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	<title>Amisnet &#187; Conflitti</title>
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	<description>Informazione Sociale Quotidiana</description>
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	<managingEditor>web@amisnet.org (Amisnet)</managingEditor>
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	<category>News &#38; Politics</category>
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		<title>Amisnet</title>
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	<itunes:subtitle>Informazione sociale e programmi di approfondimento dalla redazione di AMISnet.</itunes:subtitle>
	<itunes:summary>Amisnet e' un'agenzia radiofonica attiva da oltre 9 anni. La sua principale attivita' consiste nella produzione e la distribuzione di prodotti radiofonici di approfondimento a circa 35 radio italiane. Il podcast e' una selezione quotidiana dei servizi audio distribuiti tramite i siti del network Amisnet.</itunes:summary>
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		<title>Freedom Flotilla: ultimi preparativi in attesa di salpare</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 11:43:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[Per voce del suo inviato presso l&#8217;Onu, il governo israeliano fa sapere di essere determinato a bloccare in ogni modo la Freedom Flotilla 2. &#8220;Israele ha tutta l&#8217;intenzione e la capacità di fermare la missione navale diretta verso la Striscia di Gaza&#8221; ha detto ieri il delegato israeliano alle nazioni Unite Ron Prosor precisando che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per voce del suo inviato presso l&#8217;Onu, il governo israeliano fa sapere di essere determinato a bloccare in ogni modo la Freedom Flotilla 2. &#8220;Israele ha tutta l&#8217;intenzione e la capacità di fermare la missione navale diretta verso la Striscia di Gaza&#8221; ha detto ieri il delegato israeliano alle nazioni Unite Ron Prosor precisando che &#8220;Israele ha il diritto all&#8217;autodifesa&#8221;. Ma nonostante le pressioni del governo di Netanyahu e le minacce, che proseguono da diversi mesi, si stanno oramai concludendo i preparativi per la partenza delle 10 imbarcazioni che tenteranno di rompere l&#8217;assedio di Gaza e di portare merci e materiali per la ricostruzione. Negli ultimi giorni gli attivisti si stanno radunando in Grecia da dove, la località esatta è tenuta segreta, il 28 o il 29 giugno è prevista la partenza delle imbarcazioni. &#8220;Siamo pronti a salpare&#8221; spiega da Atene Angela Lano dell&#8217;agenzia Infopal &#8220;A meno che all&#8217;ultimo minuto non intervengano le autorità greche&#8221;. Su pressione israeliana, il governo di Atene ha sconsigliato ai propri cittadini di non imbarcarsi sulla flotta, seguendo così l&#8217;esempio di altri governi europei. E vista l&#8217;offensiva a tutto campo lanciata dalla diplomazia israeliana, non è da escludersi un ultimo tentativo da parte delle autorità greche per bloccare o ritardare il viaggio della flotta. In attesa della conferenza stampa di lunedì, promossa ad Atene dagli organizzatori, si sta concludendo anche la definizione degli equipaggi. A complicare le cose c&#8217;è sicuramente il ritiro della Turchia dalla missione e la decisone di far rimanere all&#8217;ancora la Navi Marmara, l&#8217;imbarcazione che lo scorso anno fu arrembata dai corpi speciali israeliani con il bilancio di 9 civili uccisi. &#8220;Il ritiro della Navi Marmara non ha inciso&#8221; spiega Angela Lano &#8221; ma sicuramente ha creato problemi per la riduzione dei posti a disposizione. Gli attivisti pronti a partire&#8221; prosegue, &#8221; sono moltissimi, ma le navi sono solo 10. La volontà c&#8217;è, mancano le navi&#8221;.</p>
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		<itunes:summary>Per voce del suo inviato presso l&#8217;Onu, il governo israeliano fa sapere di essere determinato a bloccare in ogni modo la Freedom Flotilla 2. &#8220;Israele ha tutta l&#8217;intenzione e la capacità di fermare la missione navale diretta verso la Striscia di Gaza&#8221; ha detto ieri il delegato israeliano alle nazioni Unite Ron Prosor precisando che &#8220;Israele ha il diritto all&#8217;autodifesa&#8221;. Ma nonostante le pressioni del governo di Netanyahu e le minacce, che proseguono da diversi mesi, si stanno oramai concludendo i preparativi per la partenza delle 10 imbarcazioni che tenteranno di rompere l&#8217;assedio di Gaza e di portare merci e materiali per la ricostruzione. Negli ultimi giorni gli attivisti si stanno radunando in Grecia da dove, la località esatta è tenuta segreta, il 28 o il 29 giugno è prevista la partenza delle imbarcazioni. &#8220;Siamo pronti a salpare&#8221; spiega da Atene Angela Lano dell&#8217;agenzia Infopal &#8220;A meno che all&#8217;ultimo minuto non intervengano le autorità greche&#8221;. Su pressione israeliana, il governo di Atene ha sconsigliato ai propri cittadini di non imbarcarsi sulla flotta, seguendo così l&#8217;esempio di altri governi europei. E vista l&#8217;offensiva a tutto campo lanciata dalla diplomazia israeliana, non è da escludersi un ultimo tentativo da parte delle autorità greche per bloccare o ritardare il viaggio della flotta. In attesa della conferenza stampa di lunedì, promossa ad Atene dagli organizzatori, si sta concludendo anche la definizione degli equipaggi. A complicare le cose c&#8217;è sicuramente il ritiro della Turchia dalla missione e la decisone di far rimanere all&#8217;ancora la Navi Marmara, l&#8217;imbarcazione che lo scorso anno fu arrembata dai corpi speciali israeliani con il bilancio di 9 civili uccisi. &#8220;Il ritiro della Navi Marmara non ha inciso&#8221; spiega Angela Lano &#8221; ma sicuramente ha creato problemi per la riduzione dei posti a disposizione. Gli attivisti pronti a partire&#8221; prosegue, &#8221; sono moltissimi, ma le navi sono solo 10. La volontà c&#8217;è, mancano le navi&#8221;.</itunes:summary>
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		<title>Grecia, le piazze restano occupate</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2011/06/17/grecia-le-piazze-restano-occupate/</link>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 14:12:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ciro Colonna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ultima trance degli aiuti economici disposti dall&#8217;Unione Europea per sostenere l&#8217;economia greca ed evitarne il fallimento, sta per essere erogata. Questo non sta però restituendo fiducia ai mercati, che continuano a declassare i titoli di stato greci. D&#8217;altra parte gli aiuti servono ormai solo a pagare gli interessi di un debito pubblico in costante e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ultima trance degli aiuti economici disposti dall&#8217;Unione Europea  per sostenere l&#8217;economia greca ed evitarne il fallimento, sta per essere  erogata. Questo non sta però restituendo fiducia ai mercati, che  continuano a declassare i titoli di stato greci. D&#8217;altra parte gli aiuti  servono ormai solo a pagare gli interessi di un debito pubblico in  costante e irrefrenabile crescita. A completare il quadro giunge la  richiesta di Berlino di aprire ai privati il salvataggio della Grecia.  Non è chiaro a cosa alluda la cancelliera Merkel in questo suo appello,  ma non è diffiicile immaginare che questo possa aprire la strada ad una  ulteriore fase di speculazione sulle spalle di Atene, che ha già messo  in atto un programma di privatizzazioni delle proprie aziende pubbliche.  Programma che potrebbe tranquillamente essere descritto come svendita  per cessata attività, dato che molte di queste aziende saranno vendute  per cifre irrisorie rispetto al loro reale valore.</p>
<p>Nel frattempo  il governo greco guidato da George Papandreou attraversa un altro  momento di crisi. A fronte del rifiuto dell&#8217;opposizione di prendere  parte ad un governo diunità nazionale, il leader socialista ha messo in  campo un reimpasto di governo. La prima vittima del rimescolamento è il  ministro dell&#8217;economia George Papaconstantinou, declassato all&#8217;ambiente  per essere sostituito da Evangelos Venizelos, maggiorente del Pasok e  fino ad oggi ministro della difesa.</p>
<p>Ai greci però tutto questo  interessa relativamente, impegnati come sono a fare i conti con una  imminente manovra economica da 33 miliardi di euro, misura imponente se  si pensa che nel paese vivono poco più di 11 milioni di persone. Come  per le precedenti manovre anche questa volta ad essere maggiormente  colpiti saranno stipendi, pensioni, sanità, servizi sociali. Forse la  disperazione del vedere ancora una volta ritoccati al ribasso i propri  diritti e le proprie condizioni materiali di vita hanno convinto i greci  a tornare in piazza. Lo hanno fatto migliaia, occupando Piazza  Syntagma, antistante il parlamento. La protesta si è poi estesa ad altre  città, quali Salonicco e Patrasso. A nulla sono valsi i tentativi della  polizia di sgomberare i presidi tramite irruzioni ingiustificate e  violente.</p>
<p>D&#8217;altra parte è difficile anche per i manifestanti  immaginare una via di fuga dalla situazione attuale. A partire dalle  imponenti mobilitazioni del 2008 le proteste in Grecia sono proseguite  in maniera costante e unitaria fino al 5 maggio 2010, quando il lancio  di bombe molotov dentro una banca causò la morte di tre persone. Sono  stati istillati forti sospetti sul fatto che il gesto fosse opera di  agenti infiltrati, circostanza mai chiarita. Fattostà che da allora  l&#8217;unità tra le diverse anime del movimento si è rotta e la piazza è  stata disertata, complice probabilmente il senso di impotenza di fronte  alla fermezza incondizionata del governo. Il tentativo di queste  settimane, nato sulla scia delle suggestioni spagnole e consolidatosi a  fronte della situazione che si va ulteriormente aggravando ha il  difficile compito di ricomporre l&#8217;eterogeneità delle piazze e costruire  alternative da contrapporre alle sciagurate iniziative del governo e  dell&#8217;unione europea.</p>
<p>Come dire che gridare &#8220;Noi la crisi non la paghiamo&#8221;, quando invece la stiamo pagando amaramente, non è più sufficiente.</p>
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		<itunes:summary>L&#8217;ultima trance degli aiuti economici disposti dall&#8217;Unione Europea  per sostenere l&#8217;economia greca ed evitarne il fallimento, sta per essere  erogata. Questo non sta però restituendo fiducia ai mercati, che  continuano a declassare i titoli di stato greci. D&#8217;altra parte gli aiuti  servono ormai solo a pagare gli interessi di un debito pubblico in  costante e irrefrenabile crescita. A completare il quadro giunge la  richiesta di Berlino di aprire ai privati il salvataggio della Grecia.  Non è chiaro a cosa alluda la cancelliera Merkel in questo suo appello,  ma non è diffiicile immaginare che questo possa aprire la strada ad una  ulteriore fase di speculazione sulle spalle di Atene, che ha già messo  in atto un programma di privatizzazioni delle proprie aziende pubbliche.  Programma che potrebbe tranquillamente essere descritto come svendita  per cessata attività, dato che molte di queste aziende saranno vendute  per cifre irrisorie rispetto al loro reale valore.
Nel frattempo  il governo greco guidato da George Papandreou attraversa un altro  momento di crisi. A fronte del rifiuto dell&#8217;opposizione di prendere  parte ad un governo diunità nazionale, il leader socialista ha messo in  campo un reimpasto di governo. La prima vittima del rimescolamento è il  ministro dell&#8217;economia George Papaconstantinou, declassato all&#8217;ambiente  per essere sostituito da Evangelos Venizelos, maggiorente del Pasok e  fino ad oggi ministro della difesa.
Ai greci però tutto questo  interessa relativamente, impegnati come sono a fare i conti con una  imminente manovra economica da 33 miliardi di euro, misura imponente se  si pensa che nel paese vivono poco più di 11 milioni di persone. Come  per le precedenti manovre anche questa volta ad essere maggiormente  colpiti saranno stipendi, pensioni, sanità, servizi sociali. Forse la  disperazione del vedere ancora una volta ritoccati al ribasso i propri  diritti e le proprie condizioni materiali di vita hanno convinto i greci  a tornare in piazza. Lo hanno fatto migliaia, occupando Piazza  Syntagma, antistante il parlamento. La protesta si è poi estesa ad altre  città, quali Salonicco e Patrasso. A nulla sono valsi i tentativi della  polizia di sgomberare i presidi tramite irruzioni ingiustificate e  violente.
D&#8217;altra parte è difficile anche per i manifestanti  immaginare una via di fuga dalla situazione attuale. A partire dalle  imponenti mobilitazioni del 2008 le proteste in Grecia sono proseguite  in maniera costante e unitaria fino al 5 maggio 2010, quando il lancio  di bombe molotov dentro una banca causò la morte di tre persone. Sono  stati istillati forti sospetti sul fatto che il gesto fosse opera di  agenti infiltrati, circostanza mai chiarita. Fattostà che da allora  l&#8217;unità tra le diverse anime del movimento si è rotta e la piazza è  stata disertata, complice probabilmente il senso di impotenza di fronte  alla fermezza incondizionata del governo. Il tentativo di queste  settimane, nato sulla scia delle suggestioni spagnole e consolidatosi a  fronte della situazione che si va ulteriormente aggravando ha il  difficile compito di ricomporre l&#8217;eterogeneità delle piazze e costruire  alternative da contrapporre alle sciagurate iniziative del governo e  dell&#8217;unione europea.
Come dire che gridare &#8220;Noi la crisi non la paghiamo&#8221;, quando invece la stiamo pagando amaramente, non è più sufficiente.</itunes:summary>
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		<title>Tunisia: tornano censura e arresti</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2011/06/13/tunisia-tornano-censura-e-arresti/</link>
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		<pubDate>Mon, 13 Jun 2011 09:41:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Cocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[Nonostante la rivoluzione, la censura su internet e gli arresti arbitrari non sono cessati in Tunisia. A destare particolare preoccupazione nelle ultime settimane è stato il processo ai danni di un commissario di polizia che aveva denunciato la corruzione e la connivenza con il vecchio regime di numerose personalità che ancora oggi ricoprono incarichi important nell&#8217;amministrazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante la rivoluzione, la censura su internet e gli arresti arbitrari non sono cessati in Tunisia. A destare particolare preoccupazione nelle ultime settimane è stato il processo ai danni di un commissario di polizia che aveva denunciato la corruzione e la connivenza con il vecchio regime di numerose personalità che ancora oggi ricoprono incarichi important nell&#8217;amministrazione pubblica. Samir Ferrani è stato arrestao lo scorso 29 maggio e accusato, al termine di un processo per direttissima davanti ad una corte militare, di attentato alla &#8220;sicurezza dello stato&#8221;. La sua colpa è stata quella di aver denunciato in alcune lettere indirizzate al Ministro degli Interni la presenza di diversi &#8220;torturatori&#8221; tra le fila dei dirigenti pubblici che ancora oggi controllano settori vitali dell&#8217;amministrazione. Persone, ha sottolineato Ferrani a più riprese, che hanno avuto responsabilità nell&#8217;uccisione a dicembre e gennaio di centinaia di manifestanti ma che ancora oggi sfuggono a inchieste e processi. Ferrani, che attualmente si trova in carcere, aveva anche denunciato la sparizione di diversi documenti dagli archivi del Ministero degli Interni e raccontato di tentativi di intimidazione subiti a più riprese dai suoi superiori. &#8220;Chiediamo la sua immediata liberazione&#8221; scrive in un comunicato stampa l&#8217;<a href="http://www.ifex.org/">Ifex</a>, la rete internazionale per la libertà di espressione, che sottolinea il timore di un ritorno a &#8220;pratiche da vecchio regime che oramai si pensava superate&#8221;. Quello di Ferrani non è l&#8217;unico episodio a destare preoccupazione. Lo scorso 6 maggio la polizia ha duramente represso una manifestazione di giornalisti procedendo poi con diversi arresti. Il 23 maggio è stato invece il blogger Slim Amamou a lanciare l&#8217;allarme sul ritorno della censura in internet. Nominato, a seguito della rivoluzione, Segretario di Stato per i giovani e lo sport, Amamou ha deciso per protesta di dimettersi dall&#8217;incarico. &#8220;Il premier&#8221; scrive l&#8217;Ifex &#8220;deve impedire che alcune fazioni continuino a violare i diritti alla libertà di parola dei cittadini tunisini, soprattutto in vista delle elezioni libere&#8221;. Inizialmente previsto per la fine di luglio il voto in Tunisia per l&#8217;elezione di un&#8217;assemblea costitutente è stato rinviato al 23 ottobre.</p>
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		<title>Stati Uniti: nuove strategie militari</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2011/06/01/stati-uniti-nuove-strategie-militari/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 16:43:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[Il presidente degli Stati Uniti Barak Obama ha annunciato che le forze armate americane invieranno in Polonia &#8220;periodicamente&#8221; cacciabombardieri e aerei per eseguire operazioni militari congiunte. &#8220;Uno scudo contro la cosiddetta &#8220;nuova minaccia&#8221; russa e un sintomo della nuova strategia militare americana che potrebbe avere ripercussioni anche in Italia&#8221; commenta il giornalista Antonio Mazzeo in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il presidente degli Stati Uniti Barak Obama ha annunciato che le forze armate americane invieranno in Polonia &#8220;periodicamente&#8221; cacciabombardieri e aerei per eseguire operazioni militari congiunte. &#8220;Uno scudo contro la cosiddetta &#8220;nuova minaccia&#8221; russa e un sintomo della nuova strategia militare americana che potrebbe avere ripercussioni anche in Italia&#8221; <a href="http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/">commenta il giornalista Antonio Mazzeo in un suo articolo.</a></p>
<p>In base agli accordi stipulati tra il governo americano e quello polacco, il primo incontro tra i due eserciti ci sarà a luglio, in occasione della preparazione del campionati europei di calcio 2012. Secondo una nota dell&#8217;Ansa, 48 caccia saranno messi a disposizione dall&#8217;Air National Guard della California e opereranno congiuntamente con gli F-16 dell&#8217;aeronautica militare polacca. &#8220;Nessun caccia F-16 sarà installato permanentemente in Polonia&#8221; hanno dichiarato i portavoce della Casa Bianca. &#8220;Ciò di cui stiamo discutendo con le autorità polacche è una regolare rotazione di velivoli militari USA per attività di addestramento, quattro volte all’anno. Gli aerei si trasferiranno per un paio di settimane in Polonia e poi torneranno alle loro basi di origine che potrebbero essere statunitensi od europee&#8221;.</p>
<p>&#8220;L’accordo sul trasferimento “a rotazione” di caccia e velivoli da trasporto conferma il crescente ruolo che gli Stati Uniti intendono assumere in Europa orientale e nel mar Baltico contro la cosiddetta “nuova minaccia” russa&#8221; scrive il giornalista Anotnio Mazzeo &#8220;dopo la breve guerra in Georgia e le imponenti manovre militari eseguite dalle forze armate di Mosca in Bierolussia, la Polonia congiuntamente alle repubbliche baltiche ex URSS (Estonia, Lettonia e Lituania) hanno chiesto a Washington e alla NATO di impegnarsi nel sostegno e nel potenziamento delle proprie “difese anti-aeree e anti-missili”&#8221;.</p>
<p>La nuova strategia americana potrebbe avere ripercussioni anche sull&#8217;assetto dell&#8217;aeronautica statunitense in Italia. In un articolo pubblicato qualche tempo fa su Air and Space Power Journal, il colonnello Christopher S. Sage, a capo del Joint Studies and Analysis Branch del Comando generale dell’US Air Force, spiegava che “è interesse nazionale degli Stati Uniti continuare a trasformare il comando dell’US Air Force in Europa ricollocando i cacciabombardieri F-16 dall’Italia (ndr: quelli che si trovano a Aviano) in nuove basi della Polonia per rafforzare le nostre relazioni con questo paese dell’Europa orientale”.</p>
<p>&#8220;Se è prevedibile che sino alla fine del conflitto libico nessun reparto di volo di Aviano sarà dirottato ad Est&#8221; conclude Mazzeo &#8220;gli scenari geostrategici a medio e lungo termine in Africa, alla frontiera russa e in Caucaso potrebbero convincere il Pentagono a ridimensionare il numero dei cacciabombardieri F-16 ospitati ad Aviano e a trasformare la base in un hub logistico per i trasferimenti delle unità aviotrasportate di stanza a Vicenza (Camp Ederle e Dal Molin) e in un grande deposito per le armi nucleari tattiche, più che in una piattaforma avanzata per le operazioni di guerra aerea&#8221;. </p>
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		<title>Pace in Afghanistan: rafforzare la società civile</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2011/05/24/pace-in-afghanistan-rafforzare-la-societa-civilea-roma/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2011 13:26:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Diasio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conflitti]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;In questa conferenza sulla pace in Afghanistan, la società civile non è stata invitata, come è successso altre volte, &#8211; magari con uno o due rapresentanti- . Questa è la conferenza della società civile afgana&#8221;!. Con queste parole,  Najiba Ayubi, coordinatrice dell&#8217;Afghan Steering Committee, 14 asociazioni rappresentanti una piu&#8217; vasta rete di 60 associazioni, ha [...]]]></description>
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<p>&#8220;In questa conferenza sulla pace in Afghanistan, la società civile non è stata invitata, come è successso altre volte, &#8211; magari con uno o due rapresentanti- . Questa è la conferenza della società civile afgana&#8221;!. Con queste parole,  Najiba Ayubi, coordinatrice dell&#8217;Afghan Steering Committee, 14 asociazioni rappresentanti una piu&#8217; vasta rete di 60 associazioni, ha aperto la conferenza internazionale &#8220;Promuovere il dialogo e la pace in Afghanistan: rafforzare la società civile afgana&#8221;, una due giorni in cui per la prima volta sono le organizzazioni della società civile a scrivere l&#8217;agenda per un futuro di pace in Afghanistan. Promossa dalla rete <a href="http://afgana.org">Afgana </a>e organizzata da Intersos e Link 2007, con il supporto della Cooperazione Italiana, la confererenza si chiuderà con la stesura della Dichiarazione di Roma della società civile Afgana.</p>
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&#8220;In questa conferenza sulla pace in Afghanistan, la società civile non è stata invitata, come è successso altre volte, &#8211; magari con uno o due rapresentanti- . Questa è la conferenza della società civile afgana&#8221;!. Con queste parole,  Najiba Ayubi, coordinatrice dell&#8217;Afghan Steering Committee, 14 asociazioni rappresentanti una piu&#8217; vasta rete di 60 associazioni, ha aperto la conferenza internazionale &#8220;Promuovere il dialogo e la pace in Afghanistan: rafforzare la società civile afgana&#8221;, una due giorni in cui per la prima volta sono le organizzazioni della società civile a scrivere l&#8217;agenda per un futuro di pace in Afghanistan. Promossa dalla rete Afgana e organizzata da Intersos e Link 2007, con il supporto della Cooperazione Italiana, la confererenza si chiuderà con la stesura della Dichiarazione di Roma della società civile Afgana.
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		<title>Israele rinnova la catastrofe: fuoco sulla folla</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 12:29:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ciro Colonna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domenica 15 maggio, durante le dimostrazioni in memoria della Nakba &#8211; letteralmente giorno della &#8220;catastrofe&#8221;, per 700.000 palestinesi cacciati dalle loro terre 63 anni fa in seguito alla fondazione dello stato di Israele &#8211; l&#8217;esercito israeliano ha sparato sulla folla inerme che faceva pressione sui valici di frontiera. Ancora imprecisato il numero delle vittime, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Domenica 15 maggio, durante le dimostrazioni in memoria della Nakba &#8211; letteralmente giorno della &#8220;catastrofe&#8221;, per 700.000 palestinesi cacciati dalle loro terre 63 anni fa in seguito alla fondazione dello stato di Israele &#8211; l&#8217;esercito israeliano ha sparato sulla folla inerme che faceva pressione sui valici di frontiera. Ancora imprecisato il numero delle vittime, che oscilla comunque tra le 11 e le 16. Centinaia invece i feriti, molti dei quali gravi. Numerosi anche i bambini colpiti dal fuoco israeliano.</p>
<p>La dimostrazione dei palestinesi era dislocata in corrispondenza dei diversi check-point, tanto interni quanto esterni. Una pressione simbolica che tentasse per un giorno di ribaltare l&#8217;assedio in cui i palestinesi sono costretti a vivere da 63 anni. Al tentativo dei ragazzi palestinesi di scavalcare le recinzioni e forzare i blocchi l&#8217;esercito israeliano ha reagito senza esitare, sparando. Hanno usato proiettili esplosivi e lanciato anche delle bombe, racconta Angela, della carovana &#8220;Restiamo Umani&#8221;, partita pochi giorni fa per Gaza, in memoria di Vittorio Arrigoni e per ribadire la solidarietà degli attivisti italiani al popolo palestinese.</p>
<p>Nel frattempo le istituzioni italiane sembrano impegnate esclusivamente nel ribadire il proprio sostegno incondizionato allo stato di Israele. Il ministro degli esteri Frattini ha infatti dichiarato che &#8220;La situazione e&#8217; tesa, purtroppo si tratta dell&#8217;azione di estremisti che celebrano il giorno dell&#8217;indipendenza dello stato di Israele chiamandolo il giorno della catastrofe&#8221;, sostenendo inoltre che &#8220;dobbiamo tutti ancora mantenere con forza un principio: il diritto all&#8217;esistenza e alla sicurezza dello stato di Israele non e&#8217; negoziabile&#8221;. Ma le manifestazioni di amicizia incondizionata nei confronti di Israele non giungono solo dal governo. Anche il presidente della repubblica Napolitano, in visita proprio nei giorni della ricorrenza della fondazione delle stato israeliano, non ha mancato di riconoscere Israele come &#8220;punto di riferimento democratico nell&#8217;area&#8221;. Napolitano ha inoltre sottolineato come &#8220;la fondazione dello Stato di Israele sia un evento storico che non può essere messo in dubbio&#8221;. Neanche una parola sui morti ammazzati al confine,  le ennesime vittime della brutale repressione e dell&#8217;arroganza israeliana.</p>
<p>Nel pomeriggio si terrà a Roma un <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2011/Maggio11/16-05-11RomaManifestazionePzzaSanMarco.htm">presidio a Piazza S.Marco</a> in solidarietà con le vittime della giornata di ieri.</p>
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		<itunes:summary>Domenica 15 maggio, durante le dimostrazioni in memoria della Nakba &#8211; letteralmente giorno della &#8220;catastrofe&#8221;, per 700.000 palestinesi cacciati dalle loro terre 63 anni fa in seguito alla fondazione dello stato di Israele &#8211; l&#8217;esercito israeliano ha sparato sulla folla inerme che faceva pressione sui valici di frontiera. Ancora imprecisato il numero delle vittime, che oscilla comunque tra le 11 e le 16. Centinaia invece i feriti, molti dei quali gravi. Numerosi anche i bambini colpiti dal fuoco israeliano.
La dimostrazione dei palestinesi era dislocata in corrispondenza dei diversi check-point, tanto interni quanto esterni. Una pressione simbolica che tentasse per un giorno di ribaltare l&#8217;assedio in cui i palestinesi sono costretti a vivere da 63 anni. Al tentativo dei ragazzi palestinesi di scavalcare le recinzioni e forzare i blocchi l&#8217;esercito israeliano ha reagito senza esitare, sparando. Hanno usato proiettili esplosivi e lanciato anche delle bombe, racconta Angela, della carovana &#8220;Restiamo Umani&#8221;, partita pochi giorni fa per Gaza, in memoria di Vittorio Arrigoni e per ribadire la solidarietà degli attivisti italiani al popolo palestinese.
Nel frattempo le istituzioni italiane sembrano impegnate esclusivamente nel ribadire il proprio sostegno incondizionato allo stato di Israele. Il ministro degli esteri Frattini ha infatti dichiarato che &#8220;La situazione e&#8217; tesa, purtroppo si tratta dell&#8217;azione di estremisti che celebrano il giorno dell&#8217;indipendenza dello stato di Israele chiamandolo il giorno della catastrofe&#8221;, sostenendo inoltre che &#8220;dobbiamo tutti ancora mantenere con forza un principio: il diritto all&#8217;esistenza e alla sicurezza dello stato di Israele non e&#8217; negoziabile&#8221;. Ma le manifestazioni di amicizia incondizionata nei confronti di Israele non giungono solo dal governo. Anche il presidente della repubblica Napolitano, in visita proprio nei giorni della ricorrenza della fondazione delle stato israeliano, non ha mancato di riconoscere Israele come &#8220;punto di riferimento democratico nell&#8217;area&#8221;. Napolitano ha inoltre sottolineato come &#8220;la fondazione dello Stato di Israele sia un evento storico che non può essere messo in dubbio&#8221;. Neanche una parola sui morti ammazzati al confine,  le ennesime vittime della brutale repressione e dell&#8217;arroganza israeliana.
Nel pomeriggio si terrà a Roma un presidio a Piazza S.Marco in solidarietà con le vittime della giornata di ieri.</itunes:summary>
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		<title>&#8220;Ci uccidono&#8221;: il grido d&#8217;allarme dei rom d&#8217;Ungheria</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2011 11:16:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;In Italia Berlusconi ci sgombera e distrugge i nostri campi. In Francia Sarkozy ci deporta fuori dal paese. Ma in Ungheria la situazione è ancora peggiore: qui ci stanno uccidendo&#8221;. Inizia così l&#8217;ultimo comunicato d&#8217;allrme delle comunità rom in Ungheria, bersaglio di ripetuti attacchi da parte della destra ultra xenofoba uscita rafforzata dopo le utlime [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">&#8220;In Italia Berlusconi ci sgombera e distrugge i nostri campi. In Francia Sarkozy ci deporta fuori dal paese. Ma in Ungheria la situazione è ancora peggiore: qui ci stanno uccidendo&#8221;. Inizia così l&#8217;ultimo comunicato d&#8217;allrme delle comunità rom in Ungheria, bersaglio di ripetuti attacchi da parte della destra ultra xenofoba uscita rafforzata dopo le utlime elezioni. &#8220;Abbiamo contato oltre 50 casi di estrema violenza e in diversi episodi si è trattato di attacchi con armi da fuoco e bottiglie incendiarie&#8221; scrive l&#8217;Union Romanì, organizzazione con sede in Spagna e una rete di contatti in tutta Europa. Alle scorse legislative il partito di estrema destra ungherse JOBBIK ha ottenuto il 17 per cento dei voti diventando la terza forza politica del paese. Un partito, ricorda l&#8217;Union Romanì guidato dal leader razzista Gábor Vona e ispirato alle dottrine messe a punto dai nazisti ungheresi negli anni 40. Oggi JOBBIK conta sostenitori nei luoghi più disparati e organizza assembramenti e cortei in varie parti del paese. Lo scorso marzo Gábor Vana ha tenuto un comizio di fronte a oltre mille membri della OPSZ, la Guardia Civile ungherese, un corpo di vigilantes volontari in divisa, in più occasioni accusati di episodi di razzismo ai danni delle comunità rom.</div>
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		<title>Egitto, nuove violenze tra copti e mussulmani.</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 10:23:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Poco più di due mesi dopo la caduta di Mubarak, lo spirito solidale che si era instaurato tra musulmani e cristiani a Midan al-Tahrir, la roccaforte della rivolta scoppiata il 25 gennaio, sembra ora essere messo in dubbio dall&#8217;esplosione di nuove faide settarie. A preoccupare sono gli scontri che si vedono da ormai una settimana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Poco più di due mesi dopo la caduta di Mubarak, lo spirito solidale che si era instaurato tra musulmani e cristiani a Midan al-Tahrir, la roccaforte della rivolta scoppiata il 25 gennaio, sembra ora essere messo in dubbio dall&#8217;esplosione di nuove faide settarie.</p>
<p>A preoccupare sono gli scontri che si vedono da ormai una settimana nella città di Qena, una provincia dell’alto Egitto. A provocarli è stata la decisione presa giovedì scorso dal primo ministro egiziano Essam Sharaf di sostituire quattordici governatori. A Qena a perdere il posto è stato Magdy Ayoub che è stato sostituito da Emad Mikhail. La nomina di questo nuovo governatore copto, come del resto il suo predecessore, ha fatto scoppiare l’ira di un buon numero di cittadini che da venerdì scorso ha preso d’assalto i punti nevralgici della città. Per fare sentire la loro voce anche al Cairo, i manifestanti hanno bloccato il ramo ferroviario che passa per la città, impedendo quindi il transito di tutti i treni che attraversano il paese dal nord al sud.</p>
<p>La maggior parte degli egiziani crede che dietro queste proteste si nasconda un vero e proprio scontro settario, visto che le manifestazioni sono guidate soprattutto da forze salafite, appartenenti a un’ala estremista dell’Islam sunnita, e da personaggi affiliati alla fratellanza musulmana. “Vogliamo un governatore musulmano” gridano per strada quanti da giorni continuano le proteste, arrivando a minacciare di tagliare anche i tralicci elettrici che fanno arrivare la corrente nella regione del Mar Rosso. “Se non ascoltano le nostre richieste, saremo pronti a far saltare anche le condutture dell’acqua” urla un altro manifestante.</p>
<p>Non è la prima volta che Qena finisce sotto i riflettori per gli scontri che accadono all’interno della sua provincia che ospita una delle più antiche comunità copte dell’intero Egitto. Camminando per il centro della città si incontrano alcune chiese che risalgono addirittura ai primi secoli dell’epoca cristiana. E’ forse questo il fattore che ha reso la città una località sempre più vittima degli scontri settari, come testimonia quanto accaduto alla fine della messa di Natale dello scorso anno, quando  un uomo aveva sparato sulla folla di fedeli che usciva dalla funzione, uccidendone sei.</p>
<p>A far aumentare la paura dei copti è stato anche il crescente potere che hanno guadagnato i salafiti dopo la caduta del raìs, da quando hanno iniziato a fare di tutto per prendere il controllo di alcune zone del paese e applicare la sharia, la legge islamica, sull’intera popolazione. Non sono stati pochi i casi in cui alcune donne sono state attaccate in casa propria da gruppi di salafiti  che le accusava di essere prostitute. “Abbiamo paura, ogni segnale che riceviamo ci fa pensare che rischiamo quotidianamente la nostra vita – dice al quotidiano Al-Masry al-Yaoum un cristiano residente a Qena- Non possiamo celebrare le nostre funzioni religiose e non c’è sicurezza.”</p>
<p>Anche se la motivazione settaria sembra essere stata la scintilla  che ha scatenato tutto, alcuni testimoni oculari hanno detto che a causare gli scontri dei primi giorni sono state questioni prettamente tribali che hanno poco a che fare con le motivazioni religiose emerse più tardi. Secondo alcuni ministri religiosi musulmani locali, le proteste contro il nuovo governatore non sono motivate dal suo credo religioso, ma dalla sua provenienza politica. “Mikhail non è un angelo. E’ stato il responsabile dell’uccisione di numerosi giovani attivisti durante la rivoluzione” ha sottolineato un islamista.</p>
<p>“E’ da tempo che al Cairo nessuno si cura di noi” scrive un manifestante sulla sua pagina Facebook, spiegando che sono anni che il governo centrale non si preoccupa di quello che accade in questa provincia. I residenti, copti e musulmani, sono esausti di essere emarginati dalle dinamiche del paese e anche per questo sentono ora il bisogno di fare sentire la loro voce. “Ci trattano come topi. Ci fanno lavorare, ma non vogliono sentire la nostra voce” dice un altro manifestante che nega l’esistenza di motivazioni religiose dietro le proteste.</p>
<p>La tensione a Qena non sembra calare e per calmare la crescente violenza scoppiata in questa provincia, martedì i militari hanno inviato una delegazione composta di personaggi laici e islamisti per iniziare un dialogo con la popolazione locale. Ciononostante questo non è stato sufficiente a porre fine alle loro proteste che continuano a coinvolgere sempre più persone. A parlare in questi giorni sono stati anche i sufi, fedeli appartenenti a una setta mistica dell’islam sunnita, che, vittime della violenza dei salafiti in diverse località del paese, hanno ora iniziato a proteggere i loro luoghi sacri situati a Qena per evitare che, qualora la situazione degeneri, anche questi vengano presi d’assalto.</p>
<p><strong>Articolo di Azzurra Meringolo per <a href="http://www.nena-news.com/?p=9164">NENA News</a></strong></p>
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		<title>Palestina: ucciso Juliano Merr-Khamis, fondatore del Freedom Theatre</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 10:26:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Juliano Merr-Khamis sarebbe stato ucciso con 5 colpi d&#8217;arma da fuoco all&#8217;ingresso del campo profughi di Jenin da un militante palestinese, secondo le autorità israeliane che stanno indagando. Juliano Merr-Khamis era una figura di spicco, un simbolo della resistenza culturale del popolo palestinese. Figlio di un palestinese e di una donna ebrea, Arma Merr-Khamis, Juliano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Juliano Merr-Khamis sarebbe stato ucciso con 5 colpi d&#8217;arma da fuoco all&#8217;ingresso del campo profughi di Jenin da un militante palestinese, secondo le autorità israeliane che stanno indagando. Juliano Merr-Khamis era una figura di spicco, un simbolo della resistenza culturale del popolo palestinese. Figlio di un palestinese e di una donna ebrea, Arma Merr-Khamis, Juliano era diventato celebre proprio grazie ad un documentario su sua madre e sul suo tentativo di strappare i bambini di Jenin alla brutalità della guerra ed alla miseria della loro quotidianità grazie al teatro. &#8211; Stiamo cercando di ricostruire, di ridar vita, di costruire di nuovo la Palestina com&#8217;era prima che fosse distrutta dalle catene e dai tank israeliani. Ridar vita all&#8217;identità, la libertà,la cultura, la musica il teatro&#8230; una volta i Palestinesi erano gli &#8220;ebrei del Medioriente &#8211; ha detto ai nostri microfoni nel febbraio 2010 Juliano Merr-Khamis, in una intervista in inglese realizzata per Radio Shabab &#8211; qui ci sono migliaia di bambini senza una biblioteca, un teatro, un cinema. Stiamo parlando di 800.000 persone che vivono in un deserto culturale. Parliamo di bambini che non hanno la possibilità di esprimersi attraverso le arti o con qualunque altro strumento. Noi cerchiamo di dar loro spazi e strumenti perchè possano incanalare la loro rabbia e la loro frustrazione in modo costruttivo. Speriamo che tutto ciò, e questo è fondamentale per il Freedom Theatre, faccia parte di un contesto di lotta per la libertà. Noi non siamo un progetto filantropico che cerca di far sentir bene la gente in questo posto di merda, noi cerchiamo di generare resistenza culturale, valori. Stiamo cercando di formare una nuova generazione che possa alzarsi in piedi e gridare forte il proprio messaggio. Che possa fare qualcosa per la propria liberazione non necessariamente usando un Kalashnicov o un M16.-</p>
<p>Il comunicato stampa diffuso dal Freedom Theatre in ricordo di Juliano si conclude così:<br />
Juliano, tu, tua madre, i tuoi figlie tua moglie vi siete meritati la nostra devozione e terremo vivo il tuo immortale messaggio artistico. Tutti coloro che ti hanno amato ed i tuoi studenti ti ricorderanno per sempre ed il tuo nome sarà parte integrante della cultura palestinese.</p>
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		<itunes:summary>Juliano Merr-Khamis sarebbe stato ucciso con 5 colpi d&#8217;arma da fuoco all&#8217;ingresso del campo profughi di Jenin da un militante palestinese, secondo le autorità israeliane che stanno indagando. Juliano Merr-Khamis era una figura di spicco, un simbolo della resistenza culturale del popolo palestinese. Figlio di un palestinese e di una donna ebrea, Arma Merr-Khamis, Juliano era diventato celebre proprio grazie ad un documentario su sua madre e sul suo tentativo di strappare i bambini di Jenin alla brutalità della guerra ed alla miseria della loro quotidianità grazie al teatro. &#8211; Stiamo cercando di ricostruire, di ridar vita, di costruire di nuovo la Palestina com&#8217;era prima che fosse distrutta dalle catene e dai tank israeliani. Ridar vita all&#8217;identità, la libertà,la cultura, la musica il teatro&#8230; una volta i Palestinesi erano gli &#8220;ebrei del Medioriente &#8211; ha detto ai nostri microfoni nel febbraio 2010 Juliano Merr-Khamis, in una intervista in inglese realizzata per Radio Shabab &#8211; qui ci sono migliaia di bambini senza una biblioteca, un teatro, un cinema. Stiamo parlando di 800.000 persone che vivono in un deserto culturale. Parliamo di bambini che non hanno la possibilità di esprimersi attraverso le arti o con qualunque altro strumento. Noi cerchiamo di dar loro spazi e strumenti perchè possano incanalare la loro rabbia e la loro frustrazione in modo costruttivo. Speriamo che tutto ciò, e questo è fondamentale per il Freedom Theatre, faccia parte di un contesto di lotta per la libertà. Noi non siamo un progetto filantropico che cerca di far sentir bene la gente in questo posto di merda, noi cerchiamo di generare resistenza culturale, valori. Stiamo cercando di formare una nuova generazione che possa alzarsi in piedi e gridare forte il proprio messaggio. Che possa fare qualcosa per la propria liberazione non necessariamente usando un Kalashnicov o un M16.-
Il comunicato stampa diffuso dal Freedom Theatre in ricordo di Juliano si conclude così:
Juliano, tu, tua madre, i tuoi figlie tua moglie vi siete meritati la nostra devozione e terremo vivo il tuo immortale messaggio artistico. Tutti coloro che ti hanno amato ed i tuoi studenti ti ricorderanno per sempre ed il tuo nome sarà parte integrante della cultura palestinese.</itunes:summary>
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		<title>Gli orrori afghani nell&#8217;intervista a Malalai Joya</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2011/03/29/gli-orrori-afghani-nellintervista-a-malalai-joya/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 09:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Inizialmente l&#8217;ambasciata statunitense in Afghanistan le aveva negato il visto, poi sotto la forte pressione della società civile afghana e americana ha dovuto cedere. Malalai Joya è una nota attivista afghana ed ex parlamentare più volte minacciata di morte per le sue denunce ai danni dei signori della guerra e dell&#8217;occupazione militare straniera. Dalla scorsa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Inizialmente l&#8217;ambasciata statunitense in Afghanistan le aveva negato il visto, poi sotto la forte pressione della società civile afghana e americana ha dovuto cedere. Malalai Joya è una nota attivista afghana ed ex parlamentare più volte minacciata di morte per le sue denunce ai danni dei signori della guerra e dell&#8217;occupazione militare straniera. Dalla scorsa settimana si trova negli Stati Uniti per una serie di conferenze e per promuovere &#8220;Woman Among Warlords&#8221;, il libro che racconta la sua biografia. &#8220;Hanno provato a negarmi l&#8217;ingresso negli Stati Uniti, perché do informazioni sulla vera politica del governo americano in Afghanistan, sul fatto che continuano ad ammazzare persone innocenti sotto il paravento della cosiddetta guerra al terrorismo&#8221; racconta Malali Joya in un&#8217;<a href="http://www.democracynow.org/2011/3/28/stop_these_massacres_ex_afghan_parliamentarian">intervista trasmesa martedì da Democracy Now</a>. &#8220;Dopo il  mio intervento [al parlamento] nel 2003, la mia vita è cambiata&#8221; spiega l&#8217;ex parlamentare alla conduttrice Amy Goodman &#8220;Ho osato dire la verità e svelare il vero volto dei signori della guerra, una fotocopia di quello che erano i talebani. Da allora non ho mai accettato compromessi e per questo la mia vità è costantemente in pericolo&#8221;. A una settimana dalla pubblicazione sul settimanale tedesco Spiegel delle foto che ritraggono soldati statunitensi in posa vicino a cadaveri, Malalai Joya racconta il quotidiano orrore dell&#8217;occupazione militare, puntando il dito contro il nobel per la pace Barack Obama. Rispetto all&#8217;era Bush il numero dei civili afghani uccisi è salito del 24 per cento, denuncia. </p>
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