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	<title>Amisnet &#187; AudioNews</title>
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	<description>Informazione Sociale Quotidiana</description>
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	<copyright>1998-2008 </copyright>
	<managingEditor>web@amisnet.org (Amisnet)</managingEditor>
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		<title>Amisnet</title>
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	<itunes:subtitle>Informazione sociale e programmi di approfondimento dalla redazione di AMISnet.</itunes:subtitle>
	<itunes:summary>Amisnet e' un'agenzia radiofonica attiva da oltre 9 anni. La sua principale attivita' consiste nella produzione e la distribuzione di prodotti radiofonici di approfondimento a circa 35 radio italiane. Il podcast e' una selezione quotidiana dei servizi audio distribuiti tramite i siti del network Amisnet.</itunes:summary>
	<itunes:keywords>ambiente, conflitti, cooperazione, diritti, economia, politica, informazione sociale</itunes:keywords>
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		<title>Trattamento sanitario obbligatorio: La battaglia di Malika</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/02/07/trattamento-sanitario-obbligatorio-la-battagila-di-malika/</link>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 10:53:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si riapre il 7 febbraio l&#8217;indagine sul caso di Malika Yacout. Nel 2004 la donna aveva subito un violentissimo sfratto, era al sesto mese di gravidanza,  venne bloccata e strattonata da cinque uomini che le praticarono due iniezioni per sedarla.  I farmaci ebbero effetti dannosi sul feto, effetti che ancora oggi si ripercuotono sulla salute [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si riapre il 7 febbraio l&#8217;indagine sul <a href="http://amisnet.org/agenzia/2011/11/09/firenze-storie-di-sfratti-e-violenze-impunite/">caso di Malika Yacout.</a> Nel 2004 la donna aveva subito un violentissimo sfratto, era al sesto mese di gravidanza,  venne bloccata e strattonata da cinque uomini che le praticarono due iniezioni per sedarla.  I farmaci ebbero effetti dannosi sul feto, effetti che ancora oggi si ripercuotono sulla salute della figlia di Malika, portatrice di una grave malformazione celebrale.</p>
<p>La<a href="http://amisnet.org/agenzia/2011/11/09/firenze-storie-di-sfratti-e-violenze-impunite/"> storia di Malika</a> ha tantissimi lati oscuri. Il trattamento sanitario obbligatorio (Tso) a cui venne sottoposta sull&#8217;ambulanza mentre veniva condotta in ospedale non era stato convalidato da nessuno. Il ricovero nel reparto di psichiatria che le venne imposto non era giustificato da nessuna perizia medica, perchè nella sua cartella clinica c&#8217;era scritto che non era affetta da nessuna malattia mentale. E poi ancora la violenza con cui è stato portato avanti lo sfratto, l&#8217;archiviazione del caso subito dopo la denuncia, depositata il 23 febbraio 2005 e  archiviata dopo poche ore, gli errori giudiziari che Malika ha subito e subisce da sette anni.<br />
Diverse realtà, come il collettivo antipsichiatria di Pisa, il movimento di lotto per la casa di Firenze, A buon diritto, Emergency si sono espresse in solidarietà con Malika, denunciando la sua storia, promuovendo manifestazioni e iniziative;  in questi giorni si sta organizzando una nuova marcia che sfilerà per le vie del capoluogo fiorentino, per continuare a tenere i riflettori accesi su una storia che ha sin troppe ombre. Per informazioni sulla marcia: <a href="http://www.artaudpisa.blogspot.com/">http://www.artaudpisa.blogspot.com/</a></p>
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		<itunes:subtitle>Si riapre il 7 febbraio l&#8217;indagine sul caso di Malika Yacout. Nel 2004 la donna aveva subito un violentissimo sfratto, era al sesto mese di gravidanza,  venne bloccata e strattonata da cinque uomini che le praticarono due iniezioni per sedarla[...]</itunes:subtitle>
		<itunes:summary>Si riapre il 7 febbraio l&#8217;indagine sul caso di Malika Yacout. Nel 2004 la donna aveva subito un violentissimo sfratto, era al sesto mese di gravidanza,  venne bloccata e strattonata da cinque uomini che le praticarono due iniezioni per sedarla.  I farmaci ebbero effetti dannosi sul feto, effetti che ancora oggi si ripercuotono sulla salute della figlia di Malika, portatrice di una grave malformazione celebrale.
La storia di Malika ha tantissimi lati oscuri. Il trattamento sanitario obbligatorio (Tso) a cui venne sottoposta sull&#8217;ambulanza mentre veniva condotta in ospedale non era stato convalidato da nessuno. Il ricovero nel reparto di psichiatria che le venne imposto non era giustificato da nessuna perizia medica, perchè nella sua cartella clinica c&#8217;era scritto che non era affetta da nessuna malattia mentale. E poi ancora la violenza con cui è stato portato avanti lo sfratto, l&#8217;archiviazione del caso subito dopo la denuncia, depositata il 23 febbraio 2005 e  archiviata dopo poche ore, gli errori giudiziari che Malika ha subito e subisce da sette anni.
Diverse realtà, come il collettivo antipsichiatria di Pisa, il movimento di lotto per la casa di Firenze, A buon diritto, Emergency si sono espresse in solidarietà con Malika, denunciando la sua storia, promuovendo manifestazioni e iniziative;  in questi giorni si sta organizzando una nuova marcia che sfilerà per le vie del capoluogo fiorentino, per continuare a tenere i riflettori accesi su una storia che ha sin troppe ombre. Per informazioni sulla marcia: http://www.artaudpisa.blogspot.com/</itunes:summary>
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		<title>Lo scandalo dei treni notte</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/01/31/lo-scandalo-dei-treni-notte/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 13:01:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ciro Colonna</dc:creator>
				<category><![CDATA[AudioNews]]></category>

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		<description><![CDATA[Da 69 giorni i lavoratori dei treni notte soppressi da Trenitalia (servizio in appalto alla società Servirail), sono in presidio permanente in Via Prenestina 135/b, a Roma, per chiedere il ripristino dei treni soppressi e il reintegro dei lavoratori licenziati. &#8220;Siamo vittime di una guerra sull&#8217;alta velocità, in atto tra Trenitalia e la nuova società [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amisnet.org/files/2012/01/servirail.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-14095" title="servirail" src="http://amisnet.org/files/2012/01/servirail.jpg" alt="" width="250" height="250" /></a>Da 69 giorni i lavoratori dei treni notte soppressi da Trenitalia (servizio in appalto alla società Servirail), sono in presidio permanente in Via Prenestina 135/b, a Roma, per chiedere il ripristino dei treni soppressi e il reintegro dei lavoratori licenziati. &#8220;Siamo vittime di una guerra sull&#8217;alta velocità, in atto tra Trenitalia e la nuova società di Montezemolo, dove a farne le spese sono i viaggiatori normali e i lavoratori del settore&#8221;, racconta Giuseppe Maggiolino, ex conduttore Servirail Italia-sezione Torino. &#8220;I tagli&#8221;, continua Giuseppe, &#8220;sono il riflesso dell&#8217;azione del governo, che taglia i servizi fondamentali e sottrae ai cittadini la possibilità di decidere delle proprie sorti&#8221;.</p>
<p>Il paradosso cui assistiamo è dato dal fatto che vengono soppressi servizi fortemente voluti da cittadini, lavoratori e pendolari in tutto il paese. Al tempo stesso vengono imposti progetti avversati dalle comunità locali interessate, la Val di Susa ne è l&#8217;esempio lampante. L&#8217;arresto di 26 persone che insieme al popolo valsusino si sono macchiate del reato di opporsi alla costruzione della Torino-Lione, è solo l&#8217;ultimo, più osceno e odioso atto di espropriazione di sovranità e di annullamento dello stato di diritto messo in atto da uno stato sempre più chino di fronte agli interessi dei grandi speculatori e sempre più cieco davanti alle esigenze dei cittadini.</p>
<p>&#8220;Questa vertenza&#8221;, conclude Giuseppe Maggiolino, &#8220;coinvolge tutti i cittadini, perchè interroga direttamente il diritto di ciascuno di fruire di servizi dignitosi e accessibili alle proprie tasche. Stiamo raccogliendo delle firme per bloccare questi progetti scellerati che sottraggono a tutti, non solo ai lavoratori licenziati, diritti fondamentali. Invitiamo tutti a venirci a trovare in Via Prenestina 135/b, a Roma&#8221;</p>
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		<itunes:summary>Da 69 giorni i lavoratori dei treni notte soppressi da Trenitalia (servizio in appalto alla società Servirail), sono in presidio permanente in Via Prenestina 135/b, a Roma, per chiedere il ripristino dei treni soppressi e il reintegro dei lavoratori licenziati. &#8220;Siamo vittime di una guerra sull&#8217;alta velocità, in atto tra Trenitalia e la nuova società di Montezemolo, dove a farne le spese sono i viaggiatori normali e i lavoratori del settore&#8221;, racconta Giuseppe Maggiolino, ex conduttore Servirail Italia-sezione Torino. &#8220;I tagli&#8221;, continua Giuseppe, &#8220;sono il riflesso dell&#8217;azione del governo, che taglia i servizi fondamentali e sottrae ai cittadini la possibilità di decidere delle proprie sorti&#8221;.
Il paradosso cui assistiamo è dato dal fatto che vengono soppressi servizi fortemente voluti da cittadini, lavoratori e pendolari in tutto il paese. Al tempo stesso vengono imposti progetti avversati dalle comunità locali interessate, la Val di Susa ne è l&#8217;esempio lampante. L&#8217;arresto di 26 persone che insieme al popolo valsusino si sono macchiate del reato di opporsi alla costruzione della Torino-Lione, è solo l&#8217;ultimo, più osceno e odioso atto di espropriazione di sovranità e di annullamento dello stato di diritto messo in atto da uno stato sempre più chino di fronte agli interessi dei grandi speculatori e sempre più cieco davanti alle esigenze dei cittadini.
&#8220;Questa vertenza&#8221;, conclude Giuseppe Maggiolino, &#8220;coinvolge tutti i cittadini, perchè interroga direttamente il diritto di ciascuno di fruire di servizi dignitosi e accessibili alle proprie tasche. Stiamo raccogliendo delle firme per bloccare questi progetti scellerati che sottraggono a tutti, non solo ai lavoratori licenziati, diritti fondamentali. Invitiamo tutti a venirci a trovare in Via Prenestina 135/b, a Roma&#8221;</itunes:summary>
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		<title>Carceri: E se le privatizzano?</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 16:11:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217;attualmente in discussione al Senato il decreto che consentirebbe la privatizzazione degli istituti penitenziari. La proposta di legg efa parte del decreto liberalizzazioni Monti. “Al fine di realizzare gli interventi necessari a fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri, si ricorre in via prioritaria alle procedure in materia di finanza di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217;attualmente in discussione al Senato il decreto che consentirebbe la privatizzazione degli istituti penitenziari. La proposta di legg efa parte del decreto liberalizzazioni Monti. “Al fine di realizzare gli interventi necessari a fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri, si ricorre in via prioritaria alle procedure in materia di finanza di progetto. È riconosciuta a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, a esclusione della custodia, determinata in misura non modificabile al momento dell’affidamento della concessione. È a esclusivo rischio del concessionario l’alea economico-finanziaria della costruzione e della gestione dell’opera. La concessione ha durata non superiore a venti anni”. Si legge nel decreto. &#8220;Dunque le imprese cercheranno i soldi presso le banche, costruiranno e arrederanno le carceri e le affitteranno allo Stato che le riempirà all’inverosimile di corpi di uomini e donne&#8221; ha commentato un ex detenuto &#8220;Lo Stato, con i soldi nostri, pagherà, a questi privati, un affitto per 20 anni, col risultato che il costo finale sarà di molto superiore a quello per la costruzione del penitenziario. E le imprese private, amici degli amici, faranno affari d’oro.<br />
La frase: “a esclusione della custodia” sta a significare proprio che la gestione dei detenuti rimane allo Stato, che per mezzo dei suoi carcerieri: guardie, direttori, educatori, psicologi… “rieducherà” i peccatori&#8221;.</p>
<p>Anche l&#8217;associazione Antigone ha espresso un no secco a questa possibilità. &#8220;Nel sistema penitenziario ci sono alcune funzioni che sono prettamente pubbliche e in quanto tali non possono essere cedute a privati&#8221; spiega Stefano Anastasia, professore all&#8217;Università di Perugia &#8220;si pensi ad esempio alle funzioni propedeutiche al giudizio di sorveglianza sulla possibilità di concedere le misure alternative alla detenzione, oppure l&#8217;assistenza sanitaria, oggi svolta dal Servizio sanitario nazionale&#8221;.<br />
&#8220;Di questa difficoltà era consapevole lo stesso Ministero della Giustizia&#8221; ha detto il professor Anastasia &#8220;e spero che nell&#8217;esame parlamentare del decreto queste obiezioni possano essere valutate con attenzione&#8221;.</p>
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		<itunes:summary>E&#8217;attualmente in discussione al Senato il decreto che consentirebbe la privatizzazione degli istituti penitenziari. La proposta di legg efa parte del decreto liberalizzazioni Monti. “Al fine di realizzare gli interventi necessari a fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri, si ricorre in via prioritaria alle procedure in materia di finanza di progetto. È riconosciuta a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, a esclusione della custodia, determinata in misura non modificabile al momento dell’affidamento della concessione. È a esclusivo rischio del concessionario l’alea economico-finanziaria della costruzione e della gestione dell’opera. La concessione ha durata non superiore a venti anni”. Si legge nel decreto. &#8220;Dunque le imprese cercheranno i soldi presso le banche, costruiranno e arrederanno le carceri e le affitteranno allo Stato che le riempirà all’inverosimile di corpi di uomini e donne&#8221; ha commentato un ex detenuto &#8220;Lo Stato, con i soldi nostri, pagherà, a questi privati, un affitto per 20 anni, col risultato che il costo finale sarà di molto superiore a quello per la costruzione del penitenziario. E le imprese private, amici degli amici, faranno affari d’oro.
La frase: “a esclusione della custodia” sta a significare proprio che la gestione dei detenuti rimane allo Stato, che per mezzo dei suoi carcerieri: guardie, direttori, educatori, psicologi… “rieducherà” i peccatori&#8221;.
Anche l&#8217;associazione Antigone ha espresso un no secco a questa possibilità. &#8220;Nel sistema penitenziario ci sono alcune funzioni che sono prettamente pubbliche e in quanto tali non possono essere cedute a privati&#8221; spiega Stefano Anastasia, professore all&#8217;Università di Perugia &#8220;si pensi ad esempio alle funzioni propedeutiche al giudizio di sorveglianza sulla possibilità di concedere le misure alternative alla detenzione, oppure l&#8217;assistenza sanitaria, oggi svolta dal Servizio sanitario nazionale&#8221;.
&#8220;Di questa difficoltà era consapevole lo stesso Ministero della Giustizia&#8221; ha detto il professor Anastasia &#8220;e spero che nell&#8217;esame parlamentare del decreto queste obiezioni possano essere valutate con attenzione&#8221;.</itunes:summary>
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		<title>Da una sponda a un&#8217;altra, in cerca dei dispersi</title>
		<link>http://amisnet.org/agenzia/2012/01/10/da-una-sponda-a-unaltra-in-cerca-dei-dispersi/</link>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 12:58:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La sera del 10 gennaio, al Teatro della Cooperativa di Milano, un&#8217;iniziativa pubblica accenderà i riflettori sulla vicenda dei ragazzi partiti dalla Tunisia e scomparsi nel nulla. Secondo i dati raccolti da attivisti per i diritti umani e associazioni,  di coloro che hanno intrapreso la traversata verso l&#8217;Italia dopo la rivoluzione, circa mille sono dispersi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La sera del 10 gennaio, al Teatro della Cooperativa di Milano, un&#8217;<a href="http://www.teatrodellacooperativa.it/index.php?mact=News,cntnt01,detail,0&amp;cntnt01articleid=125&amp;cntnt01origid=105&amp;cntnt01returnid=119">iniziativa pubblica</a> accenderà i riflettori sulla vicenda dei ragazzi partiti dalla Tunisia e scomparsi nel nulla. Secondo i dati raccolti da attivisti per i diritti umani e associazioni,  di coloro che hanno intrapreso la traversata verso l&#8217;Italia dopo la rivoluzione, circa <a href="http://amisnet.org/agenzia/2011/11/17/passpartu-06-dispersi/">mille sono dispersi</a>. La campagna &#8220;Da una sponda all&#8217;altra: vite che contano &#8211; Dove sono i nostri figli?&#8221; supporta l&#8217;appello dei familiari di queste persone e promuove una serata per dare loro voce e visibilità, attraverso interventi, dibattiti e la proiezione di un film.</p>
<p>&#8220;Già da tempo chiediamo che i due governi, quello italiano e quello tunisino, attuino delle verifiche per capire se i dispersi siano arrivati in Italia&#8221; spiega Melissa, del collettivo 2511, tra le promotrici della campagna &#8220;ma fino ad oggi non abbiamo ricevuto risposta, per questo abbiamo organizzato questa serata, a cui farà seguito un sit-in previsto per il 14 gennaio davanti alla prefettura di Milano&#8221;. I familiari dei dispersi vivono ormai da quasi un anno in un orribile incubo, senza sapere che fine abbiano fatto i propri cari e non ricevendo nessuna risposta da parte delle istituzioni. &#8220;Riteniamo che lasciare scomparire così le persone significa discriminare tra persone che contano e persone che non contano. Vogliamo denunciare l&#8217;innalzamento delle barriere attuato dall&#8217;Unione Europea e fare tacere il silenzio del mare. Rivendichiamo la libertà di movimento, evidentemente espressa da chi ha finalmente riconquistato le proprie libertà&#8221; conclude Melissa.</p>
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		<itunes:summary>La sera del 10 gennaio, al Teatro della Cooperativa di Milano, un&#8217;iniziativa pubblica accenderà i riflettori sulla vicenda dei ragazzi partiti dalla Tunisia e scomparsi nel nulla. Secondo i dati raccolti da attivisti per i diritti umani e associazioni,  di coloro che hanno intrapreso la traversata verso l&#8217;Italia dopo la rivoluzione, circa mille sono dispersi. La campagna &#8220;Da una sponda all&#8217;altra: vite che contano &#8211; Dove sono i nostri figli?&#8221; supporta l&#8217;appello dei familiari di queste persone e promuove una serata per dare loro voce e visibilità, attraverso interventi, dibattiti e la proiezione di un film.
&#8220;Già da tempo chiediamo che i due governi, quello italiano e quello tunisino, attuino delle verifiche per capire se i dispersi siano arrivati in Italia&#8221; spiega Melissa, del collettivo 2511, tra le promotrici della campagna &#8220;ma fino ad oggi non abbiamo ricevuto risposta, per questo abbiamo organizzato questa serata, a cui farà seguito un sit-in previsto per il 14 gennaio davanti alla prefettura di Milano&#8221;. I familiari dei dispersi vivono ormai da quasi un anno in un orribile incubo, senza sapere che fine abbiano fatto i propri cari e non ricevendo nessuna risposta da parte delle istituzioni. &#8220;Riteniamo che lasciare scomparire così le persone significa discriminare tra persone che contano e persone che non contano. Vogliamo denunciare l&#8217;innalzamento delle barriere attuato dall&#8217;Unione Europea e fare tacere il silenzio del mare. Rivendichiamo la libertà di movimento, evidentemente espressa da chi ha finalmente riconquistato le proprie libertà&#8221; conclude Melissa.</itunes:summary>
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		<title>Epidemia di razzismo</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 12:08:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Firenze due persone sono state uccise  brutalmente e altre tre stanno lottando in queste ore tra la vita e la morte all&#8217;ospedale di Careggi. L&#8217;assassino si chiamava Gianluca Casseri, un cinquantenne che dopo avere aperto il fuoco in pieno giorno in una delle piazze più centrali del capoluogo fiorentino si è rifugiato in un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Firenze due persone sono state uccise  brutalmente e altre tre stanno lottando in queste ore tra la vita e la morte all&#8217;ospedale di Careggi. L&#8217;assassino si chiamava Gianluca Casseri, un cinquantenne che dopo avere aperto il fuoco in pieno giorno in una delle piazze più centrali del capoluogo fiorentino si è rifugiato in un parcheggio sotterraneo e si è sparato in testa. Casseri era un ragioniere pistoiese; non solo, Casseri era anche un militante e un&#8217;attivista, frequentatore dei circoli di estrema destra più oltranzisti della Toscana; propagandava il nazismo e il negazionismo, amava i miti celtici e neopagani, scriveva articoli deliranti che inneggiavano alla xenofobia.  Le vittime invece si chiamavano Mor Diop e Modou Samb, di loro si può solo dire che erano persone, uomini che in comune avevano l&#8217;origine senegalese e la sfortuna di lavorare nella piazza che Casseri ha scelto per mettere in atto la sua furia omicida. Casseri il 13 dicembre in tasca non aveva solo la pistola, ma anche il porto d&#8217;armi. Perchè un ragioniere intriso di ideologie neonaziste possedesse un porto d&#8217;armi, nessuno lo sa.<br />
Subito dopo la tragedia, la stampa nazionale si è affrettata a condannare &#8220;il gesto di un folle&#8221;, ma la comunità senegalese si è opposta: &#8220;Non scrivete che il killer era solo un pazzo&#8221;. Lo chiede a gran voce anche Mombaye Diop, cittadino romano di origini senegalesi. &#8220;La strage di Castel Volturno, le rivolte di Rosarno, il ragazzo senegalese ucciso per mano di un poliziotto a Civitavecchia nel 2009&#8243; ricorda Diop &#8220;se tutti i mandanti di queste stragi erano dei pazzi, allora significa che la società italiana è pazza. La vera patologia con cui abbiamo a che fare è il razzismo e queste sono le amare conseguenze di anni di politiche e messaggi xenofobi veicolati da persone che sono distanti anni luce dalla realtà di tutti i giorni&#8221;. &#8220;Non dimentichiamoci che il poliziotto che ha ucciso i suoi vicini senegalesi a Civitavecchia è stato assolto. Siamo sempre lì. Ci troviamo di fronte a una storia che non si riesce a dimenticare in cui la differenza la fa il colore della pelle. Vale la pena ricordare che anche gli italiani sono viaggiatori: in Senegal c&#8217;è una numerosa comunità di italiani ma nessuno perde la vita per il solo fatto di essere venuto nel nostro Paese&#8221;.<br />
Sabato 17 dicembre una <a href="http://www.meltingpot.org/articolo17204.html">manifestazione</a> indetta dalle realtà antirazziste partirà da Piazza Dalmazia, a Firenze, mentre domenica 18, in occasione della giornata mondiale di azione contro il razzismo, diverse iniziative si svolgeranno in tutta Italia, da <a href="http://www.meltingpot.org/articolo17201.html">Roma</a> a <a href="http://www.meltingpot.org/articolo17200.html">Bologna</a> a <a href="http://terrelibere.blogspot.com/2011/12/18-dicembre-manifestazione-regionale-al.html">Catania</a>.</p>
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		<itunes:summary>A Firenze due persone sono state uccise  brutalmente e altre tre stanno lottando in queste ore tra la vita e la morte all&#8217;ospedale di Careggi. L&#8217;assassino si chiamava Gianluca Casseri, un cinquantenne che dopo avere aperto il fuoco in pieno giorno in una delle piazze più centrali del capoluogo fiorentino si è rifugiato in un parcheggio sotterraneo e si è sparato in testa. Casseri era un ragioniere pistoiese; non solo, Casseri era anche un militante e un&#8217;attivista, frequentatore dei circoli di estrema destra più oltranzisti della Toscana; propagandava il nazismo e il negazionismo, amava i miti celtici e neopagani, scriveva articoli deliranti che inneggiavano alla xenofobia.  Le vittime invece si chiamavano Mor Diop e Modou Samb, di loro si può solo dire che erano persone, uomini che in comune avevano l&#8217;origine senegalese e la sfortuna di lavorare nella piazza che Casseri ha scelto per mettere in atto la sua furia omicida. Casseri il 13 dicembre in tasca non aveva solo la pistola, ma anche il porto d&#8217;armi. Perchè un ragioniere intriso di ideologie neonaziste possedesse un porto d&#8217;armi, nessuno lo sa.
Subito dopo la tragedia, la stampa nazionale si è affrettata a condannare &#8220;il gesto di un folle&#8221;, ma la comunità senegalese si è opposta: &#8220;Non scrivete che il killer era solo un pazzo&#8221;. Lo chiede a gran voce anche Mombaye Diop, cittadino romano di origini senegalesi. &#8220;La strage di Castel Volturno, le rivolte di Rosarno, il ragazzo senegalese ucciso per mano di un poliziotto a Civitavecchia nel 2009&#8243; ricorda Diop &#8220;se tutti i mandanti di queste stragi erano dei pazzi, allora significa che la società italiana è pazza. La vera patologia con cui abbiamo a che fare è il razzismo e queste sono le amare conseguenze di anni di politiche e messaggi xenofobi veicolati da persone che sono distanti anni luce dalla realtà di tutti i giorni&#8221;. &#8220;Non dimentichiamoci che il poliziotto che ha ucciso i suoi vicini senegalesi a Civitavecchia è stato assolto. Siamo sempre lì. Ci troviamo di fronte a una storia che non si riesce a dimenticare in cui la differenza la fa il colore della pelle. Vale la pena ricordare che anche gli italiani sono viaggiatori: in Senegal c&#8217;è una numerosa comunità di italiani ma nessuno perde la vita per il solo fatto di essere venuto nel nostro Paese&#8221;.
Sabato 17 dicembre una manifestazione indetta dalle realtà antirazziste partirà da Piazza Dalmazia, a Firenze, mentre domenica 18, in occasione della giornata mondiale di azione contro il razzismo, diverse iniziative si svolgeranno in tutta Italia, da Roma a Bologna a Catania.</itunes:summary>
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		<title>Egitto: urne piene, ma dov&#8217;è la democrazia?</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 12:27:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ciro Colonna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La situazione in Egitto al momento della prima tornata del lungo processo elettorale che dovrebbe sancire il passaggio alla democrazia dopo quasi un anno di reggenza militare, appare quanto mai confusa. &#8220;Le elezioni si sono svolte in clima di sostanziale tranquillità&#8221;, racconta ai nostri microfoni Gennaro Gervasio, professore presso l&#8217;Università Britannica del Cairo, &#8220;ma non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La situazione in Egitto al momento della prima tornata del lungo processo elettorale che dovrebbe sancire il passaggio alla democrazia dopo quasi un anno di reggenza militare, appare quanto mai confusa. &#8220;Le elezioni si sono svolte in clima di sostanziale tranquillità&#8221;, racconta ai nostri microfoni Gennaro Gervasio, professore presso l&#8217;Università Britannica del Cairo, &#8220;ma non possono non risentire dell&#8217;incredibile clima di violenza che si respira nel paese.&#8221; &#8220;Nelle ultime settimane c&#8217;è stata una vera e propria mattanza&#8221;, continua il professor Gervasio, &#8220;ma il problema non risiede solo nei militari.&#8221; Le forze politiche che si sono candidate a guidare il processo di transizione alla democrazia, sembrano infatti aver dimenticato, al pari del militari, che la spinta che ha portato alla cacciata di Mubarak è venuta in gran parte da ampi strati della popolazione egiziana che sono stati esclusi dai processi produttivi e dall&#8217;accesso alle risorse economiche. La separazione  e la distanza tra classi privilegiate e maggioranze diseredate si è andata accentuando nel paese a causa dell&#8217;accelerazione impressa dalle riforme neoliberiste imposte dal figlio di Mubarak e dal suo enturage. Oggi, dopo la caduta del tiranno, nulla sembra essere cambiato e le piazze sono tornate naturalmente a riempirsi, per ricordare che non può esistere democrazia senza diritti e dignità, che le urne sono un simulacro di libertà se non vengono riempite innanzitutto di riforme economiche e sociali. La repressione della giunta militare è stata feroce e alle decine di morti e migliaia di feriti si aggiungono un numero di prigionieri nelle carceri militari in attesa di giudizio che si aggira tra i 12.000 e i 16.000. Nessuna delle forze politiche candidate alle elezioni ha avuto il coraggio o la volontà di schierarsi con i manifestanti, di abbracciarne anche solo simbolicamente le istanze.</p>
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		<itunes:summary>La situazione in Egitto al momento della prima tornata del lungo processo elettorale che dovrebbe sancire il passaggio alla democrazia dopo quasi un anno di reggenza militare, appare quanto mai confusa. &#8220;Le elezioni si sono svolte in clima di sostanziale tranquillità&#8221;, racconta ai nostri microfoni Gennaro Gervasio, professore presso l&#8217;Università Britannica del Cairo, &#8220;ma non possono non risentire dell&#8217;incredibile clima di violenza che si respira nel paese.&#8221; &#8220;Nelle ultime settimane c&#8217;è stata una vera e propria mattanza&#8221;, continua il professor Gervasio, &#8220;ma il problema non risiede solo nei militari.&#8221; Le forze politiche che si sono candidate a guidare il processo di transizione alla democrazia, sembrano infatti aver dimenticato, al pari del militari, che la spinta che ha portato alla cacciata di Mubarak è venuta in gran parte da ampi strati della popolazione egiziana che sono stati esclusi dai processi produttivi e dall&#8217;accesso alle risorse economiche. La separazione  e la distanza tra classi privilegiate e maggioranze diseredate si è andata accentuando nel paese a causa dell&#8217;accelerazione impressa dalle riforme neoliberiste imposte dal figlio di Mubarak e dal suo enturage. Oggi, dopo la caduta del tiranno, nulla sembra essere cambiato e le piazze sono tornate naturalmente a riempirsi, per ricordare che non può esistere democrazia senza diritti e dignità, che le urne sono un simulacro di libertà se non vengono riempite innanzitutto di riforme economiche e sociali. La repressione della giunta militare è stata feroce e alle decine di morti e migliaia di feriti si aggiungono un numero di prigionieri nelle carceri militari in attesa di giudizio che si aggira tra i 12.000 e i 16.000. Nessuna delle forze politiche candidate alle elezioni ha avuto il coraggio o la volontà di schierarsi con i manifestanti, di abbracciarne anche solo simbolicamente le istanze.</itunes:summary>
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		<title>Firenze: storie di sfratti e violenze impunite</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 14:16:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 3 dicembre 2004 Malika, cittadina italiana e marocchina residente a Firenze, subiva un violentissimo sfratto. Malika era al sesto mese di gravidanza, quel giorno venne bloccata e strattonata da cinque uomini che le praticarono due iniezioni per sedarla. I farmaci ebbero effetti dannosi sul feto, effetti che ancora oggi si ripercuotono sulla salute della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 3 dicembre 2004 Malika, cittadina italiana e marocchina residente a Firenze, subiva un violentissimo sfratto. Malika era al sesto mese di gravidanza, quel giorno venne bloccata e strattonata da cinque uomini che le praticarono due iniezioni per sedarla. I farmaci ebbero effetti dannosi sul feto, effetti che ancora oggi si ripercuotono sulla salute della figlia di Malika, portatrice di una grave malformaizone celebrale. Dopo essere stata buttata fuori di casa, Malika fu accompagnata al reparto di psichiatria di Santa Maria Nuova, dove venne sottoposta a un trattamento sanitario obbligatorio (Tso) mai convalidato da nessuno. Il 12 ottobre scorso il medico legale e l&#8217;ufficiale Giudiziario, imputati di &#8220;violenza privata&#8221; e &#8220;lesioni personali in concorso di reato&#8221; sono stati assolti e il caso è stato archiviato. Ma Malika non si arrende e assieme al suo avvocato decide di fare ricorso in appello e riaprire il caso. In solidarietà con lei il <a href="http://www.artaudpisa.blogspot.com/">collettivo antipschiatrico Artaud</a> e il movimento lotta per la casa di Firenze hanno promosso un presidio a piazza San Firenze, previsto per sabato 12 novembre, alle dieci e trenta del mattino.<br />
&#8220;E&#8217;ormai prassi effettuare Tso senza convalida&#8221; commenta Diego, del collettivo Artaud. &#8220;La storia di Malika è un caso emblematico di questo abuso di potere. Non esisteva nessuna condizione per effettuare questo trattamento. Malika è stata sfrattata con l&#8217;arma della psichiatria&#8221;. Basta andarsi aleggere la diagnosi fatta dall&#8217;ospedale di Santa Maria Nuova il giorno dello sfratto per rendersi conto dell&#8217;assurdità di questa storia: &lt;Agitazione psicomotoria in caso di sfratto&gt;. &#8220;Un diagnosi ridicola. Il Tso è stato fatto per mandare via la Malika da quella casa&#8221;.<br />
&#8220;A Firenze oggi ci sono centinaia di persone che non riescono a pagare l&#8217;affitto della loro casa e che vengono sfrattate per morosità, come è accaduto a Malika &#8220;spiega ai nostri microfoni Lorenzo Bargellini, del Movimento lotta per la casa &#8220;il numero delle case popolari sono pochissime in rapporto alle domande. INoltre mancano le strutture di accoglienza per i rihcedenti asilo, costretti ad occupare o a vivere per strada&#8221;.</p>
<p>Per partecipare al presidio in solidarietà con Malika, l&#8217;appuntamento è alle 10,30 del 12 novembre a piazza San Firenze, Firenze</p>
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		<itunes:summary>Il 3 dicembre 2004 Malika, cittadina italiana e marocchina residente a Firenze, subiva un violentissimo sfratto. Malika era al sesto mese di gravidanza, quel giorno venne bloccata e strattonata da cinque uomini che le praticarono due iniezioni per sedarla. I farmaci ebbero effetti dannosi sul feto, effetti che ancora oggi si ripercuotono sulla salute della figlia di Malika, portatrice di una grave malformaizone celebrale. Dopo essere stata buttata fuori di casa, Malika fu accompagnata al reparto di psichiatria di Santa Maria Nuova, dove venne sottoposta a un trattamento sanitario obbligatorio (Tso) mai convalidato da nessuno. Il 12 ottobre scorso il medico legale e l&#8217;ufficiale Giudiziario, imputati di &#8220;violenza privata&#8221; e &#8220;lesioni personali in concorso di reato&#8221; sono stati assolti e il caso è stato archiviato. Ma Malika non si arrende e assieme al suo avvocato decide di fare ricorso in appello e riaprire il caso. In solidarietà con lei il collettivo antipschiatrico Artaud e il movimento lotta per la casa di Firenze hanno promosso un presidio a piazza San Firenze, previsto per sabato 12 novembre, alle dieci e trenta del mattino.
&#8220;E&#8217;ormai prassi effettuare Tso senza convalida&#8221; commenta Diego, del collettivo Artaud. &#8220;La storia di Malika è un caso emblematico di questo abuso di potere. Non esisteva nessuna condizione per effettuare questo trattamento. Malika è stata sfrattata con l&#8217;arma della psichiatria&#8221;. Basta andarsi aleggere la diagnosi fatta dall&#8217;ospedale di Santa Maria Nuova il giorno dello sfratto per rendersi conto dell&#8217;assurdità di questa storia: &#60;Agitazione psicomotoria in caso di sfratto&#62;. &#8220;Un diagnosi ridicola. Il Tso è stato fatto per mandare via la Malika da quella casa&#8221;.
&#8220;A Firenze oggi ci sono centinaia di persone che non riescono a pagare l&#8217;affitto della loro casa e che vengono sfrattate per morosità, come è accaduto a Malika &#8220;spiega ai nostri microfoni Lorenzo Bargellini, del Movimento lotta per la casa &#8220;il numero delle case popolari sono pochissime in rapporto alle domande. INoltre mancano le strutture di accoglienza per i rihcedenti asilo, costretti ad occupare o a vivere per strada&#8221;.
Per partecipare al presidio in solidarietà con Malika, l&#8217;appuntamento è alle 10,30 del 12 novembre a piazza San Firenze, Firenze</itunes:summary>
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		<title>Meeting dei blogger arabi a Tunisi</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 11:06:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ciro Colonna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è tenuto in Tunisia il terzo meeting internazionale dei blogger del mondo arabo. Al meeting, di particolare interesse per la sua stessa collocazione spazio-temporale &#8211; la Tunisia alla vigilia delle prime elezioni del dopo Ben Ali &#8211; si è discusso del ruolo della rete nei tumulti che hanno scosso molti paesi arabi, ma anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è tenuto in Tunisia il terzo meeting internazionale dei blogger del mondo arabo. Al meeting, di particolare interesse per la sua stessa collocazione spazio-temporale &#8211; la Tunisia alla vigilia delle prime elezioni del dopo Ben Ali &#8211; si è discusso del ruolo della rete nei tumulti che hanno scosso molti paesi arabi, ma anche della collocazione dei blogger rispetto ai processi costituenti. Sullo sfondo la consapevolezza che la rete è uno spazio di confronto e uno strumento di sostegno alle dinamiche che si danno nel mondo reale. Strumento però da non sottovalutare e anzi da tenere nella dovuta considerazione: basti pensare che negli anni precedenti allo scoppio delle rivolte, in Tunisia si erano verificati altri episodi analoghi a quello che ha poi dato il via alle primavere arabe. Questi episodi non avevano però trovato la giusta cassa di risonanza per assumere il valore di catalizzatori delle piazze e della cacciata dei tiranni. Naturalmente al meeting hanno trovato spazio anche le voci provenienti da paesi in cui la libertà di espressione, in rete quanto fuori da questa, sono ancora ben lontane dall&#8217;essere raggiunte. La Siria e il Bahrein, tra tutti. Dal Bahrein giunge anche la segnalazione di alcuni attivisti che denunciano l&#8217;inquietante appropriazione da parte delle forze governative dello strumento dei social network. Attraverso i social network sarebbero state diffuse, in forma anonima, delle foto falsificate in cui i manifestanti inneggiavano all&#8217;Iran.</p>
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		<itunes:summary>Si è tenuto in Tunisia il terzo meeting internazionale dei blogger del mondo arabo. Al meeting, di particolare interesse per la sua stessa collocazione spazio-temporale &#8211; la Tunisia alla vigilia delle prime elezioni del dopo Ben Ali &#8211; si è discusso del ruolo della rete nei tumulti che hanno scosso molti paesi arabi, ma anche della collocazione dei blogger rispetto ai processi costituenti. Sullo sfondo la consapevolezza che la rete è uno spazio di confronto e uno strumento di sostegno alle dinamiche che si danno nel mondo reale. Strumento però da non sottovalutare e anzi da tenere nella dovuta considerazione: basti pensare che negli anni precedenti allo scoppio delle rivolte, in Tunisia si erano verificati altri episodi analoghi a quello che ha poi dato il via alle primavere arabe. Questi episodi non avevano però trovato la giusta cassa di risonanza per assumere il valore di catalizzatori delle piazze e della cacciata dei tiranni. Naturalmente al meeting hanno trovato spazio anche le voci provenienti da paesi in cui la libertà di espressione, in rete quanto fuori da questa, sono ancora ben lontane dall&#8217;essere raggiunte. La Siria e il Bahrein, tra tutti. Dal Bahrein giunge anche la segnalazione di alcuni attivisti che denunciano l&#8217;inquietante appropriazione da parte delle forze governative dello strumento dei social network. Attraverso i social network sarebbero state diffuse, in forma anonima, delle foto falsificate in cui i manifestanti inneggiavano all&#8217;Iran.</itunes:summary>
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		<title>&#8220;Ho trovato un rifugio lì&#8221;. Storie quotidiane di combattenti</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 09:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Ho trovato un rifugio lì. Pezzi di cammino in esilio&#8221;. Così si chiama il libro scritto a quattro mani da Michel Agier e Sara Prestianni, della rete francese Migreurop. Gli autori hanno svolto una ricerca sui luoghi non luoghi dove vivono centinaia di persone in Italia, Francia e Grecia. &#8220;Il libro è nato dalla volontà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Ho trovato un rifugio lì. Pezzi di cammino in esilio&#8221;. Così si chiama il libro scritto a quattro mani da Michel Agier e Sara Prestianni, della rete francese Migreurop. Gli autori hanno svolto una ricerca sui luoghi non luoghi dove vivono centinaia di persone in Italia, Francia e Grecia. &#8220;Il libro è nato dalla volontà di andare a guardare da vicino realtà di cui avevamo spesso sentito parlare&#8221; racconta ai nostri microfoni Sara Prestianni &#8220;la cosa particolare è che tutti i posti che abbiamo visto sono stati distrutti dalla polizia ancor prima che il libro fosse stato pubblicato&#8221;. Dal campo di Patrasso alle occupazioni di Anagnina e Casilina a Roma, dal canal Saint Martin a Parigi alla famigerata <em>jungle</em> di Calais: le realtà raccontate nel libro sono luoghi di transito ma anche di rifugio, nate dalla mancanza di accoglienza dell&#8217;Europa.&#8221;I migranti, che siano rifugiati o no, non sono desisderati e si cerca di renderli invisibili&#8221; conclude Prestianni. Il libro, edito dalla Donner Lieu, vanta quattro tipi di scritture doverse: un&#8217;analisi antropologica sulla tendenza a cercare rifugio in maniera collettiva; uno stile di inchiesta frutto delle visite ai posti; la storia dell&#8217;erranza, in cui la parola è lasciata ai migranti che raccontano in prima persona il loro percorso da combattenti; infine la fotografia, che non accompagna solamente il testo ma vuole avere una sua vita autonoma, scatti del quotidiano, da cui emerge la dignità di queste persone, costrette a uno stile di vita degradante.</p>
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		<itunes:summary>&#8220;Ho trovato un rifugio lì. Pezzi di cammino in esilio&#8221;. Così si chiama il libro scritto a quattro mani da Michel Agier e Sara Prestianni, della rete francese Migreurop. Gli autori hanno svolto una ricerca sui luoghi non luoghi dove vivono centinaia di persone in Italia, Francia e Grecia. &#8220;Il libro è nato dalla volontà di andare a guardare da vicino realtà di cui avevamo spesso sentito parlare&#8221; racconta ai nostri microfoni Sara Prestianni &#8220;la cosa particolare è che tutti i posti che abbiamo visto sono stati distrutti dalla polizia ancor prima che il libro fosse stato pubblicato&#8221;. Dal campo di Patrasso alle occupazioni di Anagnina e Casilina a Roma, dal canal Saint Martin a Parigi alla famigerata jungle di Calais: le realtà raccontate nel libro sono luoghi di transito ma anche di rifugio, nate dalla mancanza di accoglienza dell&#8217;Europa.&#8221;I migranti, che siano rifugiati o no, non sono desisderati e si cerca di renderli invisibili&#8221; conclude Prestianni. Il libro, edito dalla Donner Lieu, vanta quattro tipi di scritture doverse: un&#8217;analisi antropologica sulla tendenza a cercare rifugio in maniera collettiva; uno stile di inchiesta frutto delle visite ai posti; la storia dell&#8217;erranza, in cui la parola è lasciata ai migranti che raccontano in prima persona il loro percorso da combattenti; infine la fotografia, che non accompagna solamente il testo ma vuole avere una sua vita autonoma, scatti del quotidiano, da cui emerge la dignità di queste persone, costrette a uno stile di vita degradante.</itunes:summary>
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		<title>Prigioni galleggianti</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 11:16:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marzia Coronati</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Centri di raccolta galleggianti&#8221;. Così sono state chiamate le tre navi arrivate circa una settimana fa al porto di Palermo. Ma i cittadini del capoluogo siciliano preferiscono chiamarle navi-prigione, finalizzate a rimpatri di massa. Trasportano centinaia di migranti, isolati dal mondo e sorvegliati giorno e notte dalle forze dell&#8217;ordine.</p>
<p>Sono quasi tutti tunisini, ma probabilmente ci sono anche libici e marocchini. In totale, prima che iniziassero i rimpatri, erano circa settecento. Secondo le indagini portate avanti da organizzazioni e attivisti per la difesa dei migranti, la maggior parte proveniva dal centro andato a fuoco di Lampedusa, mentre cinquanta di loro sono arrivati da Porto Empedocle. Sono arrivati a Palermo a bordo di tre navi, ma il 26 settembre una di queste è salpata alla volta della Sardegna, conteneva 221 persone che ora si trovano al centro di Elmas, a Cagliari. Delle altre due navi, l&#8217;Audacia e la Moby Vincent, in cui secondo i dati riportati da Borderline Europe fino al 26 settembre c&#8217;erano rispettivamente 151 e 201 persone, oggi si sa poco e niente. &#8220;Almeno cinquanta di loro sono stati rimpatriati in Tunisia su degli aerei&#8221; spiega Judith, di Borderline Europe. &#8220;Ora le navi si sono spostate, non sono più al molo. Possiamo vedere le navi ma non possiamo avvicinarci&#8221;. Due deputati che sono riusciti a fare visita alle navi parlano di condizioni disumane, senza docce e costretti a dormir per terra.</p>
<p>Da cinque giorni, un folto gruppo di cittadini sta protestando contro questa situazione, attraverso presidi ma anche con atti di denuncia concreti. &#8220;Abbiamo depositato un esposto alla procura di Palermo per dire che non siamo daccordo con questa illegalità&#8221; spiega Judit, di Borderline Europe &#8220;e continueremo a scendere in piazza finchè non si mtterà fine alle navi-prigione&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=5qVtpNSTrKc&amp;feature=player_embedded">Guarda il video girato al porto di Palermo dall&#8217;attivista E. Montalbano</a></p>
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		<itunes:summary>&#8220;Centri di raccolta galleggianti&#8221;. Così sono state chiamate le tre navi arrivate circa una settimana fa al porto di Palermo. Ma i cittadini del capoluogo siciliano preferiscono chiamarle navi-prigione, finalizzate a rimpatri di massa. Trasportano centinaia di migranti, isolati dal mondo e sorvegliati giorno e notte dalle forze dell&#8217;ordine.
Sono quasi tutti tunisini, ma probabilmente ci sono anche libici e marocchini. In totale, prima che iniziassero i rimpatri, erano circa settecento. Secondo le indagini portate avanti da organizzazioni e attivisti per la difesa dei migranti, la maggior parte proveniva dal centro andato a fuoco di Lampedusa, mentre cinquanta di loro sono arrivati da Porto Empedocle. Sono arrivati a Palermo a bordo di tre navi, ma il 26 settembre una di queste è salpata alla volta della Sardegna, conteneva 221 persone che ora si trovano al centro di Elmas, a Cagliari. Delle altre due navi, l&#8217;Audacia e la Moby Vincent, in cui secondo i dati riportati da Borderline Europe fino al 26 settembre c&#8217;erano rispettivamente 151 e 201 persone, oggi si sa poco e niente. &#8220;Almeno cinquanta di loro sono stati rimpatriati in Tunisia su degli aerei&#8221; spiega Judith, di Borderline Europe. &#8220;Ora le navi si sono spostate, non sono più al molo. Possiamo vedere le navi ma non possiamo avvicinarci&#8221;. Due deputati che sono riusciti a fare visita alle navi parlano di condizioni disumane, senza docce e costretti a dormir per terra.
Da cinque giorni, un folto gruppo di cittadini sta protestando contro questa situazione, attraverso presidi ma anche con atti di denuncia concreti. &#8220;Abbiamo depositato un esposto alla procura di Palermo per dire che non siamo daccordo con questa illegalità&#8221; spiega Judit, di Borderline Europe &#8220;e continueremo a scendere in piazza finchè non si mtterà fine alle navi-prigione&#8221;.
Guarda il video girato al porto di Palermo dall&#8217;attivista E. Montalbano</itunes:summary>
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