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	<title>Amisnet &#187; Economia</title>
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		<itunes:keywords>ambiente, conflitti, cooperazione, diritti, economia, politica, informazione sociale</itunes:keywords>
		<itunes:subtitle>Informazione sociale e programmi di approfondimento dalla redazione di AMISnet.</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Amisnet e' un'agenzia radiofonica attiva da oltre 9 anni. La sua principale attivita' consiste nella produzione e la distribuzione di prodotti radiofonici di approfondimento a circa 35 radio italiane. Il podcast e' una selezione quotidiana dei servizi audio distribuiti tramite i siti del network Amisnet.</itunes:summary>
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		<title>Coop: continueremo a vendere i prodotti delle colonie israeliane</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 14:27:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Khaldoun</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[La Coop ha raggiunto un accordo con la Agrexco, la principale esportatrice di prodotti agricoli israeliani, sull&#8217; etichettatura delle merci provenienti dai Territori Occupati Palestinesi finora indicati come &#8220;made in Israel&#8221;. Coop Italia aveva sospeso la commercializzazione di tali prodotti accogliendo l&#8217;invito di numerosi soci e della coalizione Stop Agrexco Italia, perchè l&#8217;etichettatura ingannevole non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Coop ha raggiunto un accordo con la Agrexco, la principale esportatrice di prodotti agricoli israeliani, sull&#8217; etichettatura delle merci provenienti dai Territori Occupati Palestinesi finora indicati come &#8220;made in Israel&#8221;. Coop Italia aveva sospeso la commercializzazione di tali prodotti accogliendo l&#8217;invito di numerosi soci e della coalizione Stop Agrexco Italia, perchè l&#8217;etichettatura ingannevole non censntiva ai consumatori di sapere che stavano comprando merci prodotte nelle colonie israeliane, più volte definite &#8220;illegali&#8221; dall&#8217; ONU, sottolineando tuttavia che in linea di principio non è possibile discriminare i prodotti in base alla nazione di provenienza. Questo passo era stato accolto con favore anche dalle organizzazioni israliane impegnate per il rispetto dei diritti umani e per la fine dell&#8217; occupazione, tuttavia la decisione della Coop ha scatenato accuse di antisemitismo sui media inducendo l&#8217;azienda a tornare sui suoi passi ed annunciare il ritorno dei prodotti Agrexco sui propri scaffali una volta superato il problema dell&#8217; indicazione dell&#8217;origine sull&#8217;etichetta.</p>
<p>Profondamente insoddisfatti i promotori della campagna Stop Agrexco che in una nota hanno scritto:  &#8220;<em>Le soluzioni proposte da Coop Italia non sono soddisfacenti dal nostro  punto di vista. Sembra improbabile che si riesca a risolvere la  questione dell&#8217;etichettatura differenziata senza cadere nel ridicolo di  definizioni improbabili riguardo ai territori di origine delle merci che  sono sotto occupazione militare. Ma la questione di fondo è che non può  essere considerata legittima la commercializzazione di merci prodotte  in un regime di occupazione militare, anche se l&#8217;origine è etichettata  &#8220;correttamente&#8221;. Infatti, le colonie israeliane sono state ripetutamente  definite illegali nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU  n°446, 452, 465, 471 e 476 e lo sfruttamento delle risorse naturali di  un popolo sotto occupazione, come praticato da Agrexco e da altre  compagnie israeliane, è riconosciuto come crimine di guerra dalla IV  Convenzione di Ginevra, parte III, art. 49: 12-8-1949. Ci pare che  questo comportamento in qualche modo configuri una distanza fra la  dirigenza Coop nei confronti della sensibilità sociale e politica  espressa dai propri soci che hanno sostenuto l&#8217;azienda anche nel momento  in cui si è trovata in difficoltà.</em>&#8220;</p>
<p>Stop Agrexco ha inoltre lanciato una petizione intitolata &#8220;<a href="http://www.stopagrexcoitalia.org/online/172-petizione-coop.html">NO ai prodotti illegali nella mia COOP</a>&#8220;</p>
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		<title>Armi: la 185 avanti a fatica</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 13:56:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Vella</dc:creator>
				<category><![CDATA[AudioNews]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Quasi tutte le banche italiane forniscono denaro alle aziende che producono armi. I soldi sono quelli dei risparmiatori che chiedono alle proprie banche di investire in fondi comuni, finendo, spesso inconsapevolmente, per acquistare titoli appartenenti alle aziende in questione. A denunciarlo lo studio-pilota ancora in via di approfondimento &#8220;Finanza e amarmenti: le connessioni di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quasi tutte le banche italiane forniscono denaro alle aziende che producono armi. I soldi sono quelli dei risparmiatori che chiedono alle proprie banche di investire in fondi comuni, finendo, spesso inconsapevolmente, per acquistare titoli appartenenti alle aziende in questione. A denunciarlo lo studio-pilota ancora in via di approfondimento <em>&#8220;Finanza e amarmenti: le connessioni di un mercato globale&#8221; </em>realizzato dall&#8217;<a href="http://www.irestoscana.it/oscar.html" target="_blank">Osservatorio sul Commercio di Armi (Os.C.Ar) </a>dell&#8217;Istituto di ricerche Economiche e Sociali <a href="http://www.irestoscana.it/home.html" target="_blank">IRES Toscana</a> e presentato sabato a Milano in occasione della fiera <em><strong>Fa&#8217; la cosa giusta</strong></em>.</p>
<p><em> </em></p>
<p>&#8220;La ricerca ha analizzato circa 400 fondi comuni italiani che pubblicano in rete i dati relativi ai primi 50 titoli in cui è investito il patrimonio&#8221; &#8211; spiega la Direttrice di Os.C.Ar Chiara Bonaiuti sul sito dell&#8217;Organizzazione <a href="http://www.unimondo.org/Notizie/Italia-rapporto-svela-i-finanziamenti-delle-banche-all-industria-militare" target="_blank">Unimondo</a>. Questi dati sono stati poi messi a confronto con l&#8217;elenco delle prime 100 aziende produttrici di armi elaborato dall&#8217;Istituto indipendente di ricerca di Stoccolma <a href="www.sipri.org" target="_blank">SIPRI</a>. Quello che è emerso è che<em> </em>&#8220;su 417 fondi di investimento con componenti azionarie analizzate, &#8211; si legge ancora su <em>Unimondo</em> &#8211; ben 288 presentano azioni (tra i primi 50 titoli) di aziende a produzione militare (le prime 100 per fatturato militare a livello mondiale). Questo significa che se un investitore si rivolge alla sua banca e chiede genericamente di investire in un fondo comune con componente azionaria ha il 69% di probabilità di acquistare titoli di aziende a produzione militare&#8221;.</p>
<p>Nel nostro Paese in realtà esiste una legge che regolamenta e vincola l&#8217;esportazione di armi e le operazioni bancarie in materia. E&#8217; la<a href="www.governo.it/Presidenza/UCPMA/doc/legge185_90.pdf" target="_blank"><em> 185 del 1990</em></a>, in base alla quale tutte le operazioni devono essere autorizzate dai ministeri competenti, vale a dire quelli degli Affari Esteri, della Difesa e dello Sviluppo Economico. Se parliamo in questi termini, i finanziamenti delle banche risultano perfettamente in regola . Addirittura, la pressione esercitata negli anni dalla <a href="www.banchearmate.it/" target="_blank"><em><strong>camapgna delle banche armate,</strong></em> </a>insieme con gli stessi correntisti, ha portato gli istituti bancari a riguardare le proprie policies e ad adottare direttive più restrittive. La questione allora non è più se le banche abbiano o meno ottenuto le autorizzazioni ai finanziamenti, ma merita un approfondimento sotto altri punti di vista.</p>
<p>Il dato certamente positivo di un&#8217;eticizzazione, anche se parziale, delle banche italiane ha infatti immediatamente suscitato le reazioni della lobby armiera, in particolare dell&#8217;<em><a href="www.aiad.it/" target="_blank">AIAD</a>, la Federazione aziende italiane per l&#8217;Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza,</em> ovviamente capitanata da <em>Finmeccanica</em>. Ebbene, a pagina 34 della sua ultima relazione d&#8217;esercizio, l&#8217;associazione denuncia &#8220;l&#8217;atteggiamento fondamentalmente demagogico proprio degli Istituti Bancari e in particolare si scaglia contro quelle &#8220;Banche etiche che, professandosi &#8220;non armate&#8221;, hanno sospeso ogni transazione&#8221;.</p>
<p>Per invertire la tendenza, come si legge nello stesso paragrafo, l&#8217;<em>AIAD</em> ha allora &#8220;inoltrato una serie di comunicazioni a <em>Confindustria</em> e <em>ABI</em> (<em>Associazione delle Banche Italiane)</em>. Hanno fatto seguito molteplici incontri con i vertici dell<em>a </em>stessa<em> ABI</em> e dei diversi gruppi bancari, nonché con il Governatore della <em>Banca d&#8217;Italia</em>, Mario Draghi&#8221;.</p>
<p>L&#8217;associazione ha insomma tranquillizzato gli associati sottolineando l&#8217;avvio di una operazione di pressione lobbistica su governo e banche. Tale pressione ha fatto effetto, visto che &#8211; come spiega Giorgio Beretta di Os.Ca.R. &#8211; &#8220;da due anni la Presidenza del Consiglio ha deciso di non pubblicare la sezione della Relazione annuale richiesta dalla Legge 185/90 che riportava le singole operazioni autorizzate e svolte dagli Istituti di credito, sottraendo così la possibilità di verifica sull&#8217;effettiva attuazione delle direttive emanate dalle banche&#8221;.</p>
<p>E tale influenza non stupisce se si considera che il mercato italiano delle armi è tra i più forti al mondo e continua a crescere. Stando alla relazione del Congresso degli Stati Uniti, infatti, il nostro Paese è al secondo posto per numero di autorizzazioni al mondo di esportazione di armi. Anche se ancora distanti da quelle americane, per la prima volta nel 2008 seguiamo solo gli Stati Uniti d&#8217;America.</p>
<p>La 185 specifica il divieto di esportare armi a paesi sotto embargo o che violano i diritti umani, se accertato da Ue, Nazioni Unite o Consiglio d&#8217;Europa. Con l&#8217;enorme produzione di armi a carico dell&#8217;Italia ci si domanda allora se tale regola venga sempre rispettata. Ed in realtà, nonostante la legge si esprima chiaramente al riguardo, i modi e le ragioni per aggirarla si presentano. Esiste al riguardo un principio ben preciso, spiega Giorgio Beretta: &#8220;possiamo essere sicuri che l&#8217;Italia non esporterà armi a paesi il cui embargo è stato sancito dall&#8217;ONU. Le cose cambiano quando a stabilirlo è l&#8217;Ue o nel caso in cui paesi alleati, nel nostro caso gli USA, si esprimano precisamente al riguardo&#8221;. E&#8217; il caso della Cina. Per quest&#8217;ultima, l&#8217;italiana Galileo ha fornito licenze per la produzione di radar di puntamento GRIFO. L&#8217;embargo sancito dalla sola Unione europea non ha infatti valore vincolante ed è per questo che l&#8217;Italia ha aderito a quest&#8217;ultimo ma con una clausola, quella di non esportare armi volte a sopprimere direttamente la popolazione. In poche parole, &#8211; spiega ancora Beretta &#8211; &#8220;nessuna esportazione di pistole ma via libera a sistemi di puntamento&#8221;.</p>
<p>La questione si aggroviglia ulteriormente quando si fa riferimento ad un altro punto contenuto nella legge, quello concernente il divieto di ricerca e esportazione di armi nucleari. In questo caso fa riflettere la recente corsa all&#8217;energia nucleare avviata dai diversi paesi: trattandosi dell&#8217;unico modo per riuscire ad aggirare i numerosi vincoli internazionali e nazionali sul tema, viene lecito domandarsi se questo interesse in realt? non nasconda obiettivi di tipo militare.<strong><br />
</strong></p>
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		<itunes:summary>Quasi tutte le banche italiane forniscono denaro alle aziende che producono armi. I soldi sono quelli dei risparmiatori che chiedono alle proprie banche di investire in fondi comuni, finendo, spesso inconsapevolmente, per acquistare titoli appartenenti alle aziende in questione. A denunciarlo lo studio-pilota ancora in via di approfondimento "Finanza e amarmenti: le connessioni di un mercato globale" realizzato dall'Osservatorio sul Commercio di Armi (Os.C.Ar) dell'Istituto di ricerche Economiche e Sociali IRES Toscana e presentato sabato a Milano in occasione della fiera Fa' la cosa giusta.

 

"La ricerca ha analizzato circa 400 fondi comuni italiani che pubblicano in rete i dati relativi ai primi 50 titoli in cui egrave; investito il patrimonio" - spiega la Direttrice di Os.C.Ar Chiara Bonaiuti sul sito dell'Organizzazione Unimondo. Questi dati sono stati poi messi a confronto con l'elenco delle prime 100 aziende produttrici di armi elaborato dall'Istituto indipendente di ricerca di Stoccolma SIPRI. Quello che egrave; emerso egrave; che "su 417 fondi di investimento con componenti azionarie analizzate, - si legge ancora su Unimondo - ben 288 presentano azioni (tra i primi 50 titoli) di aziende a produzione militare (le prime 100 per fatturato militare a livello mondiale). Questo significa che se un investitore si rivolge alla sua banca e chiede genericamente di investire in un fondo comune con componente azionaria ha il 69% di probabilitagrave; di acquistare titoli di aziende a produzione militare".

Nel nostro Paese in realtagrave; esiste una legge che regolamenta e vincola l'esportazione di armi e le operazioni bancarie in materia. E' la 185 del 1990, in base alla quale tutte le operazioni devono essere autorizzate dai ministeri competenti, vale a dire quelli degli Affari Esteri, della Difesa e dello Sviluppo Economico. Se parliamo in questi termini, i finanziamenti delle banche risultano perfettamente in regola . Addirittura, la pressione esercitata negli anni dalla camapgna delle banche armate, insieme con gli stessi correntisti, ha portato gli istituti bancari a riguardare le proprie policies e ad adottare direttive piugrave; restrittive. La questione allora non egrave; piugrave; se le banche abbiano o meno ottenuto le autorizzazioni ai finanziamenti, ma merita un approfondimento sotto altri punti di vista.

Il dato certamente positivo di un'eticizzazione, anche se parziale, delle banche italiane ha infatti immediatamente suscitato le reazioni della lobby armiera, in particolare dell'AIAD, la Federazione aziende italiane per l'Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza, ovviamente capitanata da Finmeccanica. Ebbene, a pagina 34 della sua ultima relazione d'esercizio, l'associazione denuncia "l'atteggiamento fondamentalmente demagogico proprio degli Istituti Bancari e in particolare si scaglia contro quelle "Banche etiche che, professandosi "non armate", hanno sospeso ogni transazione".

Per invertire la tendenza, come si legge nello stesso paragrafo, l'AIAD ha allora "inoltrato una serie di comunicazioni a Confindustria e ABI (Associazione delle Banche Italiane). Hanno fatto seguito molteplici incontri con i vertici della stessa ABI e dei diversi gruppi bancari, noncheacute; con il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi".

L'associazione ha insomma tranquillizzato gli associati sottolineando l'avvio di una operazione di pressione lobbistica su governo e banche. Tale pressione ha fatto effetto, visto che - come spiega Giorgio Beretta di Os.Ca.R. - "da due anni la Presidenza del Consiglio ha deciso di non pubblicare la sezione della Relazione annuale richiesta dalla Legge 185/90 che riportava le singole operazioni autorizzate e svolte dagli Istituti di credito, sottraendo cosigrave; la possibilitagrave; di verifica sull'effettiva attuazione delle direttive emanate dalle banche".

E tale influenza non stupisce se si considera che il mercato italiano delle armi egrave; tra i piugrave; forti al mondo e co...</itunes:summary>
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		<title>Stampa: servono nuovi criteri per i fondi all&#8217;editoria</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 08:45:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Khaldoun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per garantire la libertà di stampa lo Stato stanzia ogni anno milioni di euro sotto forma di sostegno indiretto e fondi  per l&#8217;editoria. Lo scopo di questi fondi è di sostenere le aziende editoriali in modo da garantire agli italiani la pluralità dell&#8217;informazione. Tuttavia  la grandissima parte del sostegno pubblico và a testate legate a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per garantire la libertà di stampa lo Stato stanzia ogni anno milioni di euro sotto forma di sostegno indiretto e fondi  per l&#8217;editoria. Lo scopo di questi fondi è di sostenere le aziende editoriali in modo da garantire agli italiani la pluralità dell&#8217;informazione. Tuttavia  la grandissima parte del sostegno pubblico và a testate legate a grandi gruppi economici o organizzazioni partitiche o di categoria, solo le briciole arrivano agli &#8220;editori puri&#8221; o alla stampa non profit e cooperativa.  Uno dei principali criteri di assegnazione degli aiuti di Stato è la tiratura dei giornali, un sistema che favorisce di fatto le grandi testate a danno di quelle piccole ed emergenti e che quindi ottiene il risultato opposto rispetto all&#8217;obiettivo dichiarato degli stanziamenti pubblici.</p>
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		<itunes:summary>Per garantire la libertagrave; di stampa lo Stato stanzia ogni anno milioni di euro sotto forma di sostegno indiretto e fondinbsp; per l'editoria. Lo scopo di questi fondi egrave; di sostenere le aziende editoriali in modo da garantire agli italiani la pluralitagrave; dell'informazione. Tuttavianbsp; la grandissima parte del sostegno pubblico vagrave; a testate legate a grandi gruppi economici o organizzazioni partitiche o di categoria, solo le briciole arrivano agli "editori puri" o alla stampa non profit e cooperativa.nbsp; Uno dei principali criteri di assegnazione degli aiuti di Stato egrave; la tiratura dei giornali, un sistema che favorisce di fatto le grandi testate a danno di quelle piccole ed emergenti e che quindi ottiene il risultato opposto rispetto all'obiettivo dichiarato degli stanziamenti pubblici.</itunes:summary>
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		<title>Governo italiano: 15 miliardi lanciati in aria</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2009 13:16:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Italia investirà quindici miliardi di euro per realizzare 131 cacciabombardieri. Con la stessa somma di denaro si potrebbe finanziare la ricostruzione dell&#8217;Abruzzo, o realizzare 5000 nuovi asili nido, o costruire un milione di pannelli solari.
Il 6 e il 7 aprile Camera e Senato hanno approvato in via definitiva il programma pluriennale Joint Strike Fighters, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Italia investirà quindici miliardi di euro per realizzare 131 cacciabombardieri. Con la stessa somma di denaro si potrebbe finanziare la ricostruzione dell&#8217;Abruzzo, o realizzare 5000 nuovi asili nido, o costruire un milione di pannelli solari.<span id="more-6583"></span></p>
<p>Il 6 e il 7 aprile Camera e Senato hanno approvato in via definitiva il programma pluriennale Joint Strike Fighters, che impegnerà il nostro paese fino al 2026.  Nel progetto militare, che prevede la costruzione e progettazione degli  F-35, sono coinvolti diversi paesi, tra cui l&#8217;Inghilterra, l&#8217;Italia e l&#8217;Olanda.<br />
A guida americana, il progetto vede la statunitense Lockheed come industria capofila. Per l&#8217;Italia è coinvolta la Lenia, gruppo della Finmeccanica, con ben 131 cacciabombardieri. Il costo complessivo stimato è di circa 15 miliardi di euro, &#8220;ma spesso i costi aumentano in corso d&#8217;opera,  e c&#8217;è il timore che in realtà il costo complessivo sarà molto più alto&#8221; spiega Giulio Marcon, della campagna Sbilanciamoci.<br />
L&#8217;Italia è un partner particolare del progetto,infatti l&#8217;assemblaggio dei cacciabombardieri è previsto a Cameri, in provincia di Novara, in una apposita struttura che costerà circa 600 milioni di euro. &#8220;Il governo sostiene che ci sarà un ritorno in termini di occupazione, ma noi crediamo che questo ritorno sia molto limitato&#8221;. I 10 mila posti stimati dal governo, secondo la campagna Sbilanciamoci, sono un miraggio. Non saranno coinvolte, secondo i loro calcoli, più di 700 persone.<br />
&#8220;Abbiamo calcolato che si potrebbero creare decine di migliaia di posti di lavoro utilizzando questo denaro in altri modi. Ad esempio con otto miliardi (circa la metà della cifra investita nel progetto JSF) si potrebbe dar vita a un programma di costruzione di pannelli solari che favororibbe la produzione di energia rinnovabile per ottocentomila famiglie nel nostro paese e produrrebbe circa 60 mila posti di lavoro tra progettazione, impiantistica e produzione&#8221; conclude Marcon.</p>
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		<title>UK: no alle importazioni dalle colonie israeliane illegali</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Nov 2008 10:55:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Khaldoun</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo l&#8217; Independent il Regno Unito ha diffuso una nota agli altri membri dell&#8217; Unione Europea invitandoli a bloccare le importazioni di prodotti provenienti dalle colonie israeliane in Cisgiordania. Il documento sottolinea che tali importazioni violerebbero gli accordi commerciali tra UE e Israele e che spesso queste merci sono etichettate in modo ingannevole tale da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo l&#8217; <a href="http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/britain-to-crack-down-on-exports-from-israeli-settlements-986854.html">Independent</a> il Regno Unito ha diffuso una nota agli altri membri dell&#8217; Unione Europea invitandoli a bloccare le importazioni di prodotti provenienti dalle colonie israeliane in Cisgiordania. Il documento sottolinea che tali importazioni violerebbero gli accordi commerciali tra UE e Israele e che spesso queste merci sono etichettate in modo ingannevole tale da apparire come prodotte in Israele o dai palestinesi. La mossa del governo Brown è il primo passo concreto per fare pressione sul Tel Aviv perchè rispetti gli impegni presi ad Annapolis, cioè il congelamento delle nuove colonie, e finora completamente disattesi. La nota si riferisce alle merci prodotte al di là della &#8220;linea verde&#8221;, cioè quella dell&#8217;armistizio che è largamente riconosciuta come il confine legittimo dello stato di Israele.</p>
<p>La notizia che viene dalla Gran Bretagna è stata accolta con gioia dalle organizzazioni per i diritti umani e di solidarietà con il popolo palestinese che già avevano festeggiato quella giunta il 21 ottobre dalla Svezia: l&#8217;azienda svedese leader nella produzione di serrature <a href="http://assaabloy.com/Web/Apps/IR/PressRelease.aspx?id=9&amp;epslanguage=EN&amp;portletId=5532&amp;pressrelease=1261683">Assa Abloy</a> aveva annunciato lo spostamento delle proprie unità produttive di Barkan (una colina israeliana) in seguito alle pressioni delle ONG svedesi.</p>
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		<title>Fondi per l&#8217;editoria: cooperative e no profit a rischio chiusura</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Sep 2008 14:39:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Khaldoun</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono molte le piccole imprese editoriali, le cooperative e le testate no profit che rischiano di chiudere per effetto dei tagli ai fondi pubblici per l&#8217;editoria e dalle nuove modalità di distribuzione. Non vengono colpiti i grandi gruppi editoriali, la riduzione riguarderà nei fatti sopratutto le testate indipendenti, quelle legate ai partiti o movimenti politici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono molte le piccole imprese editoriali, le cooperative e le testate no profit che rischiano di chiudere per effetto dei tagli ai fondi pubblici per l&#8217;editoria e dalle nuove modalità di distribuzione. Non vengono colpiti i grandi gruppi editoriali, la riduzione riguarderà nei fatti sopratutto le testate indipendenti, quelle legate ai partiti o movimenti politici e le cooperative giornalistiche: sui 414 milioni di € previsti per i rimborsi 2008, 399 andranno ai grandi gruppi fà sapere Mediacoop.<br />
L&#8217; associazione, che riunisce le cooperative giornalistiche,  ha indetto una assemblea straordinaria il 23 settembre e propone un fondo di solidarietà finanziato con l&#8217;imposizione dell&#8217;IVA sui gadgets allegati ai giornali in edicola che oggi invece godono dello stesso trattamento fiscale dei prodotti editoriali.</p>
<p>I tagli rischierebbero di diminuire il pluralismo nella stampa italiana, già assediato dalla concentrazione editoriale, dato che le testate che non siano legate a grandi gruppi economici e che sono escluse dal grande circuito della raccolta pubblicitaria si troveranno con una forte mancanza di liquidità e con l&#8217;impossibilità di mettere nel bilancio i fondi pubblici, di cui si conoscerà l&#8217;entità solo alla fine di ogni anno.</p>
<p>Tra le novità introdotte a partire dal 2009 sarà il governo, e non più il parlamento, a decidere riguardo l&#8217;ammontare complessivo e i criteri di erogazione, inoltre i fondi saranno accessibili indipendentemente dalla quota di pubblicità nel bilancio delle aziende beneficiarie e il tetto di spesa per i fondi sarà legato alle disponibilità nel bilancio statale.</p>
<p>Secondo il portale dedicato alle piccole e medie imprese, pmi.it,  diverse aziende hanno già annunciato la richiesta dello stato di crisi; 52 soggetti imprenditoriali, composti da 27 giornali editi da cooperative di giornalisti, 12 organi di partito e 13 quotidiani e periodici di movimenti politici, hanno dichiarato che «la soppressione del diritto soggettivo e il mancato adeguamento delle risorse necessarie per l&#8217;erogazione dei contributi all&#8217;editoria comporterà la loro chiusura immediata».</p>
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		<itunes:summary>Sono molte le piccole imprese editoriali, le cooperative e le testate no profit che rischiano di chiudere per effetto dei tagli ai fondi pubblici per l'editoria e dalle nuove modalitagrave; di distribuzione. Non vengono colpiti i grandi gruppi editoriali, la riduzione riguarderagrave; nei fatti sopratutto le testate indipendenti, quelle legate ai partiti o movimenti politici e le cooperative giornalistiche: sui 414 milioni di euro; previsti per i rimborsi 2008, 399 andranno ai grandi gruppi fagrave; sapere Mediacoop.
L' associazione, che riunisce le cooperative giornalistiche,nbsp; ha indetto una assemblea straordinaria il 23 settembre e propone un fondo di solidarietagrave; finanziato con l'imposizione dell'IVA sui gadgets allegati ai giornali in edicola che oggi invece godono dello stesso trattamento fiscale dei prodotti editoriali.

I tagli rischierebbero di diminuire il pluralismo nella stampa italiana, giagrave; assediato dalla concentrazione editoriale, dato che le testate che non siano legate a grandi gruppi economici e che sono escluse dal grande circuito della raccolta pubblicitaria si troveranno con una forte mancanza di liquiditagrave; e con l'impossibilitagrave; di mettere nel bilancio i fondi pubblici, di cui si conosceragrave; l'entitagrave; solo alla fine di ogni anno.

Tra le novitagrave; introdotte a partire dal 2009 saragrave; il governo, e non piugrave; il parlamento, a decidere riguardo l'ammontare complessivo e i criteri di erogazione, inoltre i fondi saranno accessibili indipendentemente dalla quota di pubblicitagrave; nel bilancio delle aziende beneficiarie e il tetto di spesa per i fondi saragrave; legato alle disponibilitagrave; nel bilancio statale.

Secondo il portale dedicato alle piccole e medie imprese, pmi.it,nbsp; diverse aziende hanno giagrave; annunciato la richiesta dello stato di crisi; 52 soggetti imprenditoriali, composti da 27 giornali editi da cooperative di giornalisti, 12 organi di partito e 13 quotidiani e periodici di movimenti politici, hanno dichiarato che laquo;la soppressione del diritto soggettivo e il mancato adeguamento delle risorse necessarie per l'erogazione dei contributi all'editoria comporteragrave; la loro chiusura immediataraquo;.</itunes:summary>
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		<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
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		<title>Caso Alitalia: le scomode verità rese note dalla Cub &#8211; Trasporti</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Sep 2008 11:20:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Oltre diecimila gli esuberi, circa quattromila miliardi le passività in carico allo stato. Ecco i numeri da capogiro resi noti della Cub Trasporti riguardo al piano salvataggio Alitalia. E oggi il sindacato scende in piazza di fronte all&#8217;aeroporto di Fiumicino. &#8220;Il piano distrugge un patrimonio nazionale unico e ne scarica i costi sulla cittadinanza&#8221;.

Dopo l&#8217;opposizione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oltre diecimila gli esuberi, circa quattromila miliardi le passività in carico allo stato. Ecco i numeri da capogiro resi noti della Cub Trasporti riguardo al piano salvataggio Alitalia. E oggi il sindacato scende in piazza di fronte all&#8217;aeroporto di Fiumicino. &#8220;Il piano distrugge un patrimonio nazionale unico e ne scarica i costi sulla cittadinanza&#8221;.</p>
<p><span id="more-5540"></span></p>
<p>Dopo l&#8217;opposizione ferma dei sindacati, ieri notte un nuovo accordo quadro è stato concordato tra governo, CAI (Compagnia Aerea Italiana, il nuovo nome previsto per l&#8217;Alitalia) e sindacati Cgil, Cisl, Uil, Ugl. L&#8217;accordo prevede, tra l&#8217;altro, un taglio meno pesante da un punto di vista retributivo:dal 40% previsto inizialmente al 20% circa.<br />
Diverse però le sigle sindacali escluse: la Cub &#8211; trasporto aereo sta fuori dalla trattativa perchè non avendo mai voluto sottoscrivere i piani proposti dall&#8217;azienda fino ad oggi, l&#8217;Alitalia non gli riconosce i diritti sindacali e la rappresentatività in azienda; escluse anche le sigle categoriali, piloti e assistenti di volo, che oltre alla perdita economica vedrebbero radicalmente ridotta l&#8217;agibilità sindacale di cui godono al momento. &#8220;L&#8217;Alitalia da questo punto di vista è sempre stata molto generosa&#8221; dice Andrea Spadoni, Cub Trasporti, &#8220;rispetto ai minimi stabiliti dalla legge 300, ai sindacati della compagnia di bandiera sono riconosciute quantità esorbitanti di rappresentanti: una media di uno ogni trenta lavoratori. &#8220;Questi rappresentanti godono di un distacco assoluto dal lavoro, sono pagati, ma stanno fuori dal ciclo produttivo, e addirittura, nel caso del personale navigante, ricevono delle retribuzioni superiori a quelle che percepirebbero se volassero&#8221; aggiunge il portavoce della Cub.</p>
<p><a href="http://amisnet.org/files/2008/09/nuovoaccordo.mp3">Le sigle sindacali escluse dal nuovo accordo quadro temono perdite economiche e di rappresentatività.  Ascolta l&#8217;intervista a Andrea Spadoni, Cub-Trasporti </a></p>
<p>&#8220;Lo Stato ha il compito di risanare l&#8217;azienda e rimetterla in sesto, così come è successo all&#8217;Air France negli anni &#8216;90&#8243;. Oggi l&#8217;azienda francese ha un azionariato che è per il 60% popolare (piccoli azionisti), 20% istituzionale (banche, assicurazioni), e per il restante 20% si divide tra stato e enti locali, questo fa di Air France un&#8217;azienda privata sulla carta, ma di fatto controllata dallo Stato. Perchè l&#8217;Italia ha scelto di rivolgersi proprio a Air France? L&#8217;alleanza con Air France è iniziata anni fa, quando Silvio Berlusconi firmò un accordo quadro con il governo francese che comprendeva trasporti, energia e telecomunicazioni; in questo accordo era previsto anche il passaggio di Alitalia e Air  France, in quella fase ci fu uno scambio azionario del 2%, e i due amministratori delegati sedevano l&#8217;uno nel consiglio d&#8217;amministrazione dell&#8217;altro.</p>
<p><a href="http://amisnet.org/files/2008/09/airfrance.mp3">Le trattive tra Alitalia e Air France sono iniziate anni fa. E a metterle in piedi fu Silvio Berlusconi. Ascolta l&#8217;intervento del portavoce della Cub-Trasporti<br />
</a><br />
Secondo i calcoli della Cub, il nuovo piano salvataggio prevederà 10.500 lavoratori in meno rispetto alla situazione attuale. &#8220;La Cai ha intenzione di assumere circa 12.500 persone. Il gruppo Alitalia e Air One contano un totale di 22.865 lavoratori. La differenza è di 10.000 abbondanti&#8221; spiega Spadoni, &#8220;i numeri forniti dai rappresentanti del governo in realtà sono più alti, soprattutto perchè non sono considerati nel loro conteggio i contratti a tempo indeterminato&#8221;.</p>
<p><a href="http://amisnet.org/files/2008/09/esuberi.mp3">A.Spadoni sui calcoli elaborati dalla Cub rispetto agli esuberi previsti dal piano salvataggio</a></p>
<p>La Cub è convinta che un servizio pubblico essenziale come il trasporto debba essere gestito dallo stato, e che ogni valore aggiunto che possa scaturire dalla fornitura di questo servizio debba essere reinvestito nei servizi stessi, e non diventare fonte di speculazioni finanziarie. <a href="http://amisnet.org/files/2008/09/cub.mp3">Clicca qui per ascoltare la posizione della Cub-Trasporti<br />
</a></p>
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		<title>West Bengala: la guerra tra poveri, scatenata dai ricchi</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2008/09/08/west-bengala-la-guerra-tra-poveri-scatenata-dai-ricchi/</link>
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		<pubDate>Mon, 08 Sep 2008 10:22:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Proprietari contadini senza più terre; mezzadri costretti a lavorare molto meno rispetto al passato; operai di fabbrica a rischio licenziamento; la Tata Motors che probabilmente non riuscirà a produrre l&#8217;auto più economica del mondo. Come ha detto la sindacalista Anuradha Talwar, il caso Tata in West Bengala non vede vincitori: &#8220;Abbiamo perso tutti, perchè il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Proprietari contadini senza più terre; mezzadri costretti a lavorare molto meno rispetto al passato; operai di fabbrica a rischio licenziamento; la Tata Motors che probabilmente non riuscirà a produrre l&#8217;auto più economica del mondo. Come ha detto la sindacalista Anuradha Talwar, il caso Tata in West Bengala non vede vincitori: &#8220;Abbiamo perso tutti, perchè il Singur non sarà mai più quello di una volta&#8221;.</p>
<p>Secondo l&#8217;a Campagna della Riforma della Banca Mondiale il modello di sviluppo indiano rischia di incappare negli stessi errori di quello occidentale degli anni &#8216;60.  <a href="http://amisnet.org/files/2008/09/tataindia.mp3">Clicca qui</a> per ascoltare l&#8217;intervista a Antonio Tricarico (CRBM) <span id="more-5466"></span></p>
<p>Il caso Tata in Singur, West Bengala ha inizio due anni fa. Da allora ad oggi il colosso industriale ha occupato circa mille acri di terra  ai fini dello stanziamento di fabbriche che dovrebbero, tra l&#8217;altro, produrre la Nano, l&#8217;utilitaria più economica del mondo. A questa invasione delle terre i movimenti contadini si sono opposti più volte con proteste e scioperi, a volte finiti in dure repressioni. L&#8217;ultima ondata di manifestazioni, avvenuta in queste settimane, si è conclusa con 11 giorni di picchettaggio massiccio.<br />
Le proteste hanno forzato la Tata Motors ha fare una dichiarazione, all&#8217;inizio della settimana passata, secondo la quale la compagnia rinunciava all&#8217;investimento in Singur. &#8220;Questo è inimmaginabile&#8221;, ha spiegato Antonio Tricarico, della Campagna della Riforma della Banca Mondiale (CRBM), &#8220;sicuramente si tratta di una posizione strumentale per ottenere altro&#8221;. La compagnia infatti ha già investito centinaia di milioni di dollari in quella regione, e certamente non è disposta ad abbandonare del tutto l&#8217;investimento; non solo, oggi la Tata ha grosse difficoltà a mantenere la promessa originaria: produrre la macchina più a basso costo del mondo, la Nano, che sarebbe dovuta costare circa mille euro; l&#8217;aumento del prezzo del ferro,  infatti, schizzato negli ultimi mesi, potrebbe essere la causa del momentaneo alt della azienda.<br />
In ogni caso, la dichiarazione ha dato il via nelle ultime settimane a un negoziato complesso e delicato, che vede per la prima volta tutte le parti in causa, braccianti, contadini e mezzadri di Singur, impegnati in queste ore a negoziare una probabile via d&#8217;uscita.<br />
L&#8217;accordo deve affrontare diverse questioni: le popolazioni locali  chiedono la restituzione di 400 acri, poco meno della metà delle terre occupate dalla Tata, quella porzione di terra cioè, confiscata nonostante l&#8217;opposizione dei proprietari contadini che la utilizzavano. Non solo: i comitati dei braccianti insistono sull&#8217;indennizzo per tutti quei contadini lavoranti a mezzadria che, a causa della Tata, hanno visto le giornate di lavoro dimezzarsi. E&#8217; poi sul campo anche l&#8217;ipotesi di trovare una collocazione diversa per quell&#8217;impianto, una scelta che causerebbe ingenti perdite economiche che dovrebbe accollarsi il governo del West Bengala o la Tata stessa. E infine, cosa più importante, la restituzione dei danni pesanti: non si dimentichi che in due anni di battaglie ben sette persone sono morte tra i contadini.<br />
A questa possibilità di speranze che si è aperta con le trattative di negoziato, si oppone il timore di una guerra tra poveri: dopo l&#8217;annuncio della Tata infatti settori del sindacato indiano vicino alla stessa azienda, così come coloro che si aspettavano di trovare un posto nell&#8217;impianto, hanno cominciato ad accusare pesantemente i contadini della responsabilità della situazione&#8221;, ha detto il portavoce della CRBM.</p>
<p>In una recente intervista Anuradha Talwar ha dichiarato: &#8220;Vittoriosi, vinti&#8230;abbiamo perso tutti, perchè Singur non sarà mai più quello che era&#8221;. L&#8217;arrivo del colosso industriale infatti ha cambiato pesantemente la vita delle popolazioni del West Bengala, tra le regioni più fertili dell&#8217;India: popolazioni di contadini, per gran parte mezzadri, che vivono di sussistenza. L&#8217;istallazione dell&#8217;impianto, avvenuta ormai per l&#8217;80%, ha inquinato le falde, apportato forti danni ambientali, creato impatti negativi sull&#8217;indotto, cioè su tutte quelle piccole e medie imprese che sorgevano nella regione. Non solo: chi ha rifiutato di prendere le compensazioni irrisorie offerte dallo Stato centrale è stato senza poter coltivare per due anni.</p>
<p>Le responsabilità della Tata sono grandi, ma non sono solo della Tata. A gennaio 2006, durante l&#8217;Autexpo’ di Nuova Delhi, Ratan Tata, presidente del gruppo indiano, e Sergio Marchionne, Amministratore Delegato della Fiat, avevano sancito un’alleanza industriale tra Tata Motors e Fiat Auto. Oggi la Fiat, tramite le sue controllate, stanzia contributi alla evoluzione di nuovi prototipi della Tata. &#8220;La Fiat è molto interessata a penetrare con forza nel mercato indiano e cinese&#8221; conclude Tricarico, &#8220;e nel caso di Singur l&#8217;azienda italiana darà delle parti dell&#8217;automobile che  sarà assemblata in quell&#8217;impianto&#8221;.</p>
<p>E&#8217; previsto per oggi 8 settembre alle ore 18 alla Casa Internazionale delle donne di Roma l&#8217; incontro dal titolo &#8220;Sviluppo sostenibile e violenza di stato, il caso dell&#8217;India&#8221;. Un&#8217;occasione particolare per saperne di più sulle vicende che negli ultimi mesi hanno visto contrapposti a Singur, nel West Bengala,  i movimenti contadini e il gruppo industriale Tata Motors. All&#8217;incontro avrebbe dovuto partecipare la sindacalista indiana Anuradha Talwar, ma le delicate trattative che  in questi giorni stanno andando avanti tra governo e comitati di contadini e braccianti hanno costretto Anuradha a cancellare la visita in Italia.</p>
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		<title>WTO: l&#8217;annoso blocco dei negoziati</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2008/07/28/wto-ultime-da-ginevra/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2008 11:14:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Vella</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[I negoziati nel WTO del Doha Round sono bloccati e si trascinano ormai da 7 anni: sembra ormai impossibile trovare l&#8217;accordo ed una convergenza tra interessi difensivi dei Paesi emergenti ed interessi offensivi dei Paesi sviluppati. Le questioni da risolvere continuano ad essere le annose partite sui prodotti agricoli e su quelli industriali:  i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2008/07/rtas_mexico.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5256" style="float: left" src="http://amisnet.org/files/2008/07/rtas_mexico.jpg" alt="wto" /></a>I negoziati nel WTO del Doha Round sono bloccati e si trascinano ormai da 7 anni: sembra ormai impossibile trovare l&#8217;accordo ed una convergenza tra interessi difensivi dei Paesi emergenti ed interessi offensivi dei Paesi sviluppati. Le questioni da risolvere continuano ad essere le annose partite sui prodotti agricoli e su quelli industriali:  i Paesi emergenti e poveri hanno interessi difensivi e protezionisti sui prodotti industriali e  chiedono tagli consistenti sul capitolo agricolo, cioè a livello di tariffe sui prodotti agricoli e sussidi alle produzioni. Il risultato alla fine è questo: UE e USA minacciano di non concedere tagli sui prodotti agricoli se i Paesi emergenti non li concedono sui prodotti industriali, e viceversa. E&#8217; l&#8217;annosa controversia di sempre che da anni appunto blocca i negoziati del Doha Round.<span id="more-5254"></span></p>
<p>Inoltre, di fronte ai problemi globali come la crisi alimentare e dei prezzi, il Doha Round non sembra più in grado di rispondere agli interessi di nessuno: cresce un generale scetticismo sui processi di liberalizzazione che cominciano a non convincere e a creare spaccature anche nel fronte degli originari accaniti sostenitori.</p>
<p>Quello che era nato come negoziato per il riequilibrio e lo sviuppo, si è in realtà ridotto ad una questione di accesso al mercato. Il raggiungimento di un accordo per i Paesi poveri, fuori dai negoziati, si riduce quindi all&#8217;unica rivendicazione permessa, quella della riduzione del danno.</p>
<p>La partita si gioca quindi sul piano politico, in vista anche delle imminenti elezioni statuntensi e le prossime europee. Degli oltre 150 membri del WTO, solo quasi una quarantina hanno all&#8217;inizio preso parte ai negoziati di Ginevra, ma a imporre le regole del gioco alla fine sono solo i G7, con India, Cina, Brasile e Sud Africa. In caso di loro accordo questo verrrà alla fine imposto al resto del mondo.</p>
<p>Vista la delicata congiuntura  a livello politico, sono alla fine due le possibili soluzioni: o l&#8217;accordo si chiude adesso con un compromesso che ha prospettive negative per i Paesi poveri o l&#8217;accordo non si chiuderà mai più. In ogni caso, a farne le spese saranno comunque sempre i Paesi del Sud del mondo.</p>
<p><a href="http://tradewatch.it"><strong>Per saperne di più, visita il sito di TradeWatch</strong></a>.</p>
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		<itunes:summary>I negoziati nel WTO del Doha Round sono bloccati e si trascinano ormai da 7 anni: sembra ormai impossibile trovare l'accordo ed una convergenza tra interessi difensivi dei Paesi emergenti ed interessi offensivi dei Paesi sviluppati. Le questioni da risolvere continuano ad essere le annose partite sui prodotti agricoli e su quelli industriali:  i Paesi emergenti e poveri hanno interessi difensivi e protezionisti sui prodotti industriali e  chiedono tagli consistenti sul capitolo agricolo, cioegrave; a livello di tariffe sui prodotti agricoli e sussidi alle produzioni. Il risultato alla fine egrave; questo: UE e USA minacciano di non concedere tagli sui prodotti agricoli se i Paesi emergenti non li concedono sui prodotti industriali, e viceversa. E' l'annosa controversia di sempre che da anni appunto blocca i negoziati del Doha Round.

Inoltre, di fronte ai problemi globali come la crisi alimentare e dei prezzi, il Doha Round non sembra piugrave; in grado di rispondere agli interessi di nessuno: cresce un generale scetticismo sui processi di liberalizzazione che cominciano a non convincere e a creare spaccature anche nel fronte degli originari accaniti sostenitori.

Quello che era nato come negoziato per il riequilibrio e lo sviuppo, si egrave; in realtagrave; ridotto ad una questione di accesso al mercato. Il raggiungimento di un accordo per i Paesi poveri, fuori dai negoziati, si riduce quindi all'unica rivendicazione permessa, quella della riduzione del danno.

La partita si gioca quindi sul piano politico, in vista anche delle imminenti elezioni statuntensi e le prossime europee. Degli oltre 150 membri del WTO, solo quasi una quarantina hanno all'inizio preso parte ai negoziati di Ginevra, ma a imporre le regole del gioco alla fine sono solo i G7, con India, Cina, Brasile e Sud Africa. In caso di loro accordo questo verrragrave; alla fine imposto al resto del mondo.

Vista la delicata congiuntura  a livello politico, sono alla fine due le possibili soluzioni: o l'accordo si chiude adesso con un compromesso che ha prospettive negative per i Paesi poveri o l'accordo non si chiuderagrave; mai piugrave;. In ogni caso, a farne le spese saranno comunque sempre i Paesi del Sud del mondo.

Per saperne di piugrave;, visita il sito di TradeWatch.</itunes:summary>
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		<title>WTO: a Ginevra si cerca l&#8217;accordo</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jul 2008 09:46:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Vella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 21 luglio a Ginevra sono iniziati i negoziati all&#8217;interno della WTO, la World Trade Organization. I ministri dei 153 stati membri si confronteranno alla ricerca di un accordo che, se raggiunto, provocherà non poche perdite alle economie più povere. Dopo anni di tentativi, rimane aperto il conflitto tra le esigenze liberiste dei Paesi più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2008/07/wto.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-5239" style="float: left" src="http://amisnet.org/files/2008/07/wto.gif" alt="no wto" /></a>Il 21 luglio a Ginevra sono iniziati i negoziati all&#8217;interno della WTO, la World Trade Organization. I ministri dei 153 stati membri si confronteranno alla ricerca di un accordo che, se raggiunto, provocherà non poche perdite alle economie più povere. Dopo anni di tentativi, rimane aperto il conflitto tra le esigenze liberiste dei Paesi più forti, che vorrebbero proseguire nella via della liberalizzazione e dei sussidi, e quelle protezioniste dei Paesi più poveri, che invece chiedono più tutele e riduzione degli incentivi ai Paesi del Nord del mondo.</p>
<p>In ambito agricolo, dunque, il nodo da sciogliere per le potenze esportatrici come il Brasile è quello dell&#8217;abbattimento delle tariffe e la riduzione dei sussidi e delle sovvenzioni alla agricolutra europea e statunitense. A livello industriale, invece, mentre i paesi sviluppati, già consolidati nel mercato, optano per basse tariffe, i paesi emergenti chiedono ancora di proteggere i propri mercati per tutelare le proprie industrie. Il negoziato si gioca dunque sulla questione dell&#8217;accesso al mercato. Quello che è certo è che comunque vada l&#8217;accordo, i Paesi più poveri ne usciranno schiacciati: questo il motivo per cui il movimento internazionale anti liberista si batte perché la WTO non realizzi gli obiettivi che ne sancirono la nascita, nel 1995, vale a dire quelli della liberalizzazione generalizzata e dell&#8217;abbassamento delle tariffe a vantaggio di multinazionali ed economie forti.</p>
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		<itunes:summary>Il 21 luglio a Ginevra sono iniziati i negoziati all'interno della WTO, la World Trade Organization. I ministri dei 153 stati membri si confronteranno alla ricerca di un accordo che, se raggiunto, provocheragrave; non poche perdite alle economie piugrave; povere. Dopo anni di tentativi, rimane aperto il conflitto tra le esigenze liberiste dei Paesi piugrave; forti, che vorrebbero proseguire nella via della liberalizzazione e dei sussidi, e quelle protezioniste dei Paesi piugrave; poveri, che invece chiedono piugrave; tutele e riduzione degli incentivi ai Paesi del Nord del mondo.

In ambito agricolo, dunque, il nodo da sciogliere per le potenze esportatrici come il Brasile egrave; quello dell'abbattimento delle tariffe e la riduzione dei sussidi e delle sovvenzioni alla agricolutra europea e statunitense. A livello industriale, invece, mentre i paesi sviluppati, giagrave; consolidati nel mercato, optano per basse tariffe, i paesi emergenti chiedono ancora di proteggere i propri mercati per tutelare le proprie industrie. Il negoziato si gioca dunque sulla questione dell'accesso al mercato. Quello che egrave; certo egrave; che comunque vada l'accordo, i Paesi piugrave; poveri ne usciranno schiacciati: questo il motivo per cui il movimento internazionale anti liberista si batte percheacute; la WTO non realizzi gli obiettivi che ne sancirono la nascita, nel 1995, vale a dire quelli della liberalizzazione generalizzata e dell'abbassamento delle tariffe a vantaggio di multinazionali ed economie forti.</itunes:summary>
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