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	<title>Amisnet &#187; editoria</title>
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	<description>Informazione Sociale Quotidiana</description>
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		<title>Amisnet</title>
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	<itunes:subtitle>Informazione sociale e programmi di approfondimento dalla redazione di AMISnet.</itunes:subtitle>
	<itunes:summary>Amisnet e' un'agenzia radiofonica attiva da oltre 9 anni. La sua principale attivita' consiste nella produzione e la distribuzione di prodotti radiofonici di approfondimento a circa 35 radio italiane. Il podcast e' una selezione quotidiana dei servizi audio distribuiti tramite i siti del network Amisnet.</itunes:summary>
	<itunes:keywords>ambiente, conflitti, cooperazione, diritti, economia, politica, informazione sociale</itunes:keywords>
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		<title>Facebook revolutions</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 13:57:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nelle piazze infuocate del Maghreb, gli attivisti avevano in una mano la bandiera, nell&#8217;altra il cellullare. Secondo alcuni studiosi, Twitter, Facebook e Youtube sono stati gli strumenti che hanno permesso di abbattere le dittature nel mondo arabo. La rivoluzione dei social network è raccontata in un libro. Ovviamente digitale. si intitola &#8220;Facebook revolutions&#8221; l&#8217;e-book a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle piazze infuocate del Maghreb, gli attivisti avevano in una mano la bandiera, nell&#8217;altra il cellullare. Secondo alcuni studiosi, Twitter, Facebook e Youtube sono stati gli strumenti che hanno permesso di abbattere le dittature nel mondo arabo. La rivoluzione dei social network è raccontata in un libro. Ovviamente digitale.</p>
<p>si intitola &#8220;Facebook revolutions&#8221; l&#8217;e-book a cura di Raffaella Cosentino, edito da Terrelibere. In cinquanta pagine il lavoro racconta il ruolo chiave dei social media nella cosidetta &#8220;rivoluzione dei gelsomini&#8221;. &#8220;Non sono stati i social media a mandare Zine el-Abidine Ben Ali in esilio a Jadda, ma senza questi strumenti non ci sarebbe stata la rivoluzione&#8221; scrive l&#8217;autrice.</p>
<p>Dalla Tunisia all&#8217;Egitto, le ribellioni sono state messe in rete nello stesso momento in cui accadevano. Twitter e Facebook hanno dato voce alle persone affamate di libertà, aggirando la censura e permettendo di far vedere al mondo quello che stava accadendo nei paesi dilaniati dalle dittature. I nuovi strumenti delle nuove rivoluzioni, scrive la Cosentino, hanno cambiato il mondo, e non solo quello arabo.</p>
<p><a href="http://www.terrelibere.org/libreria/facebook-revolutions">Leggi l&#8217;anteprima di &#8220;Facebook revolutions&#8221;</a></p>
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		<title>Cucchi e la violenza delle istituzioni</title>
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		<pubDate>Sat, 29 May 2010 16:45:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Sbaffoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Brevi]]></category>
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		<description><![CDATA[Stefano Cucchi viene arrestato dai Carabinieri, per il possesso di una modesta quantità di hascish, la notte tra il 15 ed il 16 ottobre 2009 a Roma, a due passi dalla casa dei suoi genitori nel popolare quartiere di Torpignattara. Dopo aver trascorso la notte in caserma, viene condotto per direttissima davanti al giudice che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stefano Cucchi viene arrestato dai Carabinieri, per il possesso di una modesta quantità di hascish, la notte tra il 15 ed il 16 ottobre 2009 a Roma, a due passi dalla casa dei suoi genitori nel popolare quartiere di Torpignattara. Dopo aver trascorso la notte in caserma, viene condotto per direttissima davanti al giudice che ne dispone la custodia cautelare in carcere fino alla successiva udienza fissata per il 13 novembre. Il giorno dopo, Stefano viene ricoverato d’urgenza nel reparto penale dell’ospedale Sandro Pertini dove muore, a causa delle percosse subite e dell’incuria dei medici, all’alba del 22 ottobre. I familiari, a cui è stata negata sia la possibilità di vederlo che di parlare con i medici delle sue condizioni di salute, vengono a conoscenza della morte del ragazzo solo attraverso la notifica del decreto con il quale il pubblico ministero autorizza l’autopsia sul corpo.</p>
<p>Su questa triste vicenda l’editore Castelvecchi pubblica <em>Non mi uccise la morte</em>, di Luca Moretti e Toni Bruno: il libro è composto da un testo introduttivo in cui Moretti ripercorre la storia di Stefano, dalla <em>grafic novel</em> realizzata da Bruno (in cui l’arte del fumetto dispiega appieno le proprie capacità comunicative) e da un saggio in cui lo scrittore Cristiano Armati allarga il discorso alla gestione dell’ordine pubblico in Italia e alle vittime che questo produce.</p>
<p>La scelta dell’illustrazione rimanda subito alla grande importanza che le immagini hanno avuto in questa storia: tutti hanno negli occhi il corpo martoriato di Stefano come appare dalle fotografie che la famiglia Cucchi ha avuto il coraggio di pubblicare e di mostrare (come un <em>elettroshock</em>) ad un opinione pubblica inebetita.</p>
<p>La storia di Stefano mostra, in modo esemplare, alcuni degli errori più gravi commessi dallo stato italiano: leggi inette che criminalizzano i consumatori di sostanze stupefacenti (vedi Fini-Giovanardi), violenza delle forze dell’ordine, indifferenza dei medici (sembra che un semplice bicchiere di acqua e zucchero avrebbe salvato Stefano), dichiarazioni aberranti della classe politica: il ministro della giustizia Alfano, a seguito di una interrogazione parlamentare, ha sostenuto che il ragazzo fosse caduto dalle scale, Giovanardi ha provocato stupore e indignazione affermando che il giovane fosse morto perché anoressico, drogato e, addirittura, sieropositivo.</p>
<p>Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi sono solo i casi più noti e recenti in cui la dignità umana è stata calpestata dalla violenza che si annida nelle istituzioni: ma dietro di loro, quanti sono gli abusi di cui non si ha traccia perché commessi contro gli immigrati o nei confronti di persone le cui famiglie non hanno avuto lo stesso coraggio di denunciare i fatti come è stato, invece, per i familiari di Cucchi?</p>
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		<itunes:summary>Stefano Cucchi viene arrestato dai Carabinieri, per il possesso di una modesta quantità di hascish, la notte tra il 15 ed il 16 ottobre 2009 a Roma, a due passi dalla casa dei suoi genitori nel popolare quartiere di Torpignattara. Dopo aver trascorso la notte in caserma, viene condotto per direttissima davanti al giudice che ne dispone la custodia cautelare in carcere fino alla successiva udienza fissata per il 13 novembre. Il giorno dopo, Stefano viene ricoverato d’urgenza nel reparto penale dell’ospedale Sandro Pertini dove muore, a causa delle percosse subite e dell’incuria dei medici, all’alba del 22 ottobre. I familiari, a cui è stata negata sia la possibilità di vederlo che di parlare con i medici delle sue condizioni di salute, vengono a conoscenza della morte del ragazzo solo attraverso la notifica del decreto con il quale il pubblico ministero autorizza l’autopsia sul corpo.
Su questa triste vicenda l’editore Castelvecchi pubblica Non mi uccise la morte, di Luca Moretti e Toni Bruno: il libro è composto da un testo introduttivo in cui Moretti ripercorre la storia di Stefano, dalla grafic novel realizzata da Bruno (in cui l’arte del fumetto dispiega appieno le proprie capacità comunicative) e da un saggio in cui lo scrittore Cristiano Armati allarga il discorso alla gestione dell’ordine pubblico in Italia e alle vittime che questo produce.
La scelta dell’illustrazione rimanda subito alla grande importanza che le immagini hanno avuto in questa storia: tutti hanno negli occhi il corpo martoriato di Stefano come appare dalle fotografie che la famiglia Cucchi ha avuto il coraggio di pubblicare e di mostrare (come un elettroshock) ad un opinione pubblica inebetita.
La storia di Stefano mostra, in modo esemplare, alcuni degli errori più gravi commessi dallo stato italiano: leggi inette che criminalizzano i consumatori di sostanze stupefacenti (vedi Fini-Giovanardi), violenza delle forze dell’ordine, indifferenza dei medici (sembra che un semplice bicchiere di acqua e zucchero avrebbe salvato Stefano), dichiarazioni aberranti della classe politica: il ministro della giustizia Alfano, a seguito di una interrogazione parlamentare, ha sostenuto che il ragazzo fosse caduto dalle scale, Giovanardi ha provocato stupore e indignazione affermando che il giovane fosse morto perché anoressico, drogato e, addirittura, sieropositivo.
Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi sono solo i casi più noti e recenti in cui la dignità umana è stata calpestata dalla violenza che si annida nelle istituzioni: ma dietro di loro, quanti sono gli abusi di cui non si ha traccia perché commessi contro gli immigrati o nei confronti di persone le cui famiglie non hanno avuto lo stesso coraggio di denunciare i fatti come è stato, invece, per i familiari di Cucchi?</itunes:summary>
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		<title>Diario da Kabul: l&#8217;Afghanistan da &#8220;sfatare&#8221; del libro di Giordana</title>
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		<pubDate>Fri, 21 May 2010 18:09:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Sbaffoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Conflitti]]></category>
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		<description><![CDATA[Le cause affaristiche di una guerra criminale; gli interessi strategici e geopolitici globali; il fondamentalismo islamico, foraggiato e strumentalizzato per anni dagli Stati Uniti in funzione anti-sovietica grazie all’azione del Pakistan e dei suoi servizi segreti; il business della guerra e quello della ricostruzione; la complessità di una regione che sin dall’antichità è stata il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le cause affaristiche di una guerra criminale; gli interessi strategici e geopolitici globali; il fondamentalismo islamico, foraggiato e strumentalizzato per anni dagli Stati Uniti in funzione anti-sovietica grazie all’azione del Pakistan e dei suoi servizi segreti; il business della guerra e quello della ricostruzione; la complessità di una regione che sin dall’antichità è stata il crocevia dell’Asia; il traffico di droga (dall’intervento militare americano ad oggi, la produzione di oppio afghano è arrivata a costituire oltre la metà dell’intera produzione mondiale); le strategie politico-militari per uscire dal “pantano” afghano; sono tutti temi, questi, di straordinario interesse ma la cui importanza è tale soprattutto ad uno sguardo occidentale. Dietro tutto questo si nasconde, da parte nostra, una grande ignoranza su quella che è la realtà del paese e sui modi in cui, concretamente, locali e occidentali convivono in Afghanistan. Tanto più questo vale per il nostro paese, dove si parla di Afghanistan solo quando ci si occupa delle truppe italiane e spesso, come in questi giorni, per raccontare (e sfruttare a vari livelli) degli eventi luttuosi.</p>
<p>A colmare questo buco antropologico contribuisce il libro <em>Diario da Kabul. Appunti da una città sulla linea del fronte</em> (ObarraO edizioni), scritto da Emanuele Giordana, giornalista esperto di Asia, fondatore dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera 22 e, tra l’altro, direttore responsabile dell’agenzia Amisnet.</p>
<p>Raccogliendo le riflessioni e le impressioni personali già in parte affidate al suo blog e andando oltre l’ossessione per la notizia che normalmente tiranneggia l’attività giornalistica, lo scrittore fa emergere la cronaca di un paese e di un popolo più complessa e più “viva” di quella solitamente riportata dai media, coniugando a questa prospettiva inedita l’analisi critica e profonda dei fatti.</p>
<p>Uno degli esempi più macroscopici della miopia occidentale nei confronti della realtà afghana è il caso di Ramazan Bashardost, candidato indipendente alle elezioni presidenziali del 2009, che Giordana ha incontrato e di cui parla nel libro. Bashardost ha ottenuto circa l’11% dei voti ed è risultato terzo per consensi ottenuti (senza far ricorso, peraltro, ai brogli di cui si sono avvalsi i due maggiori contendenti, Karzai e Abdullah). Il suo risultato, però, non ha avuto alcuna eco in occidente, così come il fatto che non ha preso voti solo tra gli appartenenti alla sua minoranza, la hazara, ma anche nelle aree pashtun, tagiche e tra i turcofoni del nord (tutti in larghissima maggioranza sunniti, al contrario degli hazara che sono sciiti).</p>
<p>Un altro aspetto passato sotto silenzio, in questi tempi di <em>exit strategy</em>, è il fatto che gli afghani, secondo quanto riporta Giordana, preferiscano l’occupazione al disimpegno dei paesi occidentali.</p>
<p>In una prospettiva globale, gli Usa hanno intenzione di lasciare Iraq e Afghanistan per concentrarsi su altre e ben più importanti “partite” nel <em>Risiko </em>geopolitico (Cina e probabilmente Russia) ma abbandonare a sé stesso un paese lacerato da trent’anni di permanente conflitto interno potrebbe equivalere a farlo precipitare in una situazione di endemica guerra civile.</p>
<p>Innanzitutto sarebbe auspicabile far cessare i bombardamenti; quindi, con la smobilitazione degli eserciti occidentali, si dovrebbe stabilire la garanzia di una forza di interposizione internazionale in modo da avviare un negoziato. Tale forza non dovrebbe essere formata dai paesi della Nato, verso cui gli afghani non potrebbero nutrire alcuna fiducia (anche con un mandato da parte del consiglio di sicurezza dell’Onu) ma, in un riposizionamento radicale del quadro delle alleanze, dovrebbe fare perno sul coinvolgimento dei paesi vicini e, in modo particolare dell’Iran (chiave di volta per gli equilibri dell’intera regione), anche attraverso l’Organizzazione della Conferenza Islamica.</p>
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		<title>Palestina: riflessioni e prospettive</title>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2010 17:20:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Sbaffoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il conflitto israelo-palestinese è probabilmente il conflitto più mediatizzato del mondo. Questa sovraesposizione mediatica rende a volte difficile cogliere la complessa realtà della Palestina, al di là delle incrostazioni della cronaca e delle manipolazioni di parte che, come è ovvio, interessano la ricostruzione storica e, di qui, l’interpretazione del presente e il delinearsi delle  prospettive [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il conflitto israelo-palestinese è probabilmente il conflitto più mediatizzato del mondo. Questa sovraesposizione mediatica rende a volte difficile cogliere la complessa realtà della Palestina, al di là delle incrostazioni della cronaca e delle manipolazioni di parte che, come è ovvio, interessano la ricostruzione storica e, di qui, l’interpretazione del presente e il delinearsi delle  prospettive future.</p>
<p>Discutiamo con Marco Allegra, studioso di tematiche mediorientali e autore di <em>Palestinesi: storia e identità di un popolo</em> (ed. Carocci), di alcuni tra i più controversi aspetti del conflitto, in modo particolare l’ascesa del movimento islamico di Hamas e le possibilità di costruzione, in Palestina, di un unico stato binazionale, in alternativa alla ormai tradizionale opzione “due popoli, due stati”.</p>
<p>Nel 2006, Hamas partecipa, per la prima volta nella sua storia, alle elezioni per l’Autorità nazionale palestinese riportando un inaspettato successo. Immediatamente, Israele e la comunità internazionale, USA e UE in testa, non riconoscono il nuovo governo, ignorandone i segnali di relativa moderazione e di disponibilità ad un dialogo, seppure indiretto, con lo stato ebraico. E’ stata chiusa una finestra di dialogo che poteva, al contrario, essere aperta: ciò ha portato agli eventi culminati nell’operazione “Piombo fuso”, condotta unilateralmente da Israele nella Striscia di Gaza, senza che, peraltro, il massacro che ha avuto luogo in quell’occasione abbia minimamente spostato la questione in favore degli stessi israeliani.</p>
<p>La realtà di Hamas, un movimento di massa che ha ormai marginalizzato gli aspetti più estremistici del proprio retroterra ideologico in favore di una visione politica pragmatica, è in stridente contrasto con ciò che viene di solito divulgato, soprattutto in occidente.</p>
<p>Un’altra questione che si sta riaffacciando con forza, nel dibattito degli ultimi anni, è quella della costruzione, nella Palestina storica, di un unico stato binazionale. Tale prospettiva prende forza da dati che sono incontestabili; innanzitutto, la dinamica demografica all’interno della regione, per cui si stima che, tra il 2010 e il 2011, la maggioranza ebraica diventerà, per la prima volta, una minoranza rispetto agli arabi; poi, la questione della minoranza palestinese all’interno dello stato di Israele e l’integrazione sempre maggiore di quest’ultimo con i territori occupati nel 1967.</p>
<p>Attualmente, la prospettiva binazionale è estranea tanto al <em>mainstream</em> israeliano che a quello palestinese ma resta, in ogni caso, una strada da riconsiderare, se non si vuole che a determinare l’esito del conflitto siano esclusivamente, in un futuro non troppo lontano, i brutali rapporti di forza tra i due contendenti.</p>
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		<itunes:summary>Il conflitto israelo-palestinese è probabilmente il conflitto più mediatizzato del mondo. Questa sovraesposizione mediatica rende a volte difficile cogliere la complessa realtà della Palestina, al di là delle incrostazioni della cronaca e delle manipolazioni di parte che, come è ovvio, interessano la ricostruzione storica e, di qui, l’interpretazione del presente e il delinearsi delle  prospettive future.
Discutiamo con Marco Allegra, studioso di tematiche mediorientali e autore di Palestinesi: storia e identità di un popolo (ed. Carocci), di alcuni tra i più controversi aspetti del conflitto, in modo particolare l’ascesa del movimento islamico di Hamas e le possibilità di costruzione, in Palestina, di un unico stato binazionale, in alternativa alla ormai tradizionale opzione “due popoli, due stati”.
Nel 2006, Hamas partecipa, per la prima volta nella sua storia, alle elezioni per l’Autorità nazionale palestinese riportando un inaspettato successo. Immediatamente, Israele e la comunità internazionale, USA e UE in testa, non riconoscono il nuovo governo, ignorandone i segnali di relativa moderazione e di disponibilità ad un dialogo, seppure indiretto, con lo stato ebraico. E’ stata chiusa una finestra di dialogo che poteva, al contrario, essere aperta: ciò ha portato agli eventi culminati nell’operazione “Piombo fuso”, condotta unilateralmente da Israele nella Striscia di Gaza, senza che, peraltro, il massacro che ha avuto luogo in quell’occasione abbia minimamente spostato la questione in favore degli stessi israeliani.
La realtà di Hamas, un movimento di massa che ha ormai marginalizzato gli aspetti più estremistici del proprio retroterra ideologico in favore di una visione politica pragmatica, è in stridente contrasto con ciò che viene di solito divulgato, soprattutto in occidente.
Un’altra questione che si sta riaffacciando con forza, nel dibattito degli ultimi anni, è quella della costruzione, nella Palestina storica, di un unico stato binazionale. Tale prospettiva prende forza da dati che sono incontestabili; innanzitutto, la dinamica demografica all’interno della regione, per cui si stima che, tra il 2010 e il 2011, la maggioranza ebraica diventerà, per la prima volta, una minoranza rispetto agli arabi; poi, la questione della minoranza palestinese all’interno dello stato di Israele e l’integrazione sempre maggiore di quest’ultimo con i territori occupati nel 1967.
Attualmente, la prospettiva binazionale è estranea tanto al mainstream israeliano che a quello palestinese ma resta, in ogni caso, una strada da riconsiderare, se non si vuole che a determinare l’esito del conflitto siano esclusivamente, in un futuro non troppo lontano, i brutali rapporti di forza tra i due contendenti.</itunes:summary>
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		<title>Migranti: l&#8217; Italia che invecchia ne ha bisogno</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 13:37:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Italia e&#8217; un paese sempre piu&#8217; &#8220;vecchio&#8221;; oltre 1/5 della popolazione appartiene alla classe degli over 65 e, se non ci fosse l&#8217;apporto dei migranti, gia&#8217; ora presenterebbe un saldo demografico negativo. La situazione italiana e&#8217; peggiore anche rispetto alla media del continente europeo che, nell&#8217;ipotesi di assenza di migrazioni, andrebbe incontro, nei prossimi decenni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->L&#8217;Italia e&#8217; un paese sempre piu&#8217; &#8220;vecchio&#8221;; oltre 1/5 della popolazione appartiene alla classe degli <em>over </em>65 e, se non ci fosse l&#8217;apporto dei migranti, gia&#8217; ora presenterebbe un saldo demografico negativo. La situazione italiana e&#8217; peggiore anche rispetto alla media del continente europeo che, nell&#8217;ipotesi di assenza di migrazioni, andrebbe incontro, nei prossimi decenni, ad un netto regresso demografico.</p>
<p>Nello stesso tempo, i paesi del sud del mondo hanno dinamiche demografiche opposte, di crescita impetuosa, esplosiva in alcune regioni (basti pensare all&#8217;Africa sud-sahariana), e hanno subito, negli ultimi 50 anni, un deciso allargamento del divario economico rispetto all&#8217;Occidente.</p>
<p>Tutti questi fattori concorrono potentemente a mettere in moto i fenomeni migratori, dai paesi poveri ma ricchi di popolazione giovane a quelli opulenti ma depressi dal punto di vista demografico.</p>
<p>Partendo dall&#8217;analisi di questi dati e da una considerazione diacronica del fenomeno migratorio, Massimo Livi Bacci, uno dei piu&#8217; importanti demografi italiani, discute nel suo ultimo libro: <em>In cammino. Breve storia delle migrazioni</em> (Il Mulino), le prospettive, le opportunita&#8217; e le alternative politiche, economiche e sociali cui ci troviamo di fronte.</p>
<p>Secondo Livi Bacci, a fronte dei fenomeni migratori attuali e del prossimo futuro, sono fondamentalmente due le opzioni che si presentano ai paesi del nord del mondo: costruire una societa&#8217; chiusa o seguire un modello di societa&#8217; aperta. Quella chiusa e&#8217; una societa&#8217; avvolta nelle sue tradizioni, che aumenta al massimo la produttivita&#8217; per rimediare al calo degli adulti in eta&#8217; lavorativa (vista la dinamica demografica), e in cui l&#8217;immigrazione e&#8217; un fenomeno del tutto marginale e ininfluente dal punto di vista sociale. All&#8217;opposto, la societa&#8217; aperta sfrutta le opportunita&#8217; offerte dall&#8217;immigrazione e investe con larghezza sull&#8217;integrazione dei migranti.</p>
<p>Attualmente non c&#8217;e&#8217; dubbio che, nell&#8217;opinione pubblica e nelle intenzioni politiche, il modello vincente sia quello di societa&#8217; chiusa: le migrazioni vengono percepite come un pericolo incombente, come un&#8217;emergenza da risolvere, le politiche migratorie si sono fatte piu&#8217; restrittive e selettive.</p>
<p>Nell&#8217;esame delle due opzioni alternative, la trattazione e&#8217; tutta condotta da un punto di vista che si potrebbe definire economicistico: Livi Bacci mostra come la depressione demografica del continente europeo e le circostanze economiche rendano ineluttabile la necessita&#8217;, per l&#8217;Europa (e per l&#8217;Italia in modo particolare), di politiche inclusive rispetto ai migranti, per rinnovare un tessuto demografico ormai rarefatto, pena la decadenza economica, sociale e culturale.</p>
<p>Il taglio e&#8217;scientifico, deliberatamente asettico; lo studioso mostra, appunto, il processo di apertura delle societa&#8217; occidentali ai migranti come qualcosa di inevitabile. Questa impostazione puo&#8217; colpire, per un certo utilitarismo, quanti vedono nelle migrazioni non un tributo da pagare al declino demografico ma un&#8217;opportunita&#8217; di rinnovamento e arricchimento, in senso non solo economico.</p>
<p>In realta&#8217;, lo studioso considera le migrazioni uno dei motori primari di rinnovo della societa&#8217;, e il condurre l&#8217;argomentazione dal punto di vista scientifico, proprio della sua materia, puo&#8217; essere uno strumento ancora piu&#8217; efficace per rivolgersi a quanti avversano, nell&#8217;opinione pubblica e nel potere politico, un deciso cambiamento di rotta nelle attuali politiche migratorie.</p>
<p>a cura: Enrico Sbaffoni</p>
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