Passpartù 12: 360 giorni di Tunisia libera

Il 14 gennaio è il primo anniversario della rivolta tunisina che ha portato alla cacciata del dittatore Zine El Abidine Ben Alì e alla fine del suo regime. A seguito della rivoluzione, migliaia di persone si sono imbarcate verso l’Europa, godendo finamente della libertà attesa per anni e approfittando di un’apertura delle frontiere che tutti temevano sarebbe durata poco. Effettivamente, le frontiere sono state aperte solo qualche settimana, fino al 5 aprile, quando un accordo bilaterale tra Italia e Tunisia ha messo fine alle partenze dalla nazione nordafricana. Durante quelle settimane in circa venticinquemila sono salpati alla volta dell’Italia, alcuni hanno proseguito il cammino verso altri paesi dell’Europa, altri sono rimasti in Italia e tanti altri ancora sono tornati indietro. “L’Italia non era quel sogno che credevamo”, hanno detto le persone che hanno deciso di tornare a casa.

La redazione di Passpartù è stata a Zarzis, città costiera ai confini con la Libia, da qui sono partiti molti migranti e qui sono anche transitate tantissime persone in fuga dal conflitto libico. A Zarzis abbiamo trascorso molto tempo con Mohsen Lihedheb, postino e
artista di Zarzis; Mohsen trascorre il suo tempo libero a camminare sulla spiaggia e raccogliere tutto quello che trova, per poi trasformare in opere d’arte quello che gli porta il mare. Quando ha inziato, nel 1993, non pensava di fare nulla di straordinario, ci racconta, voleva solo fare qualcosa di utile, raccogliendo l’immondizia, ma più andava avanti più si accorgeva che tutto era collegato in un “movimento globale”, e che quello che faceva non aveva solo un significato ecologico, ma anche un risvolto culturale,  artistico, sociale. Quando è aumentato il fenomeno migratorio ad esempio, Mohsen ha iniziato a trovare scarpe, vestiti e oggetti dei cosiddetti “harraga”, coloro cioè che partono sulle barche alla volta dell’Europa, ha trovato anche diversi corpi umani, purtroppo. Così il suo lavoro ecologico ha assunto un aspetto sociale e Mohsen ha iniziato a parlare con i ragazzi per dissuaderli dal partire e convincerli a costruire qualcosa nella loro patria.  “I ragazzi non scappano dalla violenza” spiega ai nostri microfoni “cercano solo di sapere cosa c’è oltre l’orizzonte, di capire come si fa a comprare una macchina lussuosa o a circondarsi di belle ragazze. Anche mio figlio ha deciso di partire, ho provato in tutti modi a dissuaderlo, ma non ci sono riuscito, e adesso è partito, si trova in Francia. Questi giovani non sono dei banditi o delle persone cattive, sono solo giovani, per lo più ben educati, che fanno parte di un fenomeno sociale. Ora questo movimento si è placato, anche perchè molti migranti sono ritornati, o perchè sono stati rimandati indietro dalle autorità europee o perche hanno scelto di tornare, e queste persone che  sono tornate raccontano ai giovani che sono rimasti qui che l’Europa non è nè il paradiso nè il sogno che molti immaginano.  Oggi le persone non partono più perchè sanno come sono dure le leggi nei paesi che dovrebbero accoglierli”.

Il figlio di Sameh, Mohammed Alì, è partito da Sfax il 29 marzo scorso, da quel giorno sua madre non ha notizie di lui. In questa puntata vogliamo farvi ascoltare la sua storia, perchè di vicende come la sua ce ne sono altre centinaia. Il dolore di Sameh è lo stesso dolore che provano molti altri familiari che sono in attesa di sapere che fine abbiano fatto i propri cari. Ne avevamo già parlato a novembre, lanciando un appello scritto dai familiari di questi dispersi, ma oggi torniamo a parlarne, perchè quell’appello, che chiedeva alle istituzioni italiane e tunisine di dare una risposta ai familiari dei dispersi, è caduto nel nulla e i governi non hanno ancora avviato nessuna indagine per cercare di capire che fine abbiano fatto questi ragazzi.
In Italia alcune associazioni, insieme a singoli attivisti, si sono mobilitate per supportare i familiari dei dispersi ed è stata lanciata una campagna, dal nome “Da una sponda all’altra. Vite che contano”. Nel quadro di questa campagna, il 10 gennaio al teatro della cooperativa di Milano una serata è stata dedicata alla vicenda dei dispersi e il 14 gennaio è stato promosso un sit-in di fronte alla prefettura di Milano, per sensibilizzare la società civile italiana e per fare pressione sul nostro governo affinchè si faccia qualcosa per dare una risposta a questi familiari.

Ospiti della puntata: Mohsen Lihedheb, Ouejdane Mejri, Sameh, Melissa Mariani
Un ringraziamento speciale ad Hamadi Zribi

Top