Terreni in svendita

Centinaia di migliaia di ettari di terreni un tempo pubblici che finiscono nelle mani di grandi aziende o di speculatori. E’ questo lo scenario che, secondo  le associazioni di piccoli produttori agricoli, si prospetta con l’approvazione delle  norme contenute nel decreto sulle liberalizzazioni. Duramente contestata la normativa è stata rivista dal ministro dell’agricoltura Catania, attraverso l’introduzione di vincoli per evitare che i terreni venduti possano essere edificati prima di 20 anni. Le modifiche tuttavia non bastano a dissipare le preoccupazioni. “Noi siamo fermamente contrari per un semplice motivo” dice Alessandro Triantafyllidis, presidente dell’Aiab: “i terreni agricoli sono un bene pubblico”. Se attualmente la vendita di terreni demaniali è consentita solo come misura una tantum, il nuovo decreto prevede che ogni anno il governo possa cedere parte del suo patrimonio comunicando la lista dei terreni in vendita entro il 30 giugno. A beneficiare della misura secondo Triantafyllidis sarebbero “i pochi che si possono permettere l’acquisto: in pratica esclusivamente le grandi aziende o le corporation”. Secondo l’organizzazione nazionale UNICAA, in palio ci sarebbero non solo i 300.000 ettari di terre demaniali “di qualità” ma anche alcune centinaia di migliaia di ettari di boschi demaniali e di terreni cosiddetti marginali. Nel conto vanno anche considerati però i terreni di proprietà di enti locali, anch’essi inseriti nel decreto.  Per contrastare la misura una rete di associazioni tra cui l’AIAB, la rete Semi Rurali, la Campagna popolare per l’Agricoltura Contadina, prevedono una serie di attività tra cui una mobilitazione nazionale a Roma, il 7 febbraio, davanti a Montecitorio.

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