Occupiamoci di ciò che è nostro

Rivolta culturale e occupazioni di nuova generazione

Cosa accomuna un tecnico di palco con vent’anni di esperienza, una giovane attrice e un cittadino che non vede di buon occhio l’istallazione di una sala da gioco multimediale nel proprio quartiere? Da poco più di un anno a questa parte – questa è la storia che vogliamo raccontare – il fatto che hanno deciso di occupare degli spazi, pubblici o privati che siano, che in qualche modo abbiano a che vedere con la produzione o la fruizione di cultura. Dal Cinema Palazzo, situato nello storico quartiere di San Lorenzo a Roma, passando per il teatro Valle e fino ad arrivare all’esperienza milanese di Macao, pare che occupare spazi culturali sia una delle ultime frontiere nel campo dell’attivismo sociale e dell’impegno civico.
Sono molteplici le rivendicazioni, come pure è sfaccettata la composizione umana che anima questi percorsi. Se da un lato molte di queste esperienze ricevono impulso da parte di lavoratori dello spettacolo e dell’arte – che reclamano diritti, reddito, trasparenza nell’assegnazione dei finanziamenti – dall’altro è innegabile che queste situazioni siano in grado di catalizzare e convogliare energie diffuse sui territori, e che poco hanno a che vedere in forma diretta con il mondo della cultura.
I modelli organizzativi, le sperimentazioni e contaminazioni che fino ad oggi sono state prodotte in questo ambito, parlano in realtà di un bisogno diffuso di democrazia e di costruzione di un nuovo spazio politico e pubblico, una nuova agorà, che possa restituire parola e azione ai cittadini.
Difficile fare previsioni su cosa questi percorsi possano generare. Allo stato esistono occupazioni di spazi che si richiamano a questa nascente rete in ben sei città del paese. Quel che è certo è che  la tensione ideale e l’orizzonte di queste esperienze non si limita a occupare o liberare spazi (come gli stessi occupanti preferiscono dire). Ne sono un valido esempio gli occupanti del Teatro Valle di Roma, che stanno tentando di costituirsi in fondazione tramite un sistema di azionariato popolare e diffuso, con la finalità di costruire un nuovo modello di gestione che modifichi le normative e restituisca a modalità condivise e il più ampie possibile, la decisione sulla produzione e fruizione del teatro.
Per tutti questi motivi si comincia a parlare di occupazioni di nuova generazione, per distinguerle da quelle che negli anni ’90 hanno dato vita a decine di centri sociali sul territorio nazionale. Ciò cui stiamo assistendo oggi, più che all’azione di attivisti che reclamano spazi sociali, sembra essere il grido disperato di un paese che reclama il proprio spazio pubblico di intervento sulla politica, il diritto collettivo di dire la propria sulla res pubblica, la necessità di ripensare gli equilibri e le forme della decisione.

 

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