Passpartù 22: “Ora basta. Pretendiamo la verità”

E’ passato un anno dall’apertura straordinaria della frontiera tunisina. In quei giorni, iniziati il primo marzo del 2011 e terminati il 5 aprile dello stesso anno, più di ventitremila persone hanno lasciato il paese nordafricano a bordo di piccole barche di legno, verso il sogno europeo. Alcuni sono in Italia o in altri paesi più a nord, altri sono tornati in Tunisia, altri ancora sono affogati nel Canale di Sicilia. Di 236 di loro invece si sono perse completamente le tracce.
Sappiamo i loro nomi, i loro cognomi, le date di nascita, le liste sono state consegnate ai ministeri italiani e tunisini, alle ambasciate e ai consolati. Sappiamo i porti da cui sono partite le quattro barche su cui viaggiavano: una il primo, una il 14 e due il 29 marzo. I governi oggi sono anche in possesso delle loro impronte digitali. Nonostante queste informazioni però, a un anno di distanza dalle partenze, le autorità non sono riuscite a dare una risposta alle famiglie. Di fronte a questo imbarazzante immobilismo istituzionale, i parenti dei dispersi si sono costituiti in un comitato e insieme all’aiuto di pochi ma determinati attivisti stanno facendo di tutto per capire che fine abbiano fatto i loro figli.
Questa settimana la redazione di Passpartù, che più volte si è interessata a questa vicenda, è andata in Tunisia, per cercare di fare luce su una storia che ha dell’incredibile. Abbiamo fatto il viaggio inverso di alcuni genitori degli scomparsi, che in queste settimane stanno venendo in Italia sulle tracce dei propri ragazzi. Abbiamo incontrato decine e decine di mamme, papà, fratelli e abbiamo parlato con i ragazzi delle periferie di Tunisi, che proprio in questi giorni, con l’inizio della primavera, si stanno preparando a partire, così come hanno fatto migliaia di persone lo scorso anno.
Ecco il nostro racconto.

Tunisi, 22 marzo 2012

All’aeroporto della capitale incontriamo Aied. Suo figlio è partito il 14 marzo da El Haouaria, a 60 chilometri da Tunisi, da quel giorno lui non sa più niente del ragazzo. Aied prenderà l’aereo per Roma con noi, vuole fare luce su questa storia, perchè dopo un anno il governo italiano non è stato in grado di dirgli nulla, così come quello tunisino. Ci sentiamo a disagio davanti a lui e al suo sguardo di speranza. Da mesi infatti, grazie alla tenace lotta del Comitato dei dispersi e al sostegno della campagna “Da una sponda all’altra: vite che contano”, le famiglie chiedono un confronto delle impronte digitali dei loro figli, un semplice incrocio di dati da attuare grazie alla collaborazione dei due governi implicati, ma dopo una lunga e straziante attesa le autorità non sono state in grado di dire loro nulla, se non informazioni incomplete e confuse, che alimentano ancora di più il dolore dei parenti. Prima il governo tunisino non rilasciava le impronte, poi, dopo mesi di lettere, denunce, sit-in e manifestazioni, le consegna al governo italiano, ma poi proprio pochi giorni fa si scopre che le impronte non sono leggibili, e poi ancora in queste ore escono fuori nomi di persone che forse sono arrivate… ma no, non è vero, è solo un’illazione di un funzionario dell’ambasciata tunisina di cui non si s anè nome nè cognome… però si, il confronto è stato fatto, è arrivata una telefonata, da non si sa chi a non si sa chi, e dice che nessuno dei 236 è arrivato, ma la notizia è subito smentita… le informazioni circolano rapidamente tra i familiari in Tunisia e quelli in Italia, in un continuo vociare da una sponda all’altra. Ormai i familiari non hanno reazioni, rimangono impietriti, incapaci di capire quello che nessuno sa spiegare.

Il figlio di Aied, l’uomo che incontriamo all’aeroporto, è partito assieme al figlio di Samir, l’uomo con cui visitiamo il Kram, quartiere alla periferia di Tunisi. Nelle vie strette, vediamo piccole barche di legno poggiate al lato come motorini, sono gli scafi che un anno fa sono andati a Lampedusa e che oggi sono pronte a ripartire. Sì, perchè i giovani del Kran con cui parliamo lo dicono chiaramente: i viaggi sono
riniziati e anche loro non aspettano altro. “C’è un 1% di possibilità che arriviamo e un 99% che moriamo” ci dicono “ma a quell’1% non vogliamo rinunciare”. Samir e i ragazzi che abbiamo conosciuto ci portano al cimitero del quartiere, qui due nuove file di lapidi sono state aggiunte: una per i martiri della rivoluzione e un’altra per i ragazzi morti in mare. I ragazzi giocano e scherzano tra loro mentre camminiamo tra le tombe, sui marmi caratteri arabi e date di nascita: 1989, 1991, 1994… poco più in là tre bambini inseguono gli uccellini e li rinchiudono in gabbiette, li rivenderanno per cinque dinari, due ero e cinquanta. Prima di lasciare il cimitero Samir raccoglie attorno a
sè i ragazzi, sembra un papà con i suoi figli… insieme recitano una preghiera per i morti del Kram.
A pochi metri dalla casa di Samir, accanto a una panetteria, un buco sul muro testimonia lo scontro a fuoco di cui è stato vittima suo figlio nei giorni della rivoluzione. “Questo proiettile” spiega Samir sfilando il colpo dalla tasca della sua giacca “è passato dentro la coscia di mio figlio prima di conficcarsi in questo muro”. Traumatizzato da questo evento, il figlio è partito dopo un mese verso l’Italia, scappando dal suo quartiere, dove i violenti scontri sono culminati con l’incendio al commissariato di zona. Oggi al Kran la polizia non entra, il territorio si autogestisce e i ragazzi passano le giornate tra i vicoli, sognando di lasciare questo posto che per loro è “senza speranze”, partono così come ha fatto il figlio di Samir un anno fa.

Ci troviamo a Bad Eljedid, alle spalle della Medina, in questo quartiere sedici famiglie sono in attesa di notizie dei loro ragazzi. Erano tutti amici di infanzia, cresciuti insieme nei vicoli bianchi e azzurri del quartiere,  qui le famiglie mangiano ogni giorno insieme nei cortili delle case. Nejah è la mamma di Hattab, uno degli scomparsi, ci accoglie in casa, mangiamo con lei e con i vicini. Il dolore di Nejah esplode in canti strazianti, messaggi che ci consegna, chiedendoci di portarli in Italia. “Tu che sta viaggiando ti do una lettera portala a Hattab, o tu che viaggi in terra lontana, prega dio di spezzare le catene di mio figlio Hattab”.
Aida è una vicina di casa di Nejah, parla italiano molto bene percè ha vissuto venti anni a Pescara. E’preoccupata per la salute della sua amica e non sa cosa pensare di tutta questa storia. “Il quartiere non è mai stato così triste come in questi mesi” dice Aida .
Da Bad Eljadid è partito anche Youssef, un giovane tatuatore. Lui è partito il 13 marzo, il giorno prima di Hattab. Ci ha raccontato la sua esperienza in Italia, tragica. E’ rimasto poche settimane, è stato sballottato da una parte all’altra dello stivale, da un centro a un altro, e alla fine ha chiesto di essere rimpatriato. Nonostante tutto però Youssef pensa solo a ritornare.

A Al kabaria e a Hammam lif, neii due quartieri sotto alle montagne che circondano Tunisi, abbiamo incontrato altre mamme, Sameh sta cercando suo figlio Mohammed Alì, partito da Sfax il 14 marzo, Lamia sta cercando Karim, partito il 29. In ogni quartiere che abbiamo visitato siamo stati accolti straordinariamente. Decine di mamme, papà, zii, fratelli e sorelle dei dispersi ci sono venuti a salutare; ci hanno consegnato foto, disegni, immagini dei loro figli, testimonianze della loro dolorosa attesa. Ci hanno mostrato le registrazioni dei telegiornali italiani trasmessi in quei giorni, nelle cui immagini hanno riconosciuto i loro figli, sbarcati sull’isola di Lampedusa.
Il nostro imbarazzo di fronte a questa assurda storia cresce di giorno in giorno. “Se noi oggi vi rapissimo, arriverebbe la Nato” ci ha detto uno dei familiari dei dispersi “noi invece dopo un anno non sappiamo nulla”. Noi nel frattempo torniamo in Italia. In aereo, con i nostri passaporti italiani nelle tasche.

Quello che ci chiediamo con rabbia è come sia possibile che non si riesca a sapere che fine hanno fatto queste 236 persone e le quattro barche su cui viaggiavano, perchè le istituzioni italiane e tunisine non  si sono ancora messe a completa disposizione dei familiari? Il Canale di Sicilia in quei giorni era pluri-sorvegliato, c’erano i radar della Nato, la guardia costiera, la finanza, la polizia. Come è possibile che oggi non si riesca a ricostruire la rotta delle quattro imbarcazioni? Questo ci chiediamo e questo soprattutto pretendiamo che ci dicano le istituzioni. La campagna”Da una sponda all’altra, vite che contano”, in questi giorni sta ragionando assieme al Comitato dei familiari per tornare a manifestare il 30 marzo sia a Roma che a Tunisi, mentre a Gibellina l’inaugurazione della mostra “Islam in Sicilia, un giardino tra due civiltà” sarà l’occasione per raccontare e fare ascoltare le voci e le istanze dei familiari, raccolte in un’istallazione a cura di Stalker e Amisnet. Per saperne di più, seguite il sito di Amisnet e il blog leventicinqueundici.noblogs.org.

Ringraziamo tutti i familiari dei dispersi che ci hanno accolto, Hamadi Zribi e Patrizia Mancini
In redazione: Ciro Colonna
Passpartù è un programma a cura di Marzia Coronati e Elise Melot

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