Passpartù 36: Storie di ordinaria emergenza

Questa settimana cerchiamo di fare luce su quello che sta accadendo nei diversi centri per migranti che si sono costruiti in questi ultimi mesi in tutta Italia, in nome della fantomatica “emergenza immigrazione”. Il quotidiano in queste strutture, costruite in fretta e furia senza consultare i cittadini, è fatto di controlli, rivolte, tentativi di fuga, pestaggi e repressione.

Nella notte dell’8 giugno il Centro di identificazione ed espulsione di Santa Maria Capua Vetere, aperto a inizio aprile a seguito della “emergenza tunisini”, è andato in fiamme.  L’incendio è scaturito da una rivolta messa in piedi dai migranti che erano reclusi all’interno dell’ex-caserma, l’ultima di una serie.  I reclusi protestavano per le condizioni di vita  disumane  (vivevano in dodici/tredici persone per tenda,  mangiavano a terra,  non potevano uscire, molti riportavano lesioni e fratture contratte nel tentativo di fuga dalla tendopoli) e per il fatto che nessuno sapeva dirgli cosa sarebbe stato di loro in futuro. In duecento avevano fatto richiesta di protezione internazionale, temendo le repressioni da parte dei militari dell’ex-dittatore Ben Alì, ma solo uno di loro l’aveva ricevuta, nel frattempo la struttura,
da centro di accoglienza e identificazione (Cai), era diventata un vero e prorio centro di identificazione e di espulsione (Cie), decisione che aveva gettato nel panico i reclusi. L’8 giugno il campo è andato a fuoco, i novanta ragazzi che si trovavano lì sono stati trasferiti nei cara di Foggia e Crotone e nel cie di Bari, ma ancora non sappiamo quale sarà la loro sorte . Mentre la Procura di Santa Maria Capua Vetere fa luce su quanto è accaduto nell’ex-caserma, che dopo l’incendio è stata sequestrata e chiusa,  i legali che seguivano i novanta stanno proseguendo l’iter legale e in questi giorni depositeranno i ricorsi alle Commissioni, per sospendere l’espulsione e metterli nelle condizioni di beneficiare di un permesso di soggiorno straordinario.

Nelle altre regioni del sud Italia la vita dentro ai centri non è di certo migliore di quella che vivevano gli “ospiti” della tendopoli campana. Andiamo in Sicilia, ad esempio. A Mineo, in provincia di Catania, è stato creato il centro per richiedenti asilo (Cara) più grande d’Italia. In queste 404 villette, che un tempo ospitavano i militari americani di sigonella, da metà marzo sno state accolte migliaia di persone. Oggi i migranti che si trovano in questo centro sono circa 1800, tra cui 43 minori; la struttura però non ha mai svolto in maniera completa la sua funzione di Cara, dal momento che tra tutti i migranti passati da lì solo 20 sono riusciti a vedere avviata la propria pratica di richiesta di asilo. I reclusi sono ogni giorno più insofferenti per questa situazione di stallo che stanno vivendo e anche la routine del centro li rende sempre più nervosi. Anche se nelle case dove dormono ci sono le cucine, l’amministrazone non permette loro di utilizzarle, “non sanno usare il gas” ha detto la Croce Rossa, che ha gestito il campo fino ad oggi. Così i migranti passano la giornata a fare file per mangiare, telefonare, andare in bagno, monitorati da polizia e carabinieri incaricati di mantenere l’ordine. In queste ultime settimane per due volte centinaia di richiedenti asilo detenuti nel Cara hanno occupato la statale che collega Gela a Catania, per rivendicare standard minimi di vivibilità e per chiedere al governo italiano, affinché prenda in considerazione le loro richieste di asilo, ma dopo le manifestazioni niente è cambiato.
Qualche settimana fa Passpartù aveva dato voce a Raffaella Cosentino, una giornalista che, come altri suoi colleghi, aveva ricevuto un secco no alla sua richiesta di accesso al centro di identificazione ed espulsione di Roma. Con una circolare scritta in fretta e furia ad aprile e firmata dal nostro Ministero dell’interno, l’ingresso ai Cie e ai Cara italiani è stato vietato a tutti i giornalisti. Nonostante questa inspiegabile norma, Raffaella Cosentino è riuscita in questi giorni a visitare il Cie di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza; lontana dai centri abitati, sperduta nelle campagne, l’ex-fabbrica confiscata a un boss è oggi di proprietà del Comune, che per anni l’ha utilizzata per accogliere i braccianti stagionali che accorrono nel territorio per raccogliere i pomodori, tranne l’anno passato, quando l’amministrazione comunale ha rifiutato un finanziamento da parte della regione Basilicata per accogliere i braccianti, sostenendo che non venivano rispettate le norme di sicurezza e di igiene e i lavoratori sono stati costretti ad accamparsi in casolari abbandonati. Il primo aprile però la struttura è stata riaperta in nome dell'”emergenza tunisini” come Cai, centro di accoglienza e di identificazione, per poi diventare Ciet, centro di identificazione ed espulsione temporaneo. Secondo le dichiarazioni ufficiali il centro funzionerà solo fino al 31 dicembre prossimo, ma i lavori che si stanno facendo al suo interno, dove oggi si trovano circa sessanta persone di origine tunisina, fanno pensare che il centro vivrà più a lungo. Il Ciet di Palazzo San Gervasio è il primo ad essere aperto nella regione Basilicata, che oggi lamenta di non essere stata consultata. Il centro, come quello di Trapani e Brindisi, è gestito dalla Connecting People, a cui è stata affidata ala gestione della struttura senza bando. Quando è andata al centro, i detenuti hanno consegnato a Raffaella un video, che mostra i tentativi di fuga dal centro di alcuni detenuti, il loro ferimento e il mancato soccorso da parte dei medici; a causa della circolare del primo aprile però, che vieta ad avvocati e giornalisti l’ingresso nei centri, il video consegnato a Raffaella e pubblicato su internet non ha ancora ricevuto una risposta attiva, anche se ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica: secondo l‘Osservatorio migranti Basilicata la popolazione locale, che prima aveva reagito con paura,  dopo avere letto l’inchiesta ha mostrato comprensione e solidarietà verso queste persone che stanno vivendo una situazione difficilissima.

Luigi Perrone, è il membro dell’Icim, Centro studi internazionale sull’immigrazione. E’ lui che ci ha fatto un quadro della situazione in Puglia. Emblematica, a riguardo è la storia della tendopoli di Manduria, allestita, spiega Perrone  “con una logica extra-territoriale, portata avanti cavalcando l’emergenza, senza nessuna azione partecipativa” e senza considerare che c’erano altre strutture già esistenti che si sarebbero potute utilizzare, come quelle costruite a Otranto,  Lecce, al Regina Pacis: centri mantenuti in piedi con i soldi pubblici, oggi degradati e abbandonati. La gestione dell’accoglienza dei migranti nella regione Puglia insomma è complicata e poco chiara, avviene senza nessuna programmazione ed è fatta solo per l’interesse di pochi.  Non solo. C’è un’altra questione che riteniamo preoccupante. Come abbiamo già denunciato a Passpartù,  sempre più spesso gruppi di migranti sbarcati sulle coste calabresi o pugliesi vengono detenuti per giorni in stanzoni allestiti alla bella e meglio, per poi essere inviati dal porto di Brindisi in Grecia. Secondo le poche testimonianze che siamo riusciti a raccogliere, le nostre forze dell’ordine non fanno accertamenti sulla provenienza dei migranti, non si chiedono se sono richiedenti asilo nè qual’è la storia che hanno alle spalle. L’ultimo di questi episodi è avvenuto il 3 giugno: ad Andrano, in provincia di Lecce, sono arrivati 23 migranti a bordo di una piccola imbarcazione;  i 23 sono stati rinviati in Grecia dal porto di Brindisi il 6… dove sono stati detenuti in quei tre giorni nessuno lo sa. Quello che sappiamo e che nei porti greci di Igoumentisa e Patrasso, dove per volontà del Ministero dell’Interno italiano vengono inviati questi migranti che arrivano sulle nostre coste, la situazione è sempre più tragica. La mattina del 9 giugno la collina di Igumenitsa, dove erano accampati centinaia di profughi, è stata presa d’assalto dalla polizia greca. “Hanno distrutto tutto quel che hanno trovato sul loro cammino” ha raccontato ai nostri microfoni il medico Polyxeni Andreadou.

 

Ospiti della puntata: Luigi Perrone, Polixeni Andreadou, Raffaella Cosentino, Gervasio Ungolo, Alfonso Di Stefano e Gianpaolo

Passpartù è un programma a cura di Elise Melot e Marzia Coronati

passpartù@amisnet.org

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