Puglia: un primo passo per riformare il mercato del lavoro?

All’alba del 23 maggio è scattata in Puglia l’operazione Sabr, condotta dai Carabinieri  di Lecce con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia. Gli arresti sono stati sedici mentre gli indagati, in totale, sono ventidue, inquisiti per associazione a delinquere, riduzione in schiavitù, traffico di esseri umani, sfruttamento del lavoro.

“Una grandissima vittoria” ha commentato Yvan Sagnet, uno dei lavoratori che lo scorso anno ha messo in atto uno sciopero a Nardò, in provincia di Lecce, contro lo sfruttamento del lavoro in agricoltura “questi arresti oggi ci danno la forza per continuare la nostra battaglia, non smetteremo di lottare sino a quando tutti i diritti che ci spettano non siano garantiti, in ogni regione d’Italia”.
L’operazione Sabr insomma non basta. Secondo molti esperti per mettere fine allo sfruttamento del lavoro migrante bisognerebbe cambiare l’intero processo produttivo e l’impianto legislativo che lo sostiene, fatto da un lato di norme repressive sul tema dell’immigrazione e dall’altro di leggi molto blande sul contrasto al lavoro nero e di tutela dei lavoratori. “In Puglia la magistratura ha fatto un lavoro encomiabile, ma non dovrebbe essere questo lo strumento da utilizzare per risolvere la questione del lavoro nero dei migranti” commenta ai nostri microfoni Gianluca Nigro, dell’associazione Finis Terrae “nel corso degli ultimi venti anni tutta questa questione è stata sottovalutata, il lavoro nero migrante è così diventato un fenomeno strutturale dei processi economici italiani, un mercato parallelo del lavoro”. “Il caso Nardò è la norma, non l’eccezione” conclude NIgro “Nardò è la condizione standard rispetto a un fenomeno che non è legato solo all’agricoltura, ma anche all’edilizia, ai servizi, e a tanti altri campi. E’necessario attivare meccanisimi efficaci per consentire ai lavoratori di denunciare i datori di lavoro, anche se questi sono irregolarmenti presenti sul territorio”.

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