Passpartù 31: Addio Alina

Alina Bonar Diachuk è morta suicida a 32 anni, all’interno del commissariato di polizia di Opicina, a Trieste. Alina non era in stato di fermo né di arresto, ma tre giorni prima di morire era stata prelevata fuori dal carcere di Trieste da una volante della questura e portata in commissariato in modo del tutto illegale. Dopo la morte di Alina la Procura di Trieste ha avviato un’indagine e ha scoperto che nella stanza di Carlo Baffi, responsabile di questo sequestro, c’era un vero e proprio armamentario nazi-fascista, con tanto di libri antisemiti e simboli inneggianti al fascismo. Questa settimana a Passpartù partiamo con il racconto di questa tragica e inquietante storia per dare uno sguardo alla società italiana di oggi, alle sue esternazioni razziste e a come queste spesso siano causate da un modo di fare comunicazione che veicola messaggi discriminanti e xenofobi.

Alina Bonar Diachuk è morta dopo quaranta minuti di agonia, appesa alle sbarre di una finestra, davanti una telecamera il cui video non era controllato da nessuno. Era il 14 aprile 2012, Alina era stata prelevata fuori dal carcere di Trieste, dove aveva finito di scontare nove mesi per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Uscita dalla prigione  era stata condotta nel commissariato, dove ha trascorso le ultime ore della sua vita. Dopo questo suicidio Massimo De Bortoli, Pm della Procura di Trieste, ha aperto un’indagine e scoperchiato il vaso di pandora: il sequestro sistematico dei migranti, in previsione della loro espulsione, trattenendoli per qualche giorno senza nessun atto amministrativo o giudiziario. Al momento risultano, oltre ad Alina, altre 49 persone trattenute nello stesso modo. Non solo, ci sono altri elementi a rendere questa storia agghiacciante: innanzi tutto nella stanza di Carlo Baffi, responsabile all’immigrazione del commissariato, si è scoperto un vero e prorio armamentario nazista e fascista: un busto di Mussolini sulla scrivania, libri sulla difesa della razza disposti sugli scaffali e targhetta appesa al muro: “Ufficio epurazione”; e poi ancora, Alina Diachuk aveva già tentato il suicidio in carcere, era quindi un soggetto fragile, da seguire e proteggere, semmai; in commissariato invece  la ragazza è stata abbandonata a se stessa così a lungo che ha avuto il tempo di architettare il suicidio e agonizzare per quasi un’ora. Quando i giornali hanno reso pubblica la notizia il popolo triestino ha reagito con sgomento e indignazione e in centinaia sono andati sotto la Questura per chiedere l’allontanamento immediato di Baffi e verità e giustizia per Alina. Carlo Baffi, accusato di omicidio colposo e sequestro di persona, oggi è stato temporaneamente sospeso, intanto le indagini della Procura continuano, nel tentativo di fare luce su questa storia tutta sbagliata, profondamente ingiusta, grave e indegna.

Ma aldilà di queste manifestazioni estreme di razzismo e xenofobia, il popolo italiano in quale misura è razzista? A questa domanda prova a dare una risposta l’associazione Lunaria, attraverso un’indagine il cui risultato è  “Il secondo libro bianco sul razzismo”, un rapporto sull’evoluzione del razzismo nel nostro Paese. Nel secondo libro bianco, sono elencati numerosi casi in Italia in cui la titolarità dei diritti diventa dipendente dalla titolarità della nazionalità, ed è così che scompaiono le persone e rimangono solo i luoghi di nascita stampati sul loro passaporto. Da quanto emerge dallo studio, sembra che il messaggio del “prima i nostri e poi, forse, gli altri” trovi un consenso sempre più ampio con l’acuirsi della crisi economica e sociale che stiamo vivendo.
L’indagine di Lunaria sottolinea come oggi più che mai i mezzi di comunicazione giocano un lavoro importantissimo nella costruzione dell’opinione pubblica , scongiurando o al contrario fomentando stereotipi e pregiudizi. Del ruolo dei mezzi di comunicazione e della loro interconnessione con il razzismo ne parliamo con lo scrittore Karim Metref, la nostra discussione con Metref parte da un episodio avvenuto in Svezia poche settimane fa, al Museo d’arte moderna di Stoccolma, qui in occasione del settantacinquesimo compleanno dell’Associazione degli artisti svedesi la ministra della cultura ha inciso con un primo taglio una torta che era una grottesca rappresentazione di un corpo femminile africano senza gambe, un’idea frutto dell’artista afrosvedese Makode Linde. Come è facile immaginare, la torta ha ricevuto critiche da più parti. “Espressioni del genere possono dare vita a un senso di gerarchia delle culture” ha commentato Karim Metref “dove i bianchi, superiori ai neri, possono ridere e farsi scherno di quella grottesca immagine”. Per ricollocare i veri protagonisti delle tematiche migratorie al centro della discussione Karim Metref, assieme a un collettivo di scrittori migranti o di seconda generazione, ha aperto un blog: collettivoalma.wordpress.org.

Ospiti della puntata: Karim Metref, Grazia Naletto, Alessandro Metz

 

L’immagine è tratta da Napoli Monitor

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