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	<title>Amisnet &#187; Brevi</title>
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	<description>Informazione Sociale Quotidiana</description>
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	<copyright>1998-2008 </copyright>
	<managingEditor>web@amisnet.org (Amisnet)</managingEditor>
	<webMaster>web@amisnet.org (Amisnet)</webMaster>
	<category>News &#38; Politics</category>
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		<title>Amisnet</title>
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	<itunes:subtitle>Informazione sociale e programmi di approfondimento dalla redazione di AMISnet.</itunes:subtitle>
	<itunes:summary>Amisnet e' un'agenzia radiofonica attiva da oltre 9 anni. La sua principale attivita' consiste nella produzione e la distribuzione di prodotti radiofonici di approfondimento a circa 35 radio italiane. Il podcast e' una selezione quotidiana dei servizi audio distribuiti tramite i siti del network Amisnet.</itunes:summary>
	<itunes:keywords>ambiente, conflitti, cooperazione, diritti, economia, politica, informazione sociale</itunes:keywords>
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		<title>Terreni in svendita</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 12:48:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Cocco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Centinaia di migliaia di ettari di terreni un tempo pubblici che finiscono nelle mani di grandi aziende o di speculatori. E&#8217; questo lo scenario che, secondo  le associazioni di piccoli produttori agricoli, si prospetta con l&#8217;approvazione delle  norme contenute nel decreto sulle liberalizzazioni. Duramente contestata la normativa è stata rivista dal ministro dell&#8217;agricoltura Catania, attraverso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Centinaia di migliaia di ettari di terreni un tempo pubblici che finiscono nelle mani di grandi aziende o di speculatori. E&#8217; questo lo scenario che, secondo  le associazioni di piccoli produttori agricoli, si prospetta con l&#8217;approvazione delle  norme contenute nel decreto sulle liberalizzazioni. Duramente contestata la normativa è stata rivista dal ministro dell&#8217;agricoltura Catania, attraverso l&#8217;introduzione di vincoli per evitare che i terreni venduti possano essere edificati prima di 20 anni. Le modifiche tuttavia non bastano a dissipare le preoccupazioni. &#8220;Noi siamo fermamente contrari per un semplice motivo&#8221; dice Alessandro Triantafyllidis, presidente dell&#8217;Aiab: &#8220;i terreni agricoli sono un bene pubblico&#8221;. Se attualmente la vendita di terreni demaniali è consentita solo come misura una tantum, il nuovo decreto prevede che ogni anno il governo possa cedere parte del suo patrimonio comunicando la lista dei terreni in vendita entro il 30 giugno. A beneficiare della misura secondo Triantafyllidis sarebbero &#8220;i pochi che si possono permettere l&#8217;acquisto: in pratica esclusivamente le grandi aziende o le corporation&#8221;. Secondo l&#8217;organizzazione nazionale UNICAA, in palio ci sarebbero non solo i 300.000 ettari di terre demaniali “di qualità” ma anche alcune centinaia di migliaia di ettari di boschi demaniali e di terreni cosiddetti marginali. Nel conto vanno anche considerati però i terreni di proprietà di enti locali, anch&#8217;essi inseriti nel decreto.  Per contrastare la misura una rete di associazioni tra cui l&#8217;AIAB, la rete Semi Rurali, la Campagna popolare per l&#8217;Agricoltura Contadina, prevedono una serie di attività tra cui una mobilitazione nazionale a Roma, il 7 febbraio, davanti a Montecitorio.</p>
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		<itunes:summary>Centinaia di migliaia di ettari di terreni un tempo pubblici che finiscono nelle mani di grandi aziende o di speculatori. E&#8217; questo lo scenario che, secondo  le associazioni di piccoli produttori agricoli, si prospetta con l&#8217;approvazione delle  norme contenute nel decreto sulle liberalizzazioni. Duramente contestata la normativa è stata rivista dal ministro dell&#8217;agricoltura Catania, attraverso l&#8217;introduzione di vincoli per evitare che i terreni venduti possano essere edificati prima di 20 anni. Le modifiche tuttavia non bastano a dissipare le preoccupazioni. &#8220;Noi siamo fermamente contrari per un semplice motivo&#8221; dice Alessandro Triantafyllidis, presidente dell&#8217;Aiab: &#8220;i terreni agricoli sono un bene pubblico&#8221;. Se attualmente la vendita di terreni demaniali è consentita solo come misura una tantum, il nuovo decreto prevede che ogni anno il governo possa cedere parte del suo patrimonio comunicando la lista dei terreni in vendita entro il 30 giugno. A beneficiare della misura secondo Triantafyllidis sarebbero &#8220;i pochi che si possono permettere l&#8217;acquisto: in pratica esclusivamente le grandi aziende o le corporation&#8221;. Secondo l&#8217;organizzazione nazionale UNICAA, in palio ci sarebbero non solo i 300.000 ettari di terre demaniali “di qualità” ma anche alcune centinaia di migliaia di ettari di boschi demaniali e di terreni cosiddetti marginali. Nel conto vanno anche considerati però i terreni di proprietà di enti locali, anch&#8217;essi inseriti nel decreto.  Per contrastare la misura una rete di associazioni tra cui l&#8217;AIAB, la rete Semi Rurali, la Campagna popolare per l&#8217;Agricoltura Contadina, prevedono una serie di attività tra cui una mobilitazione nazionale a Roma, il 7 febbraio, davanti a Montecitorio.</itunes:summary>
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		<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
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		<title>Senegal: tensioni in vista delle presidenziali</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/01/31/senegal-tensioni-in-vista-delle-presidenziali/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 13:55:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Brevi]]></category>

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		<description><![CDATA[La ricandidatura alle presidenziali del capo di Stato uscente Abdoulaye Wade ha scosso il Senegal. A Dakar scontri di piazza e manifestazioni contro la mossa dell&#8217;85enne Wade stanno causando morti e feriti. Il 27 gennaio il Consiglio Costituzionale senegalese ha pubblicato la lista ufficiale dei candidati alle prossime elezioni presidenziali, previste per il 26 febbraio. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La ricandidatura alle presidenziali del capo di Stato uscente Abdoulaye Wade ha scosso il Senegal. A Dakar scontri di piazza e manifestazioni contro la mossa dell&#8217;85enne Wade stanno causando morti e feriti.<br />
Il 27 gennaio il Consiglio Costituzionale senegalese ha pubblicato la lista ufficiale dei candidati alle prossime elezioni presidenziali, previste per il 26 febbraio. Tra i nomi c&#8217;è quello del presidente uscente Abdoulaye Wade. Non appena la delibera è stata resa pubblica, lo scontento popolare è esploso nelle strade della capitale e in altre regioni del Senegal e in uno scontro di piazza un poliziotto ha perso la vita.<br />
Wade è stato eletto la prima volta nel 2000, tra i suoi primi provvedimenti ci fu proprio la modifica della costituzione senegalese al fine di limitare i mandati presidenziali a due sole volte. Oggi il presidente, giunto alla fine del suo secondo mandato, ha deciso di ripresentarsi. Per gli oppositori una terza candidatura del vecchio Wade è palesemente incostituzionale mentre per Wade e i suoi seguaci la prima candidatura non è dà considerarsi conteggiabile visto che la revisione costituzionale è avvenuta postuma. «Gli oppositori dovrebbero accettare il fatto che la mia candidatura è legale. Non solo, se volessi potrei candidarmi anche alle elezioni del 2019» ha dichiarato il presidente uscente.<br />
&#8220;E&#8217;difficile prevedere quali saranno i risultati delle elezioni, ma per combattere Wade ci vuole un&#8217;alleanza più forte tra le parti dell&#8217;opposizione, alleanza che oggi ancora manca&#8221; ha commentato ai nostri microfoni Pap Khouma, giornalista di <a href="http://www.assaman.info/">Assaman.info.</a> &#8220;Le testate italiane hanno parlato delle elezioni in Senegal solo perchè quest&#8217;anno si era presentato Youssun N&#8217;Dour, il famoso cantante la cui candidatura alle presidenziali è stata in questi giorni bocciata dalla Corte Costituzionale, ma non hanno aggiunto nient&#8217;altro&#8221; ha concluso il giornalista della testata milanese &#8220;la comunità senegalese che si trova in Italia si può informare veramente solo attraverso i canali senegalesi&#8221;.</p>
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		<itunes:subtitle>La ricandidatura alle presidenziali del capo di Stato uscente Abdoulaye Wade ha scosso il Senegal. A Dakar scontri di piazza e manifestazioni contro la mossa dell&#8217;85enne Wade stanno causando morti e feriti.
Il 27 gennaio il Consiglio Costituzi[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>La ricandidatura alle presidenziali del capo di Stato uscente Abdoulaye Wade ha scosso il Senegal. A Dakar scontri di piazza e manifestazioni contro la mossa dell&#8217;85enne Wade stanno causando morti e feriti.
Il 27 gennaio il Consiglio Costituzionale senegalese ha pubblicato la lista ufficiale dei candidati alle prossime elezioni presidenziali, previste per il 26 febbraio. Tra i nomi c&#8217;è quello del presidente uscente Abdoulaye Wade. Non appena la delibera è stata resa pubblica, lo scontento popolare è esploso nelle strade della capitale e in altre regioni del Senegal e in uno scontro di piazza un poliziotto ha perso la vita.
Wade è stato eletto la prima volta nel 2000, tra i suoi primi provvedimenti ci fu proprio la modifica della costituzione senegalese al fine di limitare i mandati presidenziali a due sole volte. Oggi il presidente, giunto alla fine del suo secondo mandato, ha deciso di ripresentarsi. Per gli oppositori una terza candidatura del vecchio Wade è palesemente incostituzionale mentre per Wade e i suoi seguaci la prima candidatura non è dà considerarsi conteggiabile visto che la revisione costituzionale è avvenuta postuma. «Gli oppositori dovrebbero accettare il fatto che la mia candidatura è legale. Non solo, se volessi potrei candidarmi anche alle elezioni del 2019» ha dichiarato il presidente uscente.
&#8220;E&#8217;difficile prevedere quali saranno i risultati delle elezioni, ma per combattere Wade ci vuole un&#8217;alleanza più forte tra le parti dell&#8217;opposizione, alleanza che oggi ancora manca&#8221; ha commentato ai nostri microfoni Pap Khouma, giornalista di Assaman.info. &#8220;Le testate italiane hanno parlato delle elezioni in Senegal solo perchè quest&#8217;anno si era presentato Youssun N&#8217;Dour, il famoso cantante la cui candidatura alle presidenziali è stata in questi giorni bocciata dalla Corte Costituzionale, ma non hanno aggiunto nient&#8217;altro&#8221; ha concluso il giornalista della testata milanese &#8220;la comunità senegalese che si trova in Italia si può informare veramente solo attraverso i canali senegalesi&#8221;.</itunes:summary>
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		<title>Primo sciopero generale contro il governo Monti, in piazza i sindacati di base</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/01/27/primo-sciopero-generale-contro-il-governo-monti-in-piazza-i-sindacati-di-base/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:21:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Khaldoun</dc:creator>
				<category><![CDATA[Brevi]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono 50.000 i lavoratori richiamati a Roma dalle sigle del sindacalismo antagonista, USB e Cobas in testa, per il primo sciopero che non contesta solo la manovra finanziaria o un decreto ma l&#8217;intero impianto del governo Monti, accusato di seguire i dictat delle istituzioni finanziarie a danno dei lavoratori e del popolo italiano. Sugli striscioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono 50.000 i lavoratori richiamati a Roma dalle sigle del sindacalismo antagonista, USB e Cobas in testa, per il primo sciopero che non contesta solo la manovra finanziaria o un decreto ma l&#8217;intero impianto del governo Monti, accusato di seguire i dictat delle istituzioni finanziarie a danno dei lavoratori e del popolo italiano. Sugli striscioni i nomi delle aziende dei lavoratori in sciopero e slogan contro il pagamento del debito, ritenuto una grande truffa per giustificare la macelleria sociale. Non mancano gli striscioni in solidarietà con il movimento No Tav, colpito da retate ed arresti nei giorni scorsi. Su qualche cartello c&#8217;è chi invoca uno sciopero europeo, visto che i lavoratori sottolineano la dimensione sovranazionale del problema e sentono l&#8217;esigenza di una risposta coordinata, &#8220;stiamo lavorando tra gli altri con organizzazioni portoghesi, irlandesi e francesi&#8221;  ha detto Fabrizio Tomaselli (USB) ai nostri microfoni, e chiarendo che  i debiti verso i piccoli risparmiatori che hanno deciso di investire in titoli di stato devono essere rimborsati, ma non altrettanto dovrebbe accadere per quelli verso le istituzioni finanziarie. &#8220;Il Giappone ha un debito pubblico doppio di quello italiano e nessuno parla di crisi, è una scusa per peggiorare le condizioni dei lavoratori, tagliare i diritti e far crescere l&#8217;inflazione&#8221; ha concluso Tomaselli.</p>
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		<itunes:subtitle>Sono 50.000 i lavoratori richiamati a Roma dalle sigle del sindacalismo antagonista, USB e Cobas in testa, per il primo sciopero che non contesta solo la manovra finanziaria o un decreto ma l&#8217;intero impianto del governo Monti, accusato di segu[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Sono 50.000 i lavoratori richiamati a Roma dalle sigle del sindacalismo antagonista, USB e Cobas in testa, per il primo sciopero che non contesta solo la manovra finanziaria o un decreto ma l&#8217;intero impianto del governo Monti, accusato di seguire i dictat delle istituzioni finanziarie a danno dei lavoratori e del popolo italiano. Sugli striscioni i nomi delle aziende dei lavoratori in sciopero e slogan contro il pagamento del debito, ritenuto una grande truffa per giustificare la macelleria sociale. Non mancano gli striscioni in solidarietà con il movimento No Tav, colpito da retate ed arresti nei giorni scorsi. Su qualche cartello c&#8217;è chi invoca uno sciopero europeo, visto che i lavoratori sottolineano la dimensione sovranazionale del problema e sentono l&#8217;esigenza di una risposta coordinata, &#8220;stiamo lavorando tra gli altri con organizzazioni portoghesi, irlandesi e francesi&#8221;  ha detto Fabrizio Tomaselli (USB) ai nostri microfoni, e chiarendo che  i debiti verso i piccoli risparmiatori che hanno deciso di investire in titoli di stato devono essere rimborsati, ma non altrettanto dovrebbe accadere per quelli verso le istituzioni finanziarie. &#8220;Il Giappone ha un debito pubblico doppio di quello italiano e nessuno parla di crisi, è una scusa per peggiorare le condizioni dei lavoratori, tagliare i diritti e far crescere l&#8217;inflazione&#8221; ha concluso Tomaselli.</itunes:summary>
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		<item>
		<title>Arresti NO TAV, un avvertimento per tutti</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/01/26/arresti-no-tav-un-avvertimento-per-tutti/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 14:45:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ciro Colonna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Brevi]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa mattina all&#8217;alba le forze di polizia hanno arrestato 26 persone, &#8220;colpevoli&#8221; di aver preso parte alla manifestazione del 3 luglio 2011 contro la costruzione della linea ad alta velocità in Val di Susa. Al corteo, che provò a introdursi nella zona rossa del cantiere, presidiata dal centinaia di agenti in assetto anti-sommossa, parteciparono oltre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/01/no-tav.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-14049" src="http://amisnet.org/files/2012/01/no-tav.jpg" alt="" width="250" height="250" /></a>Questa mattina all&#8217;alba le forze di polizia hanno arrestato 26 persone, &#8220;colpevoli&#8221; di aver preso parte alla manifestazione del 3 luglio 2011 contro la costruzione della linea ad alta velocità in Val di Susa. Al corteo, che provò a introdursi nella zona rossa del cantiere, presidiata dal centinaia di agenti in assetto anti-sommossa, parteciparono oltre 70.000 persone. Le molteplici anime di un movimento determinato e coeso misero in atto pratiche di disobbedienza civile contro un&#8217;opera ritenuta inutile e dannosa. Il 3 luglio è stata solo una tappa di un percorso che da anni esprime un netto dissenso alla costruzione della ferrovia Torino-Lione.<br />
Colpisce il modo in cui gli arresti abbiano interessato esponenti dei centri sociali, studenti, attivisti di strutture disseminate sul territorio nazionale, cercando  di isolare, come ormai siamo abituati a vedere in queste occasioni, i cosiddetti violenti dai manifestanti pacifici. La realtà del movimento NO TAV racconta però una storia diversa, la storia di una comunità in lotta che modula le proprie pratiche di conflitto a seconda delle circostanze, con pragmatismo e senza preclusioni.<br />
Colpisce anche, ed è un campanello d&#8217;allarme amaro da registrare, come questi arresti avvengano nel momento in cui il governo Monti, presunto &#8220;governo tecnico&#8221;, sta mostrando con chiarezza quali sono le misure con le quali intende riportare i conti italiani in carreggiata. Misure fatte di privatizzazioni, azzeramento degli spazi democratici fuori e dentro i luoghi di lavoro, annullamento dei diritti dei cittadini e del welfare, in nome di un&#8217;equità tutta spostata sull&#8217;asse della rendita finanziaria e della speculazione. In contemporanea pezzi significativi del paese iniziano a mostrare con durezza la propria indisponibilità: dagli autotrasportatori ai pescatori, il clima sociale nel paese si scalda, rischiando di mettere in difficoltà i piani di Bruxelles e del suo emissario Mario Monti.</p>
<p>Gli arresti di oggi parlano in realtà a tutto il paese, ai giovani e ai meno giovani, agli studenti e ai lavoratori precari. Il messaggio è più chiaro che mai: non è il momento di discutere e opporsi, lo stato non è disposto a tollerare il dissenso, ogni alzata di testa sarà punita duramente.</p>
<p><a href="http://www.globalproject.info/it/in_movimento/La-conquista-dei-beni-comuni-non-si-arresta/10589">Leggi il comunicato delle realtà romane.</a></p>
]]></content:encoded>
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		<itunes:subtitle>Questa mattina all&#8217;alba le forze di polizia hanno arrestato 26 persone, &#8220;colpevoli&#8221; di aver preso parte alla manifestazione del 3 luglio 2011 contro la costruzione della linea ad alta velocità in Val di Susa. Al corteo, che provò a[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Questa mattina all&#8217;alba le forze di polizia hanno arrestato 26 persone, &#8220;colpevoli&#8221; di aver preso parte alla manifestazione del 3 luglio 2011 contro la costruzione della linea ad alta velocità in Val di Susa. Al corteo, che provò a introdursi nella zona rossa del cantiere, presidiata dal centinaia di agenti in assetto anti-sommossa, parteciparono oltre 70.000 persone. Le molteplici anime di un movimento determinato e coeso misero in atto pratiche di disobbedienza civile contro un&#8217;opera ritenuta inutile e dannosa. Il 3 luglio è stata solo una tappa di un percorso che da anni esprime un netto dissenso alla costruzione della ferrovia Torino-Lione.
Colpisce il modo in cui gli arresti abbiano interessato esponenti dei centri sociali, studenti, attivisti di strutture disseminate sul territorio nazionale, cercando  di isolare, come ormai siamo abituati a vedere in queste occasioni, i cosiddetti violenti dai manifestanti pacifici. La realtà del movimento NO TAV racconta però una storia diversa, la storia di una comunità in lotta che modula le proprie pratiche di conflitto a seconda delle circostanze, con pragmatismo e senza preclusioni.
Colpisce anche, ed è un campanello d&#8217;allarme amaro da registrare, come questi arresti avvengano nel momento in cui il governo Monti, presunto &#8220;governo tecnico&#8221;, sta mostrando con chiarezza quali sono le misure con le quali intende riportare i conti italiani in carreggiata. Misure fatte di privatizzazioni, azzeramento degli spazi democratici fuori e dentro i luoghi di lavoro, annullamento dei diritti dei cittadini e del welfare, in nome di un&#8217;equità tutta spostata sull&#8217;asse della rendita finanziaria e della speculazione. In contemporanea pezzi significativi del paese iniziano a mostrare con durezza la propria indisponibilità: dagli autotrasportatori ai pescatori, il clima sociale nel paese si scalda, rischiando di mettere in difficoltà i piani di Bruxelles e del suo emissario Mario Monti.
Gli arresti di oggi parlano in realtà a tutto il paese, ai giovani e ai meno giovani, agli studenti e ai lavoratori precari. Il messaggio è più chiaro che mai: non è il momento di discutere e opporsi, lo stato non è disposto a tollerare il dissenso, ogni alzata di testa sarà punita duramente.
Leggi il comunicato delle realtà romane.</itunes:summary>
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		<itunes:author>Amisnet</itunes:author>
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		<item>
		<title>Libia: l&#8217;Italia continuerà a respingere i migranti</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/01/24/libia-litalia-continuera-a-respingere-i-migranti/</link>
		<comments>http://amisnet.org/agenzia/2012/01/24/libia-litalia-continuera-a-respingere-i-migranti/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 12:46:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Brevi]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle ultime settimane circa duecento somali sono partiti dalle coste libiche alla volta dell&#8217;Italia. 150 di loro sono sbarcati tra la Sicilia e Malta, mentre una delle barche su cui viaggiavano 55 persone è naufragata: il relitto è stato rinvenuto dalla marina libica a Misrata con un corpo a bordo, gli altri 54 sono ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle ultime settimane circa duecento somali sono partiti dalle coste libiche alla volta dell&#8217;Italia. 150 di loro sono sbarcati tra la Sicilia e Malta, mentre una delle barche su cui viaggiavano 55 persone è naufragata: il relitto è stato rinvenuto dalla marina libica a Misrata con un corpo a bordo, gli altri 54 sono ancora dispersi; i passeggeri erano tutti somali provenienti da un villaggio dove in questi giorni è in atto un combattimento tra le milizie armate e le forze dell&#8217;Unione africana. E&#8217; probabile che tra poco le partenze verso l&#8217;Italia riprenderanno con maggiore intensità, come accade sempre a inizio primavera. Come si comporterà adesso l&#8217;Italia, che  dal 2008 ha adottato la politica dei respingimenti, rimandando indietro molte delle imbarcazioni che partivano dalla Libia? &#8220;E&#8217; prematuro immaginare qualsiasi tipo di cambiamento&#8221; ha dichiarato il primo ministro Mario Monti interrogato da Gabriele Del Grande, autore del blog <a href="http://fortresseurope.blogspot.com/">Fortress Europe</a>. Il primo ministro italiano il 21 gennaio ha visitato Tripoli e dalle sue dichiarazioni non sembra emergere una volontà di cambiamento riguardo al tema immigrazione.&#8221;L&#8217;accordo di cooperazione con la Libia che ha portato all&#8217;attuazione di decine di respingimenti mi sembra più che confermato&#8221; ha osservato Gabriele Del Grande. Non esiste un dato esatto di quante persone siano state respinte in Libia dalle autorità italiane, la pratica dei respingimenti infatti è illegale e le uniche voci che hanno raccontato quello che è accaduto in questi anni nel Mediterraneo sono quelle dei migranti respinti. Intanto lIitalia attende il verdetto della Corte europea dei diritti umani, che nelle prossime settimane si pronuncerà sul ricorso che fecero 24 rifugiati politici eritrei e somali respinti in Libia nel 2009 dal nostro governo.<br />
&#8220;Anche se sta per assistere a un boom economico straordinario, la Libia rimane un paese di transito&#8221; conclude Del Grande &#8220;il nuovo governo istauratosi dopo la morte di Gheddafi si è piu volte impegnato a contrastare le reti dei trafficanti di uomini e le partenze e l&#8217;efficacia di questa strategia è confermata dal fatto che da agosto le partenze verso Lampedusa si sono quasi azzerate, ma non possiamo sapere se tra poco le persone rinizieranno a partire&#8221;.</p>
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		<itunes:summary>Nelle ultime settimane circa duecento somali sono partiti dalle coste libiche alla volta dell&#8217;Italia. 150 di loro sono sbarcati tra la Sicilia e Malta, mentre una delle barche su cui viaggiavano 55 persone è naufragata: il relitto è stato rinvenuto dalla marina libica a Misrata con un corpo a bordo, gli altri 54 sono ancora dispersi; i passeggeri erano tutti somali provenienti da un villaggio dove in questi giorni è in atto un combattimento tra le milizie armate e le forze dell&#8217;Unione africana. E&#8217; probabile che tra poco le partenze verso l&#8217;Italia riprenderanno con maggiore intensità, come accade sempre a inizio primavera. Come si comporterà adesso l&#8217;Italia, che  dal 2008 ha adottato la politica dei respingimenti, rimandando indietro molte delle imbarcazioni che partivano dalla Libia? &#8220;E&#8217; prematuro immaginare qualsiasi tipo di cambiamento&#8221; ha dichiarato il primo ministro Mario Monti interrogato da Gabriele Del Grande, autore del blog Fortress Europe. Il primo ministro italiano il 21 gennaio ha visitato Tripoli e dalle sue dichiarazioni non sembra emergere una volontà di cambiamento riguardo al tema immigrazione.&#8221;L&#8217;accordo di cooperazione con la Libia che ha portato all&#8217;attuazione di decine di respingimenti mi sembra più che confermato&#8221; ha osservato Gabriele Del Grande. Non esiste un dato esatto di quante persone siano state respinte in Libia dalle autorità italiane, la pratica dei respingimenti infatti è illegale e le uniche voci che hanno raccontato quello che è accaduto in questi anni nel Mediterraneo sono quelle dei migranti respinti. Intanto lIitalia attende il verdetto della Corte europea dei diritti umani, che nelle prossime settimane si pronuncerà sul ricorso che fecero 24 rifugiati politici eritrei e somali respinti in Libia nel 2009 dal nostro governo.
&#8220;Anche se sta per assistere a un boom economico straordinario, la Libia rimane un paese di transito&#8221; conclude Del Grande &#8220;il nuovo governo istauratosi dopo la morte di Gheddafi si è piu volte impegnato a contrastare le reti dei trafficanti di uomini e le partenze e l&#8217;efficacia di questa strategia è confermata dal fatto che da agosto le partenze verso Lampedusa si sono quasi azzerate, ma non possiamo sapere se tra poco le persone rinizieranno a partire&#8221;.</itunes:summary>
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		<title>&#8220;Non tornerò a prendere Anna. Scusate&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 11:57:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ In Grecia è sempre più frequente che genitori caduti in povertà estrema chiedano di lasciare i loro figli nei Villaggi SOS, strutture preposte alla crescita dei bambini con famiglie in difficoltà. La storia di Anna, che ci ha tradotto in italiano Katerina, la nostra amica e corrispondente dalla Grecia, purtroppo non è unica nel suo genere. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> In Grecia è sempre più frequente che genitori caduti in povertà estrema chiedano di lasciare i loro figli nei Villaggi SOS, strutture preposte alla crescita dei bambini con famiglie in difficoltà. La storia di Anna, che ci ha tradotto in italiano Katerina, la nostra amica e corrispondente dalla Grecia, purtroppo non è unica nel suo genere. Alla tragedia di una madre costretta ad abbondanare sua figlia,si somma quella di una crisi che sta mettendo a dura prova anche le realtà di assistenza come i <a href="http://amisnet.org/agenzia/2011/09/29/grecia-la-societa-in-frantumi/">villaggi SOS</a>, che denunciano quotidianamente la mancanza di fondi per andare avanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Anna si trovava ancora all&#8217;asilo nido. Era già pomeriggio ma sua madre non era ancora venuta a porenderla. Gli insegnanti non sapevano cosa fare, fino a quando la ragazzina ha preso qualcosa dalla sua tasca. Era una nota: &#8220;Non tornerò a prendere Anna. Non ho soldi, non posso crescere mia figlia. Scusate. Sua madre&#8221;. La persona che mi racconta questa storia, ne parla come se fosse una cosa normale. Il signor Sifniòs è il responsabile del Servizio Sociale nei Villaggi SOS. &#8220;Gli insegnanti hanno chiamato il P.M&#8221; ha raccontato &#8220;e il P.M ha ordinato che il bambino venisse qui&#8221;. Tutto questo non è successo in qualche racconto di Dickens. E&#8217; successo in un quartiere di Atene. La mamma di Anna non è pazza. E&#8217; una donna che ha perso il lavoro ed è andata in panico. Come questa storia, ce ne sono almeno altre cinquecento. Oggi in Grecia, almeno cinquecento genitori si trovano in condizioni economiche tali da dovere affidare i loro figli ai villaggi SOS. Fino a due anni fa, il 95% degli affidamenti riguardava situazioni di maltrattamento. Era il PM a ordinare l&#8217;affidamento del bambino, oggi almeno la metà dei casi riguarda genitori che si trovano in assoluta povertà, otto su dieci sono greci, nella maggior parte dei casi si tratta di famiglie unigenitoriali, di solito senza altri familiari. La signora Marina lavora nei villaggi SOS da diciannove anni.E&#8217; lei stessa ad accompagnare i bambini appena arrivati a vedere il letto e la camera. Poi gli dice &#8220;ti voglio bene&#8221; e se ne va. Ed il bambino rimane davanti alla porta. La signora Marina fa uno sforzo, cercando di continuare. Nessuno di loro si mette ad urlare. Rimangono davanti alla porta, guardando Marina allontanarsi. Se sono fratellini, due o di più, la prima notte non riesci a separarli. Metti ciascuno nel suo lettino e dopo dieci minuti li trovi abbracciati, cercando di toccare quanto più possibile l&#8217;uno l&#8217;altro. Di regola i villaggi SOS non accettano bambini solo perchè la loro famiglia è povera. Per queste famiglie esiste un programma di sostegno a casa. Ma la povertà non viene quasi mai da sola. &#8220;C&#8217;era una ragazzina che credevo avesse qualche problema. Aveva tre anni ma non conosceva più di quindici parole&#8221; racconta l&#8217;assistente sociale. &#8220;E&#8217; stata visitata dai medici, che hanno detto che non aveva nessun problema di salute. Suo padre lavorava nei mercatini, sua madre era cieca. La lasciavano da sola&#8221;. Se non c&#8217;è nessuno che ti parla, come fai ad imparare a parlare? La povertà porta a trascurare i bambini. Porta anche ai maltrattamenti. Alcune persone, prima di arrivare a questi livelli, fanno un&#8217;altra scelta, anche se a noi può sembrare crudele ed estrema. &#8220;Stavo uscendo dal villaggio per fare delle spese&#8221; racconta la signora Marina &#8220;davanti al cancello, c&#8217;era una signora con una bambina. Non sapeva che io fossi una madre SOS, non mi ha nemmeno vista. Teneva la bambina e le diceva &#8220;non pensare che la mamma non ti vuole bene. La mamma ti adora, ma non ha da darti da mangiare. Queste brave persone qua&#8230;&#8221;. Pensava che potesse entrare dentro, lasciare la bambina ed andarsene. Non importa da quanti anni stai qua. A certe cose non si abitui mai. Teneva la bambina per la mano. Lei non parlava. La guardava solo. Non so cosa è successo dopo. Dovevo andare a comprare il latte per i miei figli&#8221;.</p>
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		<title>Puglia: presidio davanti al Cie</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 13:46:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;11 dicembre a Restinco, in provincia di Brindisi, ci sarà un presidio di fronte al Centro di identificazione ed espulsione. Non è la prima volta che i cittadini pugliesi si mobilitano davanti a questa struttura, per chiederne la chiusura e per denunciare le leggi razziste che obbligano i migranti ad affrontare viaggi sempre più lunghi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;11 dicembre a Restinco, in provincia di Brindisi, ci sarà un presidio di fronte al Centro di identificazione ed espulsione. Non è la prima volta che i cittadini pugliesi si mobilitano davanti a questa struttura, per chiederne la chiusura e per denunciare le leggi razziste che obbligano i migranti ad affrontare viaggi sempre più lunghi e pericolosi in cerca di una vita migliore. Questa volta il presidio è stato indetto anche a seguito del trasferimento nel Cie dei migranti sopravvisuti al naufragio di un veliero a largo di Brindisi. &#8220;Quando c&#8217;è stato il naufragio vicino a Torre Santa Sabina siamo accorsi nel luogo dove la barca si era incagliata&#8221; racconta Marika, tra le promotrici del presidio &#8220;dopo sole tre ore dal naufragio sono stati caricati in un pullman e portati a Restinco, un lager dove non è consentito a giornalisti e attivisti di entrare e dove i migranti sono reclusi senza possibilità di uscita&#8221;.<br />
In Puglia e in Calabria arrivano spesso imbarcazioni di migranti, per lo più provenienti dalla Grecia e dalla Turchia. La maggior parte di loro è trasferita in centri di accoglienza o nei centri di identificazione ed espulsione esistenti sul territorio.</p>
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		<itunes:summary>L&#8217;11 dicembre a Restinco, in provincia di Brindisi, ci sarà un presidio di fronte al Centro di identificazione ed espulsione. Non è la prima volta che i cittadini pugliesi si mobilitano davanti a questa struttura, per chiederne la chiusura e per denunciare le leggi razziste che obbligano i migranti ad affrontare viaggi sempre più lunghi e pericolosi in cerca di una vita migliore. Questa volta il presidio è stato indetto anche a seguito del trasferimento nel Cie dei migranti sopravvisuti al naufragio di un veliero a largo di Brindisi. &#8220;Quando c&#8217;è stato il naufragio vicino a Torre Santa Sabina siamo accorsi nel luogo dove la barca si era incagliata&#8221; racconta Marika, tra le promotrici del presidio &#8220;dopo sole tre ore dal naufragio sono stati caricati in un pullman e portati a Restinco, un lager dove non è consentito a giornalisti e attivisti di entrare e dove i migranti sono reclusi senza possibilità di uscita&#8221;.
In Puglia e in Calabria arrivano spesso imbarcazioni di migranti, per lo più provenienti dalla Grecia e dalla Turchia. La maggior parte di loro è trasferita in centri di accoglienza o nei centri di identificazione ed espulsione esistenti sul territorio.</itunes:summary>
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		<title>Interim. Ascolti di precarietà al cinema</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 15:29:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mercoledì 30 novembre alle 19.30 il cinema Kino di Roma diventa luogo di puro ascolto e apre le porte al documentario audio con &#8220;Interim. Flessibilità, crisi economica e vita di merda in genere&#8221; di Jonathan Zenti. Per due mesi l’autore ha registrato ciò che accade all´interno di una grande azienda di raccolta e smistamento di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Mercoledì 30 novembre alle 19.30 il cinema Kino di Roma diventa luogo di puro ascolto e apre le porte al documentario audio con &#8220;<a href="http://www.audiodoc.it/documentario.php?id_doc=147&amp;lang=1">Interim</a>. Flessibilità, crisi economica e vita di merda in genere&#8221; di Jonathan Zenti. Per due mesi l’autore ha registrato ciò che accade all´interno di una grande azienda di raccolta e smistamento di ricambi d’auto dove ha lavorato come interinale. Storie di ordinaria flessibilità che raccontano un mondo del lavoro in crisi e un’economia che dopo più di dieci anni dall’introduzione del pacchetto Treu registra la più grande crisi del nuovo secolo. Come è potuto accadere? Chi ci ha rimesso, alla fine?</p>
<p>Interim è presentato da <a href="http://www.audiodoc.it/index.php">Audiodoc</a>, associazione italiana di autori e autrici indipendenti di audio documentari, nata per promuovere in Italia la produzione, la diffusione e la sperimentazione del documentario sonoro.</p>
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		<title>Roma: Aggressione al centro Ararat</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 12:31:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tavoli rotti, sedie all&#8217;aria e vetri in frantumi. La notte del 26 novembre il centro socio-culturale Ararat, nel cuore di Roma, è stato oggetto di una violenta aggressione a danno di un gruppo di rifugiati politici kurdi, minacciati da più di trenta uomini armati. L&#8217;aggressione è avvenuta verso le undici di sera. una trentina di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tavoli rotti, sedie all&#8217;aria e vetri in frantumi. La notte del 26 novembre il centro socio-culturale Ararat, nel cuore di Roma, è stato oggetto di una violenta aggressione a danno di un gruppo di rifugiati politici kurdi, minacciati da più di trenta uomini armati.</p>
<p>L&#8217;aggressione è avvenuta verso le undici di sera. una trentina di uomini armati di bastoni di ferro a volto scoperto ha tentato di fare irruzione nel centro, nel quartiere Testaccio, costringendo i rifugiati politici kurdi lì ospitati a chiudersi dentro la sede. Gli aggressori hanno ripetutamente minacciato i kurdi intimandogli di non uscire più da Ararat e di non farsi vedere per il vicino quartiere di Testaccio, che ospita numerosi locali notturni.  L’episodio sembrerebbe una “spedizione punitiva” organizzata dal giro dei buttafuori di alcuni tra questi locali, infastiditi dalla presenza di alcuni rifugiati nelle vicinanze. &#8220;Una aggressione dettata dall&#8217;ignoranza di alcune persone&#8221; ha commentato Said, un frequentatore del centro che ha assistito alla vicenda &#8220;che si approfottiano della debolezza di altre&#8221;.&#8221;Vogliamo fare luce sulla vicenda&#8221; ha aggiunto l&#8217;associazione Senza Confine, che collabora con Ararat &#8220;e capire chi sono i reponsabili di questo ignobile atto di violenza&#8221;.<br />
Il centro socio-culturale Ararat è nato spontaneamente nel 1999 per dare accoglienza ai rifugiati politici e riempire un vuoto creato dalle istituzioni italiane. Più tardi il centro è stato riconosciuto e acquisito dal Comune, a cui i responsabili del centro pagano un affitto.</p>
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		<itunes:subtitle>Tavoli rotti, sedie all&#8217;aria e vetri in frantumi. La notte del 26 novembre il centro socio-culturale Ararat, nel cuore di Roma, è stato oggetto di una violenta aggressione a danno di un gruppo di rifugiati politici kurdi, minacciati da più di [...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Tavoli rotti, sedie all&#8217;aria e vetri in frantumi. La notte del 26 novembre il centro socio-culturale Ararat, nel cuore di Roma, è stato oggetto di una violenta aggressione a danno di un gruppo di rifugiati politici kurdi, minacciati da più di trenta uomini armati.
L&#8217;aggressione è avvenuta verso le undici di sera. una trentina di uomini armati di bastoni di ferro a volto scoperto ha tentato di fare irruzione nel centro, nel quartiere Testaccio, costringendo i rifugiati politici kurdi lì ospitati a chiudersi dentro la sede. Gli aggressori hanno ripetutamente minacciato i kurdi intimandogli di non uscire più da Ararat e di non farsi vedere per il vicino quartiere di Testaccio, che ospita numerosi locali notturni.  L’episodio sembrerebbe una “spedizione punitiva” organizzata dal giro dei buttafuori di alcuni tra questi locali, infastiditi dalla presenza di alcuni rifugiati nelle vicinanze. &#8220;Una aggressione dettata dall&#8217;ignoranza di alcune persone&#8221; ha commentato Said, un frequentatore del centro che ha assistito alla vicenda &#8220;che si approfottiano della debolezza di altre&#8221;.&#8221;Vogliamo fare luce sulla vicenda&#8221; ha aggiunto l&#8217;associazione Senza Confine, che collabora con Ararat &#8220;e capire chi sono i reponsabili di questo ignobile atto di violenza&#8221;.
Il centro socio-culturale Ararat è nato spontaneamente nel 1999 per dare accoglienza ai rifugiati politici e riempire un vuoto creato dalle istituzioni italiane. Più tardi il centro è stato riconosciuto e acquisito dal Comune, a cui i responsabili del centro pagano un affitto.</itunes:summary>
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		<title>Grecia: colpo di stato bianco</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 12:41:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ciro Colonna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Appena pochi giorni fa la Grecia sembrava orientata verso un referendum popolare per decidere se applicare o meno l&#8217;ultima (in ordine temporale) trance di misure di austerity imposte dalle autorità finanziarie europee. &#8220;Si sarebbe trattato comunque di un quesito tardivo e insufficiente, tutto tarato sulla minaccia di uscita forzata dall&#8217;euro in caso di non approvazione delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Appena pochi giorni fa la Grecia sembrava orientata verso un referendum popolare per decidere se applicare o meno l&#8217;ultima (in ordine temporale) trance di misure di austerity imposte dalle autorità finanziarie europee. &#8220;Si sarebbe trattato comunque di un quesito tardivo e insufficiente, tutto tarato sulla minaccia di uscita forzata dall&#8217;euro in caso di non approvazione delle misure&#8221;, racconta ai nostri microfoni Margherita Dean, collaboratrice di Radio Popolare Milano, attualmente ad Atene.   Dopo il passo indietro del governo Papandreou, ripensamento dovuto alle pesanti pressioni internazionali, in particolare da parte di Francia e Germania, si aprono però scenari ancora più preoccupanti. Sono infatti in corso trattative serrate tra il Pasok, partito di governo, e Nea Democratia, principale partito di opposizione, per formare un governo di unità nazionale. Questo governo, che dovrebbe restare in carica fino alle elezioni &#8211; elezioni che potrebbero tenersi già il prossimo 19 febbraio &#8211; avrebbe il compito di impostare la politica economica dei prossimi anni, ingabbiando qualsiasi governo lo succederà dentro margini di manovra politica molto scarni. Se questa ipotesi, giorno dopo giorno sempre più accreditata, dovesse effettivamente prender corpo, si porrebbe un serio problema di sovranità popolare. Che senso avrebbe infatti votare dei governi che sarebbero comunque obbligati per molti anni ad attenersi a quanto deciso da un governo ad interim che nessun cittadino greco ha votato? La prospettiva si fa ancora più inquietante se si pensa che tra le ipotesi di possibili guide di tale governo circola con sempre maggiore insistenza il nome di Lucas Papademos, già vicepresidente della BCE e governatore della Banca di Grecia, oggi consigliere del premier Papandreou.</p>
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		<itunes:summary>Appena pochi giorni fa la Grecia sembrava orientata verso un referendum popolare per decidere se applicare o meno l&#8217;ultima (in ordine temporale) trance di misure di austerity imposte dalle autorità finanziarie europee. &#8220;Si sarebbe trattato comunque di un quesito tardivo e insufficiente, tutto tarato sulla minaccia di uscita forzata dall&#8217;euro in caso di non approvazione delle misure&#8221;, racconta ai nostri microfoni Margherita Dean, collaboratrice di Radio Popolare Milano, attualmente ad Atene.   Dopo il passo indietro del governo Papandreou, ripensamento dovuto alle pesanti pressioni internazionali, in particolare da parte di Francia e Germania, si aprono però scenari ancora più preoccupanti. Sono infatti in corso trattative serrate tra il Pasok, partito di governo, e Nea Democratia, principale partito di opposizione, per formare un governo di unità nazionale. Questo governo, che dovrebbe restare in carica fino alle elezioni &#8211; elezioni che potrebbero tenersi già il prossimo 19 febbraio &#8211; avrebbe il compito di impostare la politica economica dei prossimi anni, ingabbiando qualsiasi governo lo succederà dentro margini di manovra politica molto scarni. Se questa ipotesi, giorno dopo giorno sempre più accreditata, dovesse effettivamente prender corpo, si porrebbe un serio problema di sovranità popolare. Che senso avrebbe infatti votare dei governi che sarebbero comunque obbligati per molti anni ad attenersi a quanto deciso da un governo ad interim che nessun cittadino greco ha votato? La prospettiva si fa ancora più inquietante se si pensa che tra le ipotesi di possibili guide di tale governo circola con sempre maggiore insistenza il nome di Lucas Papademos, già vicepresidente della BCE e governatore della Banca di Grecia, oggi consigliere del premier Papandreou.</itunes:summary>
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