Siria: Morire di fame a Moaddamia

Qusay Zakarya vive a Moaddamia, un sobborgo di Damasco assediato da oltre un anno dalle forze di Asad.  In sciopero della fame da giorni, Zakarya denuncia ad alta voce la dura repressione del regime attuata nei suoi territori.

 

Ho iniziato uno sciopero della fame per cercare di rompere l’assedio di Moaddamia, sobborgo di Damasco, oltre alle altre città e villaggi siriani che sono nella stessa situazione a causa della folle tattica basata sull’ affamare la popolazione messa in campo da qualche mese dal regime. Ormai nella maggior parte delle aree assediate il cibo manca completamente o quasi, solo a Moaddamia sono già morte  di fame 11 persone tra donne e bambini, un altra decina sono morte in altre zone della Siria a causa di questo assedio mostruoso e fascista imposto dalle forze di Bashar al Asad.  In queste zone viene impedito l’accesso a quaunque tipo di aiuti. Il mio sciopero vuole essere un arma civile e non violenta con cui cerco di accendere i riflettori sull’ ignobile utilizzo della fame come arma di guerra, un arma più ignobile di quella chimica. Sui check point del regime sono apparsi cartelli con scritto: “Inginocchiatevi o morite di fame” (in arabo fa rima n.d.t.). Il mondo deve conoscere questi fatti inaccettabili, che non possono succedere nel 21° secolo, non siamo più nel medioevo. Qui noi moriamo mentre il cibo, l’acqua e le medicine sono a cinque minuti da noi dietro i check point di Bashar al Asad, devono saperlo tutti. Mi auguro che le persone di buona volontà in tutto il mondo ci siano vicini e facciano proprie le nostre voci per far pressione sui loro governi perchè intervengano subito su Bashar al Asad per far entrare i convogli di aiuti. Quando i sobborghi di Moaddamia e della Ghouta Orientale sono stati attaccati con armi chimiche,  il 21 Agosto, le Nazioni Unite ed i paesi europei hanno costretto il regime a far entrare una missione investigativa nonostante Asad sapesse che la missione avrebbe raccolto prove dell’accaduto. La differenza tra quel che avviene ora e quello che è sucesso con le armi chimiche è nell’attenzione dei paesi occidentali, che si sono interessati di quelle armi più che del destino di milioni di civili siriani. In tal modo hanno dimostrato che a guidare le loro azioni non è certo lo spirito umanitario, ma i loro interessi e la loro agenda e quindi non esitano a contraddirsi ed a smentire tutti i loro slogan sui diritti dell’uomo o la democrazia.

E’ evidente che l’uso della fame come arma non può mai essere giustificato, ma ci può spiegare chi è colpito da questa pratica, sono forse guerriglieri o terroristi quelli rinchiusi nelle 11 aree assediate del paese?

Quella di affamare un nemico è una tattica militare sperimentata. Già durante la prima guerra mondiale alcuni stati hanno assediato le città che non riuscivano a controllare lasciando una sola via d’uscita e chiamandola “corridoio umanitario” mentre nei fatti si trattava e si tratta di un modo per imporre la fuga alla popolazione. Il regime siriano, con l’aiuto della Russia, sta usando questa arma sporca che colpisce in maniera principale i civili. Colpisce le donne, i bambini, gli anziani ed anche tutta quella parte della popolazione che rifiuta ogni coinvolgimento militare. I combattenti dell’esercito libero hanno la forza fisica e la volontà per resistere più degli altri all’assedio e continuare a combattere. Del resto il loro impegno gli impone di rischiare quotidianamente la vita, la loro scelta di difendere la popolazione dall’esercito del regime, dagli Hizbullah libanesi e dalle milizie iraqene è di per sè una accettazione del rischio di morire. Quindi ad essere colpiti sono sopratutto i civili che hanno l’unica colpa di aver detto no al regime di Asad.

A confermare l’uso della fame come arma di guerra ci sono anche le notizie di attacchi sistematici ed incendi ai terreni agricoli delle aree fuori dal controllo del regime, ci può confermare queste notizie?

Sì, il regime sta bruciando i campi e sradicando gli alberi, sta attaccando i depositi di grano e di sementi, qualunque fonte di cibo che si trovi nelle aree liberate è presa particolarmente di mira, in maniera scientifica. Qui a Moaddamia la principale risorsa che ci è rimasta sono gli uliveti, mangiamo anche le foglie degli alberi oltre alle erbe spontanee come la valeriana e la menta. I campi e gli uliveti sono attaccati quotidianamente dall’artiglieria della quarta brigata, quella gidata da Maher al Asad (fratello di Bashar n.d.t.), con il chiaro obiettivo di eliminare anche l’ultima speranza di sopravvivere qui, dove siamo sotto assedio ormai da più di un anno. In molte altre aree del paese viene usata la stessa tecnica per massimizzare i danni a carico dei civili, le popolazioni delle zone liberate del paese.

Ci diceva che il regime non consente il passaggio degli aiuti umanitari, quali sono le contromosse dei rivoluzionari?

Ci sono singole persone ed organizzazioni che hanno raccolto aiuti, ma al momento non riusciamo a farli entrare. Stiamo cercando di immagazzinarli in cantine vicino a Moaddamia, nella speranza che i si riesca ad aprire un corridoio con le pressioni internazionali o attraverso una operazione militare come è avvenuto nella Gouta orientale nei giorni scorsi. In tal caso saremo pronti a trasferire una buona quantità di cibo, medicine e gli aiuti necessari per affrontare la stagione invernale. L’inverno è diventato per noi un nuovo nemico he ogni anno cerchiamo di combattere con armi spuntate, visto che non abbiamo elettricità nè combustibili per riscaldarci. Insomma tanti aiuti ci sono già o sono in attesa, ora speriamo che l’opinione pubblica internazionale ci aiuti rilanciando la nostra richiesta di interruzione dell’assedio, prima che attraverso altri aiuti umanitari che non sapremmo come far arrivare lì dove ce ne sarebbe bisogno. Non bisogna parlare del diffondersi della fame in Siria, ma del fatto che il regime ci sta affamando in maniera premeditata. La comunità internazionale deve alzare la voce contro l’uso della fame come arma da parte di Bashar al Asad, cercando di fare ogni tipo di pressione possibile.

Lei si trova a Moaddamia, quindi presumibilmente stava già soffrendo la fame prima di iniziare la sua protesta. Quanto pensa di poter andare avanti con il suo sciopero della fame ed in che caso lo interromperebbe?

Negli ultimi quattro mesi, cioè da quando il cibo è praticamente finito qui a Moaddamia, ho già perso più di 17 chili. Possiamo dire che in realtà sono in uno sciopero della fame forzato già da quattro mesi, la novità è nel fatto che ora lo sto facendo in maniera organizzata e volontaria. Qualcuno deve pur sacrificarsi, provare a fare qualcosa prima che questa tragedia cresca ancora e colpisca tutti. A Moaddamia e nelle zone assediate basta guardarsi intorno per leggere i segni della denutrizione sui corpi ed i volti di tutti gli abitanti, sono evidenti. Qualcuno deve fare qualcosa, deve alzare la voce. Non smetterò di digiunare finchè non vedrò entrare il cibo a Moaddamia e nelle altre zone assediate in tutta la Siria.

 

Intervista e traduzione a cura di Fouad Roueiha

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