Un saluto a Vittorio Arrigoni, il vincitore.

Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare. Vittorio Arrigoni un vincitore
Questa frase di Nelson Mandela è quella che ha voluto come suo epitaffio Vittorio “Vik” Arrigoni, che un anno fa, il 15 aprile, veniva ucciso nella sua Gaza. L’attivista dell’ International Solidarity Movement era salito agli onori della cronaca per aver raccontato in prima persona l’offensiva israeliana “piombo fuso”, che nel 2008 fece più di 1300 morti nella Striscia di Gaza in soli 20 giorni. Da allora Vittorio, che viveva a Gaza City, è diventato la più autorevole voce indipendente per raccontare la quotidianità della popolazione palestinese di Gaza. La frase con cui concludeva ogni suo post o articolo, “Restiamo umani”, è diventata il titolo del suo libro tradotto nelle principali lingue e lo slogan che si legge sugli striscioni, nelle pagine facebook e persino come firma di tantissimi attivisti filo-palestinesi in Italia ed all’estero, dove scrivono in inglese “Stay Human”. Ad un anno dalla tragica scomparsa di Vittorio per mano di un sedicente gruppo salafita, la verità giudiziaria è ancora lontana, nonostate gli esecutori materiali del delitto siano stati individuati quasi subito. Il processo procede tra tante udienze che durano pochi minuti per l’assenza di un testimone o per le richieste di rinvio degli avvocati e procedure poco chiare. Le autorità italiane non fanno alcuna pressione perché, non riconoscendo il governo di Hamas al potere a Gaza, non hanno con esso alcun rapporto diplomatico, mentre la famiglia Arrigoni ha chiesto alle autorità giudiziarie di Gaza di “restare umane” evitando di ricorrere alla pena capitale per condannare gli assassini di Vittorio, in coerenza con le idee di Arrigoni stesso.
Intanto sono fiorite le iniziative a lui dedicate: è nata da una sua idea la barca Oliva, che accompagna in mare pescatori palestinesi per documentare le violazioni dei loro diritti da parte della marina israeliana; in suo onore è partito dall’ Italia il Convoglio Restiamo Umani che ha portato tanti attivisti e mediattivisti a Gaza per cercare di stabilire una rete che compensi la mancanza delle notizie diffuse da Vittorio ed ad Arrigoni sono stati dedicati scuole, parchi e centri medici.

L’Agenzia AMISnet, che tante volte ha beneficiato del lavoro di Vittorio, ha deciso di ricordarlo in questo anniversario attraverso le parole scritte qualche giorno dopo la sua morte dal nostro redattore che più lo conosceva, oltre a ripubblicare l’ultima intervista rilasciata da Vittorio ed un ricordo dalla voce di Maria Elena D’Elia, un ‘attivista della Freedom Flottilla particolarmente vicina a Vik.


“C’è un italiano a Gaza, uno dell’ ISM, è arrivato lì con una delle prime navi che hanno rotto l’assedio… si chiama Vittorio Arrigoni, aspetta un attimo che ti do il numero” era il 29 dicembre del 2008 la prima volta che sentii parlare di Vik, stavo raccogliendo quanti più contatti possibili prima di andare ad aprire gli studi dell’ agenzia AMISnet (in quei giorni chiusi per la pausa natalizia) e fare un lunga diretta (la sua voce è intorno al 40esimo minuto di trasmissione) per denunciare i crimini del piombo fuso israeliano. In quella prima intervista la voce di Vittorio era rotta da un misto di rabbia, orrore e dolore… era appena sceso da una ambulanza, aveva ancora negli occhi le immagini di corpi bruciati e fatti a pezzi. Nonostante l’emozione Vittorio fù quasi lucido, la sua testimonianza era terribile, retoricamente fortissima ed emotivamente devastante… a fine intervista mi tremavano i polsi dalla rabbia ed avevo gli occhi pieni di lacrime. Nei giorni e nei mesi successivi Vik è stato le nostre oreccchie ed i nostri occhi puntati su Gaza, dal punto di vista giornalistico il suo blog e la sua pagina facebook assumevano un aria sempre più professionale e la sua abilità comunicativa arricchiva ed organizzava al meglio le tante notizie che uscivano da Gaza solo grazie ai suoi sforzi. Pian piano le ferite che la guerra gli aveva inferto iniziavano ad intuirsi meno nei suoi testi, sempre più analitici; uno spostamento del suo ruolo da attivista a giornalista o forse mediattivista, che per chi si occupava di Palestina è diventato una fonte insostituibile. Ogni giorno tutti noi, attivisti e giornalisti, aprivamo la sua pagina e leggevamo i suoi aggiornamenti, i suoi commenti sulla politica palestinese, la cronaca da Gaza e le notizie dalla Cisgiordania viste dalla Striscia. Tante, tante volte mi sono trovato a discutere animatamente, anche a litigare con lui sul ruolo di Fatah o di Abu Mazen nei commenti ai suoi post. Ho cominciato ad entrare in confidenza con lui ed a considerarlo un amico, pur non avendolo mai incontrato, il 27 dicembre del 2010, quando abbiamo fatto uno speciale radiofonico in occasione dell’ anniversario di piombo fuso.Quella volta io avevo l’impressione che lui rispondesse alle mie domande esattamente con quello che io mi aspettavo di sentire, dando le notizie in modo ordinato e con una terminologia impeccabile, citando fatti e dati e senza mai generalizzare. Sembrava che le mie domande fossero esattamente quelle che sperava di sentire e nell’ordine in cui le voleva per aver la possibilità di dire tutte le cose che aveva da dire e di creare un quadro esaustivo della situazione. Da allora i nostri dibattiti per mail e su facebook iniziarono a riguardare anche temi più frivoli, come i suoi progessi nel parlare l’arabo o come si fuma il narghilè.

La mia opinione su di lui inizialmente era altalenante: da una parte era evidente la partecipazione con cui Vik viveva gli eventi di Gaza e lo sforzo di lucidità, precisione ed onestà che caratterizzava il suo racconto dei fatti. Dall’ altra c’erano le sue prese di posizione contro l’ ANP (o meglio i dirigenti dell’ ANP) che mi sembravano eccessivamente radicali, seppur basate su presupposti condivisibili, le critiche a Hamas erano sempre velate ed in effetti erano più le volte che Vik smentiva le critiche di Israele o di Fatah a Hamas rispetto a quelle in cui denuciava gli abusi del partito islamico che governa Gaza. Ovviamente questo era dettato dalla real politik di Vittorio, lui viveva lì ed aveva a che fare con Hamas per ogni aspetto della sua vita, non avrebbe potuto arrivare ad uno scontro frontale con loro e continuare a fare il suo lavoro, poi c’era anche il rischio di offrire il fianco alla propaganda israeliana… comunque a domanda diretta Vittorio non si sottraeva: al mio microfono ha raccontato della compressione dei diritti civili sopratutto per le donne, della frustrazione delle giovani generazioni, della repressione nella Striscia. Quando, a partire dal manifesto dei GYBO (Gazan Youth for Change) fino ad arrivare alla giornata della riconciliazione del 15 marzo, sono stati i giovani di Gaza ad alzare la voce Vik non ha esitato ad amplificare il loro messaggio, a denunciare la repressione di cui sono stati vittime senza sconti.

A volte mi lasciava interdetto anche il suo modo di porsi, quel suo intercalare con “sadiki” “hermano” o altre parole in arabo o spagnolo che “fà tanto militante”, il suo look a metà tra Capitan Findus e Braccio di Ferro, il cappello da marinaio e la pipa o il sigaro in bocca, i vistosi tatuaggi, il fisico palestrato, quelle foto in posa eroica sventolando bandiere palestinesi sulla chigllia di un peschereccio… una rappresentazione di sè che sembrava raccontarne il protagonismo e l’esser sbruffone. “Hermano, sto alzando un po’ di pesi con i martiri di Al Aqsa, chiamami tra un ora che sarò coi ragazzi” mi ha scritto in un recente sms, mentre ci organizzavamo per un altra corrispondenza radiofonica. Col passare del tempo ho capito che sì, c’era anche un po’ di protagonismo ma che era un peccato veniale per uno che lavorava 24 ore al giorno 7 giorni a settimana per la causa palestinese, che lo faceva con trasporto e certo non solo per la voglia di apparire. Uno che si era autorecluso per anni nel più grande carcere cielo aperto del mondo dove l’ unica autorità Hamas e si vive assediati dalla ferocia sionista. Se la quasi idolatria che certi ambienti filopalestinesi in Italia gli riservavano serviva per dargli l’energia necessaria ad accompagnare i contadini palestinesi sui loro campi o i pescatori nelle loro acque, per fare da testimone e da scudo umano di fronte alle aggressioni dell’ IDF, bè allora ben venga l’esaltazione. A posteriori quelle immagini e quel look contribuiranno a fare di Vik un personaggio: solo pochi giorni dopo la sua morte il celebre vignettista Latuff, le cui vignette Vik ha tanto pubblicato sul suo blog, ha dedicato un disegno a Vittorio: lui che cammina mano nella mano con Handala, il bimbo straccione creato da Naji Al Alì divenuto simbolo della lotta palestinese. Quel volto con la barba incolta, la pipa ed il cappello da marinaio sarà un icona, già lo è. L’ultima intervista con Vittorio l’ ho fatta poche ore prima che venisse rapito ed ucciso, forse è stata l’ultima della sua vita… mi ha salutato dicendo “Ci vediamo tra qualche giorno a Roma, inshallah”, purtroppo però quando mercoledì andrò a prenderlo all’aeroporto insieme a tanti compagni ed amici non avrò il piacere di conoscerlo di persona.

Ora che Vik non c’è più, che è un martire, un eroe, colpisce l’enorme affetto che gli dimostrano i palestinesi sopratutto di Gaza, i messaggi lasciati sul suo profilo facebook sono commeventi: “Vittorio mi ha fatto amare l’ Italia, sarei felice di morire per l’ Italia come lui è morto per il mio paese” ha scritto uno dei “suoi” ragazzi, mentre un messaggio per Egidia Beretta, la madre, diceva così: “Mamma grazie per aver messo al mondo Vittorio, perdonaci per non essere stati in grado di difenderlo”. Rabbia, rammarico e senso di colpa permeano tutti questi messaggi, colpisce anche il fatto che ci siano state manfestazioni piene di tricolori italiani e tanti messaggi di condoglianze rivolti al nostro popolo, a testimonianza di come il prestigio internazionale del nostro paese cresca grazie a persone come Vittorio (e non alle amicizie del nostro premier con i vari dittatori) e di come le parole di Berlusconi, il più filoisraeliano di sempre tra i primi ministri italiani, non incidano sull’amicizia tra italiani e palestinesi che la società civile italiana ha saputo coltivare.

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