<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
		xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd"
	xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"
>

<channel>
	<title>Amisnet &#187; Passpartù</title>
	<atom:link href="http://amisnet.org/agenzia/archivio/passpartu/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://amisnet.org</link>
	<description>Informazione Sociale Quotidiana</description>
	<lastBuildDate>Tue, 22 May 2012 11:56:34 +0000</lastBuildDate>
	<language>it</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
	<copyright>1998-2008 </copyright>
	<managingEditor>web@amisnet.org (Amisnet)</managingEditor>
	<webMaster>web@amisnet.org (Amisnet)</webMaster>
	<category>News &#38; Politics</category>
	<ttl>1440</ttl>
	<image>
		<url>http://amisnet.org/feedimg/amisnet-144.jpg</url>
		<title>Amisnet</title>
		<link>http://amisnet.org</link>
		<width>144</width>
		<height>144</height>
	</image>
	<itunes:subtitle>Informazione sociale e programmi di approfondimento dalla redazione di AMISnet.</itunes:subtitle>
	<itunes:summary>Amisnet e' un'agenzia radiofonica attiva da oltre 9 anni. La sua principale attivita' consiste nella produzione e la distribuzione di prodotti radiofonici di approfondimento a circa 35 radio italiane. Il podcast e' una selezione quotidiana dei servizi audio distribuiti tramite i siti del network Amisnet.</itunes:summary>
	<itunes:keywords>ambiente, conflitti, cooperazione, diritti, economia, politica, informazione sociale</itunes:keywords>
	<itunes:category text="News &#38; Politics" />
	<itunes:category text="Government &#38; Organizations" />
	<itunes:category text="Society &#38; Culture" />
	<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
	<itunes:owner>
		<itunes:name>Amisnet</itunes:name>
		<itunes:email>web@amisnet.org</itunes:email>
	</itunes:owner>
	<itunes:block>no</itunes:block>
	<itunes:explicit>no</itunes:explicit>
	<itunes:image href="http://amisnet.org/feedimg/amisnet-300.jpg" />
		<item>
		<title>Passpartù 30: Alternative in cantiere</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/05/17/passpartu-30-alternative-in-cantiere/</link>
		<comments>http://amisnet.org/agenzia/2012/05/17/passpartu-30-alternative-in-cantiere/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 May 2012 09:56:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://amisnet.org/?p=15024</guid>
		<description><![CDATA[In questa puntata di Passpartù parliamo di scenari futuri e alternative possibili. In quest&#8217;epoca di crisi economica, politica, e soprattutto culturale cerchiamo di capire quali sono le vie possibili per includere e valorizzare le persone migranti che vivono in Italia. La multiculturalità, ricchezza importante per il nostro paese, troppo spesso è considerata un problema, così, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/05/pesci.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-15029" src="http://amisnet.org/files/2012/05/pesci-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>In questa puntata di Passpartù parliamo di scenari futuri e alternative possibili. In quest&#8217;epoca di crisi economica, politica, e soprattutto culturale cerchiamo di capire quali sono le vie possibili per includere e valorizzare le persone migranti che vivono in Italia. La multiculturalità, ricchezza importante per il nostro paese, troppo spesso è considerata un problema, così, invece di essere preservarta e incentivata, viene scoraggiata, attraverso politiche e leggi repressive e discriminatorie. Parleremo di nuove possibili politiche di accoglienza, di diritti sul lavoro e del diritto ad abitare.</p>
<p>Nel 2010 sono stati spesi quattordicimila euro pro capite per finanziare i Cie, i centri di identificazione ed espulsione presenti sul nostro territorio che detengono i migranti senza documenti in regola. Una cifra che supera di gran lunga quella stanziata per le politiche di integrazione, stimata sui duemila euro pro capite. Questi dati sono stati resi pubblici il 10 maggio a Bologna, nel quadro del Transeuropa Festival, durante un incontro dal titolo &#8220;Quali alternative ai Cie? Prospettive e proposte&#8221;. Al tavolo dei relatori, giuristi, esperti, giornalisti e attivisti si sono confrontati per capire come fare a chiudere questi centri e fare sì che sempre meno persone si trovino a vivere nel nostro Paese senza documenti. Tra le proposte condivise, attivare uno o più class action contro il Ministero dell&#8217;Interno per le violazioni dei diritti umani che avvengono all&#8217;interno dei Cie, rivedere la legge sull&#8217;immigrazione, dirottare il denaro speso per la repressione verso politiche di inclusione, garantire una presenza costante di avvocati che possano rafforzare i diritti delle persone nei Cie.</p>
<p>Cambiare il sistema si può e si deve. Non solo riformando quel meccanismo di controllo dei flussi migratori che fino ad oggi si è rivelato fallimentare, ma anche ricostruendo un sistema economico e di produzione che costringe sempre più persone a lavorare senza diritti e a condizioni disumane. Le prime vittime di questo sistema sono i migranti, a causa della loro fragilità e della loro posizione di ricattabilità, frutto del legame tra permesso di soggiorno e posto di lavoro. Uno dei comparti economici dove le violazioni dei diritti sul lavoro sono più evidenti sicuramente è quello agricolo. Come è ben noto, la grande produzione e le politica agricola europea hanno messo in ginocchio le piccole aziende e indotto gli imprenditori ad assumere manovalanza a basso costo. Negli ultimi anni la situazione di paraschiavitù a cui molti braccianti sono sottoposti è stata denunciata più volte dai lavoratori dei campi, e queste lotte hanno sempre visto i migranti in prima fila, da Rosarno, al casertano, a Nardò, dove lo scorso anno migliaia di raccoglitori delle campagne incrociarono le braccia per chiedere maggiori diritti.<br />
In questi giorni in Puglia avrà luogo un&#8217;iniziativa, promossa dalla <a href="http://genuinoclandestino.noblogs.org/">campagna Genuino Clandestino</a>, che prevede una serie di dibatti, laboratori e scambi mirati a confrontarsi su nuove alternative possibili, partendo da un concetto molto antico ma mai come oggi così attuale: l&#8217;autoproduzione. Tra gli incontri in programma, il 24 maggio è previsto un dibattito al Socrate occupato di Bari dal titolo &#8220;Agricoltura e migranti nel meridione: l&#8217;autorganizzazione dal basso&#8221;. Nel corso della giornata si parlerà di lotte auto-organizzate e di scenari possibili per un&#8217;agricoltura diversa, basata sull&#8217;autoproduzione e sul contatto diretto tra produttore e consumatore.</p>
<p>Concludiamo questo sguardo sulle alternative possibili affrontando una questione da anni in sospeso: l&#8217;inclusione nel tessuto sociale italiano delle comunità rom e sinti. Dopo anni di politiche fallimentari, nel 2008 il nostro governo aveva decretato una &#8220;emergenza nomadi&#8221;, che attribuiva poteri straordinari ai prefetti di cinque regioni italiane in riferimento ai rom e ai loro insediamenti. Il provvedimento è stato giudicato illegittimo dal Consiglio di Stato alla fine del 2011, ma un ricorso presentato nel febbraio 2012 dal nostro governo contro questa decisione potrebbe sospendere la sentenza e perpetuare l&#8217;emergenza, un&#8217;ipotesi che sta cercando di scongiurare una rete di associazioni nazionali e internazionali, che in questi giorni ha lanciato un appello affinchè l&#8217;emergenza nomadi finisca davvero. &#8220;In tre anni e mezzo, da maggio del 2008 alla fine del 2011, lo stato d&#8217;emergenza non ha avuto nessun effetto positivo concreto &#8211; commenta Costanza Hermanin, dell&#8217;Open society justice initiative (Osi), tra i firmatari dell&#8217;appello &#8211; abbiamo assistito solo a sgomberi e censimenti sommari, ma non è stato fatto nessun investimento reale per l&#8217;integrazione di rom e sinti&#8221;. &#8220;Noi crediamo che ci sia la necessità e l&#8217;urgenza di un provvedimento ad hoc tramite legislazione ordinaria che attribuisca risorse per un migliore trattamento delle comunità rom e sinti in Italia, attraverso misure volte a una reale integrazione&#8221;.</p>
<p>Ospiti della puntata: Cecile Kyenge, Valentina del collettivo Socrate Occupato, Costanza Hermanin</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://amisnet.org/agenzia/2012/05/17/passpartu-30-alternative-in-cantiere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://amisnet.org/podpress_trac/feed/15024/0/pp30.mp3" length="1" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:00:01</itunes:duration>
		<itunes:subtitle>In questa puntata di Passpartù parliamo di scenari futuri e alternative possibili. In quest&#8217;epoca di crisi economica, politica, e soprattutto culturale cerchiamo di capire quali sono le vie possibili per includere e valorizzare le persone migr[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>In questa puntata di Passpartù parliamo di scenari futuri e alternative possibili. In quest&#8217;epoca di crisi economica, politica, e soprattutto culturale cerchiamo di capire quali sono le vie possibili per includere e valorizzare le persone migranti che vivono in Italia. La multiculturalità, ricchezza importante per il nostro paese, troppo spesso è considerata un problema, così, invece di essere preservarta e incentivata, viene scoraggiata, attraverso politiche e leggi repressive e discriminatorie. Parleremo di nuove possibili politiche di accoglienza, di diritti sul lavoro e del diritto ad abitare.
Nel 2010 sono stati spesi quattordicimila euro pro capite per finanziare i Cie, i centri di identificazione ed espulsione presenti sul nostro territorio che detengono i migranti senza documenti in regola. Una cifra che supera di gran lunga quella stanziata per le politiche di integrazione, stimata sui duemila euro pro capite. Questi dati sono stati resi pubblici il 10 maggio a Bologna, nel quadro del Transeuropa Festival, durante un incontro dal titolo &#8220;Quali alternative ai Cie? Prospettive e proposte&#8221;. Al tavolo dei relatori, giuristi, esperti, giornalisti e attivisti si sono confrontati per capire come fare a chiudere questi centri e fare sì che sempre meno persone si trovino a vivere nel nostro Paese senza documenti. Tra le proposte condivise, attivare uno o più class action contro il Ministero dell&#8217;Interno per le violazioni dei diritti umani che avvengono all&#8217;interno dei Cie, rivedere la legge sull&#8217;immigrazione, dirottare il denaro speso per la repressione verso politiche di inclusione, garantire una presenza costante di avvocati che possano rafforzare i diritti delle persone nei Cie.
Cambiare il sistema si può e si deve. Non solo riformando quel meccanismo di controllo dei flussi migratori che fino ad oggi si è rivelato fallimentare, ma anche ricostruendo un sistema economico e di produzione che costringe sempre più persone a lavorare senza diritti e a condizioni disumane. Le prime vittime di questo sistema sono i migranti, a causa della loro fragilità e della loro posizione di ricattabilità, frutto del legame tra permesso di soggiorno e posto di lavoro. Uno dei comparti economici dove le violazioni dei diritti sul lavoro sono più evidenti sicuramente è quello agricolo. Come è ben noto, la grande produzione e le politica agricola europea hanno messo in ginocchio le piccole aziende e indotto gli imprenditori ad assumere manovalanza a basso costo. Negli ultimi anni la situazione di paraschiavitù a cui molti braccianti sono sottoposti è stata denunciata più volte dai lavoratori dei campi, e queste lotte hanno sempre visto i migranti in prima fila, da Rosarno, al casertano, a Nardò, dove lo scorso anno migliaia di raccoglitori delle campagne incrociarono le braccia per chiedere maggiori diritti.
In questi giorni in Puglia avrà luogo un&#8217;iniziativa, promossa dalla campagna Genuino Clandestino, che prevede una serie di dibatti, laboratori e scambi mirati a confrontarsi su nuove alternative possibili, partendo da un concetto molto antico ma mai come oggi così attuale: l&#8217;autoproduzione. Tra gli incontri in programma, il 24 maggio è previsto un dibattito al Socrate occupato di Bari dal titolo &#8220;Agricoltura e migranti nel meridione: l&#8217;autorganizzazione dal basso&#8221;. Nel corso della giornata si parlerà di lotte auto-organizzate e di scenari possibili per un&#8217;agricoltura diversa, basata sull&#8217;autoproduzione e sul contatto diretto tra produttore e consumatore.
Concludiamo questo sguardo sulle alternative possibili affrontando una questione da anni in sospeso: l&#8217;inclusione nel tessuto sociale italiano delle comunità rom e sinti. Dopo anni di politiche fallimentari, nel 2008 il nostro governo aveva decretato una &#8220;emergenza nomadi&#8221;, che attribuiva poteri straordinari ai prefetti di cinque regioni italiane in riferimento ai rom e ai loro insediamenti. [...]</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Passpartù</itunes:keywords>
		<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
		<itunes:explicit>no</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Passpartù 29: Cattive acque</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/05/10/passpartu-29-cattive-acque/</link>
		<comments>http://amisnet.org/agenzia/2012/05/10/passpartu-29-cattive-acque/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 10 May 2012 07:54:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://amisnet.org/?p=14955</guid>
		<description><![CDATA[In questa puntata di Passpartù torniamo a navigare tra le onde del Mediterraneo. Dall&#8217;Adriatico, dove ragazzi giovanissimi continuano a perdere la vita nel tentativo di raggiungere i nostri porti, al canale di Sicilia, ancora una volta teatro di violazione dei diritti umani. In chiusura presenteremo un progetto che si propone di pattugliare questo mare, una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/05/ionan.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-14961" src="http://amisnet.org/files/2012/05/ionan-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>In questa puntata di Passpartù torniamo a navigare tra le onde del Mediterraneo. Dall&#8217;Adriatico, dove ragazzi giovanissimi continuano a perdere la vita nel tentativo di raggiungere i nostri porti, al canale di Sicilia, ancora una volta teatro di violazione dei diritti umani. In chiusura presenteremo un progetto che si propone di pattugliare questo mare, una flottiglia della solidarietà che salperà a luglio da Livorno e navigherà lungo le rotte dei migranti.</p>
<p>Il 3 maggio scorso un presidio di fronte al porto di Venezia è tornato a denunciare quello che accade ormai da anni in quel porto.  Quotidianamente decine di ragazzi nascosti nei traghetti in arrivo dalla Grecia vengono respinti indietro e troppo spesso alcuni di loro perdono la vita nel tentativo di aggirare i controlli di frontiera.  Le realtà presenti alla manifestazione, tra cui la rete Tuttidirittiumanipertutti, il centro sociale Rivolta e la rete Welcome, hanno denunciato l&#8217;illegalità di questi respingimenti, ribadendo la necessità di mettere fine a quella che ormai è diventata una prassi. Il presidio è avvenuto pochi giorni dopo la morte du un ragazzo afgano, Alì, di sedici anni, deceduto per soffocamento in un tir all&#8217;interno di un traghetto che dalla Grecia viaggiava verso l&#8217;Italia, l&#8217;ultimo di una lunga seire di vittime. Com&#8217;è possibile morire in questo modo? &#8220;Muoiono perchè esistono ancora i respingimenti, perchè prevale la fretta di rimandare inidietro le persone rispetto invece al principio di tutelare i loro diritti&#8221; ha detto Alessandra Sciurba, dell&#8217;Osservatorio veneziano contro le discriminazioni razziali.<br />
Una rete di associazioni veneziane ha deciso di percorrere a ritroso il viaggio delle persone respinte per riuscire a dare loro la possibilità di difendere i propri diritti. Per questa ragione, Nel 2009 e nel 2010, una delegazione si è recata a Patrasso, dove ha raccolto le  storie dei migranti respinti. Questo lavoro è confluito in 35 ricorsi che hanno raggiunto la Corte Europea per i diritti umani, elaborati e firmati dagli avvocati Alessandra Ballerini e Luca Mandro. Palrallelamente l&#8221;Osservatorio veneziano contro le discriminazioni razziali ha realizzato uno studio, i cui risultati sono stati resi pubblici in questi giorni. Un dato tra tutti: tra dicembre e gennaio del 2010 sono stati intercettati 715 migranti, di questi 627 sono stati respinti, di questo solo 252 hanno avuto la possibilità di fare un colloquio con gli operatori del Cir presenti nel porto.</p>
<p>Dall&#8217;Adriatico passiamo al Canale di Sicilia. Torniamo a parlare della barca partita da Tripoli nella notte tra il 26 e il 27 marzo 2011, l’imbarcazione aveva iniziato ad avere problemi poco tempo dopo la sua partenza e i passeggeri aveva chiesto soccorso, una nave non ancora identificata si era avvicinata e gli aveva dato acqua e biscotti, poi non si fece più niente per loro. Dei settantadue passeggeri che erano a bordo dello scafo, sessantatre morirono, tra cui due bambini. L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha avviato un’indagine, i cui primi risultati sono stati resi pubblici il 29 marzo scorso, e Il 24 aprile scorso ha approvato una risoluzione mirata a fare si che i paesi europei si facciano responsabili delle morti di migranti che accadono ogni giorno nel Mediterraneo. Noi ne abbiamo parlato con don Mussie Zerai, dell&#8217;<a href="http://habeshia.blogspot.it/">agenzia Habeshia</a>, la prima persona ad avere ricevuto una telefonata dei passeggeri di quella barca. &#8220;Le indagini continueranno&#8221; spiega Zerai &#8220;e gli Stati devono collaborare dandoci tutte le informazioni necessarie, perchè questa vicenda è solo una punta dell&#8217;iceberg. Di questa storia infatti siamo a conoscenza perchè ci sono stati dei superstiti, ma quanti altri naufragi sono avvenuti con le stesse dinamiche di cui oggi non sappiamo nulla?&#8221;.<br />
Intanto continuano i viaggi dalle coste nordafricane verso l&#8217;Italia e continuano i rimpatri collettivi. Il 3 maggio  scorso un gruppo di egiziani sbarcati nei pressi di Mazara del Vallo sono stati trattenuti per 24 ore e poi rimpatriati con un volo partito alle 5 del mattino da Palermo.<br />
&#8220;Anche di fronte a numeri bassi di migranti in arrivo come quelli di quest&#8217;anno&#8221; spiega ai nostri microfoni Fulvio Vassallo Paleologo, dell&#8217;Asgi &#8220;l&#8217;Italia non riesce ad attivare un sistema d&#8217;accoglienza funzionante e continua a rimpatriare le persone senza prima attuare le identificaziioni necessarie, in barba alle convenzioni internazionali&#8221;.</p>
<p>In questa puntata di Passpartù parliamo anche di &#8220;<a href="http://www.boats4people.org/index.php/it/">Boats 4 people</a>&#8220;, un progetto ideato da un cappello di organizzazioni internazionali che si propone di realizzare un &#8220;osservatorio galleggiante&#8221;, una flottiglia di solidarietà che salperà dalle coste italiane i primi di luglio e he per tre settimane pattuglierà le coste del Mediterraneo.</p>
<p>Ospiti della puntata: Alessandra Sciurba, Fulvio Vassallo Paleologo, Mussiè Zerai, Nestor Fabbri</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://amisnet.org/agenzia/2012/05/10/passpartu-29-cattive-acque/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://amisnet.org/podpress_trac/feed/14955/0/pp29.mp3" length="1" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:00:01</itunes:duration>
		<itunes:subtitle>In questa puntata di Passpartù torniamo a navigare tra le onde del Mediterraneo. Dall&#8217;Adriatico, dove ragazzi giovanissimi continuano a perdere la vita nel tentativo di raggiungere i nostri porti, al canale di Sicilia, ancora una volta teatro [...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>In questa puntata di Passpartù torniamo a navigare tra le onde del Mediterraneo. Dall&#8217;Adriatico, dove ragazzi giovanissimi continuano a perdere la vita nel tentativo di raggiungere i nostri porti, al canale di Sicilia, ancora una volta teatro di violazione dei diritti umani. In chiusura presenteremo un progetto che si propone di pattugliare questo mare, una flottiglia della solidarietà che salperà a luglio da Livorno e navigherà lungo le rotte dei migranti.
Il 3 maggio scorso un presidio di fronte al porto di Venezia è tornato a denunciare quello che accade ormai da anni in quel porto.  Quotidianamente decine di ragazzi nascosti nei traghetti in arrivo dalla Grecia vengono respinti indietro e troppo spesso alcuni di loro perdono la vita nel tentativo di aggirare i controlli di frontiera.  Le realtà presenti alla manifestazione, tra cui la rete Tuttidirittiumanipertutti, il centro sociale Rivolta e la rete Welcome, hanno denunciato l&#8217;illegalità di questi respingimenti, ribadendo la necessità di mettere fine a quella che ormai è diventata una prassi. Il presidio è avvenuto pochi giorni dopo la morte du un ragazzo afgano, Alì, di sedici anni, deceduto per soffocamento in un tir all&#8217;interno di un traghetto che dalla Grecia viaggiava verso l&#8217;Italia, l&#8217;ultimo di una lunga seire di vittime. Com&#8217;è possibile morire in questo modo? &#8220;Muoiono perchè esistono ancora i respingimenti, perchè prevale la fretta di rimandare inidietro le persone rispetto invece al principio di tutelare i loro diritti&#8221; ha detto Alessandra Sciurba, dell&#8217;Osservatorio veneziano contro le discriminazioni razziali.
Una rete di associazioni veneziane ha deciso di percorrere a ritroso il viaggio delle persone respinte per riuscire a dare loro la possibilità di difendere i propri diritti. Per questa ragione, Nel 2009 e nel 2010, una delegazione si è recata a Patrasso, dove ha raccolto le  storie dei migranti respinti. Questo lavoro è confluito in 35 ricorsi che hanno raggiunto la Corte Europea per i diritti umani, elaborati e firmati dagli avvocati Alessandra Ballerini e Luca Mandro. Palrallelamente l&#8221;Osservatorio veneziano contro le discriminazioni razziali ha realizzato uno studio, i cui risultati sono stati resi pubblici in questi giorni. Un dato tra tutti: tra dicembre e gennaio del 2010 sono stati intercettati 715 migranti, di questi 627 sono stati respinti, di questo solo 252 hanno avuto la possibilità di fare un colloquio con gli operatori del Cir presenti nel porto.
Dall&#8217;Adriatico passiamo al Canale di Sicilia. Torniamo a parlare della barca partita da Tripoli nella notte tra il 26 e il 27 marzo 2011, l’imbarcazione aveva iniziato ad avere problemi poco tempo dopo la sua partenza e i passeggeri aveva chiesto soccorso, una nave non ancora identificata si era avvicinata e gli aveva dato acqua e biscotti, poi non si fece più niente per loro. Dei settantadue passeggeri che erano a bordo dello scafo, sessantatre morirono, tra cui due bambini. L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha avviato un’indagine, i cui primi risultati sono stati resi pubblici il 29 marzo scorso, e Il 24 aprile scorso ha approvato una risoluzione mirata a fare si che i paesi europei si facciano responsabili delle morti di migranti che accadono ogni giorno nel Mediterraneo. Noi ne abbiamo parlato con don Mussie Zerai, dell&#8217;agenzia Habeshia, la prima persona ad avere ricevuto una telefonata dei passeggeri di quella barca. &#8220;Le indagini continueranno&#8221; spiega Zerai &#8220;e gli Stati devono collaborare dandoci tutte le informazioni necessarie, perchè questa vicenda è solo una punta dell&#8217;iceberg. Di questa storia infatti siamo a conoscenza perchè ci sono stati dei superstiti, ma quanti altri naufragi sono avvenuti con le stesse dinamiche di cui oggi non sappiamo nulla?&#8221;.
Intanto continuano i viaggi dalle coste nordafricane verso l&#8217;Italia e continuano i rimpatri collettivi. Il 3 maggio [...]</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Passpartù</itunes:keywords>
		<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
		<itunes:explicit>no</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Passpartù 28: Ruspe bipartisan</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/05/03/passpartu-28-ruspe-bipartisan/</link>
		<comments>http://amisnet.org/agenzia/2012/05/03/passpartu-28-ruspe-bipartisan/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 03 May 2012 12:48:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://amisnet.org/?p=14901</guid>
		<description><![CDATA[   Questa settimana a Passpartù facciamo un giro nei campi per rom, sinti e camminanti d&#8217;Italia. La nostra redazione è consapevole del fatto che questa fetta di popolazione non è ascrivibile alla cosiddetta categoria dei migranti, vivendo nel nostro Paese da tantissimi anni, a volte anche da secoli, ma ha comunque deciso di parlare di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/05/ruspe.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-14906" src="http://amisnet.org/files/2012/05/ruspe-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>   Questa settimana a Passpartù facciamo un giro nei campi per rom, sinti e camminanti d&#8217;Italia. La nostra redazione è consapevole del fatto che questa fetta di popolazione non è ascrivibile alla cosiddetta categoria dei migranti, vivendo nel nostro Paese da tantissimi anni, a volte anche da secoli, ma ha comunque deciso di parlare di questo popolo, perchè ancora troppo discriminato e segregato. Inizieremo il nostro giro da Roma, dove è stato presententato un ricorso al Tribunale per evitare che sia aperto un nuovo campo; andremo poi nei comuni amministrati dalla sinistra, dove gli sgomberi continuano ad essere attuati.</p>
<p>Dieci milioni di euro per la costruzione di un &#8220;villaggio attrezzato&#8221; per 650 rom e sinti, con una spesa di mantenimento stimata sui  tre milioni l&#8217;anno. Così costa al Comune di Roma il campo della Barbuta, nel decimo municipio della capitale. Il campo, che dovrebbe presto aprire i battenti, sorge su una necropoli romana e all&#8217;interno del cono di volo dell&#8217;aeroporto di Ciampino, dove l&#8217;inquinamento acustico e ambientale è fortissimo. L&#8217;associazione &#8220;21 Luglio&#8221;, con L&#8217;Asgi, sta portando avanti un&#8217;azione legale contro il Comune di Roma, sostenendo l&#8217;illeggitimità del campo, non solo per le condizioni amibentali inadeguate ad ospitare persone, ma anche e soprattutto per il profilo discriminatorio di questo progetto, che trasferisce e aggrega un gruppo di persone in base alla sua origine etnica.<br />
Costruito in deroga alle legge esistenti in nome dell&#8221;emergenza nomadi&#8221;, il campo della Barbuta fa parte di quel Piano Nomadi che il comune capitolino aveva presentato nel 2009 e che prevedeva la costruzione di tredici villaggi autorizzati in sostituzione degli oltre cento insediamenti abusvi presenti nella capitale. Oggi che la cosiddetta emergenza è finita, si continua a costruire e ad agire in deroga ai regolamenti vigenti, una prassi molto in voga in Italia, come ci ha spiegato ai nostri microfoni Alberto Puliafito. <a href="http://amisnet.org/agenzia/2012/05/02/italia-stato-di-emergenza/">Puliafito è autore del documentario &#8220;Comando e controllo&#8221;</a>, un racconto della gestione del potere in Italia attraverso le emergenze. La sua indagine ricostruisce le trasformazioni avvenute negli ultimi anni nel dipartimento nazionale della protezione civile e il modo in cui è stata gestito il post terremoto a L&#8217;aquila, ma la storia di &#8220;Comando e controllo&#8221; non riguarda solo L&#8217;aquila, il capoluogo abruzzese infatti diventa il paradigma di un modo di gestire il potere che non prende in considerazione le volontà delle comunità locali.</p>
<p>Questo è quanto accade sul territorio romano, governato da una giunta di destra che ha portato avanti una campagna elettorale i cui punti forti erano il tema della sicurezza nella città e l&#8217;allontanamento di rom e sinti dalla città. Ma cosa accade in altre realtà? Dario Paladini, giornalista di Terre di mezzo, è autore di una recentissima inchiesta sulla vita dei rom in quattro Comuni di centro-sinistra: Napoli, Firenze e Torino, Milano. L&#8217;indagine parte da una domanda: come sono cambiate le cose in quei comuni dove a governare oggi c&#8217;è una giunta di sinistra? Per i rom non c&#8217;è stato nessun miglioramento, gli sgomberi continuano ad essere attuati e i progetti di inserimento sociali sono bloccati. A Milano, nel giro di un anno, sotto l&#8217;amministrazione Pisapia, ci sono stati più di venti sgomberi. &#8220;Quello che cambia è il linguaggio&#8221; spiega Paladini &#8220;si parla di allontanamenti invece di sgomberi, ma nella sostanza non è cambiato nulla&#8221;.<br />
Della situazione milanese parla anche Fabrizio Casavola, curatore del blog sivola.net , all&#8217;interno del suo libro <a href="http://www.sivola.net/vicini_distanti.htm">&#8220;Vicini distanti. Cronache di via Idro&#8221;</a>, edito dalla Ligera Edizioni. Nel libro Casavola raccoglie diverse storie che girano attorno al campo di via Idro, uno stanziamento esistente da quasi cinquanta anni in questa periferia di Milano. Dal libro emerge che il campo, anche se autorizzato, non è la miglior soluzione. Ci permettiamo di agigungere che  è necessario trovare altre poltiche possibili, e non solo per le persone di origine rom, ma anche per quei settantamila italiani che secondo l&#8217;ultimo censimento Istat vivono in roulotte, tende, baracche e accampamenti, una cifra che è tre volte  più alta rispetto a quella del 2001.</p>
<p>Ospiti della puntata: Carlo Stasolla, Alberto Puliafito, Dario Paladini, Fabrizio Casavola</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://amisnet.org/agenzia/2012/05/03/passpartu-28-ruspe-bipartisan/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
			<enclosure url="http://amisnet.org/podpress_trac/feed/14901/0/pp28.mp3" length="1" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:00:01</itunes:duration>
		<itunes:subtitle>   Questa settimana a Passpartù facciamo un giro nei campi per rom, sinti e camminanti d&#8217;Italia. La nostra redazione è consapevole del fatto che questa fetta di popolazione non è ascrivibile alla cosiddetta categoria dei migranti, vivendo nel [...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>   Questa settimana a Passpartù facciamo un giro nei campi per rom, sinti e camminanti d&#8217;Italia. La nostra redazione è consapevole del fatto che questa fetta di popolazione non è ascrivibile alla cosiddetta categoria dei migranti, vivendo nel nostro Paese da tantissimi anni, a volte anche da secoli, ma ha comunque deciso di parlare di questo popolo, perchè ancora troppo discriminato e segregato. Inizieremo il nostro giro da Roma, dove è stato presententato un ricorso al Tribunale per evitare che sia aperto un nuovo campo; andremo poi nei comuni amministrati dalla sinistra, dove gli sgomberi continuano ad essere attuati.
Dieci milioni di euro per la costruzione di un &#8220;villaggio attrezzato&#8221; per 650 rom e sinti, con una spesa di mantenimento stimata sui  tre milioni l&#8217;anno. Così costa al Comune di Roma il campo della Barbuta, nel decimo municipio della capitale. Il campo, che dovrebbe presto aprire i battenti, sorge su una necropoli romana e all&#8217;interno del cono di volo dell&#8217;aeroporto di Ciampino, dove l&#8217;inquinamento acustico e ambientale è fortissimo. L&#8217;associazione &#8220;21 Luglio&#8221;, con L&#8217;Asgi, sta portando avanti un&#8217;azione legale contro il Comune di Roma, sostenendo l&#8217;illeggitimità del campo, non solo per le condizioni amibentali inadeguate ad ospitare persone, ma anche e soprattutto per il profilo discriminatorio di questo progetto, che trasferisce e aggrega un gruppo di persone in base alla sua origine etnica.
Costruito in deroga alle legge esistenti in nome dell&#8221;emergenza nomadi&#8221;, il campo della Barbuta fa parte di quel Piano Nomadi che il comune capitolino aveva presentato nel 2009 e che prevedeva la costruzione di tredici villaggi autorizzati in sostituzione degli oltre cento insediamenti abusvi presenti nella capitale. Oggi che la cosiddetta emergenza è finita, si continua a costruire e ad agire in deroga ai regolamenti vigenti, una prassi molto in voga in Italia, come ci ha spiegato ai nostri microfoni Alberto Puliafito. Puliafito è autore del documentario &#8220;Comando e controllo&#8221;, un racconto della gestione del potere in Italia attraverso le emergenze. La sua indagine ricostruisce le trasformazioni avvenute negli ultimi anni nel dipartimento nazionale della protezione civile e il modo in cui è stata gestito il post terremoto a L&#8217;aquila, ma la storia di &#8220;Comando e controllo&#8221; non riguarda solo L&#8217;aquila, il capoluogo abruzzese infatti diventa il paradigma di un modo di gestire il potere che non prende in considerazione le volontà delle comunità locali.
Questo è quanto accade sul territorio romano, governato da una giunta di destra che ha portato avanti una campagna elettorale i cui punti forti erano il tema della sicurezza nella città e l&#8217;allontanamento di rom e sinti dalla città. Ma cosa accade in altre realtà? Dario Paladini, giornalista di Terre di mezzo, è autore di una recentissima inchiesta sulla vita dei rom in quattro Comuni di centro-sinistra: Napoli, Firenze e Torino, Milano. L&#8217;indagine parte da una domanda: come sono cambiate le cose in quei comuni dove a governare oggi c&#8217;è una giunta di sinistra? Per i rom non c&#8217;è stato nessun miglioramento, gli sgomberi continuano ad essere attuati e i progetti di inserimento sociali sono bloccati. A Milano, nel giro di un anno, sotto l&#8217;amministrazione Pisapia, ci sono stati più di venti sgomberi. &#8220;Quello che cambia è il linguaggio&#8221; spiega Paladini &#8220;si parla di allontanamenti invece di sgomberi, ma nella sostanza non è cambiato nulla&#8221;.
Della situazione milanese parla anche Fabrizio Casavola, curatore del blog sivola.net , all&#8217;interno del suo libro &#8220;Vicini distanti. Cronache di via Idro&#8221;, edito dalla Ligera Edizioni. Nel libro Casavola raccoglie diverse storie che girano attorno al campo di via Idro, uno stanziamento esistente da quasi cinquanta anni in questa periferia di Milano. Dal [...]</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Passpartù</itunes:keywords>
		<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
		<itunes:explicit>no</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Passpartù 27: Dentro ai Cie</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/04/26/passpartu-27-dentro-ai-cie/</link>
		<comments>http://amisnet.org/agenzia/2012/04/26/passpartu-27-dentro-ai-cie/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 13:15:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://amisnet.org/?p=14834</guid>
		<description><![CDATA[Questa settimana a Passpartù entriamo in alcuni dei centri di identificazione ed espulsione per migranti italiani. Lo facciamo attraverso una visita effettuata dalla nostra redazione al Cie di Ponte Galeria, attraverso la storia di tre persone passate nei centri del nostro Paese e protagonisti di tre film realizzati da Fortress Europe e infine attraverso il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/04/cie17cat1.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-14837" src="http://amisnet.org/files/2012/04/cie17cat1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Questa settimana a Passpartù entriamo in alcuni dei centri di identificazione ed espulsione per migranti italiani. Lo facciamo attraverso una visita effettuata dalla nostra redazione al Cie di Ponte Galeria, attraverso la storia di tre persone passate nei centri del nostro Paese e protagonisti di tre film realizzati da Fortress Europe e infine attraverso il racconto di  una senatrice entrata in questi giorni nel centro di Bologna.</p>
<p>La settimana dal 23 al 27 aprile la campagna &#8220;LasciateCie entrare&#8221;, che da mesi si batte per fare luce su quanto avviene all&#8217;interno dei centri di identificazione italiani, ha lanciato una mobilitazione nazionale, in concomitanza con la campagna europea &#8220;Open access now&#8221;. L&#8217;iniziativa era mirata a entrare in alcuni centri di dentenzione per migranti nel nostro Paese, per valutare le condizioni dei trattenuti e verificare la possibilità di libero accesso di giornalisti e associazioni. Diverse visite organizzate dalla campagna sono state effettuate da parte di politici e giornalisti, non solo, i sostenitori della campagna lanciavano l&#8217;appello ai giornalisti a fare richiesta e visitare il centro più vicino alla propria redazione. Noi siamo stati a Ponte Galeria e nel corso della puntata sentirete le voci dei detenuti di questo Cie e del suo direttore, Giuseppe Di Sangiuliano.<br />
Il 23 aprile a Bologna quattro senatori del pd, assieme ad alcuni giornalisti e attivisti, sono entrati nel Cie di via Mattei, tra loro c&#8217;era anche l&#8217;onorevole Sandra Zampa, che abbiamo intervistato il giorno successivo alla visita. Zampa ci parla di condizioni di vita al limite dell&#8217;umano e di un cambio di gestione imminente che probabilmente non farà altro che peggiorare la situazione.</p>
<p>&#8220;La vita che non Cie&#8221; è uno dei tre film brevi che compongono il lavoro di Alexandra D&#8217;Onofrio e Fortress Europe , tre storie di vita di chi è passato nei centri di identificazione ed espulsione per migranti italiani. Fil rouge dei tre corti, i cui trailer sono a disposizione sul blog di <a href="http://fortresseurope.blogspot.it/">Fortress Europe</a>, sembra essere l&#8217;effetto della privazione della libertà sulla vita delle persone.</p>
<p>Finiamo questa puntata di Passpartù con una notizia che potrebbe far sì che i nostri Cie si riempiano ben presto di altre migliaia persone. E&#8217;scaduta infatti in questi giorni la proroga del permesso di soggiorno per motivi umanitari che era stata accordata ai migranti arrivati dalla Tunisia nella primavera del 2011, a seguito della rivoluzione. In queste ore perciò i permessi stiano scadendo e il governo non dice nulla a riguardo, permessi peraltro che non era neanche chiaro se fossero convertibili come permessi per motivi familiari o di lavoro. Noi ne abbiamo parlato con l&#8217;associazione <a href="http://siciliamigranti.blogspot.it/2011/01/borderline-sicilia-onlus.html">Borderline Sicilia</a>, che assieme ad Asgi stanno denunciando questa situazione.</p>
<p>Ospiti della puntata: Alexandra D&#8217;Onofrio, Sandra Zampa, Paola Ottaviano</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://amisnet.org/agenzia/2012/04/26/passpartu-27-dentro-ai-cie/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://amisnet.org/podpress_trac/feed/14834/0/pp27.mp3" length="1" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:00:01</itunes:duration>
		<itunes:subtitle>Questa settimana a Passpartù entriamo in alcuni dei centri di identificazione ed espulsione per migranti italiani. Lo facciamo attraverso una visita effettuata dalla nostra redazione al Cie di Ponte Galeria, attraverso la storia di tre persone passa[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Questa settimana a Passpartù entriamo in alcuni dei centri di identificazione ed espulsione per migranti italiani. Lo facciamo attraverso una visita effettuata dalla nostra redazione al Cie di Ponte Galeria, attraverso la storia di tre persone passate nei centri del nostro Paese e protagonisti di tre film realizzati da Fortress Europe e infine attraverso il racconto di  una senatrice entrata in questi giorni nel centro di Bologna.
La settimana dal 23 al 27 aprile la campagna &#8220;LasciateCie entrare&#8221;, che da mesi si batte per fare luce su quanto avviene all&#8217;interno dei centri di identificazione italiani, ha lanciato una mobilitazione nazionale, in concomitanza con la campagna europea &#8220;Open access now&#8221;. L&#8217;iniziativa era mirata a entrare in alcuni centri di dentenzione per migranti nel nostro Paese, per valutare le condizioni dei trattenuti e verificare la possibilità di libero accesso di giornalisti e associazioni. Diverse visite organizzate dalla campagna sono state effettuate da parte di politici e giornalisti, non solo, i sostenitori della campagna lanciavano l&#8217;appello ai giornalisti a fare richiesta e visitare il centro più vicino alla propria redazione. Noi siamo stati a Ponte Galeria e nel corso della puntata sentirete le voci dei detenuti di questo Cie e del suo direttore, Giuseppe Di Sangiuliano.
Il 23 aprile a Bologna quattro senatori del pd, assieme ad alcuni giornalisti e attivisti, sono entrati nel Cie di via Mattei, tra loro c&#8217;era anche l&#8217;onorevole Sandra Zampa, che abbiamo intervistato il giorno successivo alla visita. Zampa ci parla di condizioni di vita al limite dell&#8217;umano e di un cambio di gestione imminente che probabilmente non farà altro che peggiorare la situazione.
&#8220;La vita che non Cie&#8221; è uno dei tre film brevi che compongono il lavoro di Alexandra D&#8217;Onofrio e Fortress Europe , tre storie di vita di chi è passato nei centri di identificazione ed espulsione per migranti italiani. Fil rouge dei tre corti, i cui trailer sono a disposizione sul blog di Fortress Europe, sembra essere l&#8217;effetto della privazione della libertà sulla vita delle persone.
Finiamo questa puntata di Passpartù con una notizia che potrebbe far sì che i nostri Cie si riempiano ben presto di altre migliaia persone. E&#8217;scaduta infatti in questi giorni la proroga del permesso di soggiorno per motivi umanitari che era stata accordata ai migranti arrivati dalla Tunisia nella primavera del 2011, a seguito della rivoluzione. In queste ore perciò i permessi stiano scadendo e il governo non dice nulla a riguardo, permessi peraltro che non era neanche chiaro se fossero convertibili come permessi per motivi familiari o di lavoro. Noi ne abbiamo parlato con l&#8217;associazione Borderline Sicilia, che assieme ad Asgi stanno denunciando questa situazione.
Ospiti della puntata: Alexandra D&#8217;Onofrio, Sandra Zampa, Paola Ottaviano</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Passpartù</itunes:keywords>
		<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
		<itunes:explicit>no</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Passpartù 26: Il caporalato è reato?</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/04/19/passpartu-26-il-caporalato-e-reato/</link>
		<comments>http://amisnet.org/agenzia/2012/04/19/passpartu-26-il-caporalato-e-reato/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 10:14:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://amisnet.org/?p=14784</guid>
		<description><![CDATA[      Questa settimana andiamo nelle campagne del Sud Italia, dalla Puglia, lo scorso anno teatro del più grande sciopero del bracciantato migrante della storia italiana, alla Sicilia, dove è iniziata in queste settimane la raccolta delle patate, passando per la Calabria, dove la multinazionale Coca cola continua a danneggiare l&#8217;economia locale. In chiusura, torna Cronache [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/04/aranceok.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-14786" src="http://amisnet.org/files/2012/04/aranceok-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>      Questa settimana andiamo nelle campagne del Sud Italia, dalla Puglia, lo scorso anno teatro del più grande sciopero del bracciantato migrante della storia italiana, alla Sicilia, dove è iniziata in queste settimane la raccolta delle patate, passando per la Calabria, dove la multinazionale Coca cola continua a danneggiare l&#8217;economia locale. In chiusura, torna<br />
Cronache d&#8217;altrove, la rubrica a cura di Elise Melot che questa volta ci porta tra le onde del Mar Mediterraneo.</p>
<p>Era l&#8217;estate del 2011 quando i lavoratori braccianti agricoli di Nardò, in Puglia , alzarono la testa e si ribellarono a caporali e aziende, denunciando lo sfruttamento e le condizioni di schiavitù imposte dai datori di lavoro. Costretti a lavorare senza nè guanti nè scarpe adatte, ingaggiati da caporali che venivano nel centro di accoglienza e li obbligavano a consegnare loro i documenti originali, a comprare il panino per il pranzo a 3 euro e 50 e a versare cinque euro al giorno per farsi trasportare ai campi; il tutto per un lavoro logorante e malpagato. Stanchi di questa situazione, ad agosto del 2011 i lavoratori hanno trovato la forza di rivendicare a gran voce i loro diritti.  Dopo poche settimane lo sciopero ha salutato le sue prime vittorie: il caporalato è diventato reato, punibile con multe salatissime e fino a otto anni di carcere. “La nostra lotta però non finisce qui&#8221; <a href="http://amisnet.org/agenzia/2011/10/13/passpartu-01-la-rivoluzione-dei-campi/">aveva detto in quei giorni Yvan Sagnet</a>, portavoce dei braccianti di Nardò &#8220;il caporalato non è solo la persona che va nei campi di accoglienza a ingaggiare i braccianti, ma caporale è tutto il sistema, anche le aziende” spiegava Sagnet. A quasi un anno di distanza da quello sciopero, Yvan Sagnet ha collaborato alla stesura di un libro, <a href="http://www.deriveapprodi.org/2012/01/sulla-pelle-viva/">&#8220;Sulla pelle viva&#8221;</a>. Edito dalla Derive e Approdi, il saggio racconta quella lotta autorganizzata, momento importante nella storia del movimento operaio in Italia .</p>
<p>Nonostante il caporalato sia diventato realto, nelle campagne italiane ancora esistono numerose situazioni di sfruttamento del lavoro nero e di ingaggio dei braccianti da parte dei<br />
caporali. Come ogni anno, anche in questi giorni a Cassibile, in Sicilia, decine di braccianti si sono riversati sul territorio per la raccolta delle patate. La Rete antirazzista catanese è ormai da molto tempo che lavora in quest&#8217;area per cercare di tutelare i diritti di questi lavoratori, anche attraverso una campagna in cui i produttori si impegnavano a comprare patate locali a prezzi equi, ma i problemi sembrano ancora non risolversi. &#8220;Il reato di caporalato continua a non essere punito, non si applica la direttiva europea che concede il<br />
permesso di soggiorno a chi denuncia chi sfrutta il lavoro nero, ci si accanisce con chi non ha il permesso di soggiorno, non si individuano e perseguano le ditte che commercializzano le patate provenienti da Francia, Egitto, Israele (conservate grazie all’illegale uso di antigermogli e di prodotti secca tutto), spacciandole per prodotti locali&#8221;<br />
<a href="http://www.osservatoriomigrantibasilicata.it/?p=3380">denuncia la Rete antirazzista</a>.</p>
<p>Dopo la rivolta dei lavoratori immigrati di Rosarno, nel 2009, la multinazionale Cocacola, che si serviva delle arance calabresi per produrre la Fanta, aveva annunciato che avrebbe annullato i contratti con i coltivatori della zona. Dopo la mediazione del ministro delle Politiche agricole Mario Catania però l&#8217;azienda ha fatto la marcia indietro, Coca Cola ritornerà ad acquistare le arance di Rosarno. &#8220;Rimane il problema di remunerare giustamente le arance&#8221; spiega Pietro Molinaro, presidente di Coldiretti Calabria &#8220;oggi per essere concorrenziali i produttori devono offrire un prezzo di acquisto che è pari alla metà dei costi di produzione. E&#8217;necessario ridurre i margini di guadagno della multinazionale e pagare i lavoratori a contratto, indipendentemente dal colore della loro pelle&#8221;.</p>
<p>Ospiti della puntata: Yvan Sagnet, Alfonso Di Stefano, Pietro Molinaro</p>
<p>Passpartù è un programma a cura di Elise Melot e Marzia Coronati</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://amisnet.org/agenzia/2012/04/19/passpartu-26-il-caporalato-e-reato/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
			<enclosure url="http://amisnet.org/podpress_trac/feed/14784/0/pp26.mp3" length="1" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:00:01</itunes:duration>
		<itunes:subtitle>      Questa settimana andiamo nelle campagne del Sud Italia, dalla Puglia, lo scorso anno teatro del più grande sciopero del bracciantato migrante della storia italiana, alla Sicilia, dove è iniziata in queste settimane la raccolta delle patate, pa[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>      Questa settimana andiamo nelle campagne del Sud Italia, dalla Puglia, lo scorso anno teatro del più grande sciopero del bracciantato migrante della storia italiana, alla Sicilia, dove è iniziata in queste settimane la raccolta delle patate, passando per la Calabria, dove la multinazionale Coca cola continua a danneggiare l&#8217;economia locale. In chiusura, torna
Cronache d&#8217;altrove, la rubrica a cura di Elise Melot che questa volta ci porta tra le onde del Mar Mediterraneo.
Era l&#8217;estate del 2011 quando i lavoratori braccianti agricoli di Nardò, in Puglia , alzarono la testa e si ribellarono a caporali e aziende, denunciando lo sfruttamento e le condizioni di schiavitù imposte dai datori di lavoro. Costretti a lavorare senza nè guanti nè scarpe adatte, ingaggiati da caporali che venivano nel centro di accoglienza e li obbligavano a consegnare loro i documenti originali, a comprare il panino per il pranzo a 3 euro e 50 e a versare cinque euro al giorno per farsi trasportare ai campi; il tutto per un lavoro logorante e malpagato. Stanchi di questa situazione, ad agosto del 2011 i lavoratori hanno trovato la forza di rivendicare a gran voce i loro diritti.  Dopo poche settimane lo sciopero ha salutato le sue prime vittorie: il caporalato è diventato reato, punibile con multe salatissime e fino a otto anni di carcere. “La nostra lotta però non finisce qui&#8221; aveva detto in quei giorni Yvan Sagnet, portavoce dei braccianti di Nardò &#8220;il caporalato non è solo la persona che va nei campi di accoglienza a ingaggiare i braccianti, ma caporale è tutto il sistema, anche le aziende” spiegava Sagnet. A quasi un anno di distanza da quello sciopero, Yvan Sagnet ha collaborato alla stesura di un libro, &#8220;Sulla pelle viva&#8221;. Edito dalla Derive e Approdi, il saggio racconta quella lotta autorganizzata, momento importante nella storia del movimento operaio in Italia .
Nonostante il caporalato sia diventato realto, nelle campagne italiane ancora esistono numerose situazioni di sfruttamento del lavoro nero e di ingaggio dei braccianti da parte dei
caporali. Come ogni anno, anche in questi giorni a Cassibile, in Sicilia, decine di braccianti si sono riversati sul territorio per la raccolta delle patate. La Rete antirazzista catanese è ormai da molto tempo che lavora in quest&#8217;area per cercare di tutelare i diritti di questi lavoratori, anche attraverso una campagna in cui i produttori si impegnavano a comprare patate locali a prezzi equi, ma i problemi sembrano ancora non risolversi. &#8220;Il reato di caporalato continua a non essere punito, non si applica la direttiva europea che concede il
permesso di soggiorno a chi denuncia chi sfrutta il lavoro nero, ci si accanisce con chi non ha il permesso di soggiorno, non si individuano e perseguano le ditte che commercializzano le patate provenienti da Francia, Egitto, Israele (conservate grazie all’illegale uso di antigermogli e di prodotti secca tutto), spacciandole per prodotti locali&#8221;
denuncia la Rete antirazzista.
Dopo la rivolta dei lavoratori immigrati di Rosarno, nel 2009, la multinazionale Cocacola, che si serviva delle arance calabresi per produrre la Fanta, aveva annunciato che avrebbe annullato i contratti con i coltivatori della zona. Dopo la mediazione del ministro delle Politiche agricole Mario Catania però l&#8217;azienda ha fatto la marcia indietro, Coca Cola ritornerà ad acquistare le arance di Rosarno. &#8220;Rimane il problema di remunerare giustamente le arance&#8221; spiega Pietro Molinaro, presidente di Coldiretti Calabria &#8220;oggi per essere concorrenziali i produttori devono offrire un prezzo di acquisto che è pari alla metà dei costi di produzione. E&#8217;necessario ridurre i margini di guadagno della multinazionale e pagare i lavoratori a contratto, indipendentemente dal colore della loro pelle&#8221;.
Ospiti della puntata: Yvan Sagnet, Alfonso Di Stefano, Pietro Molinaro
Passpartù è un programma a cura di Elise Melot e [...]</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Passpartù</itunes:keywords>
		<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
		<itunes:explicit>no</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Passpartù 25: Quale emergenza?</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/04/12/passpartu-25-quale-emergenza/</link>
		<comments>http://amisnet.org/agenzia/2012/04/12/passpartu-25-quale-emergenza/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 11:27:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://amisnet.org/?p=14706</guid>
		<description><![CDATA[Un anno fa, a seguito del conflitto libico e delle primavere arabe, il nostro governo ha dato inizio al cosiddetto progetto &#8220;emergenza Nord Africa&#8221;. In nome dell&#8217;emergenza, decine di campi e strutture per migranti furono aperti con ordinanze speciali. Molti di questi centri oggi sono ancora aperti e ospitano le stesse persone arrivate un anno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/04/ciet_palazzo.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-14713" src="http://amisnet.org/files/2012/04/ciet_palazzo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Un anno fa, a seguito del conflitto libico e delle primavere arabe, il nostro governo ha dato inizio al cosiddetto progetto &#8220;emergenza Nord Africa&#8221;. In nome dell&#8217;emergenza, decine di campi e strutture per migranti furono aperti con ordinanze speciali. Molti di questi centri oggi sono ancora aperti e ospitano le stesse persone arrivate un anno fa, in attesa di un permesso di soggiorno e di un&#8217;occupazione. In questa puntata di Passpartù andiamo a vedere qual&#8217;è lo stato dell&#8217;accoglienza in Italia attualmente e come il nostro Paese si sta preparando ad accogliere le persone che stanno arrivando in questi giorni.</p>
<p>Era il febbraio del 2011 quando l&#8217;allora governo Berlusconi firmava un&#8217;ordinanza che dava pieno potere alla Protezione civile di intervento nella gestione degli sbarchi e nel reperimento degli alloggi per i migranti, un progetto denominato &#8220;emergenza Nord Africa&#8221;, che fece seguito agli arrivi sulle coste italiane dei migranti provenienti dalla Libia in conflitto e dalla Tunisia della post-rivoluzione. Grazie a ordinanze straordinarie, si trasformarono hotel, baite di montagna, campi militari in centri di accoglienza per migranti e tre nuovi centri di identificazione ed espulsione &#8211; questa volta bollati con il nuovo acronimo di Ciet (centri di identificazione ed espulsione temporanea) &#8211; furono aperti in Sicilia, Basilicata e Campania. Queste tre strutture furono chiuse alla fine dell&#8217;estate del 2011, ma a gennaio di quest&#8217;anno il governo Monti ha stanziato 18 milioni di euro per la messa a nuovo e la riapertura di due di loro: quella di Santa Maria Capua Vetere, in Campania, e quella di Palazzo San Gervasio, in Basilicata. La storia del Ciet di Palazzo San Gervasio è particolare: bene confiscato alla mafia e assegnato al Comune, che negli anni passati lo aveva utilizzato come centro di accoglienza per i braccianti stagionali,  lo stabile nella primavera dell&#8217;anno scorso  è stato preso in gestione dallo Stato, che lo ha trasformato in un centro di trattenimento, oggi pronto ad essere ristrutturato e riaperto.<br />
Se sotto il nome dell&#8217;emergenza lo scorso anno ci si è affrettati ad aprire decine di strutture su tutto il territorio italiano, oggi a buon diritto possiamo affermare che siamo di fronte a un&#8217;altra emergenza: si tratta delle decine di migliaia di persone che da un nno si trovano all&#8217;interno di questi centri, la cui situazione è rimasta invariata rispetto al giorno del loro arrivo. Non sono stati inseriti in nessun progetto o percorso lavorativo, non hanno un permesso di soggiorno, non sanno per quanto tempo ancora dovranno rimanere nei centri.</p>
<p>Nella <a href="http://amisnet.org/agenzia/2012/04/05/passpartu-24-le-verita-nascoste-tra-la-libia-e-litalia/">scorsa puntata di Passpartù</a> avevamo raccontato la storia di una barca, partita da Tripoli nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 2011. L’imbarcazione aveva iniziato ad avere problemi poco tempo dopo la sua partenza e i passeggeri avevano lanciato più volte l&#8217;allarme, una nave miliare ancora non identificata si avvicinò e diede loro dell&#8217;acqua, poi non arrivò più nessuno. La barca rimase in balia delle onde per due settimane e dei settantadue passeggeri che erano a bordo dello scafo, sessantatre morirono, tra cui due bambini. Su questa tragica vicenda un cappello internazionale di associazioni sta cercando di fare luce, chiedendo a tutte le autorità e le forze militari che erano presenti in quel tratto di mare in quei giorni di fornire informazioni dettagliate sui loro spostamenti. La scorsa settimana avevamo parlato con Human Rights Watch, tra le realtà che se ne stanno occupando, in questa puntata invece andiamo in Francia, dove da pochi giorni il Gisti, Gruppo di informazione e sostegno per gli immigrati, ha denunciato l&#8217;armata francese al procuratore della Repubblica. &#8220;Abbiamo intentato causa contro ignoti ma in realtà nel nostro mirino ci sono le autorità francesi e in particolare le forze armate&#8221; ha dichiarato ai nostri microfoni Stephane Maugendre, presidente del Gisti &#8220;perché non hanno risposto a due chiamate di emergenza nonostante fossero a conoscenza della posizione esatta della barca dei migranti nel Mediterraneo&#8221;.</p>
<p><strong>Ospiti della puntata:</strong> Stephane Maugendre, Fulvio Vassallo Paleologo, Gervasio Ungolo</p>
<p><strong>In redazione:</strong> Andrea Cocco</p>
<p><strong>Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati e Elise Melot</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://amisnet.org/agenzia/2012/04/12/passpartu-25-quale-emergenza/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://amisnet.org/podpress_trac/feed/14706/0/pp25.mp3" length="1" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:00:01</itunes:duration>
		<itunes:subtitle>Un anno fa, a seguito del conflitto libico e delle primavere arabe, il nostro governo ha dato inizio al cosiddetto progetto &#8220;emergenza Nord Africa&#8221;. In nome dell&#8217;emergenza, decine di campi e strutture per migranti furono aperti con[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Un anno fa, a seguito del conflitto libico e delle primavere arabe, il nostro governo ha dato inizio al cosiddetto progetto &#8220;emergenza Nord Africa&#8221;. In nome dell&#8217;emergenza, decine di campi e strutture per migranti furono aperti con ordinanze speciali. Molti di questi centri oggi sono ancora aperti e ospitano le stesse persone arrivate un anno fa, in attesa di un permesso di soggiorno e di un&#8217;occupazione. In questa puntata di Passpartù andiamo a vedere qual&#8217;è lo stato dell&#8217;accoglienza in Italia attualmente e come il nostro Paese si sta preparando ad accogliere le persone che stanno arrivando in questi giorni.
Era il febbraio del 2011 quando l&#8217;allora governo Berlusconi firmava un&#8217;ordinanza che dava pieno potere alla Protezione civile di intervento nella gestione degli sbarchi e nel reperimento degli alloggi per i migranti, un progetto denominato &#8220;emergenza Nord Africa&#8221;, che fece seguito agli arrivi sulle coste italiane dei migranti provenienti dalla Libia in conflitto e dalla Tunisia della post-rivoluzione. Grazie a ordinanze straordinarie, si trasformarono hotel, baite di montagna, campi militari in centri di accoglienza per migranti e tre nuovi centri di identificazione ed espulsione &#8211; questa volta bollati con il nuovo acronimo di Ciet (centri di identificazione ed espulsione temporanea) &#8211; furono aperti in Sicilia, Basilicata e Campania. Queste tre strutture furono chiuse alla fine dell&#8217;estate del 2011, ma a gennaio di quest&#8217;anno il governo Monti ha stanziato 18 milioni di euro per la messa a nuovo e la riapertura di due di loro: quella di Santa Maria Capua Vetere, in Campania, e quella di Palazzo San Gervasio, in Basilicata. La storia del Ciet di Palazzo San Gervasio è particolare: bene confiscato alla mafia e assegnato al Comune, che negli anni passati lo aveva utilizzato come centro di accoglienza per i braccianti stagionali,  lo stabile nella primavera dell&#8217;anno scorso  è stato preso in gestione dallo Stato, che lo ha trasformato in un centro di trattenimento, oggi pronto ad essere ristrutturato e riaperto.
Se sotto il nome dell&#8217;emergenza lo scorso anno ci si è affrettati ad aprire decine di strutture su tutto il territorio italiano, oggi a buon diritto possiamo affermare che siamo di fronte a un&#8217;altra emergenza: si tratta delle decine di migliaia di persone che da un nno si trovano all&#8217;interno di questi centri, la cui situazione è rimasta invariata rispetto al giorno del loro arrivo. Non sono stati inseriti in nessun progetto o percorso lavorativo, non hanno un permesso di soggiorno, non sanno per quanto tempo ancora dovranno rimanere nei centri.
Nella scorsa puntata di Passpartù avevamo raccontato la storia di una barca, partita da Tripoli nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 2011. L’imbarcazione aveva iniziato ad avere problemi poco tempo dopo la sua partenza e i passeggeri avevano lanciato più volte l&#8217;allarme, una nave miliare ancora non identificata si avvicinò e diede loro dell&#8217;acqua, poi non arrivò più nessuno. La barca rimase in balia delle onde per due settimane e dei settantadue passeggeri che erano a bordo dello scafo, sessantatre morirono, tra cui due bambini. Su questa tragica vicenda un cappello internazionale di associazioni sta cercando di fare luce, chiedendo a tutte le autorità e le forze militari che erano presenti in quel tratto di mare in quei giorni di fornire informazioni dettagliate sui loro spostamenti. La scorsa settimana avevamo parlato con Human Rights Watch, tra le realtà che se ne stanno occupando, in questa puntata invece andiamo in Francia, dove da pochi giorni il Gisti, Gruppo di informazione e sostegno per gli immigrati, ha denunciato l&#8217;armata francese al procuratore della Repubblica. &#8220;Abbiamo intentato causa contro ignoti ma in realtà nel nostro mirino ci sono le autorità francesi e in particolare le forze armate&#8221; ha dichiarato ai nostri microfo[...]</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Passpartù</itunes:keywords>
		<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
		<itunes:explicit>no</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Passpartù 24: Le verità nascoste tra la Libia e l&#8217;Italia</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/04/05/passpartu-24-le-verita-nascoste-tra-la-libia-e-litalia/</link>
		<comments>http://amisnet.org/agenzia/2012/04/05/passpartu-24-le-verita-nascoste-tra-la-libia-e-litalia/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 11:08:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://amisnet.org/?p=14660</guid>
		<description><![CDATA[Questa settimana parliamo di una tragica vicenda accaduta a marzo dell&#8217;anno scorso, quando una barca partita dalla Libia  è stata lasciata in balia delle onde per due settimane, nonostante i militari  l&#8217;avessero avvistata. Dei settantadue passeggeri, sessantatre morirono. Una storia dai contorni oscuri, su cui sta indagando anche il Consiglio d&#8217;Europa. Andremo poi in Italia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/04/2012_NATO_oceanographymap.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-14662" src="http://amisnet.org/files/2012/04/2012_NATO_oceanographymap-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Questa settimana parliamo di una tragica vicenda accaduta a marzo dell&#8217;anno scorso, quando una barca partita dalla Libia  è stata lasciata in balia delle onde per due settimane, nonostante i militari  l&#8217;avessero avvistata. Dei settantadue passeggeri, sessantatre morirono. Una storia dai contorni oscuri, su cui sta indagando anche il Consiglio d&#8217;Europa. Andremo poi in Italia, dove i venticinquemila profughi scappati dal conflitto libico un anno fa continuano a vivere all&#8217;interno dei centri per migranti, in attesa di un permesso di soggiorno che ancora non sanno se sarà loro rilasciato.</p>
<p>&nbsp;<br />
1500 vittime.  E&#8217; il tragico bilancio dei morti nel Mediterraneo nel corso del 2011 stilato dal Commisario delle nazioni unite per i rifugiati. La maggior parte delle persone morte partiva dalle coste nordafricane e cercava di raggiungere il suolo italiano. Molti sfuggivano dal conflitto libico, persone che in quel paese non c&#8217;erano nate, ma semplicemente ci lavoravano, e che in quei giorni di sangue sono state costrette a scappare. A marzo del 2011 il Mediterraneo era sorvegliato da la NATO, la Francia, la Gran Bretagna, l&#8217;Italia, la Spagna, gli Stati Uniti e il Canada, che pattugliavano l&#8217;area di sorveglianza marittima della Nato con navi da guerra che avevano l&#8217;ordine di fare rispettare l&#8217;embargo sulle armi in Libia. Nonostante questo massiccio sistema di controllo, in quelle settimane molte barche sono affondate, altre ancora si sono disperse e ancora oggi non sappiamo che fine abbiano fatto.</p>
<p>Questa settimana vogliamo raccontarvi una vicenda in particolare avvenuta in quei giorni nel Mediterraneo, si tratta di una barca partita da Tripoli nella notte tra il 26 e il 27 marzo, l&#8217;imbarcazione ha iniziato ad avere problemi poco tempo dopo la sua partenza e i passeggeri hanno chiesto soccorso., una nave si avvicinò e gli portò dell&#8217;acqua, poi non si fece più niente per loro. Dei settantadue passeggeri che erano a bordo dello scafo, sessantatre morirono, tra cui due bambini, i cui cadaveri i superstiti sollevavano al cielo quando vedevano passare gli elicotteri militari sopra le loro teste. Su questa tragica vicenda Human Rights Watch ha cercato di fare luce, mandando molteplici lettere a la Nato, chiedendogli di fornire informazioni dettagliate sui settori pattugliati da ciascuna nave in quei giorni. Ma la Nato ancora non ha risposto. Nel frattempo l&#8217;Assemblea parlamentare del Consiglio d&#8217;Europa ha avviato un&#8217;indagine, i cui primi risultati sono stati resi pubblici il 29 marzo scorso, secondo le ricerche dell&#8217;Assemblea in quei giorni c&#8217;erano due navi militari, una italiana e una spagnola, che erano molto vicine al gommone, per questo oggi il Consiglio d&#8217;Europa chiede a questi due governi di renedere pubblici i movimenti di queste due navi. &#8220;L&#8217;indagine è molto complessa&#8221; spiega ai nostri microfoni Judith Sunderland &#8220;perchèsi ha difficoltà a reperire informazioni da parte della Nato, che in quei giorni sorvegliava tutta la zona e che è l&#8217;unica che possiede le immagini satellitari di quel periodo&#8221;.</p>
<p>Durante la guerra libica, sulle coste italiane sono arrivati venticinquemila profughi. A febbraio del 2011, l&#8217;allora governo Berlusconi firmò un&#8217;ordinanza che diede pieno potere alla Protezione civile di intervento nella gestione degli sbarchi e del reperimento degli alloggi per i migranti, un progetto denominato &#8220;emergenza Nord Africa&#8221;, che trasformò hotel, baite di montagna, campi militari in centri di accoglienza per migranti.  A un anno di distanza da quei giorni, queste persone continuano a stare ancora all&#8217;interno di questi centri, senza un permesso di soggiorno e senza prospettive certe per il futuro. Circa settecento milioni di euro sono stati previsti  per il biennio 2011/2012, da destinare alla gestione dei centri dell&#8217;emergenza Nord Africa e ai rimpatri, finanziamenti che gli enti locali stanno gestendo in modo autonomo, fornendo tipi di accoglienza diversa ai migranti, ci troviamo così di fronte a poche esperienze virtuose e a tante situazioni invece in cui ai richiedenti asilo è offerto solo un vitto e un alloggio, senza un inserimento in un reale processo di inclusione nella società italiana. Intanto i venticinquemila aspettano, non sapendo neanche se riceveranno  un giorno un permesso di soggiorno o se saranno rimpatriati.  Il progetto Meltingpot Europa da mesi ormai ha avviato una <a href="http://www.meltingpot.org/articolo17149.html">campagna</a>, per fare ottenere loro un permesso di soggiorno e perchè gli sia garantita un&#8217;accoglienza che preveda un percorso di reale accoglienza. La campagna è stata sostenuta da moltissime realtà, associazioni e amministratori, e recentemente anche la Regione Emilia Romagna ha  approvato un testo che impegna la regione a presentare al Ministero dell&#8217;Interno la richiesta per un permesso per questi migranti e che sottolinea la preoccupazione rispetto al loro presente e al loro futuro.</p>
<p>Ospiti della puntata: Neva Cocchi, Antonio Sanguinetti, Judith Sunderland</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://amisnet.org/agenzia/2012/04/05/passpartu-24-le-verita-nascoste-tra-la-libia-e-litalia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
			<enclosure url="http://amisnet.org/podpress_trac/feed/14660/0/pp24.mp3" length="1" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:00:01</itunes:duration>
		<itunes:subtitle>Questa settimana parliamo di una tragica vicenda accaduta a marzo dell&#8217;anno scorso, quando una barca partita dalla Libia  è stata lasciata in balia delle onde per due settimane, nonostante i militari  l&#8217;avessero avvistata. Dei settantadu[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Questa settimana parliamo di una tragica vicenda accaduta a marzo dell&#8217;anno scorso, quando una barca partita dalla Libia  è stata lasciata in balia delle onde per due settimane, nonostante i militari  l&#8217;avessero avvistata. Dei settantadue passeggeri, sessantatre morirono. Una storia dai contorni oscuri, su cui sta indagando anche il Consiglio d&#8217;Europa. Andremo poi in Italia, dove i venticinquemila profughi scappati dal conflitto libico un anno fa continuano a vivere all&#8217;interno dei centri per migranti, in attesa di un permesso di soggiorno che ancora non sanno se sarà loro rilasciato.
&#160;
1500 vittime.  E&#8217; il tragico bilancio dei morti nel Mediterraneo nel corso del 2011 stilato dal Commisario delle nazioni unite per i rifugiati. La maggior parte delle persone morte partiva dalle coste nordafricane e cercava di raggiungere il suolo italiano. Molti sfuggivano dal conflitto libico, persone che in quel paese non c&#8217;erano nate, ma semplicemente ci lavoravano, e che in quei giorni di sangue sono state costrette a scappare. A marzo del 2011 il Mediterraneo era sorvegliato da la NATO, la Francia, la Gran Bretagna, l&#8217;Italia, la Spagna, gli Stati Uniti e il Canada, che pattugliavano l&#8217;area di sorveglianza marittima della Nato con navi da guerra che avevano l&#8217;ordine di fare rispettare l&#8217;embargo sulle armi in Libia. Nonostante questo massiccio sistema di controllo, in quelle settimane molte barche sono affondate, altre ancora si sono disperse e ancora oggi non sappiamo che fine abbiano fatto.
Questa settimana vogliamo raccontarvi una vicenda in particolare avvenuta in quei giorni nel Mediterraneo, si tratta di una barca partita da Tripoli nella notte tra il 26 e il 27 marzo, l&#8217;imbarcazione ha iniziato ad avere problemi poco tempo dopo la sua partenza e i passeggeri hanno chiesto soccorso., una nave si avvicinò e gli portò dell&#8217;acqua, poi non si fece più niente per loro. Dei settantadue passeggeri che erano a bordo dello scafo, sessantatre morirono, tra cui due bambini, i cui cadaveri i superstiti sollevavano al cielo quando vedevano passare gli elicotteri militari sopra le loro teste. Su questa tragica vicenda Human Rights Watch ha cercato di fare luce, mandando molteplici lettere a la Nato, chiedendogli di fornire informazioni dettagliate sui settori pattugliati da ciascuna nave in quei giorni. Ma la Nato ancora non ha risposto. Nel frattempo l&#8217;Assemblea parlamentare del Consiglio d&#8217;Europa ha avviato un&#8217;indagine, i cui primi risultati sono stati resi pubblici il 29 marzo scorso, secondo le ricerche dell&#8217;Assemblea in quei giorni c&#8217;erano due navi militari, una italiana e una spagnola, che erano molto vicine al gommone, per questo oggi il Consiglio d&#8217;Europa chiede a questi due governi di renedere pubblici i movimenti di queste due navi. &#8220;L&#8217;indagine è molto complessa&#8221; spiega ai nostri microfoni Judith Sunderland &#8220;perchèsi ha difficoltà a reperire informazioni da parte della Nato, che in quei giorni sorvegliava tutta la zona e che è l&#8217;unica che possiede le immagini satellitari di quel periodo&#8221;.
Durante la guerra libica, sulle coste italiane sono arrivati venticinquemila profughi. A febbraio del 2011, l&#8217;allora governo Berlusconi firmò un&#8217;ordinanza che diede pieno potere alla Protezione civile di intervento nella gestione degli sbarchi e del reperimento degli alloggi per i migranti, un progetto denominato &#8220;emergenza Nord Africa&#8221;, che trasformò hotel, baite di montagna, campi militari in centri di accoglienza per migranti.  A un anno di distanza da quei giorni, queste persone continuano a stare ancora all&#8217;interno di questi centri, senza un permesso di soggiorno e senza prospettive certe per il futuro. Circa settecento milioni di euro sono stati previsti  per il biennio 2011/2012, da destinare alla gestione dei centri dell&#8217;emergenza Nord Africa e ai rimpatri, fi[...]</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Passpartù</itunes:keywords>
		<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
		<itunes:explicit>no</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Passpartù 23: Dalla Tunisia, un messaggio per l&#8217;Italia</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/03/29/passpartu-23-dalla-tunisia-un-messaggio-per-litalia/</link>
		<comments>http://amisnet.org/agenzia/2012/03/29/passpartu-23-dalla-tunisia-un-messaggio-per-litalia/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 11:09:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://amisnet.org/?p=14572</guid>
		<description><![CDATA[Anche questa settimana Passpartù segue la vicenda dei 236 ragazzi partiti un anno fa dalla Tunisia e scomparsi nel nulla. La nostra redazione, insieme al collettivo Stalker, è andata a Tunisi e ha incontrato i familiari dei dispersi. Insieme alle famiglie abbiamo costruito un modo per fare arrivare le loro voci e il loro appello in Italia: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/03/3_tunisi.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-14574" src="http://amisnet.org/files/2012/03/3_tunisi-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Anche questa settimana Passpartù segue la vicenda dei 236 ragazzi partiti un anno fa dalla Tunisia e scomparsi nel nulla. La nostra redazione, insieme al collettivo Stalker, è andata a Tunisi e ha incontrato i familiari dei dispersi. Insieme alle famiglie abbiamo costruito un modo per fare arrivare le loro voci e il loro appello in Italia: il 30 marzo a Gibellina, nel quadro della mostra &#8220;L&#8217;Islam in Sicilia, un giardino tra due civiltà&#8221;, un ambiente sonoro racconterà i messaggi cantati che le mamme dei ragazzi dispersi ci hanno chiesto di divulgare, messaggi che appariranno anche su alcuni <em>sefseri</em>, veli appesi all&#8217;interno della sala dove sono stati scritti a manoi testi dei canti. Lo stesso giorno a Roma e a Tunisi due presidi davanti alle ambasciate italiana e tunisina denunceranno ancora una volta l&#8217;immobilismo delle istituzioini davanti alle richieste delle famiglie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La <a href="http://amisnet.org/agenzia/2012/03/22/passpartu-22-ora-basta-pretendiamo-la-verita/">storia</a> già la conoscete, ne abbiamo parlato <a href="http://amisnet.org/?s=passpart%C3%B9+dispersi">più volte </a>sulle nostre frequenze. 236 persone hanno lasciato le coste tunisine a marzo di un anno fa e dal giorno della loro partenza non si sa nulla di loro. Sono morti? Sono vivi? Nessuna istituzione ha dato una risposta ai familiari. Da molti mesi la campagna &#8220;Da una sponda all&#8217;altra: vite che contano&#8221;, sta cercando di aiutare il Comitato dei familiari dei dispersi ad avere notizie, ma le informazioni che arrivano sono poche, frammentate, confuse. Il 30 marzo i promotori della campagna tornano di nuovo a chiedere alle autorità di fare luce su questo mistero, attraverso un <a href="http://leventicinqueundici.noblogs.org/?p=920">sit-in </a>che avrà luogo contemporaneamente a Tunisi, davanti all&#8217;ambasciata italiana, e a Roma, davanti a quella tunisina. Lo stesso giorno a Gibellina, nell&#8217;ambito della mostra &#8220;L&#8217;Islam in Sicilia: un giardino tra due civiltà&#8221;, un&#8217;istallazione curata dal collettivo Stalker in collaborazione con Amisnet cercherà di raccontare il dolore e l&#8217;attesa delle 236 famiglie che da un anno aspettano notizie dei propri cari. Nella stanza che ripercorre la vicenda dei ragazzi scomparsi sarà anche possibile leggere e ascoltare le interviste che i familiari ci hanno rilasciato, per questa puntata di Passpartù ne abbiamo selezionata una, quella di Tarek Abbassi, padre di Medhi. &#8220;E’ da un anno e venti giorni che sono andati via, speriamo ancora, ecco, abbiamo speranza. Non sappiamo niente, è Dio che sa tutto&#8221; racconta Tarek nella sua lunga intervista &#8220;tutti i giorni c&#8217;è qualcuno che chiede se abbiamo trovato i nostri figli, se abbiamo parlato con loro, e rispondiamo che non c&#8217;è contatto con loro. Ma ci sono degli elementi che fanno pensare che siano vivi, come il telefono e il console tunisino in Italia, che conferma che sono arrivati ma dice anche che non sa dove sono andati, che bisogna vedere con le autorità italiane, sono stati loro a portarli altrove, l&#8217;Italia non è piccola, non si sa dove. E noi aspettiamo, con pazienza. In quest&#8217;anno abbiamo fatto di tutto, siamo andati ai ministeri dell&#8217;interno e degli affari esteri, per le impronte. Sono andato quattro o cinque volte a El Haouaria, da dove sono partiti. Ho anche parlato con le autorità locali e con i pescatori, perché loro trovano i morti, i cadaveri. Tutti i giorni vanno in mare quindi possono trovare anche una persona, e se trovano anche una sola persona vuol dire che tutti sono annegati. Ma noi fino ad oggi non abbiamo trovato nessuno, nessuno. Se le autorità tunisine hanno trovato dei morti ci possono chiamare, perché abbiamo il telefono qui, ci possono chiamare e dire &#8220;ecco, venite a prendere il vostro figlio&#8221;. Dopo tutto, se è morto è morto. Tutti muoiono prima o poi. Ma non ci sono tracce, nulla, è quello il mistero. Aspettiamo con pazienza. Io non pensavo di vivere cosi, sono in pensione e la immaginavo diversamente, la mia pensione, purtroppo. Medhi ha scombinato tutto. Non lo troviamo né vivo né morto, speriamo di trovare qualcosa e aspettiamo.</p>
<p>A Tunisi alcune mamme hanno improvvisato dei canti per noi, i testi sono messaggi struggenti che abbiamo il dovere di divulgare e fare ascoltare in Italia. Ecco le parole del canto di Nejah, mamma di Anis, una delle donne che ci ha consegnato il suo messaggio cantato:</p>
<p>&#8220;E se mi dicono di camminare sulle spine, lo farò E se mi chiedono di attraversare il Sahara a piedi scalzi, lo farò E se mi chiedono di scalare una montagna a mani nude, lo farò E se mi chiedono di tagliarmi una gamba, lo farò</p>
<div>Basta che che mi ridanno indietro mio figlio</div>
<div>Non dormo più perché immagino che mio figlio non dorma</div>
<div>Non mangio più perché immagino mio figlio che ha fame</div>
<div>Ogni volta che mi copro immagino mio figlio al freddo</div>
<div>Ogni volta che metto le scarpe immagino mio figlio a piedi nudi</div>
<div>Oh figlio, oh figlio&#8230; mi manchi</div>
<div>Mi hanno insultato</div>
<div>Mi hanno spinto</div>
<div>Mi hanno offeso</div>
<div>Possono fare anche di più, ma io non smetterò mai di cercarlo.</div>
<div>succede che vado alla tomba di suo padre</div>
<div>succede che mi rivolgo a suo padre morto</div>
<div>E gli dico: &#8221; Alzati padre di Anis, alzati che Anis è sparito, Alzati e cerca tuo figlio Io ormai sono stanca, sono sfinita, aiutami, oh Dio aiutami&#8221;.</div>
<div></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ospiti della puntata: </strong>Federica Sossi, Lorenzo Romito, Tarek Abbassi</p>
<p><strong>In redazione: </strong>Ciro Colonna e Andrea Cocco</p>
<p><strong>Passpartù è un programma a cura di Elise Melot e Marzia Coronati</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Foto di Giulia Fiocca</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://amisnet.org/agenzia/2012/03/29/passpartu-23-dalla-tunisia-un-messaggio-per-litalia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://amisnet.org/podpress_trac/feed/14572/0/pp23.mp3" length="1" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:00:01</itunes:duration>
		<itunes:subtitle>Anche questa settimana Passpartù segue la vicenda dei 236 ragazzi partiti un anno fa dalla Tunisia e scomparsi nel nulla. La nostra redazione, insieme al collettivo Stalker, è andata a Tunisi e ha incontrato i familiari dei dispersi. Insieme alle fa[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Anche questa settimana Passpartù segue la vicenda dei 236 ragazzi partiti un anno fa dalla Tunisia e scomparsi nel nulla. La nostra redazione, insieme al collettivo Stalker, è andata a Tunisi e ha incontrato i familiari dei dispersi. Insieme alle famiglie abbiamo costruito un modo per fare arrivare le loro voci e il loro appello in Italia: il 30 marzo a Gibellina, nel quadro della mostra &#8220;L&#8217;Islam in Sicilia, un giardino tra due civiltà&#8221;, un ambiente sonoro racconterà i messaggi cantati che le mamme dei ragazzi dispersi ci hanno chiesto di divulgare, messaggi che appariranno anche su alcuni sefseri, veli appesi all&#8217;interno della sala dove sono stati scritti a manoi testi dei canti. Lo stesso giorno a Roma e a Tunisi due presidi davanti alle ambasciate italiana e tunisina denunceranno ancora una volta l&#8217;immobilismo delle istituzioini davanti alle richieste delle famiglie.
&#160;
La storia già la conoscete, ne abbiamo parlato più volte sulle nostre frequenze. 236 persone hanno lasciato le coste tunisine a marzo di un anno fa e dal giorno della loro partenza non si sa nulla di loro. Sono morti? Sono vivi? Nessuna istituzione ha dato una risposta ai familiari. Da molti mesi la campagna &#8220;Da una sponda all&#8217;altra: vite che contano&#8221;, sta cercando di aiutare il Comitato dei familiari dei dispersi ad avere notizie, ma le informazioni che arrivano sono poche, frammentate, confuse. Il 30 marzo i promotori della campagna tornano di nuovo a chiedere alle autorità di fare luce su questo mistero, attraverso un sit-in che avrà luogo contemporaneamente a Tunisi, davanti all&#8217;ambasciata italiana, e a Roma, davanti a quella tunisina. Lo stesso giorno a Gibellina, nell&#8217;ambito della mostra &#8220;L&#8217;Islam in Sicilia: un giardino tra due civiltà&#8221;, un&#8217;istallazione curata dal collettivo Stalker in collaborazione con Amisnet cercherà di raccontare il dolore e l&#8217;attesa delle 236 famiglie che da un anno aspettano notizie dei propri cari. Nella stanza che ripercorre la vicenda dei ragazzi scomparsi sarà anche possibile leggere e ascoltare le interviste che i familiari ci hanno rilasciato, per questa puntata di Passpartù ne abbiamo selezionata una, quella di Tarek Abbassi, padre di Medhi. &#8220;E’ da un anno e venti giorni che sono andati via, speriamo ancora, ecco, abbiamo speranza. Non sappiamo niente, è Dio che sa tutto&#8221; racconta Tarek nella sua lunga intervista &#8220;tutti i giorni c&#8217;è qualcuno che chiede se abbiamo trovato i nostri figli, se abbiamo parlato con loro, e rispondiamo che non c&#8217;è contatto con loro. Ma ci sono degli elementi che fanno pensare che siano vivi, come il telefono e il console tunisino in Italia, che conferma che sono arrivati ma dice anche che non sa dove sono andati, che bisogna vedere con le autorità italiane, sono stati loro a portarli altrove, l&#8217;Italia non è piccola, non si sa dove. E noi aspettiamo, con pazienza. In quest&#8217;anno abbiamo fatto di tutto, siamo andati ai ministeri dell&#8217;interno e degli affari esteri, per le impronte. Sono andato quattro o cinque volte a El Haouaria, da dove sono partiti. Ho anche parlato con le autorità locali e con i pescatori, perché loro trovano i morti, i cadaveri. Tutti i giorni vanno in mare quindi possono trovare anche una persona, e se trovano anche una sola persona vuol dire che tutti sono annegati. Ma noi fino ad oggi non abbiamo trovato nessuno, nessuno. Se le autorità tunisine hanno trovato dei morti ci possono chiamare, perché abbiamo il telefono qui, ci possono chiamare e dire &#8220;ecco, venite a prendere il vostro figlio&#8221;. Dopo tutto, se è morto è morto. Tutti muoiono prima o poi. Ma non ci sono tracce, nulla, è quello il mistero. Aspettiamo con pazienza. Io non pensavo di vivere cosi, sono in pensione e la immaginavo diversamente, la mia pensione, purtroppo. Medhi ha scombinato tutto. Non lo troviamo né vivo né morto, speriamo di trovare qualcosa e a[...]</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Passpartù</itunes:keywords>
		<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
		<itunes:explicit>no</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Passpartù 22: &#8220;Ora basta. Pretendiamo la verità&#8221;</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/03/22/passpartu-22-ora-basta-pretendiamo-la-verita/</link>
		<comments>http://amisnet.org/agenzia/2012/03/22/passpartu-22-ora-basta-pretendiamo-la-verita/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 Mar 2012 15:39:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://amisnet.org/?p=14515</guid>
		<description><![CDATA[E&#8217; passato un anno dall&#8217;apertura straordinaria della frontiera tunisina. In quei giorni, iniziati il primo marzo del 2011 e terminati il 5 aprile dello stesso anno, più di ventitremila persone hanno lasciato il paese nordafricano a bordo di piccole barche di legno, verso il sogno europeo. Alcuni sono in Italia o in altri paesi più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/03/foto_monitor.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-14517" src="http://amisnet.org/files/2012/03/foto_monitor-300x295.jpg" alt="" width="300" height="295" /></a>E&#8217; passato un anno dall&#8217;apertura straordinaria della frontiera tunisina. In quei giorni, iniziati il primo marzo del 2011 e terminati il 5 aprile dello stesso anno, più di ventitremila persone hanno lasciato il paese nordafricano a bordo di piccole barche di legno, verso il sogno europeo. Alcuni sono in Italia o in altri paesi più a nord, altri sono tornati in Tunisia, altri ancora sono affogati nel Canale di Sicilia. Di 236 di loro invece si sono perse completamente le tracce.<br />
Sappiamo i loro nomi, i loro cognomi, le date di nascita, le liste sono state consegnate ai ministeri italiani e tunisini, alle ambasciate e ai consolati. Sappiamo i porti da cui sono partite le quattro barche su cui viaggiavano: una il primo, una il 14 e due il 29 marzo. I governi oggi sono anche in possesso delle loro impronte digitali. Nonostante queste informazioni però, a un anno di distanza dalle partenze, le autorità non sono riuscite a dare una risposta alle famiglie. Di fronte a questo imbarazzante immobilismo istituzionale, i parenti dei dispersi si sono costituiti in un comitato e insieme all&#8217;aiuto di pochi ma determinati attivisti stanno facendo di tutto per capire che fine abbiano fatto i loro figli.<br />
Questa settimana la redazione di Passpartù, che più volte si è interessata a questa vicenda, è andata in Tunisia, per cercare di fare luce su una storia che ha dell&#8217;incredibile. Abbiamo fatto il viaggio inverso di alcuni genitori degli scomparsi, che in queste settimane stanno venendo in Italia sulle tracce dei propri ragazzi. Abbiamo incontrato decine e decine di mamme, papà, fratelli e abbiamo parlato con i ragazzi delle periferie di Tunisi, che proprio in questi giorni, con l&#8217;inizio della primavera, si stanno preparando a partire, così come hanno fatto migliaia di persone lo scorso anno.<br />
Ecco il nostro racconto.</p>
<p><em>Tunisi, 22 marzo 2012</em></p>
<p><em>All&#8217;aeroporto della capitale incontriamo Aied. Suo figlio è partito il 14 marzo da El Haouaria, a 60 chilometri da Tunisi, da quel giorno lui non sa più niente del ragazzo. Aied prenderà l&#8217;aereo per Roma con noi, vuole fare luce su questa storia, perchè dopo un anno il governo italiano non è stato in grado di dirgli nulla, così come quello tunisino. Ci sentiamo a disagio davanti a lui e al suo sguardo di speranza. Da mesi infatti, grazie alla tenace lotta del Comitato dei dispersi e al sostegno della campagna &#8220;Da una sponda all&#8217;altra: vite che contano&#8221;, le famiglie chiedono un confronto delle impronte digitali dei loro figli, un semplice incrocio di dati da attuare grazie alla collaborazione dei due governi implicati, ma dopo una lunga e straziante attesa le autorità non sono state in grado di dire loro nulla, se non informazioni incomplete e confuse, che alimentano ancora di più il dolore dei parenti. Prima il governo tunisino non rilasciava le impronte, poi, dopo mesi di lettere, denunce, sit-in e manifestazioni, le consegna al governo italiano, ma poi proprio pochi giorni fa si scopre che le impronte non sono leggibili, e poi ancora in queste ore escono fuori nomi di persone che forse sono arrivate&#8230; ma no, non è vero, è solo un&#8217;illazione di un funzionario dell&#8217;ambasciata tunisina di cui non si s anè nome nè cognome&#8230; però si, il confronto è stato fatto, è arrivata una telefonata, da non si sa chi a non si sa chi, e dice che nessuno dei 236 è arrivato, ma la notizia è subito smentita&#8230; le informazioni circolano rapidamente tra i familiari in Tunisia e quelli in Italia, in un continuo vociare da una sponda all&#8217;altra. Ormai i familiari non hanno reazioni, rimangono impietriti, incapaci di capire quello che nessuno sa spiegare. </em></p>
<p><em>Il figlio di Aied, l&#8217;uomo che incontriamo all&#8217;aeroporto, è partito assieme al figlio di Samir, l&#8217;uomo con cui visitiamo il Kram, quartiere alla periferia di Tunisi. Nelle vie strette, vediamo piccole barche di legno poggiate al lato come motorini, sono gli scafi che un anno fa sono andati a Lampedusa e che oggi sono pronte a ripartire. Sì, perchè i giovani del Kran con cui parliamo lo dicono chiaramente: i viaggi sono </em><br />
<em>riniziati e anche loro non aspettano altro. &#8220;C&#8217;è un 1% di possibilità che arriviamo e un 99% che moriamo&#8221; ci dicono &#8220;ma a quell&#8217;1% non vogliamo rinunciare&#8221;. Samir e i ragazzi che abbiamo conosciuto ci portano al cimitero del quartiere, qui due nuove file di lapidi sono state aggiunte: una per i martiri della rivoluzione e un&#8217;altra per i ragazzi morti in mare. I ragazzi giocano e scherzano tra loro mentre camminiamo tra le tombe, sui marmi caratteri arabi e date di nascita: 1989, 1991, 1994&#8230; poco più in là tre bambini inseguono gli uccellini e li rinchiudono in gabbiette, li rivenderanno per cinque dinari, due ero e cinquanta. Prima di lasciare il cimitero Samir raccoglie attorno a </em><br />
<em>sè i ragazzi, sembra un papà con i suoi figli&#8230; insieme recitano una preghiera per i morti del Kram. </em><br />
<em>A pochi metri dalla casa di Samir, accanto a una panetteria, un buco sul muro testimonia lo scontro a fuoco di cui è stato vittima suo figlio nei giorni della rivoluzione. &#8220;Questo proiettile&#8221; spiega Samir sfilando il colpo dalla tasca della sua giacca &#8220;è passato dentro la coscia di mio figlio prima di conficcarsi in questo muro&#8221;. Traumatizzato da questo evento, il figlio è partito dopo un mese verso l&#8217;Italia, scappando dal suo quartiere, dove i violenti scontri sono culminati con l&#8217;incendio al commissariato di zona. Oggi al Kran la polizia non entra, il territorio si autogestisce e i ragazzi passano le giornate tra i vicoli, sognando di lasciare questo posto che per loro è &#8220;senza speranze&#8221;, partono così come ha fatto il figlio di Samir un anno fa.</em></p>
<p><em>Ci troviamo a Bad Eljedid, alle spalle della Medina, in questo quartiere sedici famiglie sono in attesa di notizie dei loro ragazzi. Erano tutti amici di infanzia, cresciuti insieme nei vicoli bianchi e azzurri del quartiere,  qui le famiglie mangiano ogni giorno insieme nei cortili delle case. Nejah è la mamma di Hattab, uno degli scomparsi, ci accoglie in casa, mangiamo con lei e con i vicini. Il dolore di Nejah esplode in canti strazianti, messaggi che ci consegna, chiedendoci di portarli in Italia. &#8220;Tu che sta viaggiando ti do una lettera portala a Hattab, o tu che viaggi in terra lontana, prega dio di spezzare le catene di mio figlio Hattab&#8221;.</em><br />
<em>Aida è una vicina di casa di Nejah, parla italiano molto bene percè ha vissuto venti anni a Pescara. E&#8217;preoccupata per la salute della sua amica e non sa cosa pensare di tutta questa storia. &#8220;Il quartiere non è mai stato così triste come in questi mesi&#8221; dice Aida .</em><br />
<em>Da Bad Eljadid è partito anche Youssef, un giovane tatuatore. Lui è partito il 13 marzo, il giorno prima di Hattab. Ci ha raccontato la sua esperienza in Italia, tragica. E&#8217; rimasto poche settimane, è stato sballottato da una parte all&#8217;altra dello stivale, da un centro a un altro, e alla fine ha chiesto di essere rimpatriato. Nonostante tutto però Youssef pensa solo a ritornare. </em></p>
<p><em>A Al kabaria e a Hammam lif, neii due quartieri sotto alle montagne che circondano Tunisi, abbiamo incontrato altre mamme, Sameh sta cercando suo figlio Mohammed Alì, partito da Sfax il 14 marzo, Lamia sta cercando Karim, partito il 29. In ogni quartiere che abbiamo visitato siamo stati accolti straordinariamente. Decine di mamme, papà, zii, fratelli e sorelle dei dispersi ci sono venuti a salutare; ci hanno consegnato foto, disegni, immagini dei loro figli, testimonianze della loro dolorosa attesa. Ci hanno mostrato le registrazioni dei telegiornali italiani trasmessi in quei giorni, nelle cui immagini hanno riconosciuto i loro figli, sbarcati sull&#8217;isola di Lampedusa.</em><br />
<em>Il nostro imbarazzo di fronte a questa assurda storia cresce di giorno in giorno. &#8220;Se noi oggi vi rapissimo, arriverebbe la Nato&#8221; ci ha detto uno dei familiari dei dispersi &#8220;noi invece dopo un anno non sappiamo nulla&#8221;. Noi nel frattempo torniamo in Italia. In aereo, con i nostri passaporti italiani nelle tasche.</em></p>
<p>Quello che ci chiediamo con rabbia è come sia possibile che non si riesca a sapere che fine hanno fatto queste 236 persone e le quattro barche su cui viaggiavano, perchè le istituzioni italiane e tunisine non  si sono ancora messe a completa disposizione dei familiari? Il Canale di Sicilia in quei giorni era pluri-sorvegliato, c&#8217;erano i radar della Nato, la guardia costiera, la finanza, la polizia. Come è possibile che oggi non si riesca a ricostruire la rotta delle quattro imbarcazioni? Questo ci chiediamo e questo soprattutto pretendiamo che ci dicano le istituzioni. La campagna&#8221;Da una sponda all&#8217;altra, vite che contano&#8221;, in questi giorni sta ragionando assieme al Comitato dei familiari per tornare a manifestare il 30 marzo sia a Roma che a Tunisi, mentre a Gibellina l&#8217;inaugurazione della mostra &#8220;Islam in Sicilia, un giardino tra due civiltà&#8221; sarà l&#8217;occasione per raccontare e fare ascoltare le voci e le istanze dei familiari, raccolte in un&#8217;istallazione a cura di Stalker e Amisnet. Per saperne di più, seguite il sito di Amisnet e il blog <a href="http://leventicinqueundici.noblogs.org/">leventicinqueundici.noblogs.org. </a></p>
<p>Ringraziamo tutti i familiari dei dispersi che ci hanno accolto, Hamadi Zribi e Patrizia Mancini<br />
In redazione: Ciro Colonna<br />
Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati e Elise Melot</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://amisnet.org/agenzia/2012/03/22/passpartu-22-ora-basta-pretendiamo-la-verita/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<enclosure url="http://amisnet.org/podpress_trac/feed/14515/0/pp22.mp3" length="1" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:00:01</itunes:duration>
		<itunes:subtitle>E&#8217; passato un anno dall&#8217;apertura straordinaria della frontiera tunisina. In quei giorni, iniziati il primo marzo del 2011 e terminati il 5 aprile dello stesso anno, più di ventitremila persone hanno lasciato il paese nordafricano a bordo[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>E&#8217; passato un anno dall&#8217;apertura straordinaria della frontiera tunisina. In quei giorni, iniziati il primo marzo del 2011 e terminati il 5 aprile dello stesso anno, più di ventitremila persone hanno lasciato il paese nordafricano a bordo di piccole barche di legno, verso il sogno europeo. Alcuni sono in Italia o in altri paesi più a nord, altri sono tornati in Tunisia, altri ancora sono affogati nel Canale di Sicilia. Di 236 di loro invece si sono perse completamente le tracce.
Sappiamo i loro nomi, i loro cognomi, le date di nascita, le liste sono state consegnate ai ministeri italiani e tunisini, alle ambasciate e ai consolati. Sappiamo i porti da cui sono partite le quattro barche su cui viaggiavano: una il primo, una il 14 e due il 29 marzo. I governi oggi sono anche in possesso delle loro impronte digitali. Nonostante queste informazioni però, a un anno di distanza dalle partenze, le autorità non sono riuscite a dare una risposta alle famiglie. Di fronte a questo imbarazzante immobilismo istituzionale, i parenti dei dispersi si sono costituiti in un comitato e insieme all&#8217;aiuto di pochi ma determinati attivisti stanno facendo di tutto per capire che fine abbiano fatto i loro figli.
Questa settimana la redazione di Passpartù, che più volte si è interessata a questa vicenda, è andata in Tunisia, per cercare di fare luce su una storia che ha dell&#8217;incredibile. Abbiamo fatto il viaggio inverso di alcuni genitori degli scomparsi, che in queste settimane stanno venendo in Italia sulle tracce dei propri ragazzi. Abbiamo incontrato decine e decine di mamme, papà, fratelli e abbiamo parlato con i ragazzi delle periferie di Tunisi, che proprio in questi giorni, con l&#8217;inizio della primavera, si stanno preparando a partire, così come hanno fatto migliaia di persone lo scorso anno.
Ecco il nostro racconto.
Tunisi, 22 marzo 2012
All&#8217;aeroporto della capitale incontriamo Aied. Suo figlio è partito il 14 marzo da El Haouaria, a 60 chilometri da Tunisi, da quel giorno lui non sa più niente del ragazzo. Aied prenderà l&#8217;aereo per Roma con noi, vuole fare luce su questa storia, perchè dopo un anno il governo italiano non è stato in grado di dirgli nulla, così come quello tunisino. Ci sentiamo a disagio davanti a lui e al suo sguardo di speranza. Da mesi infatti, grazie alla tenace lotta del Comitato dei dispersi e al sostegno della campagna &#8220;Da una sponda all&#8217;altra: vite che contano&#8221;, le famiglie chiedono un confronto delle impronte digitali dei loro figli, un semplice incrocio di dati da attuare grazie alla collaborazione dei due governi implicati, ma dopo una lunga e straziante attesa le autorità non sono state in grado di dire loro nulla, se non informazioni incomplete e confuse, che alimentano ancora di più il dolore dei parenti. Prima il governo tunisino non rilasciava le impronte, poi, dopo mesi di lettere, denunce, sit-in e manifestazioni, le consegna al governo italiano, ma poi proprio pochi giorni fa si scopre che le impronte non sono leggibili, e poi ancora in queste ore escono fuori nomi di persone che forse sono arrivate&#8230; ma no, non è vero, è solo un&#8217;illazione di un funzionario dell&#8217;ambasciata tunisina di cui non si s anè nome nè cognome&#8230; però si, il confronto è stato fatto, è arrivata una telefonata, da non si sa chi a non si sa chi, e dice che nessuno dei 236 è arrivato, ma la notizia è subito smentita&#8230; le informazioni circolano rapidamente tra i familiari in Tunisia e quelli in Italia, in un continuo vociare da una sponda all&#8217;altra. Ormai i familiari non hanno reazioni, rimangono impietriti, incapaci di capire quello che nessuno sa spiegare. 
Il figlio di Aied, l&#8217;uomo che incontriamo all&#8217;aeroporto, è partito assieme al figlio di Samir, l&#8217;uomo con cui visitiamo il Kram, quartiere alla periferia di Tunisi. Nelle vie strette, vediamo piccole barche di legno poggiate al lato come motorini, sono gli scafi che un anno[...]</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Passpartù</itunes:keywords>
		<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
		<itunes:explicit>no</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
		<item>
		<title>Passpartù 21: Italiani nei Cie</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/03/15/passpartu-21-italiani-nei-cie/</link>
		<comments>http://amisnet.org/agenzia/2012/03/15/passpartu-21-italiani-nei-cie/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 15 Mar 2012 12:34:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://amisnet.org/?p=14426</guid>
		<description><![CDATA[Nadia. 19 anni. Nata a Guidonia, in provincia di Roma. Il padre non le ha rinnovato il permesso di soggiorno e la ragazza è stata rinchiusa per due mesi nel Centro di identificazione ed espulsione romano di Ponte Galeria. Andrea e Senad, 22 e 24 anni. Nati in Italia. I due ragazzi, oggi nel Cie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nadia. 19 anni. Nata a Guidonia, in provincia di Roma. Il padre non le ha rinnovato il permesso di soggiorno e la ragazza è stata rinchiusa per due mesi nel Centro di identificazione ed espulsione romano di Ponte Galeria. Andrea e Senad, 22 e 24 anni. Nati in Italia. I due ragazzi, oggi nel Cie di Modena, sono figli di bosniaci ma non hanno nessuna cittadinanza. E poi ancora Mohammed, in Italia dal &#8217;91, espulso perchè senza contratto di lavoro, anche se un lavoro ce l&#8217;aveva. Cosa sta accadendo? Com&#8217;è possibile essere di seconda generazione o vivere in Italia da oltre vent&#8217;anni e finire dentro un Cie? Nadia, Mohammed, Andrea e Senad sono casi estremi da risolvere individualmente o il segnale di una legge che non funziona?</p>
<p>Andrea e Senad sono due fratelli di 22 e 24 anni, nati in Italia da genitori di origine bosniaca, non sono mai stati naturalizzati in Bosnia ma non hanno neanche la cittadinanza italiana. Quando i genitori hanno perso il lavoro, e quindi anche il permesso di soggiorno, anche i figli sono diventati clandestini. La loro posizione è un paradosso: dovrebbero essere espulsi verso un paese che non esiste più, l&#8217;ex-Jugoslavia, oppure rimanere in Italia come clandestini. &#8220;L&#8217;unica soluzione per loro è che il tribunale riconosca la loro apolidia, così loro potranno uscire da quel posto&#8221; spiega il loro legale Luca Lugari &#8220;il centro di identificazione ed espulsione non è il posto dove loro si dovrebbero trovare, che sono censiti in Italia e non potranno neanche essere espulsi perchè lo Stato dove sono nati, l&#8217;attuale Bosnia Erzegonvina non sa neanche chi sono.  Ddi casi come il loro ce ne sono tantissimi e ne sentiremo parlare sempre più&#8221;.</p>
<p>Andrea e Senad non sono le uniche vittime di questa lacuna legislativa. Nadia è stata rilasciata dal Cie di Ponte Galeria, a Roma, dopo due mesi di reclusione. Nadia è nata e cresciuta in Italia, ma i suoi documenti, il giorno in cui la polizia le ha fatto un controllo, non erano in regola. &#8220;Siamo pieni di casi del genere&#8221; conferma ai nostri microfoni Giuseppe Di San Giuliano, direttore del Cie romano. &#8220;Questo è un segnale forte di una legge che non funziona&#8221; ha detto il giornalista Antonello Mangano &#8220;che ha come conseguenza l&#8217;internamento nei Centri di identificazione ed espulsione di persone che di fatto sono italiane oppureche vivono in Italia da decenni, lavorano ma non hanno un contratto di lavoro perchè il datore non vuole pagare le tasse&#8221;</p>
<p>Ospiti della puntata: Jaskarandeep Singh, Antonello Mangano, Luca Lugari</p>
<p>Fotografia di Mario Badagliacca</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://amisnet.org/agenzia/2012/03/15/passpartu-21-italiani-nei-cie/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
			<enclosure url="http://amisnet.org/podpress_trac/feed/14426/0/pp21.mp3" length="1" type="audio/mpeg" />
		<itunes:duration>0:00:01</itunes:duration>
		<itunes:subtitle>Nadia. 19 anni. Nata a Guidonia, in provincia di Roma. Il padre non le ha rinnovato il permesso di soggiorno e la ragazza è stata rinchiusa per due mesi nel Centro di identificazione ed espulsione romano di Ponte Galeria. Andrea e Senad, 22 e 24 ann[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Nadia. 19 anni. Nata a Guidonia, in provincia di Roma. Il padre non le ha rinnovato il permesso di soggiorno e la ragazza è stata rinchiusa per due mesi nel Centro di identificazione ed espulsione romano di Ponte Galeria. Andrea e Senad, 22 e 24 anni. Nati in Italia. I due ragazzi, oggi nel Cie di Modena, sono figli di bosniaci ma non hanno nessuna cittadinanza. E poi ancora Mohammed, in Italia dal &#8217;91, espulso perchè senza contratto di lavoro, anche se un lavoro ce l&#8217;aveva. Cosa sta accadendo? Com&#8217;è possibile essere di seconda generazione o vivere in Italia da oltre vent&#8217;anni e finire dentro un Cie? Nadia, Mohammed, Andrea e Senad sono casi estremi da risolvere individualmente o il segnale di una legge che non funziona?
Andrea e Senad sono due fratelli di 22 e 24 anni, nati in Italia da genitori di origine bosniaca, non sono mai stati naturalizzati in Bosnia ma non hanno neanche la cittadinanza italiana. Quando i genitori hanno perso il lavoro, e quindi anche il permesso di soggiorno, anche i figli sono diventati clandestini. La loro posizione è un paradosso: dovrebbero essere espulsi verso un paese che non esiste più, l&#8217;ex-Jugoslavia, oppure rimanere in Italia come clandestini. &#8220;L&#8217;unica soluzione per loro è che il tribunale riconosca la loro apolidia, così loro potranno uscire da quel posto&#8221; spiega il loro legale Luca Lugari &#8220;il centro di identificazione ed espulsione non è il posto dove loro si dovrebbero trovare, che sono censiti in Italia e non potranno neanche essere espulsi perchè lo Stato dove sono nati, l&#8217;attuale Bosnia Erzegonvina non sa neanche chi sono.  Ddi casi come il loro ce ne sono tantissimi e ne sentiremo parlare sempre più&#8221;.
Andrea e Senad non sono le uniche vittime di questa lacuna legislativa. Nadia è stata rilasciata dal Cie di Ponte Galeria, a Roma, dopo due mesi di reclusione. Nadia è nata e cresciuta in Italia, ma i suoi documenti, il giorno in cui la polizia le ha fatto un controllo, non erano in regola. &#8220;Siamo pieni di casi del genere&#8221; conferma ai nostri microfoni Giuseppe Di San Giuliano, direttore del Cie romano. &#8220;Questo è un segnale forte di una legge che non funziona&#8221; ha detto il giornalista Antonello Mangano &#8220;che ha come conseguenza l&#8217;internamento nei Centri di identificazione ed espulsione di persone che di fatto sono italiane oppureche vivono in Italia da decenni, lavorano ma non hanno un contratto di lavoro perchè il datore non vuole pagare le tasse&#8221;
Ospiti della puntata: Jaskarandeep Singh, Antonello Mangano, Luca Lugari
Fotografia di Mario Badagliacca
&#160;</itunes:summary>
		<itunes:keywords>Passpartù</itunes:keywords>
		<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
		<itunes:explicit>no</itunes:explicit>
		<itunes:block>no</itunes:block>
	</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Served from: amisnet.org @ 2012-05-22 22:57:57 by W3 Total Cache -->
