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	<title>Amisnet &#187; Conflitti</title>
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		<itunes:subtitle>Informazione sociale e programmi di approfondimento dalla redazione di AMISnet.</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Amisnet e' un'agenzia radiofonica attiva da oltre 9 anni. La sua principale attivita' consiste nella produzione e la distribuzione di prodotti radiofonici di approfondimento a circa 35 radio italiane. Il podcast e' una selezione quotidiana dei servizi audio distribuiti tramite i siti del network Amisnet.</itunes:summary>
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		<title>Palestina: a Bil&#8217;in niente stranieri di venerdì</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 14:23:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nella notte del 15 marzo l&#8217;esercito israeliano è entrato nel Bil&#8217;in, il  paese cisgiordano simbolo della lotta popolare palestinese, per  affiggere un ordine di &#8220;chiusura militare&#8221; con annessa una cartina: si  tratta di un ordinanza che inibisce l&#8217;accesso a tutti i non residenti  nell&#8217;area compresa tra il villaggio ed il &#8220;muro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella notte del 15 marzo l&#8217;esercito israeliano è entrato nel Bil&#8217;in, il  paese cisgiordano simbolo della lotta popolare palestinese, per  affiggere un ordine di &#8220;chiusura militare&#8221; con annessa una cartina: si  tratta di un ordinanza che inibisce l&#8217;accesso a tutti i non residenti  nell&#8217;area compresa tra il villaggio ed il &#8220;muro di separazione&#8221; tutti i  venerdì dalle 8 alle 20 per i prossimi sei mesi, pena l&#8217;arresto. Si  tratta di un tentativo per impedire la partecipazione degli attivisti  israeliani ed internazionali alle manifestazioni non violente che si  tengono da 5 anni ogni venerdì vicino al muro. Una simile ordinanza è  stata distribuita venerdì scorso durante la manifestazione settimanale  contro il muro di Nil&#8217;in, ma in questo caso è quasi tutti il paesino ad  essere interdetto ai non residenti.</p>
<p>L&#8217;ordinanza è firmata dal generale Avi Mizrahi, fresco di nomina a capo  del Comando Centrale, a differenza di quanto avviene solitamente quando a  firmare sono ufficiali di grado inferiore ed è motivata da esigenze di  ordine pubblico. Secondo il rappresentante legale del Comitati Popolari  si tratta di un abuso di potere da parte dei militari, dato che le  ordinanze &#8220;non sono fatte per impedire manifestazioni&#8221;: le proteste sono  una attività civile, non una questione militare.</p>
<p>La protesta dei comitati popolari palestinesi è oggetto da mesi di una  repressione crescente fatta di repressione violenta delle  manifestazioni, arresti di massa, incursioni notturne nei villaggi,  persecuzioni giudiziarie e restinzioni di movimento anche per i  cittadini israeliani e stranieri. Tuttavia la mobilitazione sembra  contagiosa e le manifestazioni non-violente contro il muro del venerdì  si sono estese a sempre più villaggi e a seconda dei luoghi sono  diventate contro le colonie israeliane e a Gerusalemme Est dove  sono invece contro le espulsioni a danno delle famiglie palestinesi.  Ovunque si tengano le proteste sono iniziative delle comunità locali  accompagnate e sostenute dai pacifisti israeliani e da attivisti  internazionali. Questo tentativo di impedire la partecipazione dei non  residenti alle manifestazioni di Bil&#8217;in e NIl&#8217;in può essere letto da una  parte come un modo per fiaccare ed aver mani più libere durante la repressione  delle manifestazioni, dall&#8217;altra come un segnale di debolezza del  governo israeliano di fonte alla strategia dell lotta non violenta che  sta prendendo piede nei territori palestinesi occupati.</p>
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		<itunes:summary>Nella notte del 15 marzo l'esercito israeliano egrave; entrato nel Bil'in, il  paese cisgiordano simbolo della lotta popolare palestinese, per  affiggere un ordine di "chiusura militare" con annessa una cartina: si  tratta di un ordinanza che inibisce l'accesso a tutti i non residenti  nell'area compresa tra il villaggio ed il "muro di separazione" tutti i  venerdigrave; dalle 8 alle 20 per i prossimi sei mesi, pena l'arresto. Si  tratta di un tentativo per impedire la partecipazione degli attivisti  israeliani ed internazionali alle manifestazioni non violente che si  tengono da 5 anni ogni venerdigrave; vicino al muro. Una simile ordinanza egrave;  stata distribuita venerdigrave; scorso durante la manifestazione settimanale  contro il muro di Nil'in, ma in questo caso egrave; quasi tutti il paesino ad  essere interdetto ai non residenti.

L'ordinanza egrave; firmata dal generale Avi Mizrahi, fresco di nomina a capo  del Comando Centrale, a differenza di quanto avviene solitamente quando a  firmare sono ufficiali di grado inferiore ed egrave; motivata da esigenze di  ordine pubblico. Secondo il rappresentante legale del Comitati Popolari  si tratta di un abuso di potere da parte dei militari, dato che le  ordinanze "non sono fatte per impedire manifestazioni": le proteste sono  una attivitagrave; civile, non una questione militare.

La protesta dei comitati popolari palestinesi egrave; oggetto da mesi di una  repressione crescente fatta di repressione violenta delle  manifestazioni, arresti di massa, incursioni notturne nei villaggi,  persecuzioni giudiziarie e restinzioni di movimento anche per i  cittadini israeliani e stranieri. Tuttavia la mobilitazione sembra  contagiosa e le manifestazioni non-violente contro il muro del venerdigrave;  si sono estese a sempre piugrave; villaggi e a seconda dei luoghi sono  diventate contro le colonie israeliane e a Gerusalemme Est dove  sono invece contro le espulsioni a danno delle famiglie palestinesi.  Ovunque si tengano le proteste sono iniziative delle comunitagrave; locali  accompagnate e sostenute dai pacifisti israeliani e da attivisti  internazionali. Questo tentativo di impedire la partecipazione dei non  residenti alle manifestazioni di Bil'in e NIl'in puograve; essere letto da una  parte come un modo per fiaccare ed aver mani piugrave; libere durante la repressione  delle manifestazioni, dall'altra come un segnale di debolezza del  governo israeliano di fonte alla strategia dell lotta non violenta che  sta prendendo piede nei territori palestinesi occupati.</itunes:summary>
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		<title>L&#8217; Iraq al voto: una partita a scacchi tra Iran e USA</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 22:17:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Khaldoun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 7 Marzo si sono tenute le seconde elezioni legislative iraqene dell&#8217;era post Saddam.  Per i risultati bisognerà aspettare il 12, nel frattempo il primo dato significativo è l&#8217;affluenza alle urne: il 62% degli aventi diritto si sono recati alle urne, un dato che indica una crescita rispetto alle scorse elezioni pronciali ma un significativo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 7 Marzo si sono tenute le seconde elezioni legislative iraqene dell&#8217;era post Saddam.  Per i risultati bisognerà aspettare il 12, nel frattempo il primo dato significativo è l&#8217;affluenza alle urne: il 62% degli aventi diritto si sono recati alle urne, un dato che indica una crescita rispetto alle scorse elezioni pronciali ma un significativo calo rispetto al 73% delle scorse legislative. Da segnalare che anche i sunniti hanno partecipato al voto, nonostante tutte le polemiche per l&#8217;esclusione dalle liste elettorali di molti esponenti politici ritenuti legati al passato regime. Buona anche la tenuta della polizia iraqena, per la prima volta chiamata a proteggere le operazioni di voto dopo che l&#8217;esercito statunitense si è ridispiegato al di fuori dei centri urbani: la maggior parte degli attacchi sono stati colpi di mortaio o razzi Katuisha, mentre la stragrande maggiornaza delle 38 vittime sono dovute ad un aingolare attacco dinamitardo avvenuto nella capitale, certo non siamo alla normalità ma considerata la situazione ed il fatto che nessun seggio sia stato colpito si può considerare una vittoria.</p>
<p>La campagna elettorale si è svolta molto brevemente ed è stata dominata da una parte dal dibattito sull&#8217;esclusione di molti candidati in odor di ba&#8217;asismo, che secondo gli osservatori è stata guidata dalla longa manus iraniana e dall&#8217;altra parte da quelli sui presunti finanziamenti sauditi alle formazioni filoccidentali. Le elezioni iraqene sono state l&#8217;ennesimo capitolo della partita a scacchi tra Iran e Stati Uniti che si gioca su tutti gli scenari di crisi del Medioriente e dell&#8217; Asia centrale, dalle tensioni in Libano, a quelle in Palestina e Yemen fino ad arrivare al ruolo della Repubblica Islamica nella stabilizzazione dell&#8217; Afghanistan. UNa partita che ha contribuito a scatenbare una guerra fredda all&#8217;interno del mondo arabo islamico che vede contrapposto un blocco filoccidentale guidato da Egitto ed Arabia Saudita sotto la benevola ala americana, dall&#8217;altro un blocco costituito da Iran, Siria e dai loro alleati regionali Hizbullah e Hamas. Uno scontro rappresentato erroneamente come tra sciiti e sunniti sulla stampa occidentale, ma che in realtà ha ben poco a che fare con questioni religiose quanto con questioni di controllo di risorse strategiche ed energetiche. Mentre il mondo arabo è polarizzato intorno alle due potenze che cercano di contendersi il dominio del medioriente, una terza potenza anch&#8217;essa non araba sta emergendo come mediatrice: la Turchia, che è sempre più protagonista sullo scenario regionale, mentre gli Stati Uniti si spendono per cercare di portare dalla loro parte la Siria che invece continua a dar prova della tradizionale abilità di trattare su due tavoli che finora ha dato buoni frutti, con l&#8217;uscita di Damasco dall&#8217;isolamento diplomatico e con il blocco libanese &#8220;antisiriano&#8221; che è dovuto venire a patti con Hizbullah.</p>
<p><a href="http://amisnet.org/files/2010/03/hasan.mp3">Il commento di Hasan Khalef, Human Rights Network Kirkuk, ai microfoni di Scirocco</a></p>
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		<title>Emergenza profughi iraqeni in Giordania: un SMS per dare una speranza</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Oct 2009 11:46:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; partita il 10 ottobre la raccolta fondi lanciata da Un Ponte Per insieme alla Jordanian Women Union per fornire l&#8217;assistenza sanitaria gratuita al mezzo milione di profughi iraqeni che ancora vivono in Giordania. Mandando un SMS al numero 48587 si finanziano e le analisi e cure specialistiche che forniscoo da due anni i centri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; partita il 10 ottobre la raccolta fondi lanciata da Un Ponte Per insieme alla Jordanian Women Union per fornire l&#8217;assistenza sanitaria gratuita al mezzo milione di profughi iraqeni che ancora vivono in Giordania. Mandando un SMS al numero 48587 si finanziano e le analisi e cure specialistiche che forniscoo da due anni i centri medici gestiti dalla JWU a tutti coloro che non hanno accesso alla sanità pubblica ed in particolare ai profughi iraqeni. I profughi si trovano spesso in una situazione di clandestinità dato che il governo di Amman, che non ha firmato la convenzione ONU sui rifugiati, non rilascia nè rinnova i permessi di soggiorno da oltre 2 anni. Questo vuol dire che non hanno i permessi per avere un lavoro regolare e che possono accedere a servizi essenziali come sanità ed istruzione solo a pagamento. L&#8217;assistenza fornita dalla JWU, in collaborazione con organizzazioni come Un Ponte Per o Caritas, non si limita al campo sanitario ma per le donne riguarda anche il sostegno psicologico, l&#8217;inserimento lavorativo e sociale e per gli uomini ci sono anche programmi per le vittime di tortura.</p>
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		<itunes:summary>E' partita il 10 ottobre la raccolta fondi lanciata da Un Ponte Per insieme alla Jordanian Women Union per fornire l'assistenza sanitaria gratuita al mezzo milione di profughi iraqeni che ancora vivono in Giordania. Mandando un SMS al numero 48587 si finanziano e le analisi e cure specialistiche che forniscoo da due anni i centri medici gestiti dalla JWU a tutti coloro che non hanno accesso alla sanitagrave; pubblica ed in particolare ai profughi iraqeni. I profughi si trovano spesso in una situazione di clandestinitagrave; dato che il governo di Amman, che non ha firmato la convenzione ONU sui rifugiati, non rilascia negrave; rinnova i permessi di soggiorno da oltre 2 anni. Questo vuol dire che non hanno i permessi per avere un lavoro regolare e che possono accedere a servizi essenziali come sanitagrave; ed istruzione solo a pagamento. L'assistenza fornita dalla JWU, in collaborazione con organizzazioni come Un Ponte Per o Caritas, non si limita al campo sanitario ma per le donne riguarda anche il sostegno psicologico, l'inserimento lavorativo e sociale e per gli uomini ci sono anche programmi per le vittime di tortura.</itunes:summary>
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		<title>ONU: crimini di guerra e contro l&#8217;umanità durante l&#8217;attacco israeliano a Gaza</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 11:36:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Khaldoun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo avevano sostenuto le fonti palestinesi, le ONG internazionali come Amnesty o Human Rights Watch, quelle israeliane come B&#8217;Tselem, ma ora a dirlo è un inchiesta delle Nazioni Unite:  durante l&#8217; operazione &#8220;Piombo Fuso&#8221; l&#8217;esercito israeliano non ha fatto abbastanza per minimizzare le vittime civili,  isolando la Striscia di Gaza ed impedendo i rifornimenti ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo avevano sostenuto le fonti palestinesi, le ONG internazionali come Amnesty o Human Rights Watch, quelle israeliane come B&#8217;Tselem, ma ora a dirlo è un inchiesta delle Nazioni Unite:  durante l&#8217; operazione &#8220;Piombo Fuso&#8221; l&#8217;esercito israeliano non ha fatto abbastanza per minimizzare le vittime civili,  isolando la Striscia di Gaza ed impedendo i rifornimenti ha imposto una punizione collettiva alla popolazione ed ha usato irresponsabilmente armi pericolose in zone densamente abitate. Ovviamente il giudice sudafricano incaricato dall&#8217; ONU, Richard Goldstone, non ha dimenticato le violazioni del diritto internazionale costituite dai razzi di Hamas, ma dalle 574 pagine del suo rapporto emerge la  sproporzione tra i crimini commessi dalle due parti.</p>
<p>La missione investigativa delle Nazioni Unite guidata da Goldstone si è avvalsa di testimonianze, immagini, rilievi sul campo e delle statistiche delle agenzi ONU attive nell&#8217;area, non ha goduto della piena collaborazione da parte di Tel Aviv che mette in discussione l&#8217; effettiva imparzialità della missione. Secondo il rapporto la capacità di pianificazione militare, l&#8217;uso delle migliori tecnologie disponibili e le dichiarazioni delle autorità Israeliane che sostengono che non ci sarebbero stati molti errori negli attacci evidenziano un piano deliberato di pressione sull&#8217;intera popolazione di Gaza senza distinsioni tra obiettivi militari e civili, una distinsione che è principio fondamentale del diritto umanitario internazionale. Gli attacchi di Israele hanno minato l&#8217;accesso della popolazione di Gaza ai più elementari beni di sussistenza, al lavoro, alle infrastrutture sanitarie e civili che in buona parte sono state distrutte.</p>
<p>Dall&#8217;altra parte della barricata sono invece sotto accusa i lanci di razzi dalla Striscia di Gaza: anch&#8217;essi  non hanno fatto distinzione tra obiettivi civili o militari sia per le caratteristiche artigianali delle armi sia deliberatamente. Il rapporto segnala anche arresti arbitrari da parte delle autorità palestinesi ed un clima di impunità generalizzata all&#8217;interno della Striscia.</p>
<p>Il rapporto di Goldstone raccomanda la formazione di una commissione indipendente in seno al Consiglio di Sicurezza cui le autorità palestinesi ed israeliane debbano render conto delle violazioni segnalate dalla missione investigativa entro 6 mesi, se le risposte saranno insufficenti o insufficenti Goldstone auspica che la faccenda passi nelle mani della Corte Penale Internazione. Il governo di Tel Aviv ha già respinto il rapporto definendolo &#8220;schierato&#8221; e &#8220;già scritto prima dell&#8217;indagine&#8221;,  esponenti della destra israeliana accusano Richard Goldstone, un ebreo sudafricano che ha contribuito a scrivere la parola fine all&#8217; apartheid, di antisemitismo, mentre il ministro degli esteri Lieberman parla di &#8220;una pagina vergognosa per le Nazioni Unite&#8221;. Da parte palestinese Hamas accusa anchessa di parzialità il rapporto, che metterebbe sullo stesso piano gli aggressori e le vittime.</p>
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		<title>Perù: in manette tutte le persone con il volto indigeno</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Jun 2009 13:21:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<category><![CDATA[decreto legislativo 1090]]></category>
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		<description><![CDATA[Centinaia di dispersi e decine di feriti. E&#8217; il bilancio tragico degli scontri tra le forze dell&#8217;ordine guidate dal governo peruviano e le comunità indigene dell&#8217;Amazzonia. Le fonti ufficiali minimizzano i numeri delle vittime carneficina, ma le fotografie e i video scattati durante gli attacchi sono la prova di una realtà terrificante. A Bagua, nord [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Centinaia di dispersi e decine di feriti. E&#8217; il bilancio tragico degli scontri tra le forze dell&#8217;ordine guidate dal governo peruviano e le comunità indigene dell&#8217;Amazzonia. Le fonti ufficiali minimizzano i numeri delle vittime carneficina, ma <a href="http://catapa.be/en/north-peru-killings">le fotografie</a> e i video scattati durante gli attacchi sono la prova di una realtà terrificante. A Bagua, nord del Perù, il Governo ha ordinato un rastrellamento delle comunità indigene.<span id="more-6862"></span></p>
<p>I disordini sono iniziati venerdì 5 giugno, quando c&#8217;è stato uno scontro molto violento tra la polizia della Direzione Operazioni Speciali  e i nativi  che abitano nel dipartimento dell&#8217;Amazzonia nei pressi della cittadina di Bagua, a nord del Perù, nella selva. Alle cinque del mattino le forze dell&#8217;ordine hanno cominciato a lanciare bombe lacrimogene, gli indigeni allora hanno risposto con lancie e frecce, armi artigianali, dando il via al contrattacco dei poliziotti, che hanno aperto il fuoco mietendo morti e feriti.<br />
Secondo le fonti ufficiali, le vittime di quell&#8217;attacco sono state dodici: nove poliziotti tre nativi; ma le <a href="http://catapa.be/en/north-peru-killings">fotografie</a> e i video che in questi giorni sono stati diffusi mostrano immagini di diversi nativi morti, per lo meno venti. Le cifre ufficiali sicuramente non corrispondono alla realtà. &#8220;Siamo certi purtroppo che ci siano molte vittime tra i nativi, anche se i cadaveri non sono stati ritrovati; ma sembra che alcuni corpi siano stati bruciati, altri gettati nel fiume. Calcoliamo che i morti siano circa cento, ci sono infatti molti dispersi, che è probabile che siano morti; il nativo infatti d&#8217;abitudine comunica sempre con la sua comunità. Se ancora non si è messo in contatto con nessuno, è possibile che non sia vivo&#8221; racconta Gabriela Mendoza, dell&#8217;associazione Servindi. Dopo gli scontri della mattina del 5 giugno, a Bagua  si è decretato il coprifuoco: è stato vietato di uscire di casa dalle tre del pomeriggio alle sei del mattino. Ora la zona è controllata dalle forze dell&#8217;ordine.</p>
<p>La protesta amazzonica, che coinvolge tutti gli abitanti della selva peruviana, è scaturita dopo l&#8217;approvazione di due decreti legislativi approvati dal governo peruviano che fanno parte del Tlc, il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti. &#8220;Questi decreti vanno a pregiudicare la vita delle comunità indigene che popolano la selva, per questo loro pretendono che il governo li avrebbe dovuti consulatare prima di approvarli, come è anche sancito dal principio di consulta previa affermato nel Convegno 169 dell&#8217;Oit. Il decreto legislativo 1090, per esempio, riduce del patrimonio forestale del Perù, favorendo le concessioni e legittimando il cambio d&#8217;uso delle terre, che fino ad oggi erano di patrimonio forestale, e che d&#8217;ora in poi potrebbero ospitare progetti di basi di  petrolifere o simili, se il Governo le dichiarerà di interesse nazionale&#8221;  spiega Mendoza.<br />
Da qui è cominciato tutto, circa un anno fa.<br />
&#8220;In agosto 2008, con il primo sciopero amazzonico, si è ottenuta la deroga dei due decreti legislativi. Dopo la deroga lo sciopero cessò e iniziòun periodo di dialogo con le Istituzioni. Durante i mesi di gennaio, febbraio e marzo di quest&#8217;anno però il Congresso non ha aperto nessuna discussione riguardo ai decreti; allora le comunità hanno sollecitato il Governo a confrontarsi ma nessun dialogo è stato intrapreso. I nativi amazzonici hanno allora deciso di ricominciare con gli scioperi, il 9 aprile; dopo questa protesta il presidente del Consiglio dei Ministri ha dichiarato di volere intavolare un dialogo tra le autorità del Governo e i leader indigeni, per parlare dei decreto e per decidere se derogarli o modificarli. Nell&#8217;incontro stabilito tra la presidenza del Consiglio dei Ministri e gli indigeni amazzonici non si sono mai create le condizioni per una negoziazione chiara, non si riusciva a raggiungere nessun accordo; contemporaneamente la protesta nella selva continuava&#8221; continua la portavoce di Servindi.</p>
<p>Dieci poliziotti sono stati sequestrati e poi uccisi dai nativi. Di fronte a questi fatti il Governo ha fatto passare gli scontri come attacchi alla polizia da parte delle comunità indigene, mentre in realtà c&#8217;è stato uno scontro e i nativi hanno reagito per difendersi. Il Governo sta parlando di terrorismo, di criminali, di delinquenti. Un ordine di cattura pende su Alberto Pisango, il presidente dell&#8217;Aidesep, l&#8217;associazione interetnica di sviluppo della selva peruviana. Non sappiamo  dove si trovi Pisango, ma se lo riusciranno a rintracciare finirà in prigione e come lui diversi dirigenti amazzonici. Il Governo sta portando avanti una pressante campagna diffamatoria, definendo i nativi &#8220;rivoluzionari&#8221;, &#8220;insorgenti&#8221;, &#8220;terroristi&#8221;.<br />
Testimoni locali non indigeni che si trovano a Bagua hanno raccontato che in questi giorni le forze dell&#8217;ordine stanno mettendo in manette tutti i cittadini con il volto indigeno che incontrano per strada. Siamo di fronte a un vero e proprio rastrellamento, e questo lo ha denunciato anche il comunicatore del vicariato di Caen, un organo della chiesa cattolica.</p>
<p>Stanno perseguitando anche i feriti. La Defenseria del Pueblo riporta che c&#8217;erano piu di trenta indigeni feriti in Commissariato: medici e infermieri hanno raccontato che la polizia li ha portati via dall&#8217;ospedale con la forza.</p>
<p>&#8220;Il decreto 1090 era stato dichiarato incostituzionale dalla Commissione Costituzionale, che aveva anche detto che bisognava procedere con la deroga. Il giorno prima degli scontri di Bagua Mauricio Mulder, segretario generale del partito aprista, chiese di non parlare in sede congressuale di questa anti-costituzionalità, cosi il Congresso ha votato e ha approvato il decreto 1090, senza considerare minimamente la discussione relativa alla deroga. Questa decisione ha rafforzato la protesta indigena, per questo il giorno dopo sono accudi i fatti di Bagua&#8221; conclude Gabriela Mendoza.</p>
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		<itunes:subtitle>Centinaia di dispersi e decine di feriti. E' il bilancio tragico degli scontri tra le forze dell'ordine guidate dal governo peruviano e le comunitagrave; indigene ...</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Centinaia di dispersi e decine di feriti. E' il bilancio tragico degli scontri tra le forze dell'ordine guidate dal governo peruviano e le comunitagrave; indigene dell'Amazzonia. Le fonti ufficiali minimizzano i numeri delle vittime carneficina, ma le fotografie e i video scattati durante gli attacchi sono la prova di una realtagrave; terrificante. A Bagua, nord del Perugrave;, il Governo ha ordinato un rastrellamento delle comunitagrave; indigene.

I disordini sono iniziati venerdigrave; 5 giugno, quando c'egrave; stato uno scontro molto violento tra la polizia della Direzione Operazioni Specialinbsp; e i nativinbsp; che abitano nel dipartimento dell'Amazzonia nei pressi della cittadina di Bagua, a nord del Perugrave;, nella selva. Alle cinque del mattino le forze dell'ordine hanno cominciato a lanciare bombe lacrimogene, gli indigeni allora hanno risposto con lancie e frecce, armi artigianali, dando il via al contrattacco dei poliziotti, che hanno aperto il fuoco mietendo morti e feriti.
Secondo le fonti ufficiali, le vittime di quell'attacco sono state dodici: nove poliziotti tre nativi; ma le fotografie e i video che in questi giorni sono stati diffusi mostrano immagini di diversi nativi morti, per lo meno venti. Le cifre ufficiali sicuramente non corrispondono alla realtagrave;. "Siamo certi purtroppo che ci siano molte vittime tra i nativi, anche se i cadaveri non sono stati ritrovati; ma sembra che alcuni corpi siano stati bruciati, altri gettati nel fiume. Calcoliamo che i morti siano circa cento, ci sono infatti molti dispersi, che egrave; probabile che siano morti; il nativo infatti d'abitudine comunica sempre con la sua comunitagrave;. Se ancora non si egrave; messo in contatto con nessuno, egrave; possibile che non sia vivo" racconta Gabriela Mendoza, dell'associazione Servindi. Dopo gli scontri della mattina del 5 giugno, a Baguanbsp; si egrave; decretato il coprifuoco: egrave; stato vietato di uscire di casa dalle tre del pomeriggio alle sei del mattino. Ora la zona egrave; controllata dalle forze dell'ordine.

La protesta amazzonica, che coinvolge tutti gli abitanti della selva peruviana, egrave; scaturita dopo l'approvazione di due decreti legislativi approvati dal governo peruviano che fanno parte del Tlc, il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti. "Questi decreti vanno a pregiudicare la vita delle comunitagrave; indigene che popolano la selva, per questo loro pretendono che il governo li avrebbe dovuti consulatare prima di approvarli, come egrave; anche sancito dal principio di consulta previa affermato nel Convegno 169 dell'Oit. Il decreto legislativo 1090, per esempio, riduce del patrimonio forestale del Perugrave;, favorendo le concessioni e legittimando il cambio d'uso delle terre, che fino ad oggi erano di patrimonio forestale, e che d'ora in poi potrebbero ospitare progetti di basi dinbsp; petrolifere o simili, se il Governo le dichiareragrave; di interesse nazionale"nbsp; spiega Mendoza.
Da qui egrave; cominciato tutto, circa un anno fa.
"In agosto 2008, con il primo sciopero amazzonico, si egrave; ottenuta la deroga dei due decreti legislativi. Dopo la deroga lo sciopero cessograve; e iniziograve;un periodo di dialogo con le Istituzioni. Durante i mesi di gennaio, febbraio e marzo di quest'anno perograve; il Congresso non ha aperto nessuna discussione riguardo ai decreti; allora le comunitagrave; hanno sollecitato il Governo a confrontarsi ma nessun dialogo egrave; stato intrapreso. I nativi amazzonici hanno allora deciso di ricominciare con gli scioperi, il 9 aprile; dopo questa protesta il presidente del Consiglio dei Ministri ha dichiarato di volere intavolare un dialogo tra le autoritagrave; del Governo e i leader indigeni, per parlare dei decreto e per decidere se derogarli o modificarli. Nell'incontro stabilito tra la presidenza del Consiglio dei Ministri e gli indigeni amazzonici non si sono mai create le condizioni per una negoziazione chiara, non si riusciva a raggiungere ...</itunes:summary>
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		<title>Sri Lanka: attacco a un ospedale. Bilancio tragico</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2009/05/12/sri-lanka-attacco-a-un-ospedale-bilancio-tragico/</link>
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		<pubDate>Tue, 12 May 2009 14:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[49 morti e decine di feriti. E&#8217; il tragico bilancio dell&#8217;attacco all&#8217;ospedale di Mullivaikal, Sri Lanka. Il presidio medico era l&#8217;unico attivo nella &#8220;Safe Zone&#8221;, il piccolo tratto di costa nel nord-est dell&#8217;isola dove vivono 50mila civili tamil.
Il portavoce dell&#8217;Onu in Sri Lanka, Gordon Weiss, ha dichiarato che la struttura è stata colpita da un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>49 morti e decine di feriti. E&#8217; il tragico bilancio dell&#8217;attacco all&#8217;ospedale di Mullivaikal, Sri Lanka. Il presidio medico era l&#8217;unico attivo nella &#8220;Safe Zone&#8221;, il piccolo tratto di costa nel nord-est dell&#8217;isola dove vivono 50mila civili tamil.</p>
<p>Il portavoce dell&#8217;Onu in Sri Lanka, Gordon Weiss, ha dichiarato che la struttura è stata colpita da un proettile di mortaio, ma che non è ancora possibile attribuire l&#8217;attentato a qualcuno con certezza. L&#8217;ospedale era già stato colpito lo scorso 29 aprile da una cannonata sparata da una nave da guerra della marina militare governativa: allora i pazienti rimasti uccisi uccisi furono nove.</p>
<p>Lo Sri Lanka è da 26 anni teatro di violenti scontri tra esercito governativo e ribelli delle Tigri tamil (Ltte). Secondo le Nazioni Unite, sono quasi settemila i civili tamil uccisi dall&#8217;inizio dell&#8217;offensiva governativa contro le ultime roccaforti dell&#8217;Ltte, scattata all&#8217;inizio di febbraio.</p>
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		<title>Roma: la società civile iraqena pone le basi per un nuovo forum sociale?</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2009 21:18:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Khaldoun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è conclusa la settimana di incontri e dibattiti che ha visto riuniti a velletri 38 esponenti della società civile iraqena e una quarantina di attivisti internazionali impegnati nel sostegno e nella solidarietà con il popolo iraqeno.  Nei gruppi di lavoro e negli incontri gli iraqeni hanno messo in evidenza quali sono le priorità e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è conclusa la settimana di incontri e dibattiti che ha visto riuniti a velletri 38 esponenti della società civile iraqena e una quarantina di attivisti internazionali impegnati nel sostegno e nella solidarietà con il popolo iraqeno.  Nei gruppi di lavoro e negli incontri gli iraqeni hanno messo in evidenza quali sono le priorità e le lotte del loro popolo alla vigilia dell&#8217;uscita dell&#8217;esercito americano dal Paese ed hanno cercato di sfruttare l&#8217;esperienza delle organizzazioni straniere. La società civile iraqena è infatti rinata nel 2003 dopo 35 anni di rigidissima dittatura e quindi pecca d&#8217;esperienza e porta ancora chiari i segni degli anni del terrore, in cui essere dissidenti voleva dire rischiare la vita propria e delle proprie famiglie.</p>
<p>Tuttavia il crollo del regime di Saddam non ha spazzato via i problemi del regime baathista come fosse una bacchetta magica e sono molte le norme del vecchio regime ancora in vigore, come ad esempio le leggi del 1987 sui sindacati. Tra le altre riforme di cui si sente ancora la mancanza ci sono anche le leggi a tutela della libertà di stampa ed espressione e quelle sulla libertà di associazione e per il riconoscimento delle organizzazioni non governative. Poi ci sono anche i casi in cui le leggi introdotte dopo l&#8217;intervento americano sono peggiorative rispetto alle norme vigenti sotto il regime di Saddam, l&#8217;esempio più lampante è il codice di famiglia che in Iraq era laico fin dal 1959 e quindi si applicava a tutti i cittadini indipendentemente dalle appartenenze etniche, nazionali o religiose, mentre nella nuova costituzione l&#8217;articolo 41 delega il diritto di famiglia alle tradizioni tribali e religiose, aprendo le porte ai tribunali religiosi e mettendo in crisi le tante famiglie miste presenti nel paese.</p>
<p>Al termine della conferenza l&#8217;impressione è che si sia aperto un processo lungo che porterà alla formazione di una società civile e di una rete di movimenti più matura, ma nei tempi necesari agli iraqeni per superare i traumi delle guerre che hanno continuamente sconvolto il paese a partire dagli anni &#8216;70, quelli della sanguinosa dittatura di Saddam Hussein ed infine quelli di una occupazione che ha imposto una infrastruttura democratica calata dall&#8217;altro e più attenta alle esigenze e gli interessi delle forze occupanti che a quelli del paese, trattando solo con i potentati economici, religiosi e politici e senza coinvolgere il grosso della popolazione iraqena nel processo democratico se non al momento del voto.</p>
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		<itunes:summary>Si egrave; conclusa la settimana di incontri e dibattiti che ha visto riuniti a velletri 38 esponenti della societagrave; civile iraqena e una quarantina di attivisti internazionali impegnati nel sostegno e nella solidarietagrave; con il popolo iraqeno.nbsp; Nei gruppi di lavoro e negli incontri gli iraqeni hanno messo in evidenza quali sono le prioritagrave; e le lotte del loro popolo alla vigilia dell'uscita dell'esercito americano dal Paese ed hanno cercato di sfruttare l'esperienza delle organizzazioni straniere. La societagrave; civile iraqena egrave; infatti rinata nel 2003 dopo 35 anni di rigidissima dittatura e quindi pecca d'esperienza e porta ancora chiari i segni degli anni del terrore, in cui essere dissidenti voleva dire rischiare la vita propria e delle proprie famiglie.

Tuttavia il crollo del regime di Saddam non ha spazzato via i problemi del regime baathista come fosse una bacchetta magica e sono molte le norme del vecchio regime ancora in vigore, come ad esempio le leggi del 1987 sui sindacati. Tra le altre riforme di cui si sente ancora la mancanza ci sono anche le leggi a tutela della libertagrave; di stampa ed espressione e quelle sulla libertagrave; di associazione e per il riconoscimento delle organizzazioni non governative. Poi ci sono anche i casi in cui le leggi introdotte dopo l'intervento americano sono peggiorative rispetto alle norme vigenti sotto il regime di Saddam, l'esempio piugrave; lampante egrave; il codice di famiglia che in Iraq era laico fin dal 1959 e quindi si applicava a tutti i cittadini indipendentemente dalle appartenenze etniche, nazionali o religiose, mentre nella nuova costituzione l'articolo 41 delega il diritto di famiglia alle tradizioni tribali e religiose, aprendo le porte ai tribunali religiosi e mettendo in crisi le tante famiglie miste presenti nel paese.

Al termine della conferenza l'impressione egrave; che si sia aperto un processo lungo che porteragrave; alla formazione di una societagrave; civile e di una rete di movimenti piugrave; matura, ma nei tempi necesari agli iraqeni per superare i traumi delle guerre che hanno continuamente sconvolto il paese a partire dagli anni '70, quelli della sanguinosa dittatura di Saddam Hussein ed infine quelli di una occupazione che ha imposto una infrastruttura democratica calata dall'altro e piugrave; attenta alle esigenze e gli interessi delle forze occupanti che a quelli del paese, trattando solo con i potentati economici, religiosi e politici e senza coinvolgere il grosso della popolazione iraqena nel processo democratico se non al momento del voto.</itunes:summary>
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		<title>Gaza: &#8220;non lasciateci morire&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2009 13:19:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Khaldoun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo l&#8217;appello della popolazione di Gaza che porta con se` Luisa Morgantini, vice presidente del Parlamento Europeo, di ritorno dalla sua visita nella Striscia di Gaza. Una visita che lo stato d&#8217; Israele ha cercato di evitare fino all&#8217;ultimo e in cui la Morgantini ha potuto constatare la situazione sul campo con i propri occhi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo l&#8217;appello della popolazione di Gaza che porta con se` Luisa Morgantini, vice presidente del Parlamento Europeo, di ritorno dalla sua visita nella Striscia di Gaza. Una visita che lo stato d&#8217; Israele ha cercato di evitare fino all&#8217;ultimo e in cui la Morgantini ha potuto constatare la situazione sul campo con i propri occhi. E` stata anche testimone della violazione delle 3 ore quotidiane di &#8220;tregua umanitaria&#8221; da parte dell&#8217;esercito israeliano. Al Parlamento Europeo raccomandera` di rallentare il processo di avvicinamento in atto tra Israele e Unione Europea, oltre a richiedere il rispetto della risoluzione ONU per il cessate il fuoco e la fine dei due pesi e due misure nel diritto internazionale.</p>
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		<itunes:summary>Questo l'appello della popolazione di Gaza che porta con se` Luisa Morgantini, vice presidente del Parlamento Europeo, di ritorno dalla sua visita nella Striscia di Gaza. Una visita che lo stato d' Israele ha cercato di evitare fino all'ultimo e in cui la Morgantini ha potuto constatare la situazione sul campo con i propri occhi. E` stata anche testimone della violazione delle 3 ore quotidiane di "tregua umanitaria" da parte dell'esercito israeliano. Al Parlamento Europeo raccomandera` di rallentare il processo di avvicinamento in atto tra Israele e Unione Europea, oltre a richiedere il rispetto della risoluzione ONU per il cessate il fuoco e la fine dei due pesi e due misure nel diritto internazionale.</itunes:summary>
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		<title>Diario da Kabul</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2008/12/30/diario-da-kabul/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Dec 2008 14:54:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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“Cade la neve su Kabul ma dura poco. Qui si vive una vita effimera come la neve di quest&#8217;anno. Due sere fa la guerriglia ha tirato tre razzi su un posto di polizia vicino all&#8217;Intercontinental, alla periferia Nord della città. Ma quelle armi artigianali e imprecise, spesso azionate con un timer, han beccato una casa [...]]]></description>
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<p class="MsoNormal">“Cade la neve su Kabul ma dura poco. Qui si vive una vita effimera come la neve di quest&#8217;anno. Due sere fa la guerriglia ha tirato tre razzi su un posto di polizia vicino all&#8217;Intercontinental, alla periferia Nord della città. Ma quelle armi artigianali e imprecise, spesso azionate con un timer, han beccato una casa di poveracci e hanno ammazzato tre bambini. Le loro vite sciolte come la neve sopra Kabul”.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><span id="more-5947"></span></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Il giornalista Emanuele Giordana racconta nel suo <a href="http://emgiordana.blogspot.com/">diario</a><span> </span>impressioni e pensieri da Kabul, la capitale dell’Afghanistan. Nel Paese sono continuano gli scontri e le azioni dei kamikaze. Il 29 dicembre due attentati con ordigni hanno ucciso cinque persone e ne hanno ferite un&#8217;altra quarantina, all&#8217;indomani della morte di quattordici bambini in un attentato kamikaze.</p>
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		<title>Somalia: chiusa radio &#8220;anti-islamica&#8221;</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2008/12/22/somalia-chiusa-radio-anti-islamica/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Dec 2008 12:35:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[al Shabab]]></category>
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		<category><![CDATA[radio]]></category>
		<category><![CDATA[somalia]]></category>

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		<description><![CDATA[I miliziani islamici al Shabab hanno chiuso la scorsa settimana l&#8217;unica stazione radio attiva nella città somala di Chisimaio, 500 chilometri a sud di Mogadiscio.
Una decina di miliziani hanno fatto irruzione negli uffici della stazione radio il 13 dicembre scorso e hanno consegnato al direttore un provvedimento firmato da Hassan Yaqub Alil, responsabile per l&#8217;Informazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I miliziani islamici al Shabab hanno chiuso la scorsa settimana l&#8217;unica stazione radio attiva nella città somala di Chisimaio, 500 chilometri a sud di Mogadiscio.</p>
<p>Una decina di miliziani hanno fatto irruzione negli uffici della stazione radio il 13 dicembre scorso e hanno consegnato al direttore un provvedimento firmato da Hassan Yaqub Alil, responsabile per l&#8217;Informazione dell&#8217;amministrazione islamica della città, in cui si accusa l&#8217;emittente di trasmettere musica e informazione &#8220;anti-islamica&#8221;.</p>
<p>I miliziani hanno attuato il  subito dopo la messa in onda di un servizio sulle vittime civili degli scontri scoppiati tra gli Shabab e la milizia locale della città di Dobley, situata nei pressi del confine con il Kenya.</p>
]]></content:encoded>
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