Prigioni galleggianti

“Centri di raccolta galleggianti”. Così sono state chiamate le tre navi arrivate circa una settimana fa al porto di Palermo. Ma i cittadini del capoluogo siciliano preferiscono chiamarle navi-prigione, finalizzate a rimpatri di massa. Trasportano centinaia di migranti, isolati dal mondo e sorvegliati giorno e notte dalle forze dell’ordine.

Sono quasi tutti tunisini, ma probabilmente ci sono anche libici e marocchini. In totale, prima che iniziassero i rimpatri, erano circa settecento. Secondo le indagini portate avanti da organizzazioni e attivisti per la difesa dei migranti, la maggior parte proveniva dal centro andato a fuoco di Lampedusa, mentre cinquanta di loro sono arrivati da Porto Empedocle. Sono arrivati a Palermo a bordo di tre navi, ma il 26 settembre una di queste è salpata alla volta della Sardegna, conteneva 221 persone che ora si trovano al centro di Elmas, a Cagliari. Delle altre due navi, l’Audacia e la Moby Vincent, in cui secondo i dati riportati da Borderline Europe fino al 26 settembre c’erano rispettivamente 151 e 201 persone, oggi si sa poco e niente. “Almeno cinquanta di loro sono stati rimpatriati in Tunisia su degli aerei” spiega Judith, di Borderline Europe. “Ora le navi si sono spostate, non sono più al molo. Possiamo vedere le navi ma non possiamo avvicinarci”. Due deputati che sono riusciti a fare visita alle navi parlano di condizioni disumane, senza docce e costretti a dormir per terra.

Da cinque giorni, un folto gruppo di cittadini sta protestando contro questa situazione, attraverso presidi ma anche con atti di denuncia concreti. “Abbiamo depositato un esposto alla procura di Palermo per dire che non siamo daccordo con questa illegalità” spiega Judit, di Borderline Europe “e continueremo a scendere in piazza finchè non si mtterà fine alle navi-prigione”.

Guarda il video girato al porto di Palermo dall’attivista E. Montalbano

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