Passpartù 03: la cittadinanza contro i C.I.E.

Dopo la denuncia di Medici per i Diritti Umani (MEDU) e la presa di posizione del sindaco è stata annunciata la chiusura del centro di identificazione ed espulsione (C.I.E.) di Lamezia Terme. Con ogni probabilità il centro, in cui già oggi rimangono solo 4 persone a fronte di 15 addetti dell’ente  gestore e 15 uomini delle forze dell’ordine, chiuderà entro la fine di ottobre. Dentro il C.I.E di Lamezia la delegazione di MEDU avevava constatato una situazione in cui gli “ospiti” vivevano da detenuti ma senza le pur minime garanzie delle carceri. A Lamezia, aveva denunciato MEDU,  l’accesso alle cure è scarsissimo; non è possibile avere contatto con l’esterno e le misure di sicurezza adottate sono lesive della dignità (come la gabbia al centro del cortile in cui bisognava entrare per potersi far la barba sotto gli occhi di tutti, per “evitare atti di autolesionismo”) . Esemplare, in negativo, il caso del migrante che aveva subito un operazione per l’innesto di una protesi all’anca e, non potendo svolgere fisioterapia, si arrangiava facendo esercizi con una bottiglia d’acqua legata al piede. Quella di Lamezia Terme però non  è un’eccezione. I C.I.E. continuano ad essere dei “non luoghi”, strutture dove i migranti, sprovvisti di documenti, possono essere reclusi fino a 18 mesi in attesa di essere identificati e conseguentemente espulsi verso i loro paesi d’origine (anche se in realtà oltre il 50%  delle persone trattenute non vengono poi espulse). Le strutture sono da una parte inadeguate a garantire il minimo rispetto dei diritti umani, dall’ altra incapaci di assolvere il compito che è loro assegnato, dimostrandosi punto dolente di una fallimentare politica di gestione delle migrazioni. Carceri per innocenti, in cui l’80% delle persone arriva dal carcere ordinario, quasi fosse un supplemento di pena per quei detenuti che magari hanno già scontato mesi o anni di detenzione senza che lo Stato si preoccupasse di identificarli, per poi  nuovamente recluderli in attesa di identificazione. Tuttavia le amministrazioni locali possono e devono controllare le condizioni di vita nei centri: su questo assunto si basa l’iniziativa di una associazione composta da giuristi e semplici cittadini di Bari che hanno avviato una class action procedurale. Si sono cioè rivolti al tribunale in vece del comune (che in un primo momento non aveva risposto ai loro appelli) per chiedere la verifica del rispetto degli standard minimi di vivibilità nel C.I.E. di Bari. Successivamente all’ispezione disposta dal giudice hanno constatato che tali standard non erano rispettati e che la struttura è de facto un carcere extragiudiziario e come tale illegale, chiedendone quindi la chiusura. Si tratta di una iniziativa senza precedenti, che ha indotto il comune di Bari e la regione Puglia a sostenere l’iniziativa dell’associazione contro il Ministero degli Interni, che invece sostiene che il C.I.E. sia una struttura d’accoglienza. La procedura è ancora in corso, ma potrebbe diventare un modello per le altre comunità locali che vogliano sopperire alle carenze della legge nazionale e all’immobilismo delle istituzioni locali attivandosi direttamente, recapitando un “decreto d’espulsione” dal loro territorio ai C.I.E.

Ospiti della puntata:

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In redazione: Laura Lucarelli, Marco Stefanelli, Khaldoun . Seguici su 

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