Babush 34: prove tecniche di Democrazia

Si sono autodefiniti “indignati”:  indignati per la corruzione che imperversa nella politica, indignati per lo scarso livello di partecipazione dei cittadini nelle decisioni, indignati per il progressivo decurtamento di diritti che la crisi ha portato con sè, indignati, tre le altre cose, per il modo in cui si sono redistribuiti i costi della crisi scaricandoli indiscriminatamente sulla società.

A distanza di soli trent’anni dalla fine della laboriosa transizione dalla dittatura franchista,  la Spagna vede messo in discusisone dai propri stessi cittadini il modello istituzionale che fino ad oggi sembrava  indiscutibile e ampiamente condiviso. Travolta dalla crisi finanziaria mondiale, la Spagna si è risvegliata bruscamente dall’illusorio sogno di una crescita illimitata, di un mercato che si autoregolava per produrre ricchezza per tutti e di uno stato in grado di garantire all’infinito un welfare universale e garantista. La bolla immobiliaria è esplosa in faccia agli spagnoli che hanno faticato a rendersi conto di quanto stesse accadendo. La presa di coscienza è stata tanto più difficile da mandar giù se si tiene conto che a governare non era il Partido Popular, formazione cattolico-conservatrice, ma il progressista Psoe dell’acclamato Zapatero.

Oggi la riforma del diritto del lavoro, i tagli alle pensioni e ai servizi pubblici, alla sanità e all’assistenza di base sono una realtà, realtà che mostrerà certamente il proprio volto più duro nel giro di qualche anno. Già oggi la disoccupazione supera il 20% della popolazione attiva, con punte di oltre il 40% se si considera la fascia giovanile. Le modalità con cui Zapatero ha gestito la crisi, perfettamente in linea con le indicazioni che il FMI ha fornito alla Spagna quanto agli altri paesi europei, sono costate al leader socialista e a tutta la compagine di governo una sonora sconfitta elettorale: le ultime elezioni amministrative e regionali, tenutesi il 22 maggio scorso, hanno sancito una vittoria della destra senza precedenti.

Gli spagnoli, dopo mesi trascorsi ad assistere attoniti all0 smottamento dello stato sociale e alla caduta dei tassi occupazionali, hanno improvvisamente preso parola contro questa situazione. Le piazze del paese si sono riempite di gente, una moltitudine creativa e determinata che ha rivendicato il proprio diritto a decidere del proprio futuro. Soprattutto nei primi giorni è stato da più parti richiamato l’esempio dell’Islanda, dove, nel silenzio generale dei media di tutto il mondo, la popolazione ha respinto i piani di rientro dalla crisi suggeriti dal FMI. La rivoluzione pacifica degli islandesi ha causato la caduta di ben due governi, uno di destra e uno di sinistra, per concludersi con un referendum che ha sancito il rifiuto di pagare i debiti accumulati dalle banche nei confronti di paesi esteri, soprattutto Inghilterra e Olanda. Attualmente in Islanda è al lavoro un’assemblea costituente eletta autonomamente dal popolo, che sta redigendo una nuova costituzione. Le suggestioni provenienti dall’Islanda, in termini di democrazia diretta e di possibilità di uscire dalla crisi economica senza determinare l’impoverimento e l’indebitamento dell’intera popolazione, è stata raccolta dalle piazze spagnole, pur coscienti  delle differenze di scala tra i due paesi (soli 320.000 abitanti in Islanda a fronte dei 45 milioni spagnoli) e del fatto che la Spagna a differenza dell’Islanda subisce i vincoli dettati dall’UE.

Dopo aver occupato le piazze di mezza Spagna per più di due settimane, il movimento cerca oggi di trovare una forma organizzativa sostenibile e in grado di tradurre i principi che hanno ispirato la “presa della piazza” in vertenze immediatamante negoziabili. Tra le istanze che gli “indignados” hanno stabilito essere imprescindibili campeggiano la divisione “reale” dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario; la fine della corruzione politica e nelle istituzioni; una maggiore partecipazione popolare alle decisioni di governo; un controllo pubblico sulle operazioni finanziarie e sull’operato delle banche e la riforma della legge elettorale, in modo da dare maggior spazio alle formazioni minori, ora annullate dall’asse Psoe-Ppe. Lo strumento che i manifestanti stanno provando a darsi è quello delle assemblee territoriali e di quartiere, che possano dare continuità al lavoro svolto negli accampamenti improvvisati nelle piazze. “Ancora c’è molto lavoro da fare e per il momento la confusione ancora regna. Non sarà facile dare una forma politica a tutto questo”, riflette Antonio Vicente, giornalista di Radio Vallekas, storica radio comunitaria della capitale spagnola. In effetti una delle spinte maggiori che hanno animato le mobilitazioni è proprio quella dell’antipolitica, intesa come contrapposizione ai partiti e scelta di autorappresentazione, cosa che però non facilita automaticamente la traduzione in forme organizzative nuove.

Nella seconda parte della trasmissione ci occuperemo in maniera più approfondita del caso di Barcelona, dove, a fronte della vittoria del partito nazionalista catalano Ciu, formazione di destra, Plaza Cataluña, uno dei maggiori concentramenti del paese, è stata violentemente sgomberata dalla polizia. “Un’intimidazione che non è servita, dato che immediatamente dopo la piazza è stata rioccupata e che il nostro lavoro procede come e meglio di prima, ma che ha prodotto circa settanta contusi, picchiati inutilmente e illegittimamente dalle forze dell’ordine, oltre al furto e alla distruzione di molto materiale che avevamo accumulato in piazza, tra cui computer  e macchinari”, racconta Fabio, giovane italiano che da anni risiede a Barcelona.

E’ presto per stabilire dove possa condurre quella che qualcuno si è azzardato a definire la “rivoluzione spagnola”. Per il momento c’è una certezza, sottolineata da Eduardo Galeano, che di passaggio in Plaza Cataluña ha dichiarato: “I giovani non credono nella democrazia che gli viene proposta. Ma non perchè non credano nella Democrazia. Non credono in questa democrazia manipolata, in questo nome sequestrato dai banchieri, dai politici bugiardi, da questi fenomeni da baraccone, che ogni giorno di cimentano in un numero nuovo.”

Ospiti della puntata:

Antonio Vicente, giornalista di Radio Vallekas
Fabio, attivista di Plaza Cataluña

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One Comment;

  1. Garage said:

    E pure quassotto, tra i gas di scarico delle macchine, circola la ventata d’aria fresca del maggio spagnolo. Ho fatto una cripto-acampada, c’ho il sacco a pelo, il fornelletto elettrico e la moka. Sabato c’è stata un pò di tensione con il ragazzo delle pulizie che con la scusa di passare lo straccio nel “tinello dell’indignazione” m’ha costretto a svegliarmi e sloggiare per una mezz’oretta. Neanche lui era d’accordo. Dani è un haitiano di 40 anni che ne dimostra 20. Per 5 euro (4,80 per l’esattezza) risale dal Raval fino a Sarrià (rispettivamente, quartire iperopolato del centro e quartiere residenziale di alta borghesia di Barcelona). “Tiene un par de huevos” si direbbe qua. Dani finisce, monta in bici, saluta col suo sorrisone del caribe e se ne va. Poco después passa una ventenne, con un look a metà tra Barbie e Shakira, dentro una maserati da 300.000 euro. L’indignazione è maiuscola. In questo sotterraneo (escluso il mio fiat panda) la macchina più scrausa è quell’A6 impolverato e parcheggiato nella piazzola 63 dal 19 marzo (dovrà pagare almeno 700 euro di sosta). Cose da pazzi. Bisogna passare all’azione e seguendo le indicazioni decido di “trasformare la rabbia”. Un caffè per iniziare. Ascolto Babbush: l’informazione è il primo passo verso la liberazione. Stò un ora buona davanti alla scacchiera studiando le mosse delle mie partite per corrispondenza: il movimento ha bisogno di strateghi. Il contatto con la natura ce stà sempre bene e così esco dalla cripta e saluto Ramón (il portiere di fronte) che sostiene la mia lotta dandomi ogni sabato la sua copia quasi lisa del País. Infine torno nel tugurio dell’indignato e rigermoglia in me un’antica vertenza adolescenziale sul collezionismo di stemmi di automobili rare (ricordo ancora con emozione il primo mercedes). Ma gli anni non sono solo numeri e l’esperienza dice che nelle pratiche di lotta bisogna avere le idee chiare. Cosa essere ? Un indignato pacifista, un okupas anti-sistema, un romantico brigante ? Domande. Questioni. Cose della vita, però…lì alla 91, vicino alla rampa dell’anabasi, c’è una Bentley blu con un grifetto scintillante di plata niente male. Sembra che dica: se vuoi qualcosa dalla vita, datti da fare e prendila.

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