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	<title>Amisnet &#187; informazione</title>
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		<itunes:keywords>ambiente, conflitti, cooperazione, diritti, economia, politica, informazione sociale</itunes:keywords>
		<itunes:subtitle>Informazione sociale e programmi di approfondimento dalla redazione di AMISnet.</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Amisnet e' un'agenzia radiofonica attiva da oltre 9 anni. La sua principale attivita' consiste nella produzione e la distribuzione di prodotti radiofonici di approfondimento a circa 35 radio italiane. Il podcast e' una selezione quotidiana dei servizi audio distribuiti tramite i siti del network Amisnet.</itunes:summary>
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		<title>Kosovo: ordigno contro il direttore di Radio Kosovaska Mitrovica</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 08:48:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Cocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla vigilia della decisione della Corte internazionale di Giustizia sull&#8217;indipendenza del Kosovo, la tensione rimane alta nella zona di Mitrovica, il distretto kosovaro in cui vive una nutrita comunità serba. Mercoledì mattina un gruppo di ignoti ha provato a colpire l&#8217;abitazione di Caslav Milisavljevic, giornalista serbo e direttore di Radio Kosovaska Mitrovica, emittente del distretto. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Alla vigilia della decisione della Corte internazionale di Giustizia sull&#8217;indipendenza del Kosovo, la tensione rimane alta nella zona di Mitrovica, il distretto kosovaro in cui vive una nutrita comunità serba. Mercoledì mattina un gruppo di ignoti ha provato a colpire l&#8217;abitazione di Caslav Milisavljevic, giornalista serbo e direttore di Radio Kosovaska Mitrovica, emittente del distretto. Un ordigno esplosivo è stato gettato nel cortile di casa di Milisavljevic provocando la distruzione di alcune automobili ma non causando danni a persone. Dall&#8217;inizio del mese nell&#8217;area, simbolo del conflitto tra serbi e albanesi, si sono registrati altri due attentati, con l&#8217;uccisione di Mesud Dzecovic, pediatra serbo, e il ferimento di Petar Moletic deputato serbo del parlamento kosovaro. Per oggi è invece attesa la decisione della Corte internazionale di giustizia. I giudici della corte, che emetteranno un verdetto non vincolante, potrebbero dare un parere favorevole all&#8217;indipendenza o evitare di schierarsi troppo apertamente, spingendo le autorità kosovare ad ulteriori negoziati con il governo di Belgrado.<span style="font-family: Times New Roman,serif"></span></p>
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		<title>Le redazioni &#8220;sommerse&#8221; contro il Ddl Alfano</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 13:21:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
				<category><![CDATA[informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[A partire della  manifestazione del 1 luglio, la protesta contro il ddl Alfano si protrarrà in forme e modi diversi: da venerdi 11 i giornali usciranno listati a lutto e il giorno 9 sarà la giornata del silenzio. Pensiamo che sia importaante anche l&#8217;adesione di  quelle redazioni “sommerse”,  spesso informali, che costituiscono l&#8217;informazione diffusa nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://2.bp.blogspot.com/_ZI9kEHhX9Gw/TB4-srqD84I/AAAAAAAABTw/e_gR3WFM1d0/s320/bavaglio.jpg" border="0" alt="" width="211" height="180" />A partire della  manifestazione del 1 luglio, la protesta contro il ddl Alfano si protrarrà in forme e modi diversi: da venerdi 11 i giornali usciranno listati a lutto e il giorno 9 sarà la giornata del silenzio. Pensiamo che sia importaante anche l&#8217;adesione di  quelle redazioni “sommerse”,  spesso informali, che costituiscono l&#8217;informazione diffusa nel nostro Paese e che in gran parte viaggia sul web. Un mondo però che, proprio per questa sua specificità, spesso  si astiene da queste forme di protesta.</p>
<p style="text-align: center"><strong>UN APPELLO DI LETTERA22 ALLE REDAZIONI INFORMALI</strong></p>
<p>Aderendo  all&#8217;appello della Fnsi per il 1 luglio, listeremo  a lutto i nostri siti e non  pubblicheremo nulla il giorno 9 se non le nostre considerazioni sulla legge bavaglio. In questo modo sarà chiaro che anche realtà minori o poco conosciute, alternative e diversificate ma di qualità, sono  buona parte della spina dorsale dell&#8217;informazione in Italia, dove non esistono solo  grandi quotidiani o grandi reti televisive. La minaccia del ddl riguarda tutti e dunque anche chi non lavora in un giornale, non ha una posizione contrattualizzata,  non si riconosce nel sindacato o non si sente rappresentato  dalla protesta. Chi è  meno tutelato di altri ma altrettanto colpito nella sua dignità professionale e nella qualità del suo lavoro</p>
<p><strong>Le adesioni</strong></p>
<p>Lettera22   (www.lettera22.it)<br />
Amisnet   (www.amisnet.org)<br />
Libera.Tv   (www.libera.tv)<br />
NTNN (www.ntnn.info)<br />
SudestAsiatico (www.sudestasiatico.com)<br />
Afgana (www.afgana.org)</p>
<p><em>Lettera22, un&#8217;associazione di giornalisti nata in Italia nel 1993 agli albori della Rete  e che ogni giorno fa del web la sua arena di notizie, invita tutte le forme associative di giornalismo ad aderire a questo appello inviando una mail all&#8217;indirizzo <strong> <a href="mailto:reteliberit@gmail.com">reteliberit@gmail.com</a> </strong> e a pubblicarlo sulla propria testata.</em></p>
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		<title>Turchia: ancora una condanna contro la libertà di informazione</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 13:35:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Cocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Crescono le proteste internazionali per la condanna a un anno e mezzo di carcere comminata dalla Corte penale di Istanbul a Irfan Aktan, giornalista accusato di incitazione alla violenza e connivenza con i terroristi. Aktan è stato incriminato per un articolo, apparso sulla rivista turca Express il 15 ottobre del 2009,  in cui venivano pubblicate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Crescono le proteste internazionali per la condanna a un anno e mezzo di carcere comminata dalla Corte penale di Istanbul a Irfan Aktan, giornalista accusato di incitazione alla violenza e connivenza con i terroristi. Aktan è stato incriminato per un articolo, apparso sulla rivista turca Express il 15 ottobre del 2009,  in cui venivano pubblicate le interviste con alcuni membri del PKK rifugiatisi sui monti Qandil, nel nord dell&#8217;Iraq.  Secondo il tribunale l&#8217;articolo conterrebbe un esplicito incoraggiamento alla violenza e rientra nei reati previsti dalle misure speciali contro il terrorismo. La sentenza di primo grado ha imposto anche una multa di oltre 10 mila dollari all&#8217;editore di Express, Merve Erol. Una decisione oltraggiosa, secondo IFJ, la Federazione internazionale dei giornalisti, che sottolinea l&#8217;incompatibilità del provvedimento con i principi sanciti dalla stessa legislazione turca e della Corte europea dei diritti umani. L&#8217;IPI, l&#8217;istituto internazionale della Stampa, si è invece appellata alla giustizia turca per ribaltare il verdetto in seconda istanza. Quello di Irfan Aktan è solo l&#8217;ultimo di una lunga serie di sentenze ai danni di giornalisti in Turchia. Lo scorso aprile Vedat Kursun ex redattore del quotidiano turco Azadiya Welat, è stato condannato a 3 anni di carcere per due articoli sul PKK.</p>
<p>Secondo Bianet, rete turca di informazione indipendente, solo nei primi quattro mesi del 2010, 103 persone, tra cui 15 giornalisti, sono stati incriminati per reati connessi alla legge contro il terrorismo.</p>
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		<title>Gaza: pronta a salpare una nave di ebrei europei</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 10:29:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Khaldoun</dc:creator>
				<category><![CDATA[Brevi]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[La violenta reazione israeliana alla Freedom Flotilla non ha scoraggiato i tentativi di infrangere via mare  l&#8217;assedio alla Striscia di Gaza. In molti hanno annunciato l&#8217;intenzione di organizzare nuovi viaggi, dalla britannica Viva Palestina, al Free Gaza Movement,  ONG irlandesi, canadesi fino ad arrivare al governo di Teheran che sarebbe pronto ad inviare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La violenta reazione israeliana alla Freedom Flotilla non ha scoraggiato i tentativi di infrangere via mare  l&#8217;assedio alla Striscia di Gaza. In molti hanno annunciato l&#8217;intenzione di organizzare nuovi viaggi, dalla britannica Viva Palestina, al Free Gaza Movement,  ONG irlandesi, canadesi fino ad arrivare al governo di Teheran che sarebbe pronto ad inviare navi scortate dai guardiani della rivoluzione. Particolarmente significativa l&#8217;iniziativa di alcune organizzazioni pacifiste di ebrei europei che stanno per partire per Gaza con una nave su cui viaggeranno quasi esclusivamente ebrei.  ” Noi siamo la voce alternativa degli ebrei europei, le nostre organizzazioni rappresentano varie migliaia di ebrei che vogliono dire molto chiaramente che le politiche di Israele verso i palestinesi sono moralmente ingiustificabili  – ha spiegato Glyn Secker, della britannica <a href="http://jfjfp.com/">Jews for Justice for Palestinians</a> &#8211;  hanno spinto a commettere crimini contro l’umanità, crimini di guerra. Noi vogliamo alzarci in piedi e dire che questo è sbagliato!”</p>
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		<itunes:summary>La violenta reazione israeliana alla Freedom Flotilla non ha scoraggiato i tentativi di infrangere via mare  l'assedio alla Striscia di Gaza. In molti hanno annunciato l'intenzione di organizzare nuovi viaggi, dalla britannica Viva Palestina, al Free Gaza Movement,  ONG irlandesi, canadesi fino ad arrivare al governo di Teheran che sarebbe pronto ad inviare navi scortate dai guardiani della rivoluzione. Particolarmente significativa l'iniziativa di alcune organizzazioni pacifiste di ebrei europei che stanno per partire per Gaza con una nave su cui viaggeranno quasi esclusivamente ebrei.  rdquo; Noi siamo la voce alternativa degli ebrei europei, le nostre organizzazioni rappresentano varie migliaia di ebrei che vogliono dire molto chiaramente che le politiche di Israele verso i palestinesi sono moralmente ingiustificabili  ndash; ha spiegato Glyn Secker, della britannica Jews for Justice for Palestinians -  hanno spinto a commettere crimini contro lrsquo;umanitagrave;, crimini di guerra. Noi vogliamo alzarci in piedi e dire che questo egrave; sbagliato!rdquo;</itunes:summary>
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		<title>Giornata mondiale della libertà di stampa: l&#8217;Italia imbavagliata non fa festa</title>
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		<pubDate>Mon, 03 May 2010 10:20:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Settantaquattresima. Così l&#8217;Italia si colloca nella classifica sulla libertà di stampa stilata da Freedom House. Ultima tra tutti gli Stati dell&#8217;Europa Occidentale. Il 3 maggio, giornata mondiale della libertà di stampa, il Belpaese ha poco da festeggiare.
Secondo lo studio curato dall&#8217;organizzazione americana, l&#8217;Italia è l&#8217;unica tra le grandi democrazie occidentali ad essere considerata parzialmente libera. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Settantaquattresima. Così l&#8217;Italia si colloca nella classifica sulla libertà di stampa stilata da Freedom House. Ultima tra tutti gli Stati dell&#8217;Europa Occidentale. Il 3 maggio, giornata mondiale della libertà di stampa, il Belpaese ha poco da festeggiare.<span id="more-8905"></span></p>
<p>Secondo lo studio curato dall&#8217;organizzazione americana, l&#8217;Italia è l&#8217;unica tra le grandi democrazie occidentali ad essere considerata parzialmente libera. Tra i maggiori ostacoli alla libertà di stampa,  la concentrazione dei media nelle mani di un solo soggetto e la pesante interferenza del governo sull&#8217;operato dell&#8217;emittente pubblica. Scrive Freedom House: “In Italia, un paese già classificato l’anno scorso come Partly Free, le condizioni sono peggiorate quando la stampa si è scontrata con la sfera personale del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dando vita ad azioni legali contro le principali testate italiane e straniere e, soprattutto, introducendo la censura dei contenuti critici da parte dell’emittente pubblica&#8221;.</p>
<p>Un esempio emblematico della debolezza della libertà di stampa italiana è stato il caso Abruzzo. Ad oltre un anno dal sisma abruzzese abbiamo assistito ad inaugurazioni di case, dichiarazioni trionfali del presidente del Consiglio divise tra elogi all&#8217;operato della protezione civile e  retorica del &#8220;governo del fare&#8221;. Al di là degli spot elettorali però, la situazione abruzzese è purtroppo ben lontana dall&#8217; essersi risolta, tuttavia il racconto che i media ci hanno fatto non rispecchia la realtà e solo pochi e coraggiosi giornalisti si sono distaccati dalla retorica dominante e dal racconto della straordinaria solidarietà dimostrata dagli italiani. Questi colleghi sono stati ostacolati in ogni modo: prima rendendo quasi impossibile l&#8217;accesso ai campi della protezione civile dopo il terremoto e più recentemente anche con la minaccia di denuncie da parte del prefetto del L&#8217;Aquila Franco Gabrielli ai giornalisti che avanzavano dubbi sui controlli antimafia nei cantieri abruzzesi.</p>
<p><strong>Ascolta:</strong> <a href="http://amisnet.org/files/2010/05/manuele.bonaccorsi.mp3">Manuele Bonaccorsi, giornalista di Left ed autore del libro &#8220;Potere assoluto, la protezione civile ai tempi di Bertolaso&#8221;, parla delle minaccie del prefetto Gabrielli ai microfoni di Scirocco</a></p>
<p><strong>Ascolta:</strong> <a href="http://amisnet.org/files/2010/05/puliafito.mp3">Alberto Puliafito, giornalista autore dei documentari &#8220;Comando e controllo&#8221; e &#8220;Yes we camp&#8221;, parla della difficoltà nel raccontare il dopo terremoto </a>(intervistato il 6 aprile, anniversario del terremoto)</p>
<p>Tra gli ostacoli a una corretta informazione in Italia, la quasi assente promozione della stampa interculturale e il diffondersi di linguaggi e contenuti stigmatizzanti nei confronti dei migranti che vivono nel nostro paese. Tendenzialmente, ci sono due casi nei quali la stampa si interessa al fenomeno migratorio: quando un cittadino straniero commette un reato o quando viene aggredito. Giornali, radio, televisione ci offrono un’immagine molto negativa dell’immigrazione, come il mondo politico, che tende a dipingere un quadro a tinte fosche dei migranti, e a produrre in leggi discriminatorie nei confronti delle persone straniere.</p>
<p>Proprio per promuovere l&#8217;interculturalità come elemento qualificante del nostro giornalismo e contribuire ad una completa informazione sui temi dell&#8217;immigrazione, diverse iniziative di monitoraggio, controllo e promozione si stanno attivando.  A febbraio  2010 è nata l&#8217;Associazione nazionale della stampa interculturale (Ansi). L&#8217;Ansi, riconosciuta come gruppo di specializzazione all&#8217;interno del sindacato dei giornalisti, è stata promossa e costituita da giornalisti di origine straniera.  Il collettivo di associaizioni Occhioaimedia invece si è dato il compito di monitorare i casi di razzismo nella stampa scritta e di segnalarli sul proprio sito.</p>
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		<title>Radio in digitale: rischi e opportunita&#8217; di un passaggio poco chiaro</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 13:23:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Diasio</dc:creator>
				<category><![CDATA[informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Immaginiamo un enorme campo agricolo dove da una parte si coltivano patate, da una parte le carote..e poi via via uno spazio per i pomodori, le zucchine, la bieta e gli spinaci. Questo e&#8217; un piano di frequenze nazionali, spartite secondo le necessità e assegnate ai singoli servizi di telecomunicazioni:  le frequenze dei pompieri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A.sdfootnoteanc { font-size: 57% } -->Immaginiamo un enorme campo agricolo dove da una parte si coltivano patate, da una parte le carote..e poi via via uno spazio per i pomodori, le zucchine, la bieta e gli spinaci. Questo e&#8217; un piano di frequenze nazionali, spartite secondo le necessità e assegnate ai singoli servizi di telecomunicazioni:  le frequenze dei pompieri dove si trovano le patate, le televisioni dove stanno i pomodori, le radio nello spazio limitato dei fagiolini e cosi via&#8230;.</p>
<p>In questo campo virtuale, da un paio di decenni a questa parte, un nuova coltivazione sta prendendo piede ed e&#8217; sempre piu&#8217; avida di terreno: e&#8217; quella delle Telecom, dei telefonini, che con l&#8217;obiettivo di diventare la portabilità assoluta della radio, internet e perché no della TV, hanno sempre piu&#8217; sete di frequenze per veicolare contenuti multimediali.</p>
<p>Lo “shift” da analogico a digitale che sta avvenendo gradualmente per la televisione e che presto toccherà anche le radio tradizionali, equivale a una completa riorganizzazione di questo campo, dove non esiste un solo contadino (operatore) [anche se sono veramente in pochi, tanto che alcune organizzazioni internazionali che lavorano sul piano dei media e del pluralismo hanno classificato l'Italia come un Paese priorità], e dove ciascuno reclama un po&#8217; piu&#8217; di spazio, e un po&#8217; piu&#8217; al sole.</p>
<p>Per la radio, il passaggio al digitale dovrebbe avere luogo tra il 2015 e il 2020, ma le decisioni su dove ricollocare questa coltivazione si stanno prendendo ora. Le questioni aperte sono diverse. La prima, è legata direttamente alla tecnologia da scegliere, che non e&#8217; mai neutrale e che puo&#8217; favorire lo sviluppo di un medium in una direzione o in un&#8217;altra. In Italia, la RAI ed alcuni network commerciali stanno sperimentando il DAB, Digital Audio Broadcasting, una tecnologia ormai vecchia che richiede grandi investimenti iniziali sia per le emittenti che per gli utenti, entrambi obbligati a cambiare il sistema di emissione (trasmettitori, antenne) o di ricezione (la nostra radio casalinga, o l&#8217;autoradio). E&#8217; un sistema che in soldoni promuove poco le piccole emittenti locali (commerciali o comunitarie che siano), mentre favorisce le grandi catene (pubbliche o private) che in cambio di un investimento iniziale potrebbero godere della cosiddetta “isofrequenza”, ovvero una frequenza sola sul piano nazionale, diversamente da quanto è ora in cui ad ogni territorio locale corrisponde una frequenza. L&#8217;evoluzione del DAB, il DAB+, potrebbe venire incontro alle emittenti locali con minori investimenti iniziali.</p>
<p>Le reti internazionali di radio libere come la sezione europea dell&#8217; AMARC (Associazione Mondiale delle Radio Comunitarie) o il CMFE, Community Media Forum Europe lavorano invece già da qualche anno in una lobby politica al livello europeo per l&#8217;adozione di uno standard diverso, il DRM + , Digital Radio Mondial, una tecnologia che permetterebbe piu&#8217; semplicemente alle emittenti di passare dalla Banda II  (quella stretta lingua di terra dove sono allocate le radio da 87.5 Mhz a 108 Mhz) alla Banda III (da 174 Mhz a 230 Mhz), e che rappresenterebbe dunque un passaggio piu&#8217; soffice ed orizzontale dall&#8217;analogico al digitale.</p>
<p>Essendo le telecomunicazioni una materia che gli Stati tendono a mantenere ben stretta tra le proprie mani, queste attività di lobby vengono indirizzate principalmente a due organismi che seppur con poteri limitati e non vincolanti per gli stati membri, rappresentano un sistema valoriale e di riferimento: il Parlamento Europeo e il Consiglio d&#8217;Europa. Non è un caso che proprio a seguito della lobby politica di AMARC e CMFE, il Consiglio d&#8217;Europa abbia ufficialmente dichiarato<sup><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></sup> che la digitalizzazione non deve rispondere solo a criteri economici ma anche a obiettivi di interesse comune come i fattori sociali e politici, così come il pluralismo e la promozione della diversità culturale e linguistica. Mentre da parte sua, il Parlamento Europeo richiama gli Stati membri<sup><a name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></sup> ad allocare le dovute frequenze dello spettro radiotelevisivo, sia in analogico che in digitale, ai media comunitari come mezzi che promuovono l&#8217;inclusione sociale e il pluralismo.</p>
<p>Tra le legislazioni più all&#8217;avanguardia su questo, e&#8217; da segnalare quella Argentina che, promulgata nel Novembre 2009, riserva ai media comunitari il 33% dello spettro radiotelevisivo.  I francesi da parte loro non si lasciano intimorire, e il Sindacato Nazionale delle Radio Libere (SNRL) ha potuto sperimentare a Parigi il DRM+ nonostante il Ministero per l&#8217;Industria avesse optato per un altro standard, il T-DMB. Dall&#8217;esito positivo della sperimentazione, il SNRL sta ora chiedendo una licenza pilota sulla “Région Parisienne” che trasmetta in DRM+ e non in T-DMB.</p>
<p>In termini di lobby pero&#8217;, vale la pena ricordare che ognuno di questi standard tecnici ha alle spalle i propri consorzi internazionali che con molte più risorse di quante ne dispongano i media comunitari, riescono in qualche modo ad orientare le scelte nazionali dei singoli Paesi.</p>
<p>Nel parlare di digitalizzazione, non bisogna dimenticare le grandi opportunità che sono offerte dall&#8217;emissione radiofonica via satellite. Oltre alle centinaia di canali televisivi commerciali, sull&#8217; Hotbird che ruota sulle nostre teste passano anche centinaia di canali radiofonici. Certo, non e&#8217; facile spiegare agli utenti che per ascoltare la radio si puo&#8217; accendere la TV e la parabola, ma questo strumento si è rivelato strategico nei Paesi a digiuno di libertà di espressione, come la vicina Tunisia, dove internet è facilmente tracciabile e facile da tagliare, mentre le parabole sono in tutte le case e una radio libera puo&#8217; essere tranquillamente ascoltata senza timore di censure.</p>
<p>In Italia peraltro, un enorme vuoto legislativo permette a chiunque la possibilità di aprire un canale radio via satellite senza dover pagare neanche una lira allo Stato e senza neanche un&#8217;autorizzazione. In altre parole, se per rinnovare un passaporto bisogna pagare una marca da bollo o fare un conto corrente al Ministero degli Interni, per emettere via satellite non bisogna neanche avvertire l&#8217;autorità garante. Basta firmare un contratto con un qualsiasi provider, privato, e fargli arrivare un segnale audio. Punto.</p>
<p>Il problema della radio via satellite è però la sua “portabilità”, nel senso che la forza dello strumento  sta proprio nel fatto di poter essere un transistor e due batterie, che ne fanno lo strumento di informazione piu&#8217; importante in vaste zone del pianeta dove non c&#8217;e&#8217; elettricità corrente ne&#8217; tanto meno internet. Proprio su questi mercati aveva puntato una grande organizzazione statunitense, Worldspace, che già intorno al 2003 aveva lanciato due satelliti geostazionari per l&#8217;Africa e l&#8217;Asia, Afristar e Asiastar, e stipulato accordi con alcune compagnie commerciali come la Panasonic per la produzione di ricevitori portatili, ovvero una vera e propria radiolina -dalle dimensioni un po&#8217; piu&#8217; grandi rispetto alla media- con la possibilità di ricevere i canali radio via satellite.</p>
<p>In effetti, il grande salto dall&#8217;analogico al digitale tocca direttamente anche gli utenti, che saranno in qualche modo obbligati a cambiare i vecchi apparecchi di ricezione con quelli nuovi. Un aspetto da non sottovalutare, che ha alle spalle una partita economica non irrilevante.</p>
<p>In un mondo ideale, si potrebbe immaginare un ricevitore multi-standard, capace dunque di ricevere un segnale in DAB, DAB +, DRM+, internet, satellite o FM tradizionale. Sarebbe forse il passo decisivo per sottrarre le opportunità offerte da una ottimizzazione dell&#8217;uso dello spettro delle frequenze a una mera logica di mercato. Un ricevitore di questo tipo tenderebbe ad abbassare le differenze tra locale e globale. Ma è una strada ancora lunga.</p>
<p>Se il passaggio al digitale offrirà veramente nuovi spazi di pluralismo è dunque una questione tecnica, commerciale ma anche essenzialmente politica. C&#8217;è bisogno di tutelare l&#8217;enorme bagaglio che le radio libere italiane (da Radio Aut a Radio Alice a Radio Gap) hanno portato avanti dagli anni 70 in poi, prime tra tutte in Europa. Ed e&#8217; su questa tutela e per la promozione di regole inclusive per i media indipendenti, che la radio libere italiane potrebbero trovare un terreno fertile per rimettere in moto una rete unitaria che al di là delle storie e delle identità, possa lavorare per trasformare il passaggio al digitale in una nuova fase di pluralismo e democrazia.</p>
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<p><a name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small"> </span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small"><em>‘Declaration 	of the Committee of Ministers on the allocation and management of 	the digital dividend and the public interest’, Febbraio 2008</em></span></span></p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><a name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small"> ‘</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small"><em>Resolution 	on Community Media in Europe (INI/2008/2011), Settembre 2008</em></span></span></p>
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		<title>E vengono tutti qui!</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 12:18:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un prontuario contro gli stereotipi sulla condizione degli immigrati nel nostro paese. Una raccolta di cifre e dati sulla realt? migrante italiana. Il progetto ? stato realizzato dall&#8217;associazione &#8220;I banda larga&#8221; ed ? fruibile a tutti.
&#8220;Un quarto della popolazione in Italia ? immigrata&#8221;, &#8220;Tutti questi clandestini&#8221;, &#8220;Ci rubano il posto, lavorando in nero&#8221;
. I classici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un prontuario contro gli stereotipi sulla condizione degli immigrati nel nostro paese. Una raccolta di cifre e dati sulla realt? migrante italiana. Il progetto ? stato realizzato dall&#8217;associazione &#8220;I banda larga&#8221; ed ? fruibile a tutti.</p>
<p>&#8220;Un quarto della popolazione in Italia ? immigrata&#8221;, &#8220;Tutti questi clandestini&#8221;, &#8220;Ci rubano il posto, lavorando in nero&#8221;<br />
. I classici stereotipi creati dalla societ? civile italiana riguardo la cmunit? migrnate in Italia vengono smentiti da dati e fatti raccolti in un dossier.<br />
&#8220;E&#8217; un documento che ogni cronista dovrebbe tenere sotto mano, perch? il rumore di fondo attorno a questi temi ? cos? alto che la caduta nel luogo comune ? frequentissima e basterebbe un po&#8217; di accortezza per offrire ai cittadini un&#8217;informazione migliore&#8221; dichiarano Giornalisti contro il razzismo.</p>
<p><a href="http://amisnet.org/files/2010/03/dossier_stereotipi.pdf">Clicca qui per scaricare il prontuario anti-sterotipi</a></p>
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		<title>Madagascar: una nuova radio con il supporto di ISF</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 15:45:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Diasio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una nuova radio comunitaria per la promozione della comunicazione in ambito rurale e per lo sviluppo: questo  e&#8217; il nuovo progetto promosso dall&#8217;associazione di promozione sociale Mangwana (Lucca e Pisa)  con il supporto di Ingegneria Senza Frontiere. Una sfida che riporta in primo piano la questione della libertà di stampa in Madagascar a otto mesi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una nuova radio comunitaria per la promozione della comunicazione in ambito rurale e per lo sviluppo: questo  e&#8217; il nuovo progetto promosso dall&#8217;associazione di promozione sociale Mangwana (Lucca e Pisa)  con il supporto di Ingegneria Senza Frontiere. Una sfida che riporta in primo piano la questione della libertà di stampa in Madagascar a otto mesi dal colpo di Stato che ha colpito il paese. Uno speciale radio con M. Delphin, Presidente dell&#8217;Associazione Vanona (che vuol dire &#8220;integro&#8221;), capofila del progetto di radio comunitaria nella regione di Fianarantsoa, e con Silvio Arcangeli di ISF.</p>
<p><a href="http://www.mangwana.org">Associazione Mangwana</a></p>
<p><a href="http://www.isf-roma.org/">ISF</a> &#8211; Roma</p>
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		<title>L&#8217;anomalia italiana: un secolo di controllo del governo sul sistema radiotelevisivo</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 14:34:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Dall&#8217;Eiar alla radiotelevisione democristiana. Dai decreti Berlusconi degli anni &#8216;80 all&#8217;abusiva Rete 4. Da Sky al digitale terrestre. La storia del sistema radiotelevisivo italiano raccontata in un libro.
L&#8217;Anomalia. Si intitola cos? l&#8217;ultimo lavoro del giornalista Manlio Cammarata. Edito dalla Iacobelli editore, il testo ripercorre il monopolio del potere da Mussolini al digitale terrestre. &#8220;L&#8217;anomalia italiana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dall&#8217;Eiar alla radiotelevisione democristiana. Dai decreti Berlusconi degli anni &#8216;80 all&#8217;abusiva Rete 4. Da Sky al digitale terrestre. La storia del sistema radiotelevisivo italiano raccontata in un libro.<span id="more-7239"></span></p>
<p>L&#8217;Anomalia. Si intitola cos? l&#8217;ultimo lavoro del giornalista Manlio Cammarata. Edito dalla Iacobelli editore, il testo ripercorre il monopolio del potere da Mussolini al digitale terrestre. &#8220;L&#8217;anomalia italiana consiste in un secolo di leggi, decreti e sentenze che hanno determinato una situazione che non ha uguali in nessuno stato democratico: il totale controllo del governo sul sistema radiotelevisivo&#8221; ha spiegato Cammarata. Il giornalista parte dal 1923, in quell&#8217;anno Guglielmo Marconi si rivolge a Mussolini per ottenere l&#8217;autorizzazione a mettere in piedi una rete radiofonica nazionale e in risposta riceve un rifiuto, pi? avanti Marconi entrer? nell&#8217;Eiar, il primo grande strumento di propaganda del regime fascista. &#8220;Questo ? il vizio genetico del sistema radiotelevisivo italiano&#8221; continua Cammarata. Nel 1974 la sentenza della Corte Costituzionale che decide che sar? il Parlamento a controllare l&#8217;indirizzo dei contenuti delle trasmissioni radotelevisive, da inizio all&#8217;epoca della radiotelevisione democristiana che sar? poi sostituita dall&#8217;impero di Berlusconi negli anni 80. &#8220;Il momento della saldatura tra televisione e politica si pu? individuare tra l&#8221;84 e l&#8221;85, con i decreti Berlusconi, ? da quegli anni che ? iniziata la videocrazia&#8221;.</p>
<p>Un capitolo del volume ? dedicato allo strano caso della televisione che non c&#8217;?: Europa 7. La storia di un operatore televisivo che vince una concessione per fare una rete nazionale, in maniera assolutamente regolare, ma che non pu? trasmettere perch? le frequenze sono occupate da Rete 4, che invece non ha la concessione a trasmettere.<br />
Si affronta anche il tema del digitale terrestre, che secondo il giornalista non rappresenta solo un&#8217;evoluzione tecnologica, ma anche uno scenario di decisioni politiche. &#8220;Dal punto di vista tecnico il digitale terrestre ? abbastanza inutile, perche con il satellite si fanno le stesse cose a minor costo; mantenendo la televisione terrestre come spina dorsale del sistema radiotelevisivo, si mantiene nelle mani dei governi il controllo di ci? che viene trasmesso, un controllo leggero in una situazione normale, ma pesante nel caso dell&#8217;Italia, stigmattizata anche dall&#8217;Unione Europea&#8221;. E&#8217; stato proprio il Parlamento Europeo infatti che il 22 aprile 2004 ha dichiarato che &#8220;il sistema italiano presenta un&#8217;anomalia dovuta a una combinazione unica di poteri economico, politico e mediatico nelle mani di un solo uomo, l&#8217;attuale Presidente del Consiglio dei Ministri italiano e al fatto che il governo italiano controlla, direttamente o indirettamente, tutti i canali televisivi nazionali&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.mcreporter.info/lanomalia/lanomalia.htm"><br />
</a></p>
<p><a href="http://www.mcreporter.info/lanomalia/lanomalia.htm">Clicca qui per saperne di più</a></p>
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		<title>Fotogiornalismo: il bavaglio è la precarietà</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 06:51:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[In Italia, su circa tremila addetti al settore del fotogiornalismo, solo una ventina lavorano come dipendenti di testate giornalistiche. Gli altri sono liberi professionisti precari, costretti a confrontarsi quotidianamente con numerose difficoltà economiche e organizzative.

&#8220;Aldil? delle singole violazioni che molti fotogiornalisti hanno subito, dalle aggressioni al sequestro delle schede video o della macchina fotografica, ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia, su circa tremila addetti al settore del fotogiornalismo, solo una ventina lavorano come dipendenti di testate giornalistiche. Gli altri sono liberi professionisti precari, costretti a confrontarsi quotidianamente con numerose difficoltà economiche e organizzative.<br />
<span id="more-7214"></span></p>
<p>&#8220;Aldil? delle singole violazioni che molti fotogiornalisti hanno subito, dalle aggressioni al sequestro delle schede video o della macchina fotografica, ci sono problemi oggettivi legati alla dura realt? economica&#8221; spiega Amedeo Vergani, rappresentante dei fotogiornalisti dell&#8217;Alg, associazione dei giornalisti lombardi, &#8220;nel momento in cui un fotogiornalista si ritrova a non essere pagato, ? chiaro che diventer? molto pi? ricattibile e molto piu cauto nell&#8217;esporsi&#8221;.<br />
Non solo i giornali non fanno pi? assunzioni, ma non hanno (o non vogliono pi? spendere) i quattrini per pagare gli inviati, un altro elemento di limitazione alla libert? di informazione. &#8220;Gli introiti dei fotoreporter oggi vengono sostenuti da entit? variegate, dagli enti del turismo, nel caso di riviste di turismo di viaggi, alle Ong, per le testate che trattano la crisi nel mondo. Il fatto di non essere pagati dall&#8217;editore sottrae autonomia al reporter, vincolato alle volont? di chi lo ospita&#8221; continua Vergani.<br />
Sul dibattito riguardante i criteri di selezione delle immagini &#8211; riapertosi in questi giorni dopo lo scatto del marine agonizzante in Afghanistan pubblicato dalla Associated Press &#8211; Vergani parla chiaro: &#8220;E&#8217;nostro dovere raccontare tutto quello che accade in pubblico. Non siamo censori, siamo giornalisti. Siamo come uno specchio: tutto quello che si riflette nello specchio, c&#8217;?&#8221;.</p>
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