Rifiuto il lavoro che genera rifiuti

 

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Globalizzazione e austerità hanno certificato che questo sistema non creerà più lavoro. E forse questa non è una cattiva notizia. Sempre più persone stanno immaginando una nuova logica, un diverso mondo del lavoro, delineando forme diverse di guadagno, consumo e gestione del denaro.

Il rifiuto del lavoro, sia come attivismo sia come analisi, non si limita a porsi contro l’attuale organizzazione del lavoro; dovrebbe essere inteso anche come una pratica creativa, che cerca di riappropriarsi e riconfigurare le forme esistenti di produzione e riproduzione“. Il diritto alla pigrizia, Paul LaFargue

Francesco Gesualdi vive e anima il Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Pisa. Nato alla fine degli anni ’70 dalla convivenza di tre famiglie, il centro da sempre fa ricerca, informazione e formazione sulle più svariate questioni economiche. “L’unico modo per conciliare dignità sociale e sostenibilità ambientale è smetterla di preoccuparci per il lavoro” spiega Gesualdi “la domanda giusta da porci non è come si fa a creare lavoro, ma come si fa a garantire a tutti una vita dignitosa, utilizzando meno risorse possibile, producendo meno rifiuti possibili e lavorando il meno possibile”. Secondo il ricercatore oggi siamo di fronte a due scelte, cercare di sopravvivere in questo sistema o cominciare a lavorare per costruire una società diversa per uscire da questa situazione, partendo da un totale ripensamento dell’economia pubblica, mettendo al centro la persona e rivalutando la logica della comunità, della solidarietà e della gratuità. Lavorare diversamente e consumare diversamente insomma, facendo attenzione alla storia che sta dietro a ogni articolo che si compra.

Un anno fa, il 24 aprile 2013, un palazzo all’interno del quale erano fabbricati vestiti per il commercio in occidente è crollato, provocando la morte di migliaia di lavoratori e lavoratrici. E’ accaduto a Dhaka, capitale del Bangladesh. Il Rana Plaza era una fabbrica di otto piani, il suo crollo è stato definito come la più grave tragedia nella storia dell’industria tessile mondiale.  Dopo quel giorno la campagna internazionale Abiti Puliti ha fatto circolare una petizione, contenente due richieste fondamentali: che tutte le imprese coinvolte si fossero rese disponibili a contribuire al fondo di risarcimento, e che le stesse imprese firmassero il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, un protocollo di intesa redatto da sindacati e associazioni mirato a ristrutturare radicalmente la situazione lavorativa nell’industria tessile. Oggi l’accordo è stato firmato, mentre sul fondo ci sono quindici milioni di dollari, circa la metà del tetto fissato per raggiungere la cifra per risarcire tutte le vittime di quella tragedia. 

Ospiti della puntata:

Francesco Gesualdi, Centro Nuovo Modello di Sviluppo
Deborah Lucchetti, Campagna Abiti Puliti
Luca Perazzone, Mag 4

In redazione:
Andrea Cocco

Terranave

Terranave è un programma di Marzia Coronati
La rubrica  Lu Cuntu è a cura di Andrea Cocco
L’articolo della settimana: Soltanto dieci corporation
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Terranave è trasmesso da:
Radio Flash (Torino, 97.6)  giovedì 15 (replica giovedì 20,00)
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