Passpartù 26: Il caporalato è reato?

      Questa settimana andiamo nelle campagne del Sud Italia, dalla Puglia, lo scorso anno teatro del più grande sciopero del bracciantato migrante della storia italiana, alla Sicilia, dove è iniziata in queste settimane la raccolta delle patate, passando per la Calabria, dove la multinazionale Coca cola continua a danneggiare l’economia locale. In chiusura, torna
Cronache d’altrove, la rubrica a cura di Elise Melot che questa volta ci porta tra le onde del Mar Mediterraneo.

Era l’estate del 2011 quando i lavoratori braccianti agricoli di Nardò, in Puglia , alzarono la testa e si ribellarono a caporali e aziende, denunciando lo sfruttamento e le condizioni di schiavitù imposte dai datori di lavoro. Costretti a lavorare senza nè guanti nè scarpe adatte, ingaggiati da caporali che venivano nel centro di accoglienza e li obbligavano a consegnare loro i documenti originali, a comprare il panino per il pranzo a 3 euro e 50 e a versare cinque euro al giorno per farsi trasportare ai campi; il tutto per un lavoro logorante e malpagato. Stanchi di questa situazione, ad agosto del 2011 i lavoratori hanno trovato la forza di rivendicare a gran voce i loro diritti.  Dopo poche settimane lo sciopero ha salutato le sue prime vittorie: il caporalato è diventato reato, punibile con multe salatissime e fino a otto anni di carcere. “La nostra lotta però non finisce qui” aveva detto in quei giorni Yvan Sagnet, portavoce dei braccianti di Nardò “il caporalato non è solo la persona che va nei campi di accoglienza a ingaggiare i braccianti, ma caporale è tutto il sistema, anche le aziende” spiegava Sagnet. A quasi un anno di distanza da quello sciopero, Yvan Sagnet ha collaborato alla stesura di un libro, “Sulla pelle viva”. Edito dalla Derive e Approdi, il saggio racconta quella lotta autorganizzata, momento importante nella storia del movimento operaio in Italia .

Nonostante il caporalato sia diventato realto, nelle campagne italiane ancora esistono numerose situazioni di sfruttamento del lavoro nero e di ingaggio dei braccianti da parte dei
caporali. Come ogni anno, anche in questi giorni a Cassibile, in Sicilia, decine di braccianti si sono riversati sul territorio per la raccolta delle patate. La Rete antirazzista catanese è ormai da molto tempo che lavora in quest’area per cercare di tutelare i diritti di questi lavoratori, anche attraverso una campagna in cui i produttori si impegnavano a comprare patate locali a prezzi equi, ma i problemi sembrano ancora non risolversi. “Il reato di caporalato continua a non essere punito, non si applica la direttiva europea che concede il
permesso di soggiorno a chi denuncia chi sfrutta il lavoro nero, ci si accanisce con chi non ha il permesso di soggiorno, non si individuano e perseguano le ditte che commercializzano le patate provenienti da Francia, Egitto, Israele (conservate grazie all’illegale uso di antigermogli e di prodotti secca tutto), spacciandole per prodotti locali”
denuncia la Rete antirazzista.

Dopo la rivolta dei lavoratori immigrati di Rosarno, nel 2009, la multinazionale Cocacola, che si serviva delle arance calabresi per produrre la Fanta, aveva annunciato che avrebbe annullato i contratti con i coltivatori della zona. Dopo la mediazione del ministro delle Politiche agricole Mario Catania però l’azienda ha fatto la marcia indietro, Coca Cola ritornerà ad acquistare le arance di Rosarno. “Rimane il problema di remunerare giustamente le arance” spiega Pietro Molinaro, presidente di Coldiretti Calabria “oggi per essere concorrenziali i produttori devono offrire un prezzo di acquisto che è pari alla metà dei costi di produzione. E’necessario ridurre i margini di guadagno della multinazionale e pagare i lavoratori a contratto, indipendentemente dal colore della loro pelle”.

Ospiti della puntata: Yvan Sagnet, Alfonso Di Stefano, Pietro Molinaro

Passpartù è un programma a cura di Elise Melot e Marzia Coronati

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