Barikamà, dallo sfruttamento nei campi allo yogurt resistente

Lo yogurt biologico Barikama è prodotto nell’alto Lazio e distribuito attraverso mercatini e gruppi di acquisto. Barikamà in lingua bambarà significa “resistenti”. Resistenti come i sei protagonisti di questo progetto, che al lavoro nelle campagne italiane hanno preferito l’autoproduzione.

 Ascolta Terranave:

I produttori dello yogurt Barikamà erano a Rosarno a lavorare nei campi in quel famigerato gennaio del 2010, quando una manifestazione sfociò in un vero e proprio linciaggio ai danni dei braccianti migranti. Come altre centinaia di persone, si erano riversati nella Pina di Gioia Tauro per raccogliere arance e mandarini a circa 25 euro al giorno. Un lavoro a nero, portato avanti in condizioni disumane. A seguito di quelle tragiche giornate, ritrovatisi a Roma senza lavoro ne prospettive certe, i sei decisero di mettersi insieme e lanciarsi nella produzione dello yogurt. Nato come piccolo progetto di micro reddito, oggi Barikamà si sta sempre più consolidando e da poche settimane, grazie a un bando vinto, ha iniziato a produrre all’interno di un caseificio vicino Rieti, mentre prima faceva la produzione tra le mura del centro sociale romano Ex Snia. Lo yogurt Barikamà si trova nei gruppi d’acquisto, nei mercatini biosolidali, nei centri sociali, in tutte quelle situazioni insomma dove c’è spazio, oltre che per vendere, per fare informazione su cosa c’è dietro a un prodotto commercializzato dalla grande distribuzione organizzata, sulle distorsioni della filiera agroindustriale e su quello che accade quotidianamente nei campi. Dopo quattro anni dalla rivolta di Rosarno, le condizioni di lavoro nelle campagne calabresi non sono cambiate, anzi, se è possibile sono peggiorate. Le paghe sono rimaste pressoché invariate (da cinquanta centesimi a un euro a cassone), il lavoro è sempre a nero, il caporalato è più che mai diffuso e le condizioni di vita dei lavoratori stagionali continuano ad essere disumane.

 

Ospiti della puntata:

Cheikh Diop, Yogurt Barikamà
Dauda, ex bracciante di Rosarno
Arturo Lavorato, Associazione Sos Rosarno

Terranave

Terranave è un programma di Marzia Coronati
La rubrica  Lu Cuntu è a cura di Andrea Cocco

L’articolo della settimana di Comune-info: Il sud è bipolare, fallisce e rinasce
Per maggiori informazioni sulle alternative alla grande distribuzione messe in campo da produttori italiani leggi anche:
Zolle sovversive e Io faccio così: dalla Sicilia ripartirà tutto
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2 Comments

  1. France said:

    E torna a Rosarno. Vorrei sapere se qualcuno ha verificato se, come dicono i produttori dello yogurt, questi erano davvero presenti a Rosarno nel gennaio 2010. Sono così tanti i migranti che affermano che erano lì che sembrerebbe che fossero in 100.000, non 2000 come affermano le autorità. Comunque io c’ero e vi posso assicurare che la cosiddetta “manifestazione” di cui parl l’articolo è consistita in 4 ore di distruzione praticata da centinaia e centinaia di immigrati nei confronti di tutto ciò che trovavano per le strade di Rosarno dalle macchine (ricordo che un gruppo nutrito di immigrati si accanì su una macchina con a bordo una mamma con i suoi bambini che non furono bruciati vivi all’interno di questa solo perchè degli abitanti della zona ebbero il coraggio di uscire dalle case per andare a strappare la donna e i bambini dalla furia dei manifestanti) alle vetrine, dai cassonetti a porte e finestre delle case. Solo dopo 4 ore si è vista la polizia. Ed in queste 4 ore è stata seminata solo distruzione. Non dico che sia stato giusta la caccia all’uomo che nè è seguita, questo mai. Ma, vi prego, non ricordate solo quello che hanno dovuto subire loro, dimenticandovi ciò che un intero paese ha dovuto subire quell notte. I danni di quella distruzione ancora solo lì evidenti, vetrine ed insegne mai riparate, carcasse di macchine bruciate.

    • Amisnet said:

      Dal nostro punto di vista la sollevazione di Rosarno è stata una rivolta contro le condizioni di semi-schiavitù in cui migliaia di giovani migranti erano (e nella maggior parte dei casi sono ancora!) costretti a vivere e lavorare. Come accade in occasione di ogni rivolta, quanti nel gennaio 2010 a Rosarno, hanno rotto il silenzio e deciso di non accettare con passività soprusi, violenze, aggressioni con armi da fuoco, fame e freddo. Non si sono preoccupati di essere politicamente corretti, e neanche equilibrati e razionali. I migranti di Rosarno hanno dato sfogo alla rabbia giustamente accumulata durante anni di angherie: ne hanno fatto le spese in prima persona tanti cittadini di Rosarno, alcuni coinvolti e in parte colpevoli delle condizioni dei migranti, altri senz’altro no. Ma questo non ci pare interessante a distanza di quattro anni dai fatti. Quello che per noi della redazione di AMISnet davvero importa è il fatto che a tutt’oggi poco o nulla sia cambiato nelle tante Rosarno d’Italia, dalla Calabria, alla Campania, passando per la Puglia fino ad arrivare nell’industrializzato e progredito Piemonte. Al contrario, i governi che da allora si sono succeduti hanno approvato nuove e ridicole leggi vessatorie (vedi il reato di immigrazione clandestina) e al di là dei proclami e delle lacrime ad uso e consumo delle telecamere che ad ogni naufragio ci propinano i telegiornali, si sono resi in sempre maggior misura responsabili degli eccidi in mare che si moltiplicano a non finire. Esperienze come quella che riportiamo nella puntata di Terranave, hanno la potenza di raccontare come persone cui il nostro paese ha negato i più elementari diritti e basilari riconoscimenti fino a metterne in discussione la stessa vita, abbiano trovato la forza di unirsi e costruire alternative, indicando possibili traiettorie di affrancamento per tanti altri giovani migranti, altrimenti condannati dallo Stato Italiano a lavorare per mantenere in piedi economie criminali.

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