Non è un indulto!

Il nuovo anno si apre nel segno degli ottimistici proclami del governo italiano in quanto alle previsioni di crescita e uscita dalla recessione. Tuttavia, a ben vedere le proiezioni dell’esecutivo ipotizzano una situazione pressoché stazionaria per l’anno appena iniziato, rimandando al prossimo la possibile ripresa.

Tra gli strumenti messi a punto per mettere ordine nel sistema finanziario e bancario spicca l’unione bancaria, trionfalmente varata  nelle ultime settimane del 2013. Nell’intenzione dei governi dell’Unione la misura dovrebbe contenere i rischi per i singoli stati in caso di fallimento di un istituto di credito, costituendo un paracadute comune. “E’ una misura indispensabile e poteva essere fatta prima e  meglio – commenta Andrea Baranes della Fondazione Culturale Banca Etica – così com’è c’è il rischio che il fallimento delle banche ricada interamente sui cittadini, situazione non dissimile dall’attuale”. Dettagli a parte il problema sta nel fatto che si tratta di una misura isolata che non si inserisce in un processo organico di riforma e regolamentazione. “Basti pensare che a sei anni dall’esplosione della bolla dei subprime le autorità europee hanno annunciato l’apertura di una commissione che studi il sistema bancario ombra – sottolinea Baranes – che è tra i principali responsabili della crisi. Contro una finanza che si muove in millesimi di secondo i governi sembrano paralizzati”.

Fa parlare di sè la bozza di legge licenziata dall’esecutivo spagnolo guidato dal conservatore Mariano Rajoy in materia di ordine pubblico e diritto a manifestare. La nuova ley de seguridad ciudadana renderà più difficile e costoso convocare appuntamenti di piazza e rischia di sommergere di multe collettivi e organizzazioni. “Bisogna comprendere che questa legge va di pari passo con la riforma del codice penale – spiega Pablo Elorduy, giornalista del settimanale Diagonal – alcuni reati vengono derubricati a sanzione amministrativa e comminati automaticamente”. Uno degli aspetti più controversi della legge sta proprio nel potere fornito agli organi di polizia nello stabilire univocamente le sanzioni, senza il bisogno di un passaggio in aula di tribunale. “La cosa più grave è la discrezionalità che si da alla polizia – commenta Elroduy – che oltre alle forme repressive, violente e illegali che è solita utilizzare, oggi avrà questo strumento in più che aumenta di gran lunga la sua capacità di azione e impunità”. Insultare un agente o filmarlo durante il proprio operato entro poche settimane potrà costare molto caro, come anche convocare un corteo che poi dovesse uscire dal percorso stabilito e autorizzato. “La rapidità con cui il governo sta portando a termine la legge non ci spaventa – conclude Elorduy – ci opporremo a questa legge e la disobbediremo se venisse approvata.” La prospettiva più probabile è un ricorso presso la Corte Suprema, per presunta incostituzionalità del provvedimento. Procedura che richiederà qualche anno di dibattimento, nel frattempo la piazza spagnola dovrà fare i conti con quella che prima ancora di essere approvata è stata definita legge bavaglio.

Se in Spagna si discute di riforma del codice penale, non altrettanto avviene in Italia, dove il testo base risale addirittura al 1933, in pieno regime fascista. Intanto le carceri esplodono con 62.000 detenuti a fronte di una capienza ufficiale di 43.000. La Corte Europea ha condannato il nostro paese, che ha tempo fino a maggio per rientrare dalla situazione di “tortura oggettiva” in cui vivono i suoi detenuti. Nei primi giorni del 2014 già 2 detenuti si sono tolti la vita, ma questo non basta a intraprendere una seria riforma del sistema penale e penitenziario. A fine anno il governo Letta ha varato un pacchetto di misure con l’obiettivo di sfoltire la popolazione carceraria: “non si tratta di un indulto”, si è premurata di specificare il ministro Cancellieri. “Alcune cose sono anche giuste – commenta Vittorio Antonini, dell’Associazione Papillon Rebibbia – ma non affrontano il problema in maniera strutturale, con un indulto che dia il tempo alle strutture penitenziarie e giudiziarie di assorbire una riforma complessiva”. Nelle carceri italiane ben 22.000 dei 62.000 detenuti sono dentro per reati legati al consumo di sostanze o a quello che viene definito piccolo spaccio; leggi come la Fini-Giovanardi o la Bossi-Fini e relativi aggiornamenti (vedi l’introduzione del reato di immigrazione clandestina) sono tra i principali responsabili dell’intasamento del sistema penitenziario. Intanto maggio si avvicina e l’Italia rischia di pagare pesanti sanzioni in sede europea. “Con questi provvedimenti provano a dimostrare buona volontà e ad ottenere una proroga – conclude Antonini – cosa che noi speriamo non avvenga, perchè è ora di rimettere mano in forma strutturale alla questione carceraria”.

In chiusura di trasmissione Re:Common Stories, la rubrica settimanale a cura dell’Associazione Re:Common

Ospiti della trasmissione:

-Pablo Elorduy, giornalista del settimanale Diagonal
-Andrea Baranes della Fondazione Culturale Banca Etica
-Vittorio Antonini, dell’Associazione Papillon Rebibbia

L’Alchimista
Un programma a cura di Ciro Colonna. In redazione: Ciro Colonna e Marco Stefanelli.

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