Passpartù 30: Alternative in cantiere

In questa puntata di Passpartù parliamo di scenari futuri e alternative possibili. In quest’epoca di crisi economica, politica, e soprattutto culturale cerchiamo di capire quali sono le vie possibili per includere e valorizzare le persone migranti che vivono in Italia. La multiculturalità, ricchezza importante per il nostro paese, troppo spesso è considerata un problema, così, invece di essere preservarta e incentivata, viene scoraggiata, attraverso politiche e leggi repressive e discriminatorie. Parleremo di nuove possibili politiche di accoglienza, di diritti sul lavoro e del diritto ad abitare.

Nel 2010 sono stati spesi quattordicimila euro pro capite per finanziare i Cie, i centri di identificazione ed espulsione presenti sul nostro territorio che detengono i migranti senza documenti in regola. Una cifra che supera di gran lunga quella stanziata per le politiche di integrazione, stimata sui duemila euro pro capite. Questi dati sono stati resi pubblici il 10 maggio a Bologna, nel quadro del Transeuropa Festival, durante un incontro dal titolo “Quali alternative ai Cie? Prospettive e proposte”. Al tavolo dei relatori, giuristi, esperti, giornalisti e attivisti si sono confrontati per capire come fare a chiudere questi centri e fare sì che sempre meno persone si trovino a vivere nel nostro Paese senza documenti. Tra le proposte condivise, attivare uno o più class action contro il Ministero dell’Interno per le violazioni dei diritti umani che avvengono all’interno dei Cie, rivedere la legge sull’immigrazione, dirottare il denaro speso per la repressione verso politiche di inclusione, garantire una presenza costante di avvocati che possano rafforzare i diritti delle persone nei Cie.

Cambiare il sistema si può e si deve. Non solo riformando quel meccanismo di controllo dei flussi migratori che fino ad oggi si è rivelato fallimentare, ma anche ricostruendo un sistema economico e di produzione che costringe sempre più persone a lavorare senza diritti e a condizioni disumane. Le prime vittime di questo sistema sono i migranti, a causa della loro fragilità e della loro posizione di ricattabilità, frutto del legame tra permesso di soggiorno e posto di lavoro. Uno dei comparti economici dove le violazioni dei diritti sul lavoro sono più evidenti sicuramente è quello agricolo. Come è ben noto, la grande produzione e le politica agricola europea hanno messo in ginocchio le piccole aziende e indotto gli imprenditori ad assumere manovalanza a basso costo. Negli ultimi anni la situazione di paraschiavitù a cui molti braccianti sono sottoposti è stata denunciata più volte dai lavoratori dei campi, e queste lotte hanno sempre visto i migranti in prima fila, da Rosarno, al casertano, a Nardò, dove lo scorso anno migliaia di raccoglitori delle campagne incrociarono le braccia per chiedere maggiori diritti.
In questi giorni in Puglia avrà luogo un’iniziativa, promossa dalla campagna Genuino Clandestino, che prevede una serie di dibatti, laboratori e scambi mirati a confrontarsi su nuove alternative possibili, partendo da un concetto molto antico ma mai come oggi così attuale: l’autoproduzione. Tra gli incontri in programma, il 24 maggio è previsto un dibattito al Socrate occupato di Bari dal titolo “Agricoltura e migranti nel meridione: l’autorganizzazione dal basso”. Nel corso della giornata si parlerà di lotte auto-organizzate e di scenari possibili per un’agricoltura diversa, basata sull’autoproduzione e sul contatto diretto tra produttore e consumatore.

Concludiamo questo sguardo sulle alternative possibili affrontando una questione da anni in sospeso: l’inclusione nel tessuto sociale italiano delle comunità rom e sinti. Dopo anni di politiche fallimentari, nel 2008 il nostro governo aveva decretato una “emergenza nomadi”, che attribuiva poteri straordinari ai prefetti di cinque regioni italiane in riferimento ai rom e ai loro insediamenti. Il provvedimento è stato giudicato illegittimo dal Consiglio di Stato alla fine del 2011, ma un ricorso presentato nel febbraio 2012 dal nostro governo contro questa decisione potrebbe sospendere la sentenza e perpetuare l’emergenza, un’ipotesi che sta cercando di scongiurare una rete di associazioni nazionali e internazionali, che in questi giorni ha lanciato un appello affinchè l’emergenza nomadi finisca davvero. “In tre anni e mezzo, da maggio del 2008 alla fine del 2011, lo stato d’emergenza non ha avuto nessun effetto positivo concreto – commenta Costanza Hermanin, dell’Open society justice initiative (Osi), tra i firmatari dell’appello – abbiamo assistito solo a sgomberi e censimenti sommari, ma non è stato fatto nessun investimento reale per l’integrazione di rom e sinti”. “Noi crediamo che ci sia la necessità e l’urgenza di un provvedimento ad hoc tramite legislazione ordinaria che attribuisca risorse per un migliore trattamento delle comunità rom e sinti in Italia, attraverso misure volte a una reale integrazione”.

Ospiti della puntata: Cecile Kyenge, Valentina del collettivo Socrate Occupato, Costanza Hermanin

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