Baogao: la battaglia dei dissidenti cinesi

La vicenda di Chen Guang Cheng, il dissidente cinese fuggito dagli arresti domiciliari e rifugiatosi presso l’ambasciata statunitense, si è risolta con una stretta di mano tra Pechino e Washington. Perseguitato per le sue denunce contro gli aborti forzati imposti dalle autorità locali cinesi, Cheng ha ottenuto una borsa di studio negli Stati Uniti ed è in attesa dei documenti per poter lasciare il paese. L’avvocato scalzo, come viene soprannominato Chen, aveva avanzato tre richieste al governo di Pechino: indagare e punire i funzionari locali che perseguitano la sua famiglia; evitare rappresaglie contro i sui familiari ancora agli arresti e applicare la legge per fermare la corruzione dei funzionari locali. In passato Chen aveva documentato oltre 130 mila casi di corruzione legati all’applicazione della legge del figlio unico. Non è facile prevedere se e in che modo le sue richieste saranno accolte. Se il caso Chen si è risolto con un accordo è perché sia Pechino che Washington avevano interesse a chiudere la vicenda e una serie di favori reciproci da scambiarsi. Ma in futuro e nel caso di altri dissidenti la Cina si mostrerà molto meno propensa a raggiungere compromessi sui diritti umani o su altri temi considerati sensibili. E le potenze occidentali, oggi più attratte che mai dagli investimenti cinesi, meno solerti ad offrire un riparo.

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