Passpartù 08: straniero a chi?

Il 20 novembre, giornata mondiale per l’infanzia, la Camera dei Deputati ha approvato una mozione che impegna il governo sulla cittadinanza ai figli di migranti nati in Italia. Un voto che ha incontrato il favore della stragrande maggioranza dei deputati, fatta eccezione per i leghisti, e per la prima volta su questa tema anche di tutto il gruppo PDL. Si tratta dell’ultimo capitolo di un dibattito politico che va avanti a fasi alterne ma su cui c’è stata una accelerazione, almeno a parole, a partire dal sollecito del Presidente Napolitano che giusto un anno fa definiva “folle” il fatto che i nati in Italia non siano automaticamente italiani. Fuori dal parlamento il problema suscita forti reazioni nei movimenti di estrema destra, con Forza Nuova che è arrivata ad interrompere la cerimonia di conferimento di 603 cittadinanze onorarie a bambini figli di migranti che era in corso a Pontedera, in provincia di Pisa. Critico rispetto all’urgenza di una riforma della legge sulla cittadinanza è anche Beppe Grillo, che vede in questo dibattito un diversivo dai problemi reali del paese, ma ampi settori del suo M5S non condividono le posizioni del loro leader. Sull’altro fronte della società civile è schierato un cartello di 22 tra associazioni, organizzazioni di settore, sindacati e partiti riuniti sotto l’ombrello della campagna “L’Italia sono anch’io” che vorrebbe promuovere 2 leggi di iniziativa popolare, una riguardo al diritto di voto alle elezioni amministrative per i migranti e la cittadinanza per i loro figli nati in Italia.

L’attuale normativa sulla cittadinanza, la legge 91 del 1992, si basa essenzialmente sullo “ius sanguinis”, prevede cioè che sia considerato italiano chi è figlio di cittadini italiani. I figli di migranti, anche se nati in Italia, non hanno diritto automaticamente alla cittadinanza ma fino ai 18 anni dovranno appoggiarsi sul permesso di soggiorno dei genitori per poi avviare una propria richiesta di naturalizzazione oppure richiedere il permesso di soggiorno, ammesso che abbiano i requisiti per averne uno in base alla restrittiva legge Bossi-Fini. Rischiano cioè di essere espulsi verso paesi che potrebbero anche non aver mai visto né conosciuto, nonostante siano cresciuti in Italia ed abbiano studiato nelle nostre scuole e che quindi siano parte del nostro tessuto sociale. Una condizione assolutamente particolare quella delle “seconde generazioni”, ragazzi che non sono né migranti ne italiani, che devono fare la fila davanti ad una questura per chiedere il permesso di vivere in quella che considerano casa propria e cui è precluso l’accesso a tanti concorsi pubblici che hanno la cittadinanza tra i requisiti, giusto per fare alcuni esempi concreti.

Il clima in Parlamento e nel Paese sembra essere favorevole ad una riforma, tuttavia i tentativi di cambiare la legge 91 del ’92 sono stati tanti ma questo non le ha impedito di compiere 20 anni praticamente immutata “Mi sento di rassicurare gli attivisti di Forza Nuova che hanno fatto l’irruzione di Pontedera: la legge sulla cittadinanza si è dimostrata resistente ad ogni tentativo di riforma” ha detto ai nostri microfoni Mohamed Abdulla, attivista della Rete G2, “negli anni abbiamo sentito tante promesse, belle parole, ma la politica non è fatta di proclama, aspettiamo di vedere azioni conseguenti”

 

Ospiti della puntata:

Per approfondire:

In redazione: Laura Lucarelli, Marco Stefanelli, Khaldoun, Ciro Colonna . Seguici su

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