Stati Uniti: il sistema immigrazione dopo l’11 settembre

Gabriel Khan è un professore di giornalismo all’Università della Southern California e per anni ha lavorato come corrispondente in Italia. Nel corso dei suoi molteplici soggiorni nel Belpaese – dal primo, nel 1992 all’ultimo, nel 2008 – si è scontrato più di una volta con la nostra burocrazia per ottenere il permesso di soggiorno. Anche sua moglie, italiana oggi trapiantata in California, ha vissuto un’esperienza analoga, ma all’inverso. Quando si è trasferita in America ha dovuto attivare le pratiche per ricevere la Green Card: è successo dopo l’11 settembre e anche in questo caso le difficoltà sono state molte, “ma mai come in Italia” commenta Khan.

La storia personale di Khan sembra ripercorrere la storia dell’immigrazione italiana, o piuttosto del complicarsi della nostra burocrazia in fatto di immigrazione. Quando il giornalista statunitense è arrivato per la prima volta a Roma, nel 1992, non aveva nessun permesso di soggiorno, “non ho neanche pensato che era necessario mettermi in regola” dice ai nostri microfoni Khan “sicuramente mi aiutato il fatto di essere americano: pur non essendo in regola infatti non ho mai corso pericoli come accade, ad esempio, a una persona di origine africana. Quando la polizia mi fermava per un controllo dei documenti non mi diceva mai niente”.
Il problema del permesso di soggiorno Khan se lo è posto solo nel 1998, quando è tornato in Italia per lavorare con la Rizzoli: in quel caso è stata la casa editrice ad occuparsi del suo permesso, ma nonostante questo canale preferenziale ottenere i documenti non è stato facile, ci è voluto molto tempo e le carte richieste non sembravano mai essere quelle giusti. Da lì in poi è stato sempre più difficile.”La procedura cambiava sempre” ricorda il giornalista “ogni volta che dovevo fare il rinnovo del permesso mi mandavano in un ufficio diverso e gli stessi impiegati non sapevano bene cosa dovevano fare”.
Nel 2004, quando è tornato per conto del Wall street journal, Gabriel, nonostante a quel punto della storia avesse già una moglie italiana, è riuscito ad ottenere il permesso solo avvalendosi di un aiuto, chiamando il Ministero degli esteri e facendosi aiutare da un ex-carabiniere. La procedura insomma in teoria è uguale per tutti i cosiddetti “extra-comunitari” ma in pratica chi non ha una corsia preferenziale si trova di fronte a difficoltà che lo stesso Gabriel definisce “sconvolgenti”.

Anche la moglie di Gabriel, di cittadinanza italiana, ha dovuto fare i conti con il sistema immigrazione, ma questa volta con quello americano. “E’successo dopo l’11 settembre 2001” racconta ancora Khan “da allora anche negli Stati Uniti è molto complicato fare il permesso di soggiorno, la burocrazia è molto sospettosa e se per sbaglio capiti in una lista nera è impossibile ottenere la Green Card”. Dopo gli attentati infatti i servizi segreti americani hanno redatto e redigono costantemente una lista con i nomi di centinaia di persone considerate dalle autorità una potenziale minaccia alla sicurezza del paese. “Il sistema in generale però è più chiaro di quello italiano” aggiugne Gabriel Khan “nel senso che si capisce bene cosa bisogna fare, quali documenti consegnare, erc… ma i tempi anche qui sono piuttosto lunghi e l’atteggiamento della burocrazia non è assolutamente accogliente”.

Secondo Khan i giornali italiani, come quelli statunitensi, tendono ad affrontare la tematica dell’immigrazione con troppa superficialità. “Manca un dibattito aperto ed è un vero peccato perchè l’immigrazione è l’unica speranza economica, sociale e culturale per l’Italia. E spero che le cose migliorino anche qui negli Stati Uniti, perchè la storia del mio Paese è fatta anche dell’immigrazione e io di questo ne vado orgoglioso”.

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