L’Alchimista 28: La Turchia brucia, l’Europa sta a guardare

turchiaLa Turchia è scossa da crescenti tumulti, che si intensificano in risposta alla spropositata reazione del governo di Erdogan alla presenza in piazza dei manifestanti. Mentre nelle strade di Ankara e Istambul si lotta metro per metro per conquistare lo spazio fisico della libertà di espressione e di dissenso, il resto del mondo sta a guardare o quasi. I media italiani scoprono indignati che la polizia turca utilizza sostanze chimiche per disperdere i manifestanti, ignorando – o meglio fingendo, vogliamo credere – il sistematico utilizzo di gas proibiti dalla Convenzione di Ginevra (che regola l’utilizzo di armi in guerra, non certo per governare situazioni di piazza in tempo di pace) da parte delle polizie di mezzo mondo, italiana e greca in testa. A parte questi ingenui sussulti, l’Europa sostanzialmente tace di fronte alla brutale violazione di diritti in corso, all’assassinio dei manifestanti, ai rastrellamenti di avvocati in piazza.

“I rapporti tra l’Europa e i paesi a lei confinanti, si vanno ridefinendo dall’inizio delle primavere arabe” – commenta Paolo Martino, documentarista e corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso – “il vecchio continente è in difficoltà e non prende posizione prima che le cose si siano definite meglio”. Sullo sfondo l’infinita trattativa tra Ankara e Bruxelles per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Iniziata negli anni ’60, l’interlocuzione tra la Turchia e l’allora Cee, non ha portato a risultati sostanziali. Dal 2005,  anno di inizio dei negoziati veri e propri ben pochi passi in avanti son stati fatti. “Nel frattempo la Turchia ha rivolto il proprio sguardo ad est, alla Russia e al Medio Oriente” – continua Martino – “con i quali intrattiene floridi rapporti commerciali, anche grazie alla propria posizione geografica e alla morfologia del paese, che ne fanno un canale quasi obbligato per il trasporto di gas e olii combustibili verso l’Europa stessa”. Tanti insomma gli interessi in ballo, e tanti i fili che legano a stretto giro l’UE e la Turchia. A quello energetico se ne è andato aggiungendo nell’ultimo decennio un altro, quello del filtro da opporre ai migranti che tentano di accedere nella blindatissima Europa. “La Turchia ha esercitato questa funzione per opportunità politica e in favore dell’Europa stessa” – commenta ancora Paolo Martino – “ma anche questa cosa va cambiando, scemando l’appetibilità ad entrare in un’Europa in aperta e irrisolta crisi, la Turchia allenta anche le maglie delle proprie frontiere, costringendo l’Europa ad organizzarsi e spostare la frontiera orientale in Grecia”.

Proprio dalla Grecia giungono notizie che hanno dell’incredibile, come la chiusura da un giorno all’altro della compagnia radio televisiva pubblica ERT. Ad annunciarlo il primo ministro Samaras, in diretta televisiva e a poche ore dalla messa in opera della decisione. Decisione che ha scatenato l’immediata reazione dei lavoratori ERT, in un moto di protesta che sembra poter coinvolgere gran parte del paese. “E’ presto per dire se assisteremo a un ritorno alla piazza dei greci” – commenta Babis Agrolabos, giornalista e corrispondente politico per testate radiofoniche e di carta stampata. Piazza che i greci hanno progressivamente disertato dall’estate 2011, quando l’occupazione di Piazza Syntagma e le manifestazioni oceaniche vennero violentemente represse dal governo.
Ad essere per il momento certa è invece la sorte dei 2600 lavoratori Ert, che si vedono immolati all’altare degli accordi tra Atene e Bruxelles per sbloccare gli aiuti europei. La presenza degli ispettori della Troika ad Atene non passa inosservata e il gesto apparentemente sconsiderato del governo Samaras, sembra piuttosto un atto di “buona volontà”, che avvicina la Grecia all’obiettivo di 4000 dipendenti pubblici da licenziare nell’immediato. “Credo che Samaras non si sia reso conto della gravità della chiusura di ERT, e certamente non sia aspettava la reazione dei greci” – commenta Margherita Dean, corrispondente da Atene per Radio Popolare – “voleva giocare il ruolo del moralizzatore, chiudendo quella che ha definito una centrale degli sprechi e del clientelismo”. La risoluzione di Samaras è talmente irricevibile che persino il Pasok e la Sinistra Democratica, alleati della Nea Demokratia al governo, si sfilano e abbandonano le fila dell’esecutivo. I due partiti di centro sinistra sono evidentemente preoccupati del calo di consensi, che li vede nei sondaggi praticamente scomparire. Dalle rilevazioni statistiche il principale partito di governo risulterebbe praticamente alla pari in un testa a testa con la coalizione di partiti di sinistra Syriza. Nonostante i sondaggi quest’ultimo sembrava negli ultimi mesi aver abbandonato la scena politica, e prova ora ad alzare la testa e a catalizzare la protesta a partire dalla chiusura di ERT. “Il rischio che intravedo se si dovesse effettivamente andare a nuove elezioni” – commenta Dean – “è che Nea Demokratia vada al governo con il sostegno di Alba Dorata, mentre Syriza difficilmente troverà alleati nell’arco costituzionale”.

Ospiti della trasmissione:

-Paolo Martino – videomaker, reporter, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso
-Babis Agrolabos – giornalista freelance
-Margherita Dean, corrispondente da Atene per Radio Popolare

L’Alchimista viene trasmesso da:

Radio Citta Fujiko,  il  lunedì alle ore 13.00
Radio Beckwith, il mercoledì alle ore 10.00 e in replica la domenica alle ore 13,30
Radio Flash, il martedì alle ore 20
Radio Kairos, il mercoledì alle ore 15,30 e in replica il sabato alle ore 20.00
Radio Asterisco, il martedi alle ore 11.00 e alle ore 21.00 e il giovedì alle ore 10.00 e alle ore 16.00

In redazione: 
Ciro Colonna, Khaldoun

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