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	<title>Amisnet &#187; Passpartù</title>
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	<description>Informazione Sociale Quotidiana</description>
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	<category>News &#38; Politics</category>
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		<title>Amisnet</title>
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	<itunes:subtitle>Informazione sociale e programmi di approfondimento dalla redazione di AMISnet.</itunes:subtitle>
	<itunes:summary>Amisnet e' un'agenzia radiofonica attiva da oltre 9 anni. La sua principale attivita' consiste nella produzione e la distribuzione di prodotti radiofonici di approfondimento a circa 35 radio italiane. Il podcast e' una selezione quotidiana dei servizi audio distribuiti tramite i siti del network Amisnet.</itunes:summary>
	<itunes:keywords>ambiente, conflitti, cooperazione, diritti, economia, politica, informazione sociale</itunes:keywords>
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		<title>Passpartù 15: Scrivere in Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 16:12:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi giorni il Senegal è scosso da una serie di proteste contro la decisione della Corte Costituzionale di permettere all&#8217;attuale presidente Abdoulaye Wade di candidarsi per il terzo mandato, le manifestazioni sono ben presto degenerate in scontri e per ora il bilancio è di due morti e decine di feriti. La comunità senegalese è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/02/calligrafia003.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-14131" src="http://amisnet.org/files/2012/02/calligrafia003-300x249.jpg" alt="" width="300" height="249" /></a>In questi giorni il Senegal è scosso da una serie di proteste contro la decisione della Corte Costituzionale di permettere all&#8217;attuale presidente Abdoulaye Wade di candidarsi per il terzo mandato, le manifestazioni sono ben presto degenerate in scontri e per ora il bilancio è di due morti e decine di feriti. La comunità senegalese è la più popolosa comunità dell&#8217;Africa occidentale che vive nel nostro Paese, la stampa italiana è in grado di informarla correttamente su quello che sta accadendo in Senegal? Vogliamo partire da qui per dare uno sguardo al mondo dell&#8217;informazione italiana, vista con gli occhi dei migranti. Vedremo che i nostri media lasciano molte lacune, che le comunità migranti stesse stanno colmando attraverso siti di informazione, blog, articoli sui giornali, ma anche con racconti brevi, saggi e romanzi che danno nuova linfa alla letteratura italiana.<br />
&#8220;I guai del Senegal e di Youssou N&#8217;Dour&#8221;, &#8220;Senegal: Wade può candidarsi, no a Youssou N&#8217;Dour&#8221;. &#8220;Senegal: Youssou N&#8217;Douer escluso da elezioni, scontri a Dakar&#8221;. Questi sono i primi tre titoli che comparivano su Google il 2 febbraio scorso se nel motore di ricerca si digitava: &#8220;Senegal elezioni&#8221;. Il paese dell&#8217;Africa occidentale il prossimo 25 febbraio è chiamato alle urne per votare il nuovo presidente della Repubblica, una data importante per la nazione che dal 2000 è governata sempre dallo stesso capo di stato, ma sembra che in Italia se ne stia parlando solo perchè tra i candidati vi era il famoso cantante Youssou N&#8217;Dour. A rendere visibile la notizia sulle nostre agenzie di stampa poi ci sono stati gli scontri di questi giorni, dovuti alla decisione della Corte Costiuzionale senegalese di accettare la ricandidatura di Abdoulaye Wade. Se si fermassero a consultare la stampa italiana, gli oltre ottantamila senegalesi che vivono nel nostro Paese saprebbero solo che la star internazionale si era proposta alla guida del Senegal e che ci sono delle proteste violente, ma se non fosse stato per Youssou N&#8217;Dour e per gli scontri, la notizia sarebbe passata del tutto inosservata, come ha spiegato ai nostri microfoni il giornalista Pap Khouma, del sito di informazione <a href="http://www.assaman.info/">Assaman.info</a>. I senegalesi, ci spiega Khouma, sono comunque molto informati, grazie alle nuove tecnologie che permettono di collegarsi alle radio e alle televisioni locali e grazie ai blog gestiti dai migranti senegalesi stessi.<br />
Di blog gestiti da singoli migranti ce ne sono tanti, da poco però ne esiste uno che raccoglie le loro voci e le pubblica in un&#8217;unica pagina. Si chiama <a href="http://collettivoalma.wordpress.com/">ALMA blog</a>, dove ALMA sta per &#8220;Alza la mano adesso&#8221;. ALMA, spiegano i fondatori di questa iniziativa, è un collettivo di scrittura composto da scrittori, blogger, giornalisti di varie origini residenti in Italia, che cerca di intervenire nel dibattito nazionalealzando la mano e dicendo: &#8220;Siamo qua anche noi e vogliamo dire la nostra&#8221;. Sul blog si trovano ogni giorno articoli e notizie su quanto accade in Italia ma anche commenti, brevi racconti, appunti sull&#8217;essere di origine straniera e vivere in Italia.<br />
Oltre ai giornalisti e ai blogger di origine straniera, la letteratura italiana si sta arrichendo della presenza di saggisti, romanzieri e letterati che si cimentano in opere in lingua seconda. &#8220;Per molti fu una avventura, una lingua del tutto nuova, da imparare, una lingua neutra dove provare in qualche modo a ricreare gli echi della lingua madre&#8221; ha scritto l&#8217;autrice italo-somala Igiaba Scego. Patrizia Ceola è l&#8217;autrice di <a href="http://www.libreriauniversitaria.it/ebook/9788862921794/autore-ceola-patrizia/migrazioni-narranti-ebook.htm">&#8220;Migrazioni narranti&#8221;</a>. Edito da Libreriauniversitaria.it, il libro ricostruisce le fasi della letteratura scritta da autori africani in lingua italiana, dagli anni &#8217;90, quando gli autori migranti scrivevano a quattro mani con giornalisti autoctoni, ad oggi. Pap Khouma, il giornalista e scrittore che avete ascoltato a inizio puntata, è uno dei primi protagonisti di questa nuova letteratura. Il suo primo libro &#8220;Io, venditore di elefanti&#8221; è stato pubblicato nel 1990, il suo ultimo, &#8220;Noi neri italiani&#8221;, nel 2010. &#8220;Non è stato facile, soprattutto per uno come me che l&#8217;italiano lo ha imparato in tarda età; ma oggi è diverso, molti scrittori sono emigrati in Italia quand&#8217;erano molto piccoli o sono figli di migranti nati qui, loro sono una risprsa unica perchè hanno la padronanza della lingua e il bagaglio culturale del proprio Paese&#8221;.<br />
Ospiti della puntata: Pap Khouma, Karim Metref, Patrizia Ceola<br />
In redazione: Andrea Cocco</p>
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		<itunes:summary>In questi giorni il Senegal è scosso da una serie di proteste contro la decisione della Corte Costituzionale di permettere all&#8217;attuale presidente Abdoulaye Wade di candidarsi per il terzo mandato, le manifestazioni sono ben presto degenerate in scontri e per ora il bilancio è di due morti e decine di feriti. La comunità senegalese è la più popolosa comunità dell&#8217;Africa occidentale che vive nel nostro Paese, la stampa italiana è in grado di informarla correttamente su quello che sta accadendo in Senegal? Vogliamo partire da qui per dare uno sguardo al mondo dell&#8217;informazione italiana, vista con gli occhi dei migranti. Vedremo che i nostri media lasciano molte lacune, che le comunità migranti stesse stanno colmando attraverso siti di informazione, blog, articoli sui giornali, ma anche con racconti brevi, saggi e romanzi che danno nuova linfa alla letteratura italiana.
&#8220;I guai del Senegal e di Youssou N&#8217;Dour&#8221;, &#8220;Senegal: Wade può candidarsi, no a Youssou N&#8217;Dour&#8221;. &#8220;Senegal: Youssou N&#8217;Douer escluso da elezioni, scontri a Dakar&#8221;. Questi sono i primi tre titoli che comparivano su Google il 2 febbraio scorso se nel motore di ricerca si digitava: &#8220;Senegal elezioni&#8221;. Il paese dell&#8217;Africa occidentale il prossimo 25 febbraio è chiamato alle urne per votare il nuovo presidente della Repubblica, una data importante per la nazione che dal 2000 è governata sempre dallo stesso capo di stato, ma sembra che in Italia se ne stia parlando solo perchè tra i candidati vi era il famoso cantante Youssou N&#8217;Dour. A rendere visibile la notizia sulle nostre agenzie di stampa poi ci sono stati gli scontri di questi giorni, dovuti alla decisione della Corte Costiuzionale senegalese di accettare la ricandidatura di Abdoulaye Wade. Se si fermassero a consultare la stampa italiana, gli oltre ottantamila senegalesi che vivono nel nostro Paese saprebbero solo che la star internazionale si era proposta alla guida del Senegal e che ci sono delle proteste violente, ma se non fosse stato per Youssou N&#8217;Dour e per gli scontri, la notizia sarebbe passata del tutto inosservata, come ha spiegato ai nostri microfoni il giornalista Pap Khouma, del sito di informazione Assaman.info. I senegalesi, ci spiega Khouma, sono comunque molto informati, grazie alle nuove tecnologie che permettono di collegarsi alle radio e alle televisioni locali e grazie ai blog gestiti dai migranti senegalesi stessi.
Di blog gestiti da singoli migranti ce ne sono tanti, da poco però ne esiste uno che raccoglie le loro voci e le pubblica in un&#8217;unica pagina. Si chiama ALMA blog, dove ALMA sta per &#8220;Alza la mano adesso&#8221;. ALMA, spiegano i fondatori di questa iniziativa, è un collettivo di scrittura composto da scrittori, blogger, giornalisti di varie origini residenti in Italia, che cerca di intervenire nel dibattito nazionalealzando la mano e dicendo: &#8220;Siamo qua anche noi e vogliamo dire la nostra&#8221;. Sul blog si trovano ogni giorno articoli e notizie su quanto accade in Italia ma anche commenti, brevi racconti, appunti sull&#8217;essere di origine straniera e vivere in Italia.
Oltre ai giornalisti e ai blogger di origine straniera, la letteratura italiana si sta arrichendo della presenza di saggisti, romanzieri e letterati che si cimentano in opere in lingua seconda. &#8220;Per molti fu una avventura, una lingua del tutto nuova, da imparare, una lingua neutra dove provare in qualche modo a ricreare gli echi della lingua madre&#8221; ha scritto l&#8217;autrice italo-somala Igiaba Scego. Patrizia Ceola è l&#8217;autrice di &#8220;Migrazioni narranti&#8221;. Edito da Libreriauniversitaria.it, il libro ricostruisce le fasi della letteratura scritta da autori africani in lingua italiana, dagli anni &#8217;90, quando gli autori migranti scrivevano a quattro mani con giornalisti autoctoni, ad oggi. Pap Khouma, il giornalista e scrittore che avete ascoltato a inizio puntata, è[...]</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 14: La nuova Libia e la vecchia Italia</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/01/26/passpartu-14-la-nuova-libia-e-la-vecchia-italia/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 12:46:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Passpartù]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 20 gennaio il primo ministro italiano Mario Monti è andato in Libia. I due nuovi governi, quello italiano e quello libico, si sono incontrati per confrontarsi su temi economici e politici e per rilanciare accordi e alleanze. Tra le questioni in primo piano, c&#8217;era quella dell&#8217;immigrazione. Fino a ieri un accordo con il governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/01/INCASEOFLOSS00-011.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-14041" src="http://amisnet.org/files/2012/01/INCASEOFLOSS00-011-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il 20 gennaio il primo ministro italiano Mario Monti è andato in Libia. I due nuovi governi, quello italiano e quello libico, si sono incontrati per confrontarsi su temi economici e politici e per rilanciare accordi e alleanze. Tra le questioni in primo piano, c&#8217;era quella dell&#8217;immigrazione. Fino a ieri un accordo con il governo di Gheddafi e  quello di Berlusconi aveva autorizzato i respingimenti delle imbarcazioni di migranti che partivano dalle coste libiche verso l&#8217;Italia, una pratica illegale di cui l&#8217;Italia dovrà dare conto nelle prossime settimane alla Corte europea dei diritti umani. Con il cambio ai vertici le cose si modificheranno? Come vivono i migranti oggi in Libia e cosa sta accadendo agli oltre venticinquemila arrivati in Italia durante il conflitto? Abbiamo rivolto queste domande a Gabriele Del Grande, autore del blog Fortress Europe, e a Neva Cocchi, del progetto Melting Pot.</p>
<p>La prima domanda l&#8217;abbiamo rivolta a Del Grande e la risposta è negativa: le politiche migratorie italiane per ora non cambieranno. Nel corso di una conferenza stampa a Tripoli, interrogato dall&#8217;autore di <a href="http://fortresseurope.blogspot.com/">Fortress Europe</a>, Monti ha dichiarato che &#8220;qualsiasi tipo di cambiamento in fatto di politiche migratorie oggi sembra prematuro&#8221;, un gentile giro di parole per dire che con tutta probabilità i respingimenti continueranno, nonostante l&#8217;Italia sia indagata dalla Corte europea dei diritti umani su un respingimento di 24 rifugiati eritrei e somali respinti nel 2009 in Libia.</p>
<p>Il governo Monti insomma sembra non avere colto l&#8217;appello di tutti coloro che chiedono di mettere fine ai respingimenti, lanciato anche in questi giorni da <a href="http://www.zalab.org/newsite/">Zalab</a>, la casa di produzione che ha prodotto &#8220;Mare chiuso&#8221;, un documentario di Andrea Segre e Stefano Liberti che raccoglie le testimonianze di decine di persone respinte in mare dalle autorità italiane dal 2009 ad oggi. Non è possibile conoscere il numero esatto delle persone respinte in questi anni, le operazioni infatti, in contrasto con le norme internazionali ed europee, avvengono nel più completo silenzio. Una stima approssimativa parla di oltre duemila persone, per la maggior parte originarie di Paesi in conflitto e quindi potenziali rifugiati politici.</p>
<p>Dei 250mila lavoratori stranieri che hanno lasciato la Libia durante il conflitto, venticinquemila sono in Italia. Molti di loro si trovano ancora all&#8217;interno dei centri di accoglienza approntati per l&#8217;emergenza, lontani dall&#8217;essere inseriti in percorsi di integrazione nella società italiana e nel mondo del lavoro. Hanno quasi tutti inoltrato la richiesta di asilo politico, ma il rischio è che le loro domande non verranno accettate, dal momento che questi richiedenti non sono libici, ma sono migranti che erano in Libia solo per lavorare, e quindi non rientrano in quello che per la legge è l&#8217;identikit del rifugiato politico.<br />
Melting Pot ha lanciato una <a href="http://www.meltingpot.org/articolo17149.html">campagna</a> per il rilascio dei permessi di soggiorno a chi è arrivato dalla Libia in questi mesi e affinchè cambi il sistema di accoglienza, che oggi troppo spesso prevede centri che somigliano più a parcheggi che a luoghi dove iniziare un percorso di integrazione.</p>
<p>Ospiti della puntata: Neva Cocchi, Gabriele Del Grande, Andrea Segre</p>
<p>In redazione: Elise Melot</p>
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		<itunes:summary>Il 20 gennaio il primo ministro italiano Mario Monti è andato in Libia. I due nuovi governi, quello italiano e quello libico, si sono incontrati per confrontarsi su temi economici e politici e per rilanciare accordi e alleanze. Tra le questioni in primo piano, c&#8217;era quella dell&#8217;immigrazione. Fino a ieri un accordo con il governo di Gheddafi e  quello di Berlusconi aveva autorizzato i respingimenti delle imbarcazioni di migranti che partivano dalle coste libiche verso l&#8217;Italia, una pratica illegale di cui l&#8217;Italia dovrà dare conto nelle prossime settimane alla Corte europea dei diritti umani. Con il cambio ai vertici le cose si modificheranno? Come vivono i migranti oggi in Libia e cosa sta accadendo agli oltre venticinquemila arrivati in Italia durante il conflitto? Abbiamo rivolto queste domande a Gabriele Del Grande, autore del blog Fortress Europe, e a Neva Cocchi, del progetto Melting Pot.
La prima domanda l&#8217;abbiamo rivolta a Del Grande e la risposta è negativa: le politiche migratorie italiane per ora non cambieranno. Nel corso di una conferenza stampa a Tripoli, interrogato dall&#8217;autore di Fortress Europe, Monti ha dichiarato che &#8220;qualsiasi tipo di cambiamento in fatto di politiche migratorie oggi sembra prematuro&#8221;, un gentile giro di parole per dire che con tutta probabilità i respingimenti continueranno, nonostante l&#8217;Italia sia indagata dalla Corte europea dei diritti umani su un respingimento di 24 rifugiati eritrei e somali respinti nel 2009 in Libia.
Il governo Monti insomma sembra non avere colto l&#8217;appello di tutti coloro che chiedono di mettere fine ai respingimenti, lanciato anche in questi giorni da Zalab, la casa di produzione che ha prodotto &#8220;Mare chiuso&#8221;, un documentario di Andrea Segre e Stefano Liberti che raccoglie le testimonianze di decine di persone respinte in mare dalle autorità italiane dal 2009 ad oggi. Non è possibile conoscere il numero esatto delle persone respinte in questi anni, le operazioni infatti, in contrasto con le norme internazionali ed europee, avvengono nel più completo silenzio. Una stima approssimativa parla di oltre duemila persone, per la maggior parte originarie di Paesi in conflitto e quindi potenziali rifugiati politici.
Dei 250mila lavoratori stranieri che hanno lasciato la Libia durante il conflitto, venticinquemila sono in Italia. Molti di loro si trovano ancora all&#8217;interno dei centri di accoglienza approntati per l&#8217;emergenza, lontani dall&#8217;essere inseriti in percorsi di integrazione nella società italiana e nel mondo del lavoro. Hanno quasi tutti inoltrato la richiesta di asilo politico, ma il rischio è che le loro domande non verranno accettate, dal momento che questi richiedenti non sono libici, ma sono migranti che erano in Libia solo per lavorare, e quindi non rientrano in quello che per la legge è l&#8217;identikit del rifugiato politico.
Melting Pot ha lanciato una campagna per il rilascio dei permessi di soggiorno a chi è arrivato dalla Libia in questi mesi e affinchè cambi il sistema di accoglienza, che oggi troppo spesso prevede centri che somigliano più a parcheggi che a luoghi dove iniziare un percorso di integrazione.
Ospiti della puntata: Neva Cocchi, Gabriele Del Grande, Andrea Segre
In redazione: Elise Melot</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 13: Le voci della campagna</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/01/19/passpartu-13-le-voci-della-campagna/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 11:58:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A due anni dai fatti di Rosarno, quando l&#8217;ennesimo sopruso a danno dei braccianti africani ha dato il via ad una vera e propria guerriglia culminata con la fuga di centinaia di lavoratori, torniamo nella Piana di Gioia Tauro, per capire se e come sono cambiate le cose. &#8220;Siamo i lavoratori che ogni mattina si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/01/arance_rosarno-487x580.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-14000" src="http://amisnet.org/files/2012/01/arance_rosarno-487x580-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>A due anni dai fatti di Rosarno, quando l&#8217;ennesimo sopruso a danno dei braccianti africani ha dato il via ad una vera e propria guerriglia culminata con la fuga di centinaia di lavoratori, torniamo nella Piana di Gioia Tauro, per capire se e come sono cambiate le cose.</p>
<p>&#8220;Siamo i lavoratori che ogni mattina si alzano alle cinque e vanno raccogliere nei campi il vostro cibo. Viviamo nascosti in luoghi che chiamare casa è un insulto. Nostra compagna di vita è la paura&#8221;. Inizia così la <a href="http://www.terrelibere.org/4433-lettera-aperta-degli-africani-di-rosarno-al-governo">lettera aperta</a> al nostro governo scritta in questi giorni dai lavoratori migranti di Rosarno. Nella lunga missiva i braccianti denunciano il sistema agroindustriale basato sullo sfruttamento, rivendicano più diritti sul lavoro e chiedono a gran voce una sanatoria per gli immigrati presenti sul territorio nazionale.<br />
Anche quest&#8217;anno a Rosarno sono arrivati circa duemila lavoratori, per la metà di origine africana, alcuni dormono in case, affittate a prezzi altissimi, altri si arrangiano in baracche e casali abbandonati nelle campagne. Ma cosa è cambiato da dopo la rivolta? &#8220;Le cose sono peggiorate per tutta l&#8217;Italia e quindi anche per Rosarno&#8221; ha commentato Antonello Mangano, giornalista di <a href="http://terrelibere.org/">Terrelibere.org</a>, &#8220;si è rosarnizzato il lavoro italiano&#8221; , nel senso che il lavoro sfruttato ormai esiste dappertutto, nei centri commerciali, nel giornalismo, nell&#8217;editoria. Oltre al degrado però, ha sottolineato Mangano, a Rosarno oggi esiste tanta dignità, tante realtà organizzate di lotta allo sfruttamento. In questi giorni infatti i migranti hanno scritto una lettera aperta al governo e hanno organizzato numerose iniziative per fare conoscere la loro realtà e rivendicare i propri diritti.</p>
<p>Ospiti della puntata: Daouda, Diallo, Antonello Mangano</p>
<p>In redazione: Ciro Colonna e Elise Melot</p>
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		<itunes:summary>A due anni dai fatti di Rosarno, quando l&#8217;ennesimo sopruso a danno dei braccianti africani ha dato il via ad una vera e propria guerriglia culminata con la fuga di centinaia di lavoratori, torniamo nella Piana di Gioia Tauro, per capire se e come sono cambiate le cose.
&#8220;Siamo i lavoratori che ogni mattina si alzano alle cinque e vanno raccogliere nei campi il vostro cibo. Viviamo nascosti in luoghi che chiamare casa è un insulto. Nostra compagna di vita è la paura&#8221;. Inizia così la lettera aperta al nostro governo scritta in questi giorni dai lavoratori migranti di Rosarno. Nella lunga missiva i braccianti denunciano il sistema agroindustriale basato sullo sfruttamento, rivendicano più diritti sul lavoro e chiedono a gran voce una sanatoria per gli immigrati presenti sul territorio nazionale.
Anche quest&#8217;anno a Rosarno sono arrivati circa duemila lavoratori, per la metà di origine africana, alcuni dormono in case, affittate a prezzi altissimi, altri si arrangiano in baracche e casali abbandonati nelle campagne. Ma cosa è cambiato da dopo la rivolta? &#8220;Le cose sono peggiorate per tutta l&#8217;Italia e quindi anche per Rosarno&#8221; ha commentato Antonello Mangano, giornalista di Terrelibere.org, &#8220;si è rosarnizzato il lavoro italiano&#8221; , nel senso che il lavoro sfruttato ormai esiste dappertutto, nei centri commerciali, nel giornalismo, nell&#8217;editoria. Oltre al degrado però, ha sottolineato Mangano, a Rosarno oggi esiste tanta dignità, tante realtà organizzate di lotta allo sfruttamento. In questi giorni infatti i migranti hanno scritto una lettera aperta al governo e hanno organizzato numerose iniziative per fare conoscere la loro realtà e rivendicare i propri diritti.
Ospiti della puntata: Daouda, Diallo, Antonello Mangano
In redazione: Ciro Colonna e Elise Melot</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 12: 360 giorni di Tunisia libera</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 12:48:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 14 gennaio è il primo anniversario della rivolta tunisina che ha portato alla cacciata del dittatore Zine El Abidine Ben Alì e alla fine del suo regime. A seguito della rivoluzione, migliaia di persone si sono imbarcate verso l&#8217;Europa, godendo finamente della libertà attesa per anni e approfittando di un&#8217;apertura delle frontiere che tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/01/tunisie-libre.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-13942" src="http://amisnet.org/files/2012/01/tunisie-libre-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Il 14 gennaio è il primo anniversario della rivolta tunisina che ha portato alla cacciata del dittatore Zine El Abidine Ben Alì e alla fine del suo regime. A seguito della rivoluzione, migliaia di persone si sono imbarcate verso l&#8217;Europa, godendo finamente della libertà attesa per anni e approfittando di un&#8217;apertura delle frontiere che tutti temevano sarebbe durata poco. Effettivamente, le frontiere sono state aperte solo qualche settimana, fino al 5 aprile, quando un accordo bilaterale tra Italia e Tunisia ha messo fine alle partenze dalla nazione nordafricana. Durante quelle settimane in circa venticinquemila sono salpati alla volta dell&#8217;Italia, alcuni hanno proseguito il cammino verso altri paesi dell&#8217;Europa, altri sono rimasti in Italia e tanti altri ancora sono tornati indietro. &#8220;L&#8217;Italia non era quel sogno che credevamo&#8221;, hanno detto le persone che hanno deciso di tornare a casa.</p>
<p>La redazione di Passpartù è stata a Zarzis, città costiera ai confini con la Libia, da qui sono partiti molti migranti e qui sono anche transitate tantissime persone in fuga dal conflitto libico. A Zarzis abbiamo trascorso molto tempo con Mohsen Lihedheb, postino e<br />
artista di Zarzis; Mohsen trascorre il suo tempo libero a camminare sulla spiaggia e raccogliere tutto quello che trova, per poi trasformare in opere d&#8217;arte quello che gli porta il mare. Quando ha inziato, nel 1993, non pensava di fare nulla di straordinario, ci racconta, voleva solo fare qualcosa di utile, raccogliendo l&#8217;immondizia, ma più andava avanti più si accorgeva che tutto era collegato in un &#8220;movimento globale&#8221;, e che quello che faceva non aveva solo un significato ecologico, ma anche un risvolto culturale,  artistico, sociale. Quando è aumentato il fenomeno migratorio ad esempio, Mohsen ha iniziato a trovare scarpe, vestiti e oggetti dei cosiddetti &#8220;harraga&#8221;, coloro cioè che partono sulle barche alla volta dell&#8217;Europa, ha trovato anche diversi corpi umani, purtroppo. Così il suo lavoro ecologico ha assunto un aspetto sociale e Mohsen ha iniziato a parlare con i ragazzi per dissuaderli dal partire e convincerli a costruire qualcosa nella loro patria.  &#8220;I ragazzi non scappano dalla violenza&#8221; spiega ai nostri microfoni &#8220;cercano solo di sapere cosa c&#8217;è oltre l&#8217;orizzonte, di capire come si fa a comprare una macchina lussuosa o a circondarsi di belle ragazze. Anche mio figlio ha deciso di partire, ho provato in tutti modi a dissuaderlo, ma non ci sono riuscito, e adesso è partito, si trova in Francia. Questi giovani non sono dei banditi o delle persone cattive, sono solo giovani, per lo più ben educati, che fanno parte di un fenomeno sociale. Ora questo movimento si è placato, anche perchè molti migranti sono ritornati, o perchè sono stati rimandati indietro dalle autorità europee o perche hanno scelto di tornare, e queste persone che  sono tornate raccontano ai giovani che sono rimasti qui che l&#8217;Europa non è nè il paradiso nè il sogno che molti immaginano.  Oggi le persone non partono più perchè sanno come sono dure le leggi nei paesi che dovrebbero accoglierli&#8221;.</p>
<p>Il figlio di Sameh, Mohammed Alì, è partito da Sfax il 29 marzo scorso, da quel giorno sua madre non ha notizie di lui. In questa puntata vogliamo farvi ascoltare la sua storia, perchè di vicende come la sua ce ne sono altre centinaia. Il dolore di Sameh è lo stesso dolore che provano molti altri familiari che sono in attesa di sapere che fine abbiano fatto i propri cari. <a href="http://amisnet.org/agenzia/2011/11/17/passpartu-06-dispersi/">Ne avevamo già parlato</a> a novembre, lanciando un <a href="http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995">appello</a> scritto dai familiari di questi dispersi, ma oggi torniamo a parlarne, perchè quell&#8217;appello, che chiedeva alle istituzioni italiane e tunisine di dare una risposta ai familiari dei dispersi, è caduto nel nulla e i governi non hanno ancora avviato nessuna indagine per cercare di capire che fine abbiano fatto questi ragazzi.<br />
In Italia alcune associazioni, insieme a singoli attivisti, si sono mobilitate per supportare i familiari dei dispersi ed è stata lanciata una campagna, dal nome <a href="http://www.storiemigranti.org/spip.php?article1016">&#8220;Da una sponda all&#8217;altra. Vite che contano&#8221;</a>. Nel quadro di questa campagna, il 10 gennaio al teatro della cooperativa di Milano una serata è stata dedicata alla vicenda dei dispersi e il 14 gennaio è stato promosso un sit-in di fronte alla prefettura di Milano, per sensibilizzare la società civile italiana e per fare pressione sul nostro governo affinchè si faccia qualcosa per dare una risposta a questi familiari.</p>
<p>Ospiti della puntata: Mohsen Lihedheb, Ouejdane Mejri, Sameh, Melissa Mariani<br />
Un ringraziamento speciale ad Hamadi Zribi</p>
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		<itunes:summary>Il 14 gennaio è il primo anniversario della rivolta tunisina che ha portato alla cacciata del dittatore Zine El Abidine Ben Alì e alla fine del suo regime. A seguito della rivoluzione, migliaia di persone si sono imbarcate verso l&#8217;Europa, godendo finamente della libertà attesa per anni e approfittando di un&#8217;apertura delle frontiere che tutti temevano sarebbe durata poco. Effettivamente, le frontiere sono state aperte solo qualche settimana, fino al 5 aprile, quando un accordo bilaterale tra Italia e Tunisia ha messo fine alle partenze dalla nazione nordafricana. Durante quelle settimane in circa venticinquemila sono salpati alla volta dell&#8217;Italia, alcuni hanno proseguito il cammino verso altri paesi dell&#8217;Europa, altri sono rimasti in Italia e tanti altri ancora sono tornati indietro. &#8220;L&#8217;Italia non era quel sogno che credevamo&#8221;, hanno detto le persone che hanno deciso di tornare a casa.
La redazione di Passpartù è stata a Zarzis, città costiera ai confini con la Libia, da qui sono partiti molti migranti e qui sono anche transitate tantissime persone in fuga dal conflitto libico. A Zarzis abbiamo trascorso molto tempo con Mohsen Lihedheb, postino e
artista di Zarzis; Mohsen trascorre il suo tempo libero a camminare sulla spiaggia e raccogliere tutto quello che trova, per poi trasformare in opere d&#8217;arte quello che gli porta il mare. Quando ha inziato, nel 1993, non pensava di fare nulla di straordinario, ci racconta, voleva solo fare qualcosa di utile, raccogliendo l&#8217;immondizia, ma più andava avanti più si accorgeva che tutto era collegato in un &#8220;movimento globale&#8221;, e che quello che faceva non aveva solo un significato ecologico, ma anche un risvolto culturale,  artistico, sociale. Quando è aumentato il fenomeno migratorio ad esempio, Mohsen ha iniziato a trovare scarpe, vestiti e oggetti dei cosiddetti &#8220;harraga&#8221;, coloro cioè che partono sulle barche alla volta dell&#8217;Europa, ha trovato anche diversi corpi umani, purtroppo. Così il suo lavoro ecologico ha assunto un aspetto sociale e Mohsen ha iniziato a parlare con i ragazzi per dissuaderli dal partire e convincerli a costruire qualcosa nella loro patria.  &#8220;I ragazzi non scappano dalla violenza&#8221; spiega ai nostri microfoni &#8220;cercano solo di sapere cosa c&#8217;è oltre l&#8217;orizzonte, di capire come si fa a comprare una macchina lussuosa o a circondarsi di belle ragazze. Anche mio figlio ha deciso di partire, ho provato in tutti modi a dissuaderlo, ma non ci sono riuscito, e adesso è partito, si trova in Francia. Questi giovani non sono dei banditi o delle persone cattive, sono solo giovani, per lo più ben educati, che fanno parte di un fenomeno sociale. Ora questo movimento si è placato, anche perchè molti migranti sono ritornati, o perchè sono stati rimandati indietro dalle autorità europee o perche hanno scelto di tornare, e queste persone che  sono tornate raccontano ai giovani che sono rimasti qui che l&#8217;Europa non è nè il paradiso nè il sogno che molti immaginano.  Oggi le persone non partono più perchè sanno come sono dure le leggi nei paesi che dovrebbero accoglierli&#8221;.
Il figlio di Sameh, Mohammed Alì, è partito da Sfax il 29 marzo scorso, da quel giorno sua madre non ha notizie di lui. In questa puntata vogliamo farvi ascoltare la sua storia, perchè di vicende come la sua ce ne sono altre centinaia. Il dolore di Sameh è lo stesso dolore che provano molti altri familiari che sono in attesa di sapere che fine abbiano fatto i propri cari. Ne avevamo già parlato a novembre, lanciando un appello scritto dai familiari di questi dispersi, ma oggi torniamo a parlarne, perchè quell&#8217;appello, che chiedeva alle istituzioni italiane e tunisine di dare una risposta ai familiari dei dispersi, è caduto nel nulla e i governi non hanno ancora avviato nessuna indagine per cercare di capire che fine abbiano fatto questi ragazzi.
In Italia alcune associazioni, insieme a [...]</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 11: Natale tra i libri</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2011/12/22/passpartu-11-natale-tra-i-libri/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 13:02:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come ogni anno la puntata di Passpartù a ridosso del Natale è dedicata a un nuovo filone della letteratura. Qualcuno la definisce letteratura migrante, qualcun&#8217;altro letteratura delle migrazioni, altri ancora neo-letteratura. Stiamo parlando di quei libri di scrittori migranti o di seconda generazione scritti nella lingua del paese dove gli autori vivono. Anche quest&#8217;anno siamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come ogni anno la puntata di Passpartù a ridosso del Natale è dedicata a un nuovo filone della letteratura. Qualcuno la definisce letteratura migrante, qualcun&#8217;altro letteratura delle migrazioni, altri ancora neo-letteratura. Stiamo parlando di quei libri di scrittori migranti o di seconda generazione scritti nella lingua del paese dove gli autori vivono.</p>
<p>Anche quest&#8217;anno siamo stati alla Fiera della piccola e media editoria a Roma, dove abbiamo incontrato diversi autori migranti e di seconda generazione, con un occhio di riguardo per i giovanissimi. Alice Zeniter è una scrittrice franco-algerina, autrice di &#8220;Indovina con chi mi sposo&#8221; edizioni E/O, un libro che racconta la storia di un ragazzo che per ottenere la cittadinanza si sposa con una ragazza<br />
francese.<br />
Shadi Hamadi, italo-siriano, è autore di &#8220;Voci di anime&#8221;, racconti di un viaggio nel mondo arabo. Negli anni &#8217;80 il padre di Shadi è stato esiliato dalla Siria come dissidente politico, per reagire contro il reato di opinione, che ha punito così duramente la sua  famiglia, Shadi ha deciso di scrivere un libro e di fare attivismo in Italia, denunciando il regime siriano.<br />
C&#8217;è una casa editrice in Italia specializzata in questa nuova letteratura, si chiama <a href="http://www.compagniadellelettere.it/">&#8220;Compagnia delle lettere&#8221;</a>, una scommessa nata ormai qualche anno fa che ha come obiettivo la diffusione di testi scritti da migranti italiani, in italiano. &#8221; Gli autori che pubblichiamo danno secondo noi una nuova linfa alla letteratura italiana, contribuendo alla creazione di una neo-letteratura&#8221;spiega ai nostri microfoni Clauduleia Lemes Dias, tra le fondatrici della casa editrice. Libri fotografici, romanzi, guide turistiche, rigorosamente scritti da autiri migranti che vivono in Italia.<br />
Ospiti della puntata: Alice Zeniter, Shady Hamadi, Tahar Lamri, Claudileia Lemes Dias</p>
<p>Ringraziamo Roma multietnica, la sezione multiculturale delle Biblioteche di Roma, che ci ha aiutato a realizzare questa trasmissione, e ricordiamo che Roma multietnica ha lanciato in queste settimane un concorso per le seconde generazioni, che ha come oggetto la raccolta di brevi racconti inediti, video e fotografie. Il concorso scade il 31 gennaio 2012.</p>
<p>La redazione vi augura buone feste!</p>
<p>La proossima puntata di Passpartù dsarà pubblicata giovedì 12 gennaio</p>
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		<itunes:summary>Come ogni anno la puntata di Passpartù a ridosso del Natale è dedicata a un nuovo filone della letteratura. Qualcuno la definisce letteratura migrante, qualcun&#8217;altro letteratura delle migrazioni, altri ancora neo-letteratura. Stiamo parlando di quei libri di scrittori migranti o di seconda generazione scritti nella lingua del paese dove gli autori vivono.
Anche quest&#8217;anno siamo stati alla Fiera della piccola e media editoria a Roma, dove abbiamo incontrato diversi autori migranti e di seconda generazione, con un occhio di riguardo per i giovanissimi. Alice Zeniter è una scrittrice franco-algerina, autrice di &#8220;Indovina con chi mi sposo&#8221; edizioni E/O, un libro che racconta la storia di un ragazzo che per ottenere la cittadinanza si sposa con una ragazza
francese.
Shadi Hamadi, italo-siriano, è autore di &#8220;Voci di anime&#8221;, racconti di un viaggio nel mondo arabo. Negli anni &#8217;80 il padre di Shadi è stato esiliato dalla Siria come dissidente politico, per reagire contro il reato di opinione, che ha punito così duramente la sua  famiglia, Shadi ha deciso di scrivere un libro e di fare attivismo in Italia, denunciando il regime siriano.
C&#8217;è una casa editrice in Italia specializzata in questa nuova letteratura, si chiama &#8220;Compagnia delle lettere&#8221;, una scommessa nata ormai qualche anno fa che ha come obiettivo la diffusione di testi scritti da migranti italiani, in italiano. &#8221; Gli autori che pubblichiamo danno secondo noi una nuova linfa alla letteratura italiana, contribuendo alla creazione di una neo-letteratura&#8221;spiega ai nostri microfoni Clauduleia Lemes Dias, tra le fondatrici della casa editrice. Libri fotografici, romanzi, guide turistiche, rigorosamente scritti da autiri migranti che vivono in Italia.
Ospiti della puntata: Alice Zeniter, Shady Hamadi, Tahar Lamri, Claudileia Lemes Dias
Ringraziamo Roma multietnica, la sezione multiculturale delle Biblioteche di Roma, che ci ha aiutato a realizzare questa trasmissione, e ricordiamo che Roma multietnica ha lanciato in queste settimane un concorso per le seconde generazioni, che ha come oggetto la raccolta di brevi racconti inediti, video e fotografie. Il concorso scade il 31 gennaio 2012.
La redazione vi augura buone feste!
La proossima puntata di Passpartù dsarà pubblicata giovedì 12 gennaio</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 10: Ricette antirazziste</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2011/12/15/passpartu-10-ricette-antirazziste/</link>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 12:21:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 18 dicembre è la giornata mondiale di azione contro il razzismo. Quest&#8217;anno il 18 dicembre nel nostro Paese ricopre un ruolo essenziale, gli ultimi episodi di cronaca infatti, dalla strage di Firenze all&#8217;incendio del campo rom di Torino, non fanno che evidenziare una mentalità razzista che si sta manifestando in forme estreme e preoccupanti. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 18 dicembre è la giornata mondiale di azione contro il razzismo. Quest&#8217;anno il 18 dicembre nel nostro Paese ricopre un ruolo essenziale, gli ultimi episodi di cronaca infatti, dalla strage di Firenze all&#8217;incendio del campo rom di Torino, non fanno che evidenziare una mentalità razzista che si sta manifestando in forme estreme e preoccupanti. In questa puntata di Passpartù partiamo da un commento su questi terribili fatti di cronaca per poi andare quali ricette per una nuova accoglienza propongono le realtà antirazziste, ricette che sono sempre più necessarie per combattere questa pesante deriva xenofoba. <span id="more-13862"></span></p>
<p>Dopo la strage del 13 dicembre a Firenze, i commenti sul web sono stati tantissimi. Tanti pensieri pieni di odio e xenofobia (&#8220;perchè non ve ne andate se vi trovate tanto male?Chi vi trattiene?&#8221;, &#8220;&#8230; stiamo continuando a fare entrare migliaia di immigrati che prima o poi ci esploderanno contro, persone col machete facile che accampano sempre più diritti&#8221;),  sintomo di un paese, il nostro che si sta incattivendo e imbarbarendo ogni giorno di più. I due uomini uccisi dal nazifascista Casseri e i tre feriti sono vittime di questa ondata di violenza, anche se i mass media hanno subito denunciato il gesto dell&#8217;assassino come &#8220;un atto di un folle senza matrice politica&#8221;. Gianluca Casseri però non era solo uno squilibrato, ma era anche un militante e un’attivista, frequentatore dei circoli di estrema destra più oltranzisti della Toscana; propagandava il nazismo e il negazionismo, amava i miti celtici e neopagani, scriveva articoli deliranti che inneggiavano alla xenofobia. Questa puntata di Passpartù la vogliamo dedicare alla memoria di Mor Diop e Modou Samb, stroncati da anni di politiche razziste e xenofobe, di cui oggi raccogliamo i frutti amari.<br />
Il fine settimana del 17 e 18 dicembre è un fine settimana ricco di iniziative ed eventi per tutti coloro che si vogliono opporre a questo razzismo dilagante e vogliono dimostrare che c&#8217;è una larga fascia della società italiana che razzista non è, a cui sono invitati a partecipare tutti quei cittadini che considerano l&#8217;interculturalità un valore aggiunto e che auspicano per l&#8217;Italia un futuro di accoglienza a braccia aperte. Il 17 dicembre a Firenze un corteo partirà proprio da piazza Dalmazia, la piazza teatro della strage, per ricordare le vittime e condannare le politiche razziste e xenofobe, un corteo a cui faranno eco tante altre manifestazioni analoghe in tutta Italia. Il 18 dicembre invece, in occasione della giornata mondiale per i diritti dei migranti, le realtà antirazziste di tutto il Paese si sono mobilitate, promuovendo incontri, dibattiti, concerti, proiezioni video, ascolti e mostre fotografiche. A <a href="http://www.meltingpot.org/articolo17201.html">Roma</a>, presso l&#8217;ex Cinema Palazzo di San Lorenzo si ripercorrono temi e questioni che riteniamo siano degne della massima attenzione, dai richiedenti asilo in fuga dalla Libia, ai migranti tunisini arrivati in Italia dopo la caduta di BenAlì, a chi ha attraversato la rotta che passa dalla Grecia. Un altro <a href="http://terrelibere.blogspot.com/2011/12/18-dicembre-manifestazione-regionale-al.html">importante incontro</a> avrà luogo di fronte a Mineo, il paese in provincia di Catania che ospita il centro per richiedenti asilo più grande d&#8217;Italia, questa struttura dovrebbe diventare il posto che ospiterà tutti o quasi i richiedenti asilo che arrivano nel nostro Paese, in una logica di ghettizzazione e confinamento dei migranti che tanto piace alla nostra politica; la questione migratoria in questo territorio va a braccetto con un&#8217;altra importante realtà: la militarizzazione a cui è sottoposta ormai da decenni la Sicilia e che continua ad attuarsi in modo spregiudicato.</p>
<p>Ospiti della puntata: Mombaye Diop, Alfonso Di Stefano, Antonio Mazzeo, Giuliana della campagna Welcome<br />
Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati e Elise Melot</p>
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		<itunes:summary>Il 18 dicembre è la giornata mondiale di azione contro il razzismo. Quest&#8217;anno il 18 dicembre nel nostro Paese ricopre un ruolo essenziale, gli ultimi episodi di cronaca infatti, dalla strage di Firenze all&#8217;incendio del campo rom di Torino, non fanno che evidenziare una mentalità razzista che si sta manifestando in forme estreme e preoccupanti. In questa puntata di Passpartù partiamo da un commento su questi terribili fatti di cronaca per poi andare quali ricette per una nuova accoglienza propongono le realtà antirazziste, ricette che sono sempre più necessarie per combattere questa pesante deriva xenofoba. 
Dopo la strage del 13 dicembre a Firenze, i commenti sul web sono stati tantissimi. Tanti pensieri pieni di odio e xenofobia (&#8220;perchè non ve ne andate se vi trovate tanto male?Chi vi trattiene?&#8221;, &#8220;&#8230; stiamo continuando a fare entrare migliaia di immigrati che prima o poi ci esploderanno contro, persone col machete facile che accampano sempre più diritti&#8221;),  sintomo di un paese, il nostro che si sta incattivendo e imbarbarendo ogni giorno di più. I due uomini uccisi dal nazifascista Casseri e i tre feriti sono vittime di questa ondata di violenza, anche se i mass media hanno subito denunciato il gesto dell&#8217;assassino come &#8220;un atto di un folle senza matrice politica&#8221;. Gianluca Casseri però non era solo uno squilibrato, ma era anche un militante e un’attivista, frequentatore dei circoli di estrema destra più oltranzisti della Toscana; propagandava il nazismo e il negazionismo, amava i miti celtici e neopagani, scriveva articoli deliranti che inneggiavano alla xenofobia. Questa puntata di Passpartù la vogliamo dedicare alla memoria di Mor Diop e Modou Samb, stroncati da anni di politiche razziste e xenofobe, di cui oggi raccogliamo i frutti amari.
Il fine settimana del 17 e 18 dicembre è un fine settimana ricco di iniziative ed eventi per tutti coloro che si vogliono opporre a questo razzismo dilagante e vogliono dimostrare che c&#8217;è una larga fascia della società italiana che razzista non è, a cui sono invitati a partecipare tutti quei cittadini che considerano l&#8217;interculturalità un valore aggiunto e che auspicano per l&#8217;Italia un futuro di accoglienza a braccia aperte. Il 17 dicembre a Firenze un corteo partirà proprio da piazza Dalmazia, la piazza teatro della strage, per ricordare le vittime e condannare le politiche razziste e xenofobe, un corteo a cui faranno eco tante altre manifestazioni analoghe in tutta Italia. Il 18 dicembre invece, in occasione della giornata mondiale per i diritti dei migranti, le realtà antirazziste di tutto il Paese si sono mobilitate, promuovendo incontri, dibattiti, concerti, proiezioni video, ascolti e mostre fotografiche. A Roma, presso l&#8217;ex Cinema Palazzo di San Lorenzo si ripercorrono temi e questioni che riteniamo siano degne della massima attenzione, dai richiedenti asilo in fuga dalla Libia, ai migranti tunisini arrivati in Italia dopo la caduta di BenAlì, a chi ha attraversato la rotta che passa dalla Grecia. Un altro importante incontro avrà luogo di fronte a Mineo, il paese in provincia di Catania che ospita il centro per richiedenti asilo più grande d&#8217;Italia, questa struttura dovrebbe diventare il posto che ospiterà tutti o quasi i richiedenti asilo che arrivano nel nostro Paese, in una logica di ghettizzazione e confinamento dei migranti che tanto piace alla nostra politica; la questione migratoria in questo territorio va a braccetto con un&#8217;altra importante realtà: la militarizzazione a cui è sottoposta ormai da decenni la Sicilia e che continua ad attuarsi in modo spregiudicato.
Ospiti della puntata: Mombaye Diop, Alfonso Di Stefano, Antonio Mazzeo, Giuliana della campagna Welcome
Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati e Elise Melot</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 09: La rotta balcanica</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 07:45:51 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Le frontiere dell&#8217;Europa sono sempre più blindate e di conseguenza le rotte migratorie si ridisegnano. Cambiano i percorsi, le strade, i mezzi di trasporto con cui ci si sposta da un territorio all&#8217;altro, i viaggi si fanno spesso più lunghi e pericolosi, ma i flussi migratori verso il Vecchio Continente non si arrestano. In questa puntata di Passpartù andiamo ai confini con l&#8217;Europa, in Serbia. Questa piccola nazione di poco più di nove milioni di abitanti sta assistendo, per la prima volta nella sua storia, al passaggio di centinaia di migranti. Pakistani, iracheni, bengalesi, afgani in fuga dai loro paesi, che hanno attraversato la Turchia, la Grecia, la Macedonia e sono arrivati in Serbia, con la speranza di raggiungere l&#8217;Europa. Come sta affrontando la Serbia questa situazione? Come si approccia un Paese non europeo &#8211; ma che con l&#8217;Europa confina &#8211; alla questione del controllo delle frontiere? E in quale stato vivono i migranti che transitano per questa nazione? In questa puntata di Passpartù cercheremo di dare una risposta a queste domande, attraverso la voce di chi vive in Serbia e la testimonianza di un giornalista italiano che è andato a vedere cosa sta accadendo.</p>
<p>La scorsa primavera la redazione di Passpartù è stata al porto di Igoumenitsa, in Grecia, ai confini con l&#8217;Albania. Lì molti migranti ci avevano raccontato che era sempre più difficile attraversare l&#8217;Adriatico nascondendosi nei traghetti, i controlli si erano fatti molto più serrati sia in Grecia che in Italia e le possibilità di farcela erano veramente minime. Così molti di loro progettavano di tentare la fuga via terra, attrraversando il confine con l&#8217;Albania a piedi o con l&#8217;autobus e sperimentando nuove strade che neanche loro sapevano bene dove li avrebbero portati. Oggi sappiamo che alcune delle persone che hanno sperimentato queste nuove rotte sono finite in Serbia, lì ogni giorno si collegano dagli internet point e consultano le cartine di Google Maps per capire come fare a proseguire il loro viaggio verso l&#8217;Europa.</p>
<p> Non ci sono cifre esatte su quanti sono i migranti presenti in Serbia, ma siamo sull&#8217;ordine delle migliaia. Profughi di guerra o migranti economici, arrivati fino a lì con un unico obiettivo: proseguire verso l&#8217;Europa. Se è vero che la Serbia assiste per la prima volta a un passaggio continuo di migranti sul suo territorio, è anche vero però che il Paese vanta una storia di accoglienza piuttosto vecchia, già negli anni &#8217;60 infatti i serbi avevano dato asilo a chi scappava dal blocco comunista e negli anni &#8217;70 un folto gruppo di profughi cileni aveva trovato rifugio proprio lì. Ma dire che la Serbia sia abituata a vivere in un contesto multietnico sarebbe dire un&#8217;enorme bugia. Il passaggio costante di persone provenienti da ogni parte del mondo non è visto di buon occhio dalla gran parte della società civile, per nulla abituata a condividere il quotidiano con lo straniero. In Serbia non esiste una politica migratoria e la carta di rifugiato politico, prevista dall&#8217;ordinamento giuridico sin dai tempi della Ex-Jugoslavia, da solamente la possibilità di essere regolare nel Paese. </p>
<p>Oggi in Serbia esistono due centri di accoglienza, gli stessi che esistevano negli anni &#8217;60, uno dei due, gestito dall&#8217;Unhcr, si trova a Banja Koviljaca, ridente locali termale. A fine novembre in questo paese è stata fatta una manifestazione indetta dalle destre serbe per protestare contro la presenza dei migranti, alla protesta è seguita la chiusura parziale del centro di accoglienza.Secondo Jean-Arnault Derens, giornalista di <a href="http://balkans.courriers.info/">Le courrier des Balkans</a>, la Serbia, anche se nonè preparata al fenomeno, sta diventando una via importante di passaggio dei migranti e l&#8217;Unione Europea sta facendo pressione affinchè la Serbia modernizzi il controllo alle frontiere, blando ai confini con l&#8217;Albania e la Bulgaria, e praticamente inesistente dalla parte del Kosovo, confine contestato e non controllato, attraversato illegalmente da armi e uomini. Se è vero quindi che oggi non esiste una vera e propria politica europea sui flussi che passano da quella parte di mondo, è probabile  che tra poco ce ne sia una: l&#8217;Unhcr sta lavorando per adeguare gli standard di accoglienza serbi a quelli europei e ci si può aspettare che anche in fatto di controllo delle frontiere tra poco si muoverà qualcosa. Quello che già sta accadendo comunque è che i percorsi cambiano e anche le destinazioni; così l&#8217;Italia, che in questi anni è stata ed è terra di passaggio, oggi non è più la meta di molti migranti provenienti dall&#8217;Est.</p>
<p>Ospiti della puntata: Andrea Provvisionato, Jean-Arnault Derens, Dusan Aralica</p>
<p>Passpartù è un programma a cura di Elise Melot e Marzia Coronati</p>
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		<itunes:summary>Le frontiere dell&#8217;Europa sono sempre più blindate e di conseguenza le rotte migratorie si ridisegnano. Cambiano i percorsi, le strade, i mezzi di trasporto con cui ci si sposta da un territorio all&#8217;altro, i viaggi si fanno spesso più lunghi e pericolosi, ma i flussi migratori verso il Vecchio Continente non si arrestano. In questa puntata di Passpartù andiamo ai confini con l&#8217;Europa, in Serbia. Questa piccola nazione di poco più di nove milioni di abitanti sta assistendo, per la prima volta nella sua storia, al passaggio di centinaia di migranti. Pakistani, iracheni, bengalesi, afgani in fuga dai loro paesi, che hanno attraversato la Turchia, la Grecia, la Macedonia e sono arrivati in Serbia, con la speranza di raggiungere l&#8217;Europa. Come sta affrontando la Serbia questa situazione? Come si approccia un Paese non europeo &#8211; ma che con l&#8217;Europa confina &#8211; alla questione del controllo delle frontiere? E in quale stato vivono i migranti che transitano per questa nazione? In questa puntata di Passpartù cercheremo di dare una risposta a queste domande, attraverso la voce di chi vive in Serbia e la testimonianza di un giornalista italiano che è andato a vedere cosa sta accadendo.
La scorsa primavera la redazione di Passpartù è stata al porto di Igoumenitsa, in Grecia, ai confini con l&#8217;Albania. Lì molti migranti ci avevano raccontato che era sempre più difficile attraversare l&#8217;Adriatico nascondendosi nei traghetti, i controlli si erano fatti molto più serrati sia in Grecia che in Italia e le possibilità di farcela erano veramente minime. Così molti di loro progettavano di tentare la fuga via terra, attrraversando il confine con l&#8217;Albania a piedi o con l&#8217;autobus e sperimentando nuove strade che neanche loro sapevano bene dove li avrebbero portati. Oggi sappiamo che alcune delle persone che hanno sperimentato queste nuove rotte sono finite in Serbia, lì ogni giorno si collegano dagli internet point e consultano le cartine di Google Maps per capire come fare a proseguire il loro viaggio verso l&#8217;Europa.
 Non ci sono cifre esatte su quanti sono i migranti presenti in Serbia, ma siamo sull&#8217;ordine delle migliaia. Profughi di guerra o migranti economici, arrivati fino a lì con un unico obiettivo: proseguire verso l&#8217;Europa. Se è vero che la Serbia assiste per la prima volta a un passaggio continuo di migranti sul suo territorio, è anche vero però che il Paese vanta una storia di accoglienza piuttosto vecchia, già negli anni &#8217;60 infatti i serbi avevano dato asilo a chi scappava dal blocco comunista e negli anni &#8217;70 un folto gruppo di profughi cileni aveva trovato rifugio proprio lì. Ma dire che la Serbia sia abituata a vivere in un contesto multietnico sarebbe dire un&#8217;enorme bugia. Il passaggio costante di persone provenienti da ogni parte del mondo non è visto di buon occhio dalla gran parte della società civile, per nulla abituata a condividere il quotidiano con lo straniero. In Serbia non esiste una politica migratoria e la carta di rifugiato politico, prevista dall&#8217;ordinamento giuridico sin dai tempi della Ex-Jugoslavia, da solamente la possibilità di essere regolare nel Paese. 
Oggi in Serbia esistono due centri di accoglienza, gli stessi che esistevano negli anni &#8217;60, uno dei due, gestito dall&#8217;Unhcr, si trova a Banja Koviljaca, ridente locali termale. A fine novembre in questo paese è stata fatta una manifestazione indetta dalle destre serbe per protestare contro la presenza dei migranti, alla protesta è seguita la chiusura parziale del centro di accoglienza.Secondo Jean-Arnault Derens, giornalista di Le courrier des Balkans, la Serbia, anche se nonè preparata al fenomeno, sta diventando una via importante di passaggio dei migranti e l&#8217;Unione Europea sta facendo pressione affinchè la Serbia modernizzi il controllo alle frontiere, blando ai confini con l&#8217;Albania e la Bulgaria, e praticamente inesistente dal[...]</itunes:summary>
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		<title>Passpartù 08: Il mondo di domani</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 13:40:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prima risolvere la crisi finanziaria, poi quella sociale. Sembra questa la strada intrapresa dalla nuova classe dirigente italiana. Come se le due realtà, quella economica e quella attinente ai diritti umani, camminassero su binari diversi. In questa puntata di Passpartù ci proponiamo di dimostrare il contrario. La crisi che stiamo affrontando è globale e coinvolge [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prima risolvere la crisi finanziaria, poi quella sociale. Sembra questa la strada intrapresa dalla nuova classe dirigente italiana. Come se le due realtà, quella economica e quella attinente ai diritti umani, camminassero su binari diversi. In questa puntata di Passpartù ci proponiamo di dimostrare il contrario. La crisi che stiamo affrontando è globale e coinvolge settori incatenati tra loro, dalla questione economica a quella ambientale a quella sociale: affrontarne uno significa tenere in considerazione anche tutti gli altri.  Cercheremo di capire come stili di vita sostenibili possano influenzare i flussi migratori e quali doveri ha l&#8217;Italia verso le persone in fuga dai territori dove la crisi si è abbattuta in una forma violenta e devastante. Partiremo dalla cronaca di questi giorni, dal veliero affondato a largo di Brindisi con a bordo decine di migranti, per poi approdare a Durban, dove è in corso la conferenza mondiale sui cambiamenti climatici.</p>
<p>Ad aprile scorso la redazione di Passpartù veniva informata del rinvio di 84 persone  dal porto di Brindisi verso Patrasso. Avevamo provato a fare luce su questa vicenda e dopo un lungo e difficoltoso giro di telefonate eravamo  riuscite a dipanare la matassa: gli 84, di origine asiatica, erano arrivati a bordo di una barca a vela sulle rive di Roccella Jonica, in Calabria, e dopo una settimana erano stati deportati in Grecia, nonstante le nostre autorità non avessero prove certe sulla provenienza dell&#8217;imbarcazione. Scoprivamo anche che la vicenda non era unica nel suo genere ma che già in passato c&#8217;erano stati diversi casi simili. La nostra inchiesta non aveva avuto una grande risonanza, nonostante sollevasse questioni importanti: è stata data la possibilità a quelle persone di fare richiesta di asilo politico? Perchè sono stati respinti in Grecia pur in mancanza di informazioni sulla provenienza dell&#8217;imbarcazione? Chi sono i trafficanti che organizzano questi viaggi? Si è aspettato l&#8217;ennesimo incidente, questa volta più cruento del solito, per fare si che la notizia arrivasse anche sui media mainstream. Il 26 novembre un veliero proveniente dalla Turchia è affondato al largo delle coste salentine: due i morti accertati, molti i dispersi.<br />
Non si hanno numeri su quanti siano i migranti arrivati sulle coste calabresi o pugliesi in questi ultimi anni, quello che è certo è che stanno aumentando esponenzialmente. Dai dati che abbiamo raccolto, mentre in tutto il 2010 gli arrivi sono stati circa una ventina, solamente dal 1 gennaio all’11 maggio 2011 le imbarcazioni di migranti approdate su quelle coste sono state diciotto. Quello che sta accadendo ci impone una riflessione sulle modalità di accoglienza che dobbiamo necessariamente prevedere per chi fugge da aree di crisi e cerca asilo nel nostro territorio, come per tutti coloro che sono giunti sulle nostre coste durante il conflitto in Libia, per fuggire alle violenze o perchè costretti dalle milizie di Gheddafi a salpare alla volta dell&#8217;Europa.  In queste ore Melting Pot sta diffondendo un <a href="http://www.meltingpot.org/articolo17149.html">appello</a> per il rilascio di un titolo di soggiorno per motivi umanitari a questi richiedenti asilo, che sono stimati sui 25 mila.<br />
Il fenomeno migratorio si lega anche con le questioni ambientali. Francesca Terzoni e Stefano Bettera sono gli autori della &#8220;La tempesta migratoria,&#8221; un libro che propone una riflessione su cambiamenti climatici, fenomeni migratori e modelli economici sostenibili. Nello studio la soluzione individuata per fare fronte alla realtà sociale e ambientale di oggi è quella della &#8220;decrescita selettiva&#8221;: riconvertire l&#8217;inquinante in sostenibile.</p>
<p>Ospiti della puntata: Francesca Terzoni, Stefano Bettera, Neva Cocchi<br />
Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati e Elise Melot</p>
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		<itunes:summary>Prima risolvere la crisi finanziaria, poi quella sociale. Sembra questa la strada intrapresa dalla nuova classe dirigente italiana. Come se le due realtà, quella economica e quella attinente ai diritti umani, camminassero su binari diversi. In questa puntata di Passpartù ci proponiamo di dimostrare il contrario. La crisi che stiamo affrontando è globale e coinvolge settori incatenati tra loro, dalla questione economica a quella ambientale a quella sociale: affrontarne uno significa tenere in considerazione anche tutti gli altri.  Cercheremo di capire come stili di vita sostenibili possano influenzare i flussi migratori e quali doveri ha l&#8217;Italia verso le persone in fuga dai territori dove la crisi si è abbattuta in una forma violenta e devastante. Partiremo dalla cronaca di questi giorni, dal veliero affondato a largo di Brindisi con a bordo decine di migranti, per poi approdare a Durban, dove è in corso la conferenza mondiale sui cambiamenti climatici.
Ad aprile scorso la redazione di Passpartù veniva informata del rinvio di 84 persone  dal porto di Brindisi verso Patrasso. Avevamo provato a fare luce su questa vicenda e dopo un lungo e difficoltoso giro di telefonate eravamo  riuscite a dipanare la matassa: gli 84, di origine asiatica, erano arrivati a bordo di una barca a vela sulle rive di Roccella Jonica, in Calabria, e dopo una settimana erano stati deportati in Grecia, nonstante le nostre autorità non avessero prove certe sulla provenienza dell&#8217;imbarcazione. Scoprivamo anche che la vicenda non era unica nel suo genere ma che già in passato c&#8217;erano stati diversi casi simili. La nostra inchiesta non aveva avuto una grande risonanza, nonostante sollevasse questioni importanti: è stata data la possibilità a quelle persone di fare richiesta di asilo politico? Perchè sono stati respinti in Grecia pur in mancanza di informazioni sulla provenienza dell&#8217;imbarcazione? Chi sono i trafficanti che organizzano questi viaggi? Si è aspettato l&#8217;ennesimo incidente, questa volta più cruento del solito, per fare si che la notizia arrivasse anche sui media mainstream. Il 26 novembre un veliero proveniente dalla Turchia è affondato al largo delle coste salentine: due i morti accertati, molti i dispersi.
Non si hanno numeri su quanti siano i migranti arrivati sulle coste calabresi o pugliesi in questi ultimi anni, quello che è certo è che stanno aumentando esponenzialmente. Dai dati che abbiamo raccolto, mentre in tutto il 2010 gli arrivi sono stati circa una ventina, solamente dal 1 gennaio all’11 maggio 2011 le imbarcazioni di migranti approdate su quelle coste sono state diciotto. Quello che sta accadendo ci impone una riflessione sulle modalità di accoglienza che dobbiamo necessariamente prevedere per chi fugge da aree di crisi e cerca asilo nel nostro territorio, come per tutti coloro che sono giunti sulle nostre coste durante il conflitto in Libia, per fuggire alle violenze o perchè costretti dalle milizie di Gheddafi a salpare alla volta dell&#8217;Europa.  In queste ore Melting Pot sta diffondendo un appello per il rilascio di un titolo di soggiorno per motivi umanitari a questi richiedenti asilo, che sono stimati sui 25 mila.
Il fenomeno migratorio si lega anche con le questioni ambientali. Francesca Terzoni e Stefano Bettera sono gli autori della &#8220;La tempesta migratoria,&#8221; un libro che propone una riflessione su cambiamenti climatici, fenomeni migratori e modelli economici sostenibili. Nello studio la soluzione individuata per fare fronte alla realtà sociale e ambientale di oggi è quella della &#8220;decrescita selettiva&#8221;: riconvertire l&#8217;inquinante in sostenibile.
Ospiti della puntata: Francesca Terzoni, Stefano Bettera, Neva Cocchi
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		<title>Passpartù 07: La rivoluzione di chi parte</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 11:21:36 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;C&#8217;era solo un posto in Tunisia dove non vedevi tutti i giorni la faccia di Ben Alì: il carcere&#8221;. Sono le parole di uno dei protagonisti del film &#8220;I nostri anni migliori&#8221;, un documentario sulla dittatura tunisina raccontata da chi è arrivato in Italia la primavera scorsa. In questa puntata di Passpartù continuiamo a parlare della Tunisia del dopo Ben Alì e in particolar modo di quella fetta di popolazione che ha deciso di godere della ritrovata libertà per lasciare il suo paese e viaggiare verso l&#8217;Europa. Lo faremo assieme ai registi de &#8220;I nostri anni migliori&#8221; e ad un fotografo che è tornato da poco dalla Tunisia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mentre tra le sfere più alte della politica italiana si riaccende il dibattito su chi ha diritto ad essere cittadino italiano e chi no, mentre ancora si disquisisce sullo ius soli (il diritto alla cittadinanza sancito in base al posto dove si nasce) e lo ius sanguinis (il diritto sancito in base alla discendenza), mentre parole e carta si sprecano sulla questione, la vita reale va molto più veloce delle norme e la natura dell&#8217;uomo, da sempre viaggiatrice, continua inesorabile il suo corso. Le persone viaggiano, si muovono, passano per il nostro paese, qualcuno ci rimane, altri se ne vanno. All&#8217;inizio del 2011 in Italia è stata registrata la presenza di circa cinque milioni di residenti stranieri a cui si sono aggiunte le migliaia di persone partite dai loro paesi a seguito della Primavera araba. Dalla Tunisia ne sono arrivati poco ventitremila e di loro si è sentito molto parlare&#8230; dove andranno a stare? quale centro di accoglienza li ospiterà? e poi che faranno? dovremo dare a tutti un permesso di soggiorno? come faremo a rimandarli indietro?&#8230; Queste sono state le domande più frequenti che ci si è posti e che sono state poste a chi è arrivato in questi mesi. Fortunatamente però c&#8217;è qualcuno che ha pensato che quelle persone arrivate a Lampedusa e smistate nei centri di accoglienza sorti in quei mesi in tutta Italia avevano un potenziale incredibile: erano reduci da una rivoluzione, con ancora le immagini negli occhi e le sensazioni nel cuore della rivolta di cui erano stati protagonisti fino a qualche giorno prima. Immagini e sensazioni che nessuno chiedeva loro di raccontare e tirare fuori e che stavano diventando una miccia pronta a esplodere negli animi dei migranti. Stefano Collizzolli e Matteo Calore, registi e documentaristi di Padova, sono andati nei centri e hanno chiesto ai ragazzi di raccontare quello che avevano vissuto in Tunisia. Gli intervistati si sono aperti in lunghi e bellissimi racconti, pieni di vita e di emozione, raccolti all&#8217;interno del film &#8220;I nostri anni migliori&#8221;.</p>
<p>Dei cinque protagonisti del film, solo uno è rimasto in Italia, gli altri oggi sono in Francia, in Germania, in Belgio. Dei ventitremila giunti sulle coste italiane, non sono molti infatti quelli che hanno scelto di rimanere, in migliaia poi sono stati respinti e rimpatriati in Tunisia. Il fotografo Alessio Genovese, che aveva seguito gli sbarchi a Lamedusa quest&#8217;estate, è andato a vedere dove si trovano oggi queste persone e che sogni hanno nel cassetto. Genovese <a href="http://siciliamigranti.blogspot.com/2011/11/il-limbo-dei-rimpatriati.html">racconta</a> una Tunisia in fermento culturale e artistico, dove però gli strati della società più poveri continuano a soffrire e sognano ancora di venire in Europa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per saperne di più sul film &#8220;I nostri anni migliori&#8221;, per contattare gli autori o organizzare una proiezione nella vostra città: <a href="http://inostriannimigliori.wordpress.com/">inostriannimigliori.wordpress.com</a><a href="http://www.zalab.org/newsite/"> www.zalab.org</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per guardare le fotografie di Alessio Genovese</p>
<p><a href="http://www.alessiogenovese.com/">www.alessiogenovese.com</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ospiti della puntata: Stefano Collizzolli, Alessio Genovese</p>
<p>Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati e Elise Melot</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<itunes:summary>&#8220;C&#8217;era solo un posto in Tunisia dove non vedevi tutti i giorni la faccia di Ben Alì: il carcere&#8221;. Sono le parole di uno dei protagonisti del film &#8220;I nostri anni migliori&#8221;, un documentario sulla dittatura tunisina raccontata da chi è arrivato in Italia la primavera scorsa. In questa puntata di Passpartù continuiamo a parlare della Tunisia del dopo Ben Alì e in particolar modo di quella fetta di popolazione che ha deciso di godere della ritrovata libertà per lasciare il suo paese e viaggiare verso l&#8217;Europa. Lo faremo assieme ai registi de &#8220;I nostri anni migliori&#8221; e ad un fotografo che è tornato da poco dalla Tunisia.
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Mentre tra le sfere più alte della politica italiana si riaccende il dibattito su chi ha diritto ad essere cittadino italiano e chi no, mentre ancora si disquisisce sullo ius soli (il diritto alla cittadinanza sancito in base al posto dove si nasce) e lo ius sanguinis (il diritto sancito in base alla discendenza), mentre parole e carta si sprecano sulla questione, la vita reale va molto più veloce delle norme e la natura dell&#8217;uomo, da sempre viaggiatrice, continua inesorabile il suo corso. Le persone viaggiano, si muovono, passano per il nostro paese, qualcuno ci rimane, altri se ne vanno. All&#8217;inizio del 2011 in Italia è stata registrata la presenza di circa cinque milioni di residenti stranieri a cui si sono aggiunte le migliaia di persone partite dai loro paesi a seguito della Primavera araba. Dalla Tunisia ne sono arrivati poco ventitremila e di loro si è sentito molto parlare&#8230; dove andranno a stare? quale centro di accoglienza li ospiterà? e poi che faranno? dovremo dare a tutti un permesso di soggiorno? come faremo a rimandarli indietro?&#8230; Queste sono state le domande più frequenti che ci si è posti e che sono state poste a chi è arrivato in questi mesi. Fortunatamente però c&#8217;è qualcuno che ha pensato che quelle persone arrivate a Lampedusa e smistate nei centri di accoglienza sorti in quei mesi in tutta Italia avevano un potenziale incredibile: erano reduci da una rivoluzione, con ancora le immagini negli occhi e le sensazioni nel cuore della rivolta di cui erano stati protagonisti fino a qualche giorno prima. Immagini e sensazioni che nessuno chiedeva loro di raccontare e tirare fuori e che stavano diventando una miccia pronta a esplodere negli animi dei migranti. Stefano Collizzolli e Matteo Calore, registi e documentaristi di Padova, sono andati nei centri e hanno chiesto ai ragazzi di raccontare quello che avevano vissuto in Tunisia. Gli intervistati si sono aperti in lunghi e bellissimi racconti, pieni di vita e di emozione, raccolti all&#8217;interno del film &#8220;I nostri anni migliori&#8221;.
Dei cinque protagonisti del film, solo uno è rimasto in Italia, gli altri oggi sono in Francia, in Germania, in Belgio. Dei ventitremila giunti sulle coste italiane, non sono molti infatti quelli che hanno scelto di rimanere, in migliaia poi sono stati respinti e rimpatriati in Tunisia. Il fotografo Alessio Genovese, che aveva seguito gli sbarchi a Lamedusa quest&#8217;estate, è andato a vedere dove si trovano oggi queste persone e che sogni hanno nel cassetto. Genovese racconta una Tunisia in fermento culturale e artistico, dove però gli strati della società più poveri continuano a soffrire e sognano ancora di venire in Europa.
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Per saperne di più sul film &#8220;I nostri anni migliori&#8221;, per contattare gli autori o organizzare una proiezione nella vostra città: inostriannimigliori.wordpress.com www.zalab.org
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Per guardare le fotografie di Alessio Genovese
www.alessiogenovese.com
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Ospiti della puntata: Stefano Collizzolli, Alessio Genovese
Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati e Elise Melot
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		<title>Passpartù 06: Dispersi</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 16:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hanno lasciato le loro famiglie in Tunisia più di sette mesi fa per salpare alla volta dell&#8217;Europa, ma dopo la partenza si è persa ogni traccia di loro. Qualcuno dice siano trecento, qualcun&#8217;altro cinquecento, altri ancora li stimano in oltre seicento.  Le famiglie stanno facendo di tutto per sapere che fine abbiano fatto, mentre le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Hanno lasciato le loro famiglie in Tunisia più di sette mesi fa per salpare alla volta dell&#8217;Europa, ma dopo la partenza si è persa ogni traccia di loro. Qualcuno dice siano trecento, qualcun&#8217;altro cinquecento, altri ancora li stimano in oltre seicento.  Le famiglie stanno facendo di tutto per sapere che fine abbiano fatto, mentre le istituzioni italiane e tunisine rimangono immobili. In questa puntata di Passpartù parliamo con i familiari dei dispersi e con chi li sta aiutando.</p>
<p>Faouzi lavora a Genova da molti anni, è sposato con un&#8217;italiana e ha due figli. Faouzi a marzo aspettava l&#8217;arrivo di suo fratello, che lo avrebbe aiutato nel suo negozio di frutta e verdura, ma il fratello non è mai arrivato. Kautar vive vicino a Parma con sua mamma. Ogni giorno aspetta notizie di suo fratello, partito a marzo alla volta dell&#8217;Italia e mai arrivato da lei. Noureddine vive in Tunisia, ha visto suo figlio salire su una barca il 30 marzo scorso e poi non ha avuto più notizie di lui .  Ha provato a rivolgersi a tutte le autorità competenti ma lo Stato tunisino non gli ha mai dato nessuna informazione utile, allora Noureddine si è rivolto anche all&#8217;ambasciata italiana e lì gli hanno chiesto le impronte del figlio, ma il Ministero degli interni tunisino si è rifiutato di dargliele.</p>
<p>Le storie di queste persone sono giuunte a noi grazie alla denuncia fatta da Federica Sossi, docente all&#8217;università di Bergamo e curatrice del sito storiemigranti.org.   Durante uno dei suoi ultimi soggiorni in Tunisia, a giugno, Federica è venuta a conoscenza della vicenda dei ragazzi scomparsi ed è stata lei una delle prime a parlarne in Italia e a cercare di fare qualcosa per aiutare le famiglie dei dispersi; quando ha cercato di fare luce sulla vicenda però si è trovata di fronte un muro di gomma: nè in Italia nè in Tunisia le istituzioni erano disposte a fare qualcosa per trovare questi ragazzi, così ha escogitato lei un sistema che potesse essere efficace per rintracciare i dispersi. Si tratta di un semplice incrocio di  dati, che comprterebbe un minimo sforzo collaborativo da parte dei due Paesi e consentirebbe di dare una risposta ai familiari dei dispersi, in Tunisia infatti le carte di identità sono con le impronte digitali e in Italia esistono i rilievi dattiloscopici dei migranti identificati o detenuti. &#8220;Chiediamo  che i parenti dei dispersi possano fare una domanda al Ministero degli esteri tunisino affinché fornisca le impronte digitali al Ministero degli interni italiano e a questo chiediamo di rispondere&#8221; spiega Federica Sossi. La richiesta è esplicitata anche in un appello che sta circolando in questi giorni.</p>
<p>Per firmare l&#8217;appello<a href="http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995"> clicca qui </a></p>
<p><strong>Ospiti della puntata:</strong> i familiari dei dispersi (Faouzi, Kautar, Noureddine), Federica Sossi, Hamadi e Rebecca Kreiem</p>
<p><strong>Un ringraziamento a Khaldoun e Amel</strong></p>
<p>Passpartù è un programma a cura di Elise Melot e Marzia Coronati</p>
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		<itunes:summary>Hanno lasciato le loro famiglie in Tunisia più di sette mesi fa per salpare alla volta dell&#8217;Europa, ma dopo la partenza si è persa ogni traccia di loro. Qualcuno dice siano trecento, qualcun&#8217;altro cinquecento, altri ancora li stimano in oltre seicento.  Le famiglie stanno facendo di tutto per sapere che fine abbiano fatto, mentre le istituzioni italiane e tunisine rimangono immobili. In questa puntata di Passpartù parliamo con i familiari dei dispersi e con chi li sta aiutando.
Faouzi lavora a Genova da molti anni, è sposato con un&#8217;italiana e ha due figli. Faouzi a marzo aspettava l&#8217;arrivo di suo fratello, che lo avrebbe aiutato nel suo negozio di frutta e verdura, ma il fratello non è mai arrivato. Kautar vive vicino a Parma con sua mamma. Ogni giorno aspetta notizie di suo fratello, partito a marzo alla volta dell&#8217;Italia e mai arrivato da lei. Noureddine vive in Tunisia, ha visto suo figlio salire su una barca il 30 marzo scorso e poi non ha avuto più notizie di lui .  Ha provato a rivolgersi a tutte le autorità competenti ma lo Stato tunisino non gli ha mai dato nessuna informazione utile, allora Noureddine si è rivolto anche all&#8217;ambasciata italiana e lì gli hanno chiesto le impronte del figlio, ma il Ministero degli interni tunisino si è rifiutato di dargliele.
Le storie di queste persone sono giuunte a noi grazie alla denuncia fatta da Federica Sossi, docente all&#8217;università di Bergamo e curatrice del sito storiemigranti.org.   Durante uno dei suoi ultimi soggiorni in Tunisia, a giugno, Federica è venuta a conoscenza della vicenda dei ragazzi scomparsi ed è stata lei una delle prime a parlarne in Italia e a cercare di fare qualcosa per aiutare le famiglie dei dispersi; quando ha cercato di fare luce sulla vicenda però si è trovata di fronte un muro di gomma: nè in Italia nè in Tunisia le istituzioni erano disposte a fare qualcosa per trovare questi ragazzi, così ha escogitato lei un sistema che potesse essere efficace per rintracciare i dispersi. Si tratta di un semplice incrocio di  dati, che comprterebbe un minimo sforzo collaborativo da parte dei due Paesi e consentirebbe di dare una risposta ai familiari dei dispersi, in Tunisia infatti le carte di identità sono con le impronte digitali e in Italia esistono i rilievi dattiloscopici dei migranti identificati o detenuti. &#8220;Chiediamo  che i parenti dei dispersi possano fare una domanda al Ministero degli esteri tunisino affinché fornisca le impronte digitali al Ministero degli interni italiano e a questo chiediamo di rispondere&#8221; spiega Federica Sossi. La richiesta è esplicitata anche in un appello che sta circolando in questi giorni.
Per firmare l&#8217;appello clicca qui 
Ospiti della puntata: i familiari dei dispersi (Faouzi, Kautar, Noureddine), Federica Sossi, Hamadi e Rebecca Kreiem
Un ringraziamento a Khaldoun e Amel
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