La Tunisia in piazza per una nuova rivoluzione

tunisie Ennahda dégageTerzo giorno di manifestazioni e di scontri in Tunisia. In mattinata, nella capitale migliaia di persone hanno partecipato ai funerali di Chokri Belaid leader dell’opposizione assassinato mercoledì mattina. Il cimitero di Tunisi, racconta Debora Del Pistoia, era presidiato dall’esercito e dalle forze della polizia, mentre sui tetti degli edifici limitrofi erano ben visibili decine di tiratori delle forze armate. Prima di raggiungere il luogo della cerimonia il corteo funebre ha percorso le strade della città e in più punti la polizia ha reagito sparando lacrimogeni. Diverse macchine sono state bruciate e alcune testimonianze parlano dell’uso da parte della polizia di pallottole vere, che sarebbero state sparate in aria per disperdere la folla. “Tutti pensano si tratti dell’inizio della seconda rivoluzione” racconta Debora Del Pistoia. Mentre a Tunisi i dimostranti si apprestano a spostarsi verso il centro della città, continuano le manifestazioni in numerose altre città della Tunisia, dove migliaia di persone sono scese in piazza e hanno aderito allo sciopero generale indetto per oggi dall’UGTT, il principale sindacato tunisino. A Gafsa decine di persone sono state ricoverate all’ospedale per le ferite riportate durante le manifestazioni di ieri e di oggi. “Qui a Gafsa” racconta Fahem Boukaddous, giornalista finito in carcere ai tempi di Ben Alì e coordinatore del Centre de Tunis pour la Liberté de Presse “E’ la più grande manifestazione qui a Gafsa dall’inizio della rivoluzione tunisina” spiega Boukaddous ai nostri microfoni. E prosegue:

“La strategia della polizia è stata di una reazione frontale e spropositata. In questi 2 giorni hanno usato un’enorme quantità di gas lacrimogeni qui a Gafsa. Sono entrati nei locali dell’UGTT, il sindacato tunisino, e hanno aggredito diverse persone . Ieri e oggi diversi giornalisti sono stati aggrediti dalla polizia e decine di persone sono state ricoverate in ospedale per intossicazione da lacrimogeni. Su internet è circolata la notizia di una persona uccisa, ma non è stata confermata e per ora non risultano ci siano casi particolarmente gravi. Quello che chiediamo a gran voce sono le dimissioni del ministro dell’interno, responsabile della situazione attuale e di non essere riuscito a trasformare la polizia del regime di Ben Alì in una polizia repubblicana

 D. Nel 2010 quando è scoppiata la rivolta che ha portato alla caduta di Ben Alì, lei si trovava in prigione a causa dell’impegno e del lavoro di informazione svolto sotto il regime. Oggi la gente è nuovamente in piazza per reclamare la caduta di quello che viene chiamato un nuovo regime. Quanto le manifestazioni di questi giorni si pongono in continuità con le rivolte del 2011?

Io sono sempre stato ottimista sul futuro della Tunisia, sulla capacità dei cittadini di difendere la dignità, l’eguaglianza sociale e la libertà. Sono già diversi mesi che qui si organizzano manifestazioni quotidiane contro il governo. Ora, dopo lo shock dell’uccisione di Belaid, non sono solo i cittadini di Gafsa ma milioni di persone in tutta la Tunisia sono in scese in strada. E non è solo per condannare l’assassinio, ma per chiedere una nuova rivoluzione. Per la gente non è cambiato nulla dal 2011 a oggi. Quello che si chiede è di cambiare rotta, di modificare radicalmente la politica sociale ed economica del governo. Per questo è un movimento che è in assoluta continuità con quello del 2010-2011. Oggi si reclama la caduta del governo come si è fatto con Ben Alì e del resto anche molti militanti di Ennahda sono convinti del fallimento dei vertici del partito. Sono sicuro che queste manifestazioni continueranno fino alla creazione di un vero governo democratico.

 D. Rispetto al 2011 c’è sicuramente un elemento che è cambiato: quello dei media. Sotto Ben Alì molti siti internet erano oscurati, non esistevano testate, radio o televisioni indipendenti e per i giornalisti che, come nel tuo caso, decidevano di strappare il velo della censura, c’era il carcere. Oggi, nonostante le difficoltà, esistono nuovi media indipendenti e locali, e molti blog che informano in tempo reale..

Sotto la dittatura i media non hanno potuto giocare un ruolo importante. A partire dal 2011 sono nati però centinaia di nuovi media e di giovani giornalisti che oggi, penso, hanno veramente la possibilità di cambiare le cose. Il regime lo sa e ha paura. Con il Centro per la libertà di stampa in Tunisia monitoriamo costantemente le violazioni contro i giornalisti e abbiamo registrato solo a gennaio una cinquantina di aggressioni da parte di gruppi estremisti o della polizia. Il governo sa che l’esito della rivoluzione è legato alla possibilità che avranno i giornalisti di dare un’informazione chiara e netta. Nonostante gli ostacoli oggi è possibile informare, svolgerei inchieste ed evidenziare il fallimento del movimento Ennahda al governo.

 D. Non ci sono solo le violenze della polizia ma anche quelle dei gruppi estremisti che soprattutto in quest’ultimo anno non hanno mai smesso di minacciare o aggredire fisicamente oppositori e laici. Diverse persone in Tunisia hanno evocato il rischio di uno scontro tra settori della società, in modo simile a quanto accaduto in passato in Algeria.

 Se sotto Ben Alì, attivisti, militanti e giornalisti venivano attaccati dalla polizia politica, dopo il 2011 sono comparse nuove forme di aggressioni. Sono nati i movimenti estremisti sia salafiti che più legati al Ennahda e sono loro i principali autori delle violenze. Si tratta però di gruppi minoritari, che non saranno mai in grado di fermare il desiderio e il movimento verso una Tunisia realmente democratica e indipendente. L’opinione pubblica tunisina sa che questi gruppi non riusciranno mai ad andare fino in fondo. Soprattutto dopo l’assassinio di Belaid credo che siamo arrivati alla fine di questi tentativi di minare il processo della rivoluzione tunisina.

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