“Dove sono i nostri figli?” A Gibellina suoni e racconti sui dispersi tunisini

“Se mio figlio è morto, datemi indietro il suo cadavere. Se è vivo, ditemi dove sta. E se è morto, come è morto?”. Alle domande di Samir, padre di Mohamed, è necessario dare una risposta. E subito. Perchè ha già aspettato troppo. Mohamed è uno dei 236 ragazzi partiti nella Primavera del 2011 di cui si sono perse le tracce. I giovani sono partiti a bordo di quattro imbarcazioni, salpate una il primo, una il 14 e due il 29 marzo del 2011. Hanno lasciato le coste tunisine alla volta dell’Italia, così come hanno fatto altre 23 mila persone in quei mesi di apertura straordinaria delle frontiere. Di quei 23 mila, circa 1500 sono morti in mare e altri 236 sono scomparsi nel nulla.

Le famiglie di questi giovani si sono costituite in comitato e da un anno lottano affinchè le istituzioni italiane e tunisine facciano luce su questo mistero. Quasi un anno fa il Comitato ha chiesto ai governi che si attuasse un confronto delle impronte digitali dei loro figli con quelle registrate in questi mesi nei Centri di Identificazione ed Espulsione italiani, ma ad oggi ancora non è arrivata nessuna risposta ufficiale. Da due mesi una delegazione di familiari tunisini è in Italia. E se fossero stati italiani, sarebbe stato lo stesso?

A 360 giorni dalla scomparsa dei ragazzi, Stalker, in collaborazione con Amisnet e con la partecipazione del Comitato dei familiari dei dispersi, porta la voce delle famiglie tunisine in Italia: un ambiente sonoro raccoglie i frammenti delle testimonianze dei familiari e avvolge il sefseri, tipico velo femminile tunisino, di Saida, su cui in arabo sono stati calligrafati i versi del suo canto: un messaggio per il figlio di cui ci ha fatto latori.
L’installazione sarà inaugurata il 30 marzo alle 17 a Gibellina (TP) alla Fondazione Orestiadi nel quadro della mostra “Islam in Sicilia, un giardino tra due civiltà”.

Lo stesso giorno, davanti all’Ambasciata tunisina a Roma alle 12 e davanti all’Ambasciata italiana a Tunisi, due presidi promossi dalla campagna “Da una sponda a un’altra. Vite che contano” denunceranno ancora una volta l’immobilismo delle autorità di fronte a questa vicenda. Ci appelliamo a tutte le istituzioni democratiche, affinchè con gli strumenti di controllo e di sicurezza con i quali sorvegliano costantemente il Canale di Sicilia si risponda alla domanda che da un anno assilla i familiari di questi ragazzi:  “dove sono i nostri figli?”

In questi giorni, con l’arrivo della Primavera, le partenze dalle coste nordafricane sono riprese. Quanti altri cadaveri dovranno essere ancora ingoiati in questo breve braccio di mare?

Quanti altri dispersi dovremo cercare?

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