Passpartù 35: In pasto ai leoni

In occasione della settimana dedicata ai rifugiati di tutto il mondo, andiamo in Libia, il Paese da cui proviene la maggior parte dei richiedenti asilo che arrivano in Italia. Con la fine del regime di Gheddafi le condizioni di vita dei migranti non sono cambiate, anzi, i circa sessanta centri di dentenzione esistenti sono sempre pieni e le violazioni dei diritti fondamentali sono all’ordine del giorno. Nonostante tutto, l’Italia sigla accordi con il governo libico, al fine di contrastare l’immigrazione clandestina e limitare gli arrivi sul nostro territorio.

 

Mahamed è partito dall’Eritrea nel 2005 ed è arrivato a Lampedusa a settembre del 2008. Il suo lungo viaggio attraverso il Sudan e la Libia sembra il copione di un thriller mozzafiato. Trafficanti di uomini, pirati del deserto, soldati e poliziotti corrotti, trasferte in Land Cruiser stipati come verdure e spostamenti nelle città camuffati da turisti. Oggi Mahamed vive a Roma, in un centro di accoglienza, ha ottenuto una protezione sussidiaria che ogni tre anni deve rinnovare, parla perfettamente la lingua italiana e lavora come mediatore culturale presso una struttura per migranti della capitale. Quando lo abbiamo incontrato, qualche giorno fa,  ci ha raccontato la storia di suo fratello, che dopo cinque anni dalla partenza di Mahamed ha deciso di fare lo stesso viaggio, ma purtroppo la traversata del fratello, che ancora oggi si trova a Bengasi, si sta rivelando ancora più complicata di quella di Mahamed. Ecco il racconto:

“Mio fratello non mi ha mai detto che voleva andare in Libia, all’improvviso, quando è arrivato a Kufra mi ha telefonato e mi ha detto che era lì, era il 24 gennaio del 2012. Sfrotunatamente, quando erano a Kufra è scoppiato un conflitto tra due etnie, Zwai e Toubou. Era il 17 febbraio, quel giorno mio fratello mi ha chiamato e mi ha detto che era in mezzo agli spari, e anche io li sentivo, i colpi, dietro la sua voce. Io gli ho detto “nasconditi il più possibile, non provare neanche a scappare perchè qualcuno ti potrebbe sparare”. Ma dopo questa telefonata per tre settimane non ho più ricevuto notizie da lui. Non sempre riesco a parlarci direttamente, perchè lui non ha un suo telefonino, ma a volte parlo con i trafficanti, in quei giorni uno di loro mi disse che avevano perso alcune persone, ma che di mio fratello non sapeva nulla. Io ero molto preoccupato, vermanete molto. Non sapevo a chi potevo rivolgermi, cosa potevo fare. Guardavo il telegiornale libico su internet per cercare di capire se era vivo o no. Dopo un mese fortunatamente mi ha chiamato e mi ha detto che era ancora vivo, grazie a Dio. Si trovava ancora a Kufra. Ho di nuovo perso le sue tracce, quando sono riuscito a ricontattarlo mi ha detto che si trovava in un campo profughi gestito dall’Unhcr, ma dopo qualche giorno, all’improvviso sono arrivati i soldati che li hanno carcerati, l’Unhcr non c’era più e loro sono stati costretti ai lavori forzati, pulivano i carri armati… un giorno li hanno portati in 25, a pulire, e quando a fine giornata i ragazzi hanno chiesto i soldi  li hanno picchiati. A seguito di questa cosa mio fratello e gli altri hanno fatto per tre giorni uno sciopero della fame, ma nessuno ne parlava. Erano circa 600 persone, tutti lì a fare lo sciopero, ma ai media non sembrava importargliene. Poi ho perso di nuovo le sue tracce. E’ così con lui, si perde traccia, poi a un certo punto lui di nuovo ti fa uno squillo”.

Nonostante il regime di Gheddafi e il conflitto siano terminati, in Libia le acque non sembrano proprio calmarsi, anzi, come racconta Mahamed le armi sono a protata di tutti e la vita dei migranti è ogni giorno in pericolo. Shafiur Rahman è un documentarista bengalese, in questi mesi Rahman sta lavorando a un film che racconterà storie di immigrazione partite proprio dalla Libia e a maggio di quest’anno il regista è andato a visitare i campi di detenzione libici, “le condizioni nei campi non rispettano assolutamente gli standard internazionali” ha raccontato ai nostri microfoni ” ce lo hanno anche confermato dal Ministero degli interni libico, con cui siamo andati a parlare. Ci hanno detto che il governo non ha risorse da dedicare a queste strutture e inoltre hanno dichiarato di non avere il controllo della maggior parte di questi centri. Ci siamo anche rivolti all’Oim, l’organizzazione internazionale per le migrazioni, anche loro hanno detto che dei circa sessanta centri esistenti nel Paese loro hanno accesso solo a diciannove.
Nei centri che io ho visitato a maggio di quest’anno le condizioni dei migranti erano veramente pessime, anche chi lavora all’interno di queste strutture lo dice. In alcuni posti addirittura non c’è elettecità, la salute delle persone è sempre a rischio, non ci sono medicine e neanche negli ospedali dove a volte vengono trasferiti i malati più gravi se ne trovano”.
“Speriamo che cambierà qualcosa” ha concluso Shafiur Rahman “il Ministero degli interni chiede più risorse da parte dell’Europa e dell’Italia in particolare, l’Italia costruirà un presido sanitario a Kufra, che è la maggiore porta d’ingresso per i migranti, e costruirà anche un nuovo centri do detenzione a Gath. Ma il problema è costruire la capacità di controllo su questi centri, perchè per ora il ministero non ha questa capacità”.

I finanziamenti promessi dall’Italia di cui parla Rahman sono frutto di un accordo siglato il 3 aprile scorso a Tripoli dal nostro Ministro dell’interno Cancellieri con il suo omonimo libico. A distanza di tre mesi, il contenuto dell’intesa è stato reso pubblico: l’Italia continuerà ad aiutare la Libia a contrastare l’immigrazione, così come aveva fatto il governo Berlusconi quando c’era il regime di Gheddafi. Per settimane l’associazione umanitaria Amnesty International da una parte e i senatori Ferrante e Della Seta dall’altra hanno incalzato il Ministero chiedendo che i contenuti del testo fossero resi pubblici, ma anessuno ha mai risposto. Oggi, grazie alle indiscrezioni del quotidiano La Stampa, apprendiamo che l’Italia  rafforzerà i controlli alle frontiere e finanzierà i centri per migranti presenti sul territorio. Il testo è stato commentato con preoccupazione da Amnesty e dai senatori che stanno seguendo questa vicenda. “La Libia non riconosce il diritto d’asilo, e solo per questo l’Italia non può e non deve collaborare con il suo governo” ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty “basti pensare che le parole “diritto d’asilo” non compaiono mai nel testo. Inoltre si parla di riavvio della costruzione di un centro sanitario per migranti, ma in Libia non sono mai esistiti centri sanitari e di assistenza, esistono solo centri di dentezione dove vengono violati i diritti umani più elementari”.

Ospiti della puntata: Mahamed Aman, Shafiur Rahman, Riccardo Noury, Roberto Della Seta

Questa puntata è stata realizzata in collaborazione con l’Archivio delle memorie migranti, di cui fa parte Mahamed Aman

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