragrave; cinque minuti di musica dall'Etiopia.

[Immagine diBenjamin Beacute;chet
Odessa / Picture Tank]

Il pranzo che ci servono in un locale della via Domiziana, la lingua di asfalto che taglia in due Castelvolturno, egrave; 100% made in Africa. Le ordinazioni le dobbiamo fare in inglese e la ragazza ci fa capire che non c'egrave; molta scelta: o carne e riso, o riso e carne. Appese sulle pareti del locale icone di Padre Pio e dipinti a olio del Vesuvio, mentre la televisione trasmette esclusivamente canali in lingua inglese. Castelvolturno, ex meta turistica della Napoli a bene, oggi egrave; una colonia africana. Su ventimila abitanti, dicono alla Caritas, ottomila provengono dal continente nero, ma a guardarsi intorno sembrano molti di piugrave;. Di volti bianchi praticamente non se ne vedono, e di italiano se ne sente paralre ben poco. Le persone vivono in ex villette residenziali abbandonate, disseminate qua e lagrave; per la costiera, e chi non riesce a trovare nulla puograve; farsi temporaneamente ospitare al Centro Fernades, la struttura di accoglienza della Chiesa diventata ormai punto di riferimento per centinaia di migranti. Al centro in questi giorni sono arrivati anche diverse persone in fuga da Rosarno, come ci ha raccontato Antonio Casale, responsabile della struttura. "Nulla di straordinario, a Castelvolturno c'egrave; un flusso continuo di persone in cerca di accoglienza e la popolazione non egrave; preoccupata. Siamo abituati da oltre venti anni a convivere con migliaia di africani". Forse gli italiani di Castelvolturno non si sono lasciati intimorire dai fatti di Rosarno, forse non temono un'altra ribellione, come quella avvenuta nel 2008 dopo la strage di sei ragazzi di origine africana, ma c'egrave; qualcuno che egrave; spaventato, e molto. Sono le persone che hanno vissuto i giorni di Rosarno, come Stephan, che abbiamo incontrato fuori dal Centro Fernandes, e che dopo qualche titubanza ci ha raccontato quello che ha visto in Calabria. "Noi sappiamo che hanno sparato a due o cinque persone, con le pistole. Questo egrave; stato fatto dalla gente di Rosarno. Dopo questi fatti abbiamo deciso di organizzare una manifestazione per dire quello che era successo, perchegrave; ogni anno accadono questo tipo di fatti. La nostra manifestazione era per chiedere alle autoritagrave; di aiutarci, perchegrave; quella situazione non andava bene, avevamo molta paura. Anche l'anno scorso gli abitanti avevano sparato a due persone, ma fortunatamente non erano morte. Le forze dell'ordine non hanno mai fatto niente. Hanno solo dato ai feriti un permesso di soggiorno della durata di tre mesi, che poi non si poteva rinnovare, e poi gli hanno detto di lasciare la cittagrave;, perchegrave; non era piugrave; sicura per loro. Ho lasciato la Calabria perchegrave; la mia vita era in pericolo. Eravamo a casa quando quindici persone ci hanno attaccato con le pistole, perciograve; abbiamo cominciato a scappare, una corsa per la vita. Quelle persone nel frattempo hanno appiccato il fuoco alla nostra casa".
Stephan egrave; per la prima volta a Castelvolturno, ci viene spontaneo chiedergli perchegrave; ha scelto questo posto dimenticato da Dio, invece di provare ad andare piugrave; a nord.
"Ho scelto Castelvolturno perchegrave; qui in un certo modo egrave; piugrave; sicuro, non al 100% perograve;...almeno qui .ci sono persone del mio paese che possono aiutarmi. Spero di trovare un lavoro qui, cosigrave; non saro...</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 14: dietro le sbarre</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 14:47:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si chiamavano Cpt e ora si chiamano Cie, centri di identificazione ed espulsione. Come si evince dal nome, le strutture sono veri e propri centri di smistamento per tutti coloro che giungono in Italia senza permesso e senza porre domanda d&#8217;asilo. All&#8217;interno dei Cie le persone attendono il rimpatrio o il rilascio con un ordine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiamavano Cpt e ora si chiamano Cie, centri di identificazione ed espulsione. Come si evince dal nome, le strutture sono veri e propri centri di smistamento per tutti coloro che giungono in Italia senza permesso e senza porre domanda d&#8217;asilo. All&#8217;interno dei Cie le persone attendono il rimpatrio o il rilascio con un ordine di allontanamento. Ma chi c&#8217;è veramente dentro i Cie italiani? Come vive all&#8217;interno queste strutture? E quanto tempo ci trascorre? In questa puntata di Passpartù cercheremo di rispondere a queste domande, faremo anche un excursus di altre privazioni di libertà a cui sono sottoposti gli stranieri che si trovano nel nostro paese. Dal carcere, ai Cie, alle logoranti attese per i permessi di soggiorno che rendono le persone prive di diritti per mesi. In chiusura, come sempre, Ritmi.</p>
<p>Su Youtube è possibile vedere il video di un uomo recluso nel Cie di Gradisca, a Gorizia. Il ragazzo mostra le ferite che riporta dopo un pestaggio da parte delle forze dell&#8217;ordine. Gambe e braccia sono fasciate e un occhio gravemente ferito. Il centro è solo uno dei dodici centri di identificazione ed espulsione presenti sul territorio italiano. Gestiti per lo più dalla Croce Rossa Italiana, ma a volte anche dalla Confraternita delle Misericordie d&#8217;Italia (come nel caso di Modena) o da associazioni e cooperative apposite, questi centri racchiudono per mesi dentro quattro mura persone colpevoli per non avere commesso nessun reato, spesso con trascorsi difficili alle spalle e futuri inesistenti davanti a loro. Non stupisce allora che questi posti diventino teatro di rappresaglie, scontri, scioperi della fame, tragici episodi di suicidi.<br />
Un&#8217;ondata di violente rivolte è scoppiata in diversi Cie italiani dopo la decisione del governo approvata la scorsa estate che ha portato a sei mesi il tempo massimo di detenzione amministrativa, come ci ha raccontato  Hamri, un giovane tunisino in Italia da dieci anni, costretto a trascorrere tre mesi nel centro di Gradisca, da cui è uscito solo due mesi fa.<br />
Nell&#8217;autunno del 2009, proprio nel periodo in cui Hamri si trovava all&#8217;interno del Cie di Gradisca, si sono verificate rivolte in quel centro, come nel Cie di Trapani, come in quelli  di Ponte Galeria a Roma, di via Brunelleschi a Torino, di via Corelli a Milano, ed ancora a Brindisi, Bari e Modena, numerosi anche i tentativi di fuga, gli atti di autolesionismo e persino i suicidi, mentre, come confermano i dati diffusi dal Ministero dell’interno, il numero degli immigrati effettivamente espulsi dall’Italia non è aumentato per niente rispetto al periodo precedente nel quale la permanenza nei cie era limitata a due mesi.</p>
<p>Come Hamri, sono in tanti a trovarsi nei Cie nonostante vivano in Italia da moltissimi anni. Come racconta nel suo blog Gabriele Del Grande, l&#8217;ideatore dell&#8217;osservatorio sulle vittime dell&#8217;emigrazione Fortress Europe, le vittime del giro di vite sulla clandestinità sono soprattutto &#8220;italiani&#8221;, italiani tra virgolette, perchè non hanno la cittadinanza, ma in Italia vivono da quindici, venti o trenta anni. Gente che ha avuto il permesso di soggiorno con le sanatorie del ‘93 e del ‘95, e che il permesso se l’è visto ritirare per scadenza termini.<br />
Poi c&#8217;è chi viene trasferito direttamente dal carcere. A Ponte Galeria ad esempio, il Cie della capitale, oltre un terzo delle persone è un ex detenuto. Gente che, una volta pagato il conto con la giustizia per i reati commessi, deve scontare altri sei mesi all&#8217;interno dei Cie. Nelle carceri italiane il 40% dei dentenuti è di origine straniera, e molti di più nelle case circondariali, quasi l&#8217;80%. Con l&#8217;approvazione del pacchetto sicurezza poi, gli ingressi di persone che hanno commesso il reato di essere presenti nel nostro paese senza i documenti, sono aumentati drasticamente. Tredicimila solo nell&#8217;ultimo anno.</p>
<p>Ci sono i Cie e ci sono le carceri, ma ci sono anche delle prigioni a cielo aperto, grandi come il territorio italiano. Si tratta di quel limbo in cui si ritrovano le persone in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. Gente assolutamente in regola, la cui libertà è limitata dalle lungaggini della burocrazia italiana. Per legge il rinnovo del permesso di soggiorno dovrebbe avvenire entro venti giorni, ma a volte le attese sono così lunghe che, quando arriva, il fatidico pezzo di carta è già scaduto. Da diverse settimane circa trecento manifestanti sono in sciopero della fame, per gridare la loro rabbia di fronte al trattamento incivile che gli riserva la burocrazia italiana.</p>
<p>Ringraziamo gli ospiti di questa puntata: Hamri, Ornella Favero, Gaoussou Ouattarà<br />
Le canzoni che avete ascoltato nei primi venticinque minuti di trasmissione erano dei Presi per caso<br />
In redazione: Elise Melot<br />
Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati</p>
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		<itunes:summary>Si chiamavano Cpt e ora si chiamano Cie, centri di identificazione ed espulsione. Come si evince dal nome, le strutture sono veri e propri centri di smistamento per tutti coloro che giungono in Italia senza permesso e senza porre domanda d'asilo. All'interno dei Cie le persone attendono il rimpatrio o il rilascio con un ordine di allontanamento. Ma chi c'egrave; veramente dentro i Cie italiani? Come vive all'interno queste strutture? E quanto tempo ci trascorre? In questa puntata di Passpartugrave; cercheremo di rispondere a queste domande, faremo anche un excursus di altre privazioni di libertagrave; a cui sono sottoposti gli stranieri che si trovano nel nostro paese. Dal carcere, ai Cie, alle logoranti attese per i permessi di soggiorno che rendono le persone prive di diritti per mesi. In chiusura, come sempre, Ritmi.

Su Youtube egrave; possibile vedere il video di un uomo recluso nel Cie di Gradisca, a Gorizia. Il ragazzo mostra le ferite che riporta dopo un pestaggio da parte delle forze dell'ordine. Gambe e braccia sono fasciate e un occhio gravemente ferito. Il centro egrave; solo uno dei dodici centri di identificazione ed espulsione presenti sul territorio italiano. Gestiti per lo piugrave; dalla Croce Rossa Italiana, ma a volte anche dalla Confraternita delle Misericordie d'Italia (come nel caso di Modena) o da associazioni e cooperative apposite, questi centri racchiudono per mesi dentro quattro mura persone colpevoli per non avere commesso nessun reato, spesso con trascorsi difficili alle spalle e futuri inesistenti davanti a loro. Non stupisce allora che questi posti diventino teatro di rappresaglie, scontri, scioperi della fame, tragici episodi di suicidi.
Un'ondata di violente rivolte egrave; scoppiata in diversi Cie italiani dopo la decisione del governo approvata la scorsa estate che ha portato a sei mesi il tempo massimo di detenzione amministrativa, come ci ha raccontatonbsp; Hamri, un giovane tunisino in Italia da dieci anni, costretto a trascorrere tre mesi nel centro di Gradisca, da cui egrave; uscito solo due mesi fa.
Nell'autunno del 2009, proprio nel periodo in cui Hamri si trovava all'interno del Cie di Gradisca, si sono verificate rivolte in quel centro, come nel Cie di Trapani, come in quellinbsp; di Ponte Galeria a Roma, di via Brunelleschi a Torino, di via Corelli a Milano, ed ancora a Brindisi, Bari e Modena, numerosi anche i tentativi di fuga, gli atti di autolesionismo e persino i suicidi, mentre, come confermano i dati diffusi dal Ministero dellrsquo;interno, il numero degli immigrati effettivamente espulsi dallrsquo;Italia non egrave; aumentato per niente rispetto al periodo precedente nel quale la permanenza nei cie era limitata a due mesi.

Come Hamri, sono in tanti a trovarsi nei Cie nonostante vivano in Italia da moltissimi anni. Come racconta nel suo blog Gabriele Del Grande, l'ideatore dell'osservatorio sulle vittime dell'emigrazione Fortress Europe, le vittime del giro di vite sulla clandestinitagrave; sono soprattutto "italiani", italiani tra virgolette, perchegrave; non hanno la cittadinanza, ma in Italia vivono da quindici, venti o trenta anni. Gente che ha avuto il permesso di soggiorno con le sanatorie del lsquo;93 e del lsquo;95, e che il permesso se lrsquo;egrave; visto ritirare per scadenza termini.
Poi c'egrave; chi viene trasferito direttamente dal carcere. A Ponte Galeria ad esempio, il Cie della capitale, oltre un terzo delle persone egrave; un ex detenuto. Gente che, una volta pagato il conto con la giustizia per i reati commessi, deve scontare altri sei mesi all'interno dei Cie. Nelle carceri italiane il 40% dei dentenuti egrave; di origine straniera, e molti di piugrave; nelle case circondariali, quasi l'80%. Con l'approvazione del pacchetto sicurezza poi, gli ingressi di persone che hanno commesso il reato di essere presenti nel nostro paese senza i documenti, sono aumentati drasticamente. Tredicimila solo nell'ultimo anno.

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