Terranave 30: Trappole di stoffa

People and rescuers gather after an eight-story building housing several garment factories collapsed in Savar, near Dhaka, Bangladesh, Wednesday, April 24, 2013. Dozens were killed and many more are feared trapped in the rubble. (AP Photo/ A.M. Ahad)      Sono passati più di venti giorni dalla tragedia di Rana Plaza, l’impianto tessile crollato nel cuore della capitale bengalese impegnato nella produzione di vestiti destinati al mercato occidentale. Per giorni i soccorritori hanno estratto i corpi dei lavoratori e oggi il bilancio delle vittime ha superato le mille unità. In questa puntata di Terranave partiamo dal resoconto di questo tragico fatto per poi indagare su sistemi di acquisto di vestiti sostenibili e etici. In chiusura Tormentilla sull’aglio.

Una società improntata alla tutela di un’uguale disponibilità di strumenti moderni ed efficaci per l’esercizio delle attività produttive non può esistere se i beni e le risorse su cui poggia l’esercizio di tasli libertà non sono ugualmente ripartiti tra tutti“. Ivan Illich, Disoccupazione creativa

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Il 24 aprile scorso a Dhaka, capitale del Bangladesh, è crollato il Rana Plaza, un palazzo di otto piani al cui interno c’erano cinque industrie tessili. Il numero di persone che erano a lavoro al momento del crollo è ignoto ma quello che si sa è che ad oggi, con le operazioni di salvataggio ancora in corso, il bilancio è di 1.120 vittime e di oltre 2.500 feriti. L’edificio doveva essere di cinque piani ma il proprietario ne aveva aggiunti illegalmente altri tre, oltre ad aver installato macchinari pesanti e generatori su una struttura inadeguata. Il giorno prima del disastro i lavoratori avevano chiesto di controllare delle crepe che si erano create nel palazzo, ma il proprietario aveva sostenuto che l’edificio era sicuro.

Lo sviluppo verticale delle industrie è un’abitudine in Bangladesh. Il recente boom delle esportazioni tessili ha visto il fiorire di circa tremila fabbriche, per un giro di affari di più di diciotto miliardi di dollari e un impiego di circa tre milioni e mezzo di lavoratori. Oggi il paese asiatico il è diventato il secondo maggior produttore di indumenti del mondo dopo la Cina, le fabbriche tessili creano l’80% dei 24 miliardi di dollari delle esportazioni annuali del paese. Al vertiginoso allargamento del settore però non è seguito nessun miglioramento delle condizioni di lavoro, le norme di sicurezza sono inesistenti e i dipendenti lavorano a ritmi massacranti per uno stipendio da fame.

I media, soprattutto quelli italiani, non ne hanno parlato quasi per niente, ma quella che è accaduta al Rana Plaza è forse la più grave tragedia nella storia dell’industria mondiale. Il silenzio della stampa italiana è ancora più inaccettabile se si pensa che cinque dei 28 marchi internazionali che commissionavano vestiti al Rana Plaza sono marchi nostrani. I nomi ormai sono noti: Itd, Pellegrini, De Blasio, Essenza, Benetton. Uno dei pochi mezzi di informazione a occuparsi della vicenda è il sito Comune-info.net, che in questi giorni sta raccogliendo articoli e commenti provenienti da tutto il mondo,. Tra gli approfondimenti ve n’è anche uno di Horace Campbell, dell’Università di Syracuse nello stato di New York, che mette in luce come il crollo dell’edificio in Bangladesh ci riporti al problema dei diritti dei lavoratori in tutte le parti del mondo. Incitati da istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale (IMF) e la Banca Mondiale – spiega Campbell – i governi dei paesi sfruttati del mondo, si sono superati a vicenda per istituire zone di sfruttamento intensificato, le cosiddette Export Processing Zone (EPZ), zone di trasformazione per l’esportazione dove i capitalisti internazionali non devono rispettare le leggi per il lavoro.

La campagna Abiti Puliti sta facendo circolare una petizione, contenente due richieste fondamentali: che tutte le imprese coinvolte si rendano disponibili a contribuire al fondo di risarcimento, e che le stesse imprese firmino il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, un protocollo di intesa redatto da sindacati e associazioni mirato a ristrutturare radicalmente la situazione lavorativa nell’industria tessile. L’11 maggio migliaia di artigiani e piccoli produttori hanno sfilato per le strade delle più grandi città del Bangladesh per mostrare che può esistere un commercio alternativo alla produzione su larga scala delle multinazionali, sostenibile e in grado di valorizzare le risorse locali. Anche in Italia esistono produttori di vestiti che lavorano in modo sostenibile, senza fare ricorso a importazioni e garantendo salari dignitosi ai propri lavoratori.

 

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Ospiti della puntata:

Deborah Lucchetti, Abiti Puliti
Gigi Perinello, Ragioniamo con i piedi

 

In redazione: Lianka Trozzi

Selezione musicale: Francesco Perugini

Terranave è un programma a cura di Marzia Coronati

Proponete la vostra alternativa a radioterranave@gmail.com

 

Terranave è trasmesso da:

Radio Popolare Roma  (Roma, 103.3)  domenica 9,30
Radio Flash (Torino, 97.6)  giovedì 20,00
Radio Kairos (Bologna, 105,85)  sabato 13,00
Radio Città Fujiko (Bologna, 103.1) domenica 13,30
Radio Indygesta (Web Radio)
Radio Onda d’urto (Brescia, cremona, Piacenza, 99.6) mercoledì 13,00
Radio Ciroma (Cosenza, 105,7) martedì 19,30

 

 

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