Tempo di bilanci

Tempo di bilanci

Estate, tempo di bilanci per una rubrica che, per ora, chiude i battenti.

Storie tristi e positive sono state raccolte e trascritte in questi mesi in cui decine di barconi carichi di migranti sono affondati e centinaia di nomi hanno allungato la lista funebre di questo nostro vecchio Mediterraneo.

Tuttavia, accanto alla tragedia bisogna prendere atto del nuovo sole che sorge, molti sogni si sono concretizzati e molti pensieri diversi si sono infatti uniti trovando modalità di espressione comuni.

Per una rubrica, per un programma radio, che da anni cerca di raccontare le storie di chi attraversa l’Europa in cerca di fortuna sperando che la narrazione, come la denuncia, possa cambiare lo stato di cose esistenti, questa stagione potrebbe esser considera tutto sommato “ordinaria”.

Ma così non è.

?Com’è impaziente l’uomo!? disse un giorno il fabbro Nunfairi al sovrano Mandingo Nare Maghan che chiedeva spiegazioni sul perché suo figlio, il futuro Sundiata, uno dei re più importanti e leggendari della storia di tutta l’Africa occidentale, a sette anni ancora non camminasse.

La strada per trasformare un sistema come quello italiano in profonda crisi sociale, prima che economica, dove anche le battaglie che si credevano oramai vinte, prima tra tutte quella per la concessione della cittadinanza ai figli degli stranieri nati in Italia, questa, dicevamo, è davvero lunga.

È vero, alle frontiere d’Europa nuovi muri sono stati alzati, quello al confine Bulgaro-Turco ne è l’esempio, in Grecia i migranti sono trattenuti senza alcun processo per tempi indefiniti e in condizioni disumane mentre, in Italia, i centri di accoglienza esplodono a causa della disarmante disorganizzazione nostrana e i partiti xenofobi e razzisti riconquistano posizioni e voti che fino a ieri stavano perdendo.

Accanto a questo però una nuova società si sta costruendo e tutto sembra partire da due fronti molto ampi, quello dei minori e quello dei diritti.

In quest’anno Passpartù ha avuto modo di conoscere storie seconde generazioni, bambini rom e giovani migranti che raccontano di una società in trasformazione, una società, come dicono in tanti, meticcia, dove culture diverse, religioni diverse e perché no, colori diversi si intrecciano per dar vita ad un’Italia nuova che non possiamo certo dire se sarà migliore di quella attuale ma, possiamo affermarlo, avrà sicuramente più consapevolezza della varietà di cui già ora è impregnata e che però si ostina a non vedere.

L’altro fronte poi è quello dei diritti perché se del meticciato, se della multiculturalità, dobbiamo prendere atto è attraverso l’eguaglianza dei diritti che si costruisce una società in cui le differenze tra cittadini e “altri” si assottigliano fino a scomparire.

Anche da questo punto di vista gli ultimi mesi sono stati fruttuosi.

I CIE, i centri d’identificazione ed espulsione, dove migliaia di stranieri venivano privati della propria libertà personale per la sola colpa di non avere un documento, sono stati in gran parte chiusi, da Gradisca d’Isonzo fino a Crotone passando per Bologna e Modena, mentre tanti altri sono stati messi sotto accusa dagli stessi organi dello Stato, Bari in primis.

Allo stesso tempo, l’esperienza del centro d’accoglienza autogestito di Pisa, ci ha raccontato che se si rimane uniti nella rivendicazione dei propri diritti questi si riescono a ottenere. Così infatti è stato per i circa dieci ciadiani reduci del Piano di emergenza nord-Africa che quest’anno, a Pisa, hanno finalmente ottenuto, dopo tante battaglie, gli alloggi e i tirocini retribuiti che il Piano in realtà predisponeva e che solo in rarissimi casi in tutt’Italia sono stati effettivamente attivati.

Insomma, prima che “il figlio del leone e del bufalo”, come viene chiamato Sundiata, si alzi per costruire una società nuova dovrà ancora passare del tempo ma intanto i fabbri stanno lavorando duro per forgiare quella possente barra di ferro che servirà da bastone per i primi passi del mondo nuovo.

Quest’anno si è lavorato tanto e, pazientando, si dovrà continuare su questa strada, ancora.

Il presente articolo è a firma di: Marco Stefanelli

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