Attica Prison: una ferita aperta

Benchè siano passati esattamente quaranta anni dalla strage del carcere di Attica, questa non smette di configurarsi come un paradigma della repressione carceraria negli Stati Uniti. Il massacro, 43 morti di cui 39 erano detenuti e 4 guardie carcerarie, fu determinato dal brutale intervento delle forze speciali, entrate in azione per mettere fine alla rivolta che da 4 giorni vedeva la struttura carceraria in mano ai detenuti. Era il 12 settembre del 1971 quando il governatore dello stato di New York, Nelson Rockefeller, diede l’ordine di reprimere la rivolta, esplosa a seguito del divieto di celebrare una commemorazione per la morte di George Jackson, assassinato pochi giorni prima da un cecchino nel carcere di San Quentin.

Siamo negli Stati Uniti di Nixon e della guerra del Vietnam divenuta ormai un affare privato del presidente. Le ribellioni contro la guerra si sono ormai praticamente spente ma la situazione nel paese è tutt’altro che pacificata, sono gli anni in cui il Black Panter Party incita le masse nere a ribellarsi in armi, se necessario, a secoli di ingiustizie e soprusi. In carcere si assiste ai primi esperimenti di Prison Industry: in quegli anni la messa in produzione dei detenuti portava esclusivamente il marchio del governo federale.

Oggi, a distanza di 40 anni, in un paese molto più allineato alla linea ufficiale e governativa, in cui le tensioni alternative sono relegate in spazi molto meno visibili, il carcere è il principale ambito di produzione per aziende private di ogni sorta, da quelle di alta tecnologia per arrivare a quella bellica. Le condizioni nelle carceri statunitensi non sono migliorate se non sulla carta, la repressione ha trovato strumenti più sottili e se possibile più subdoli per reprimere o prevenire qualsiasi moto di ribellione da parte dei reclusi.

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