Egitto: urne piene, ma dov’è la democrazia?

La situazione in Egitto al momento della prima tornata del lungo processo elettorale che dovrebbe sancire il passaggio alla democrazia dopo quasi un anno di reggenza militare, appare quanto mai confusa. “Le elezioni si sono svolte in clima di sostanziale tranquillità”, racconta ai nostri microfoni Gennaro Gervasio, professore presso l’Università Britannica del Cairo, “ma non possono non risentire dell’incredibile clima di violenza che si respira nel paese.” “Nelle ultime settimane c’è stata una vera e propria mattanza”, continua il professor Gervasio, “ma il problema non risiede solo nei militari.” Le forze politiche che si sono candidate a guidare il processo di transizione alla democrazia, sembrano infatti aver dimenticato, al pari del militari, che la spinta che ha portato alla cacciata di Mubarak è venuta in gran parte da ampi strati della popolazione egiziana che sono stati esclusi dai processi produttivi e dall’accesso alle risorse economiche. La separazione  e la distanza tra classi privilegiate e maggioranze diseredate si è andata accentuando nel paese a causa dell’accelerazione impressa dalle riforme neoliberiste imposte dal figlio di Mubarak e dal suo enturage. Oggi, dopo la caduta del tiranno, nulla sembra essere cambiato e le piazze sono tornate naturalmente a riempirsi, per ricordare che non può esistere democrazia senza diritti e dignità, che le urne sono un simulacro di libertà se non vengono riempite innanzitutto di riforme economiche e sociali. La repressione della giunta militare è stata feroce e alle decine di morti e migliaia di feriti si aggiungono un numero di prigionieri nelle carceri militari in attesa di giudizio che si aggira tra i 12.000 e i 16.000. Nessuna delle forze politiche candidate alle elezioni ha avuto il coraggio o la volontà di schierarsi con i manifestanti, di abbracciarne anche solo simbolicamente le istanze.

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