Tunisia: il ritorno di censura e persecuzioni

Il 4 luglio l’INRIC, organo creato in Tunisia dopo la rivoluzione con lo scopo di riformare le leggi sui media, si è auto sciolto. “La situazione dei media” ha spiegato il presidente dell’organo Kamel Labidi “è grave. Il governo del partito Al Nahda” ha precisato “ricorre a strumenti di censura e disinformazione e ha ignorato i rapporti in cui abbiamo chiesto di porre rimedio alla sistematica distruzione dei media”. In esilio volontario durante il regime di Ben Alì, Kamel Labidi è una delle voci più autorevoli, ma non l’unica, ad essersi esposta per denunciare il ritorno della censura in Tunisia e i tentativi di soffocare i nuovi media nati con la rivoluzione. A partire dallo scorso dicembre, a seguito della vittoria del partito islamico El Nahda, nel paese si sono moltiplicate le persecuzioni giudiziare a danno di giornalisti e blogger e contemporaneamente sono aumentati gli attacchi degli estremisti islamici. Negli ultimi mesi si stima una media di 60 attacchi al mese contro giornalisti o blogger, spiega Virginie Jouan, presidente del Tunisian Monitor Group dell’IFEX, una rete di associazioni internazionali a difesa della libertà di stampa. Aggressioni, insulti e pestaggi molto spesso perpetrati da gruppi riconducibili ai salafiti, in nome dell’Islam e nel totale silenzio delle autorità, che non hanno invece esitato a intervenire in altri casi in cui era in gioco la libertà di espressione. E’ accaduto a Jabeur Mejri, blogger arrestato e condannato a 7 anni e mezzo di carcere per aver pubblicato su facebook alcune vignette su Maometto. E’ accaduto anche a Ghazi El-Beji fuggito in Europa per evitare una condanna (sempre a 7 anni e mezzo) per aver offeso la “decenza pubblica”. Le autorità, come si legge nel recente rapporto del Tunisian Monitoring Group, hanno rispolverato le vecchie norme care al regime di Ben Alì per imbavagliare la stampa. Tra questi alcuni articoli del codice penale e il codice della stampa, che avrebbero dovuto essere soppressi a seguito dell’approvazione nel 2011 di 2 nuovi decreti, il 115 e il 116, varati dal governo transitorio e mai applicati dall’attuale esecutivo, come spiega Virginie Jouan

“La caduta di Ben Alì ha generato molte speranze e attese sulla libertà di informazione. A partire dal gennaio 2011 ci sono state iniziative importanti : è nata un’istituzione per la riforma dei media, sono stati adottati i decreti legge 115 e 116 per la protezione dei giornalisti e la regolazione del settore audiovisivo. Questi miglioramenti si sono però bloccati alla fine del 2011. Il nuovo governo dovrebbe applicare i 2 nuovi decreti sui media ma non lo fa. Al contrario assistiamo ad una serie di processi in cui per accusare i giornalisti si rispolverano le norme care al regime di Ben Alì e contenute nel codice penale e nel codice del 1975 sulla stampa. La situazione è molto preoccupante.

Lo scorso 28 marzo il blogger tunisino Jabeur Mejri è stato condannato a 7 anni e mezzo di carcere. Lo stesso giorno un altro blogger è stato condannato per aver offeso la decenza pubblica. E poi ci sono i processi intentati ai danni di direttori di giornali e tv. Stiamo tornando ai livelli di censura e controllo del regime di Ben Alì?

La situazione è preoccupante. C’è stato il processo e  la multa contro il direttore di Nessma TV condannato per aver programmato il film di animazione Persepolis; la condanna al direttore del quotidiano Attounissia per la pubblicazione della foto di un calciatore tunisino in compagnia della sua ragazza svestita; gli attacchi e i tentativi di avviare un processo contro un’esposizione d’arte in cui si prendevano in giro i salafiti. E poi il governo ha anche evocato la possibilità di una legge contro quelli che vengono definiti “gli attentati alla sfera sacra”. Oramai il clima è tale che certi argomenti non possono essere più trattati o se lo sono bisogna agire con estrema prudenza.

La caduta del regime di Ben Alì ha permesso però a diversi nuovi media di nascere e tra queste alcune radio indipendenti. Che ruolo hanno oggi nel panorama dei media?

I nuovi media e soprattutto le radio nate a livello locale sono molto importanti. L’informazione non può più essere centralizzata come lo era ai tempi di Ben Alì. Le nuove voci sono esenziali e hanno già contribuito a rendere più dinamico il panorama dell’informazione. Ma per sostenerle c’è bisogno di leggi e regole adeguate. Non basta l’applicazione dei decreti 115 e 116 c’è bisogno di una nuova legge sull’audiovisivo regionale e locale. Le radio locali oggi dovrebbero pagare le stesse tariffe delle radio commerciali ed è inaccettabile.

Negli ultimi mesi il governo ha imposto il cambio ai vertici di diversi media pubblici nazionali e regionali. Crede che l’obiettivo del partito al potere del Nahda sia quello di controllare completamente il settore dell’informazione?

Sì, ci sono stati diversi casi dall’inizio dell’anno a cominciare dalla nomina dei direttori e dei capi redattori delle televisioni pubbliche. Recemntemente c’è stata la nomina unilaterale dei direttori di 9 radio regionali. Se il decreto 116 fosse stato applicato, queste nomine non sarebbero state possibili perché avrebbero dovuto essere fatte da un organo indipendente, in modo trasparente e sulla base delle competenze dei candidati. Una volta ancora la non applicazione di questi decreti permette questo tipo di abusi da parte del governo.

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