Baogao: nelle fabbriche dei suicidi

Lo scandalo sui suicidi degli operai cinesi e sulle condizioni di lavoro disumane nelle fabbriche dove vengono prodotti gli I pod ha fatto il giro del mondo costringendo la Apple a creare una commissione di inchiesta per verificare il rispetto degli standard minimi imposti dalla legge. Convocata due mesi fa ed affidata alla Fair Labour Association, la commissione ha effettuato 35,500 interviste tra gli operai di 3 fabbriche della Foxconn, l’azienda che produce in Cina le forniture elettroniche per la Apple e per altre multinazionali. Le conclusioni parlano di almeno 50 gravi violazioni delle norme cinesi, rilevando orari di lavoro di oltre 60 ore settimanali senza giorni di riposo, condizioni di lavoro deprecabili, il mancato pagamento degli straordinari. Foxconn, che nella Repubblica popolare ha 13 impianti e impiega 1,2 milioni di lavoratori, ha promesso un cambio di rotta, assicurando il miglioramento delle condizioni di lavoro, un aumento dei salari e la garanzia di un rappresentanza sindacale. “Dubito che questo accadrà” commenta Geoffrey Crothall, direttore di “China labour bullettin”, una Ong con sede a Hong Kong che segue le dinamiche del mondo del lavoro in Cina. “Questo andrebbe contro l’intero sistema di gestione della forza lavoro messo in piedi da Foxconn, che è unidirezionale e quasi militaristico. I lavoratori Foxconn non hanno voce in capitolo su nulla: né sui salari, né sui turni, né sulle condizioni di lavoro”. Per garantire veramente il rispetto di standard minimi servirebbe del resto cambiare l’intero meccanismo delle delocalizzazioni. La Apple ha un margine di profitto del 30 per cento su ogni prodotto venduto ed è riuscita ad accumulare riserve valutarie pari a 100 miliardi di dollari. Tutto questo grazie ad aziende come la Foxconn che si accontenta di un margine sui profitti Apple dell’1,5 per cento.

Top