Bangladesh: morti per la moda

Continuano le operazioni di soccorso al Rana Plaza, Dhaka. Il crollo dell’impianto di produzione tessile bengalese costituisce la più grande tragedia della storia dell’industria. In questi giorni una petizione chiede ai marchi internazionali che si sono serviti della mano d’opera del Rana Plaza di risarcire le vittime e di riorganizzare completamente il lavoro nelle industrie.

 

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Il 24 aprile scorso a Dhaka, capitale del Bangladesh, è crollato un palazzo di otto piani. Al momento del cedimento nell’edificio stavano lavorando circa tremila persone, intente a fabbricare i vestiti di alcuni tra i maggiori marchi internazionali. A distanza di più di due settimane si continuano a recuperare i cadaveri, per ora ne sono stati rinvenuti più di mille. Il Rana Plaza ospitava cinque fabbriche, impilate l’una sopra all’altra. Lo sviluppo verticale delle industrie è un’abitudine in Bangladesh. “Qui non esistono posti di lavoro” ha commentato Deborah Lucchetti, della campagna Abiti Puliti “ma trappole per topi da cui in caso di crolli o incendi è impossibile scappare”. Negli ultimi anni nella nazione asiatica si è verificato un boom delle esportazioni tessili, che ha visto il fiorire di fabbriche più o meno grandi. Oggi gli impianti di produzione sono circa tremila, per un giro di affari di più di diciotto miliardi di dollari e un impiego di circa tre milioni e mezzo di lavoratori, costretti alla semi schiavitù. Secondo i dati raccolti dalla campagna Abiti puliti, lo stipendio medio di un dipendente di una fabbrica tessile bengalese è di 38 dollari al mese, una cifra che non è assolutamente sufficiente per vivere una vita dignitosa, neanche a Dhaka.

In questi giorni la campagna Abiti Puliti sta facendo circolare una petizione in tutto il mondo, contenente due richieste fondamentali: che tutte le imprese coinvolte – tra cui l’italiana Benetton – si rendano disponibili a contribuire al fondo di risarcimento, e che le stesse imprese firmino un protocollo di intesa redatto da sindacati e associazioni mirato a ristrutturare radicalmente la situazione lavorativa nell’industria tessile.”Sino ad oggi molte delle imprese interpellate non hanno risposto” dichiara Deborah Lucchetti “dal lato italiano ad esempio manca l’adesione di Benetton. Crediamo che chi non firma questo protocollo dichiari esplicitamente di voler concorrere a riprodurre situazioni come quella del Rana Plaza”.

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