Dispersi tunisini: Una svolta nella ricerca

    Cinque delle oltre duecento persone scomparse nella primavera del 2011 durante l’attraversamento del Canale di Sicilia sono arrivate in Italia. Lo ha dichiarato il sottosegretario di Stato Saverio Ruperto. Ma la Tunisia nega.

 

La storia ha trovato largo spazio nelle trasmissioni di Amisnet, che più volte se ne è occupata. E’ la vicenda di oltre duecento famiglie, che da più di un anno cercano i loro cari, partiti alla volta dell’Italia dalle coste tunisine e scomparsi nel nulla. Le istituzioni italiane e tunisine non hanno mai dato una risposta a queste persone, che si sono costituite in comitato e da sole hanno portato e continuano a portare avanti le ricerche. A settembre 2011 la richiesta: si faccia un confronto tra le impronte dei dispersi e quelle registrate nei centri per migranti in Italia per vedere se queste persone, per lo più ragazzi, siano veramente arrivate nel nostro Paese. Dopo mesi di silenzio, le prime risposte informali, voci di corridoio che si contraddicono e che cambiano ogni settimana, gettando sempre più nella disperazione i familiari.

Il 12 luglio però una svolta epocale: il sottosegretario di Stato Saverio Ruperto interviene alla Camera dei deputati per rispondere a un’interrogazione presentata dagli onorevoli Turco e Bressa: cinque delle 226 impronte oggetto di indagine sono state censite dall’Italia nel corso del 2011 (clicca qui per leggere il suo intervento). La Tunisia però non conferma questo dato. Il giorno prima della dichiarazione di Ruperto, l’11 luglio a Tunisi una delegazione dei familiari, accompagnata dal collettivo Le 2511 (sin dall’inizio di questa vicenda a fianco alle famiglie), ha incontrato il segretario generale del governo tunisino Houccine Jaziri, secondo il quale nessuno dei dispersi sarebbe arrivato in Italia. Allora qual’è la verità? I parenti si trovano ancora una volta con un pugno di mosche in mano, ma le indagini sembrano però aver preso una svolta. Il fascicolo sulla scomparsa dei tunisini è stato assegnato alla Procura romana, aspettiamo i risultati.

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