Baogao: se il Tibet brucia

Il 26 marzo il presidente cinese Hu Jin Tao è atterrato a Nuova Delhi per partecipare al vertice dei Brics, i paesi a rapida industrailizzazione. Ad accoglierlo non c’erano solo i capi di stato e di governo di Brasile, Russia, India e Sudafrica ma anche una nutrita manifestazione contro la repressione cinese in Tibet. Tra i manifestanti c’era anche il ventisettenne Pawo Jamphel Yeshi, un esule tibetano che durante la marcia si sarebbe dato fuoco. Pochi giorni dopo al suo funerale sarebbero accorse migliaia di persone, trasformando la celebrazione in una nuova imponente marcia di protesta. Per gli attivisti tibetani il dominio di Pechino sulla regione sta portando un “genocidio fisico e culturale”. Il governo cinese, dal canto suo, risponde che le rivendicazioni sono una montatura dietro cui si nascondono gli interessi di potenze straniere. Senza dubbio il Tibet, regione cuscinetto con l’India e area da cui nascono alcuni dei più importanti fiumi dell’Asia meridionale, è una zona fondamentale per gli intertessi della Cina.

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