Saluzzo, il Piemonte e il “modello Rosarno”

Le immagini delle condizioni di vita cui son costretti i braccianti agricoli stagionali nel sud del nostro paese hanno fatto il giro del mondo, senza d’altra parte che questo portasse ad alcuna modifica sostanziale della situazione. Meno noto è invece il fatto che quanto accade a Rosarno o a Castel Volturno – solo per citare due località divenute emblema dello sfruttamento del lavoro migrante in agricoltura – è in realtà riprodotto in termini molto simili su tutto il territorio nazionale.

Il caso di Saluzzo, piccolo comune in provincia di Cuneo, può essere utile a chiarire l’equivoco. “Al termine di una stagione affrontata con soluzioni temporanee e di ripiego”, racconta Antonello Mangano di Terrelibere, “le tende prestate da privati, ma anche dalla croce rossa e dagli alpini, sono state recuperate dai proprietari, lasciando senza alcun riparo i migranti ancora impegnati nella raccolta dei kiwi.” “In generale”, continua Mangano, “la gestione da parte delle forze di polizia è stata orientata a rendere invisibili queste persone e le condizioni in cui sono costrette a vivere”.

Anche dal punto di vista contrattuale, per quanto non si siano riscontrate situazioni di prevaricazione estrema assimilabili alla quanto accade nel sud Italia, si registrano abitudini nefaste. “Sempre più diffusa è la pratica di attivare un contratto di lavoro che però non risponde neanche lontanamente alla durata effettiva della prestazione erogata”, sottolinea Mangano, che aggiunge che “questo dipende da come è organizzata la filiera produttiva in agricoltura”.

A tutt’oggi più di cento lavoratori africani, “regolarmente impiegati” nelle campagne del comune di Saluzzo, affrontano le fredde notti prealpine senza alcun riparo. Nel silenzio generale.

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