Passpartù 34: Dalla Libia, rastrellamenti e fughe

Andiamo ancora una volta dall’altra parte del Mediterraneo, in Tunisia e in Libia, dove migliaia di profughi cercano di fuggire dall’inferno della guerra e dai campi dove sono relegati, intrappolati in frontiere disegnate da altri. Seguiremo il loro percorso dalle coste del Nord Africa sino alle coste italiane, e in particolare ci collegheremo con Lampedusa, per avere un aggiornamento su quello che accade sull’isola.

Dopo la rivoluzione culminata con la fuga dell dittatore Ben Ali, il popolo tunisino ha visto riversarsi sul suo territorio migliaia di persone in fuga dal suo vicino in guerra, la Libia. In Tunisia sono arrivati libici in cerca di riparo, ma anche migranti che in Libia lavoravano e profughi che quando è scoppiata la guerra stavano cercando di raggiungere l’Europa ma erano rimasti intrappolati sul territorio libico a causa degli accordi tra il paese nordafricano e l’Italia. Per fare fronte a questo fiume di gente in fuga sono stati predisposti diversi campi alle frontiere, come quello di Ras Jdir, tra Libia e Tunisia. In questo campo di tende, chiamato campo di Choucha, sono state ospitate fino a ventimila persone. Fortunatamente molti di loro sono potuti tornare nei loro paesi d’origine e oggi nel campo sono in 4500. Le persone che sono rimaste sono quelle che non possono tornare a casa, perchè provengono da nazioni in cui ci sono guerre o ditatture, come la Somalia, l’Eritrea, il Sud Sudan o il Chad. “Sono disperati” ci ha raccontato Michel Hackert, attivista delle organizzazioni Welcome to Europe e afrique europe interact, che oggi si trova proprio li’ sul posto “qui ci sono molti conflitti, anche dovuti alla situazione economica della regione: infatti non c’è nè turismo, nè industria, nè agricoltura. L’unica risorsa economica sono gli scambi di merci, legali o meno, con la Libia. Da tre mesi la presenza di migliaia di profughi ha cambiato radicalmente il paesaggio, danneggiando anche quella poca economia che esisteva”.

Nella notte tra il 21 e il 22 maggio scorso, un incendio è divampato tra le tende e quattro uomini eritrei hanno perso la vita. Il giorno successivo, il 23 maggio, i profughi hanno accerchiato l’ufficio dell’Acnur che si trovava all’interno del campo, chiedendo a gran voce di essere portati altrove. A questo punto, i funzionari dell’Acnur, una delle organizzazioni che gestisce il campo, hanno lasciato il campo. In una conferenza stampa, la portavoce dell’organizzazione delle nazione unite per i rifiugiati, Melissa Fleming, ha affermato che i funzionari hanno ricevuto minacce di morte da parte dei profughi e che in queste circostanze hanno preferito andarsene: dal 23 al 25 maggio i profughi sono rimasti soli con i militari, il primo giorno sono usciti dal campo e hanno bloccato la via principale che collega Ras Jdir al resto della Tunisia, provocando la collera della popolazione locale. Sono seguite le violenze raccontate da Michel Hackert, che hanno provocato la distruzione dei due terzi del campo e la morte di sei persone.

“Nelle ultime due o tre settimane, un gran numero di persone è tornato in Libia, per cercare di salire a bordo di una barca e dirigersi verso l’Europa. Per loro è meglio tentare quel percorso che rimanere qui” ha detto Michel “qui infatti sono completamente ignorati dall’unione europea e dalla comunità internazionale, sono persi, dimenticati nel deserto. Sanno che è molto rischiso imbarcarsi dalla Libia, ma da alcune settimane è diventata una possibilità più realizzabile: i prezzi si sono abbassati fino a 200 euro per attraversare, e poi si sa che i soldati di Gheddafi costringono gli africani a salire a imbarcarsi verso Lampedusa, per attuare una ritorsione nei confronti dell’Unione Europea”. Il racconto di Michel Hackert è confermato anche da un’inchiesta italiana. L’indagine, dal titolo “Deportati in Italia“, è stata fatta dal blogger Gabriele Del Grande e parla di rastrellamenti attuati dagli uomini al soldo di Gheddafi nelle città libiche. Secondo le testimonianze raccolte da Del Grande, se è vero che molte persone hanno pagato, almeno due o tremila dei migranti che sono arrivati a Lampedusa sono stati costretti dal regime ad intraprendere il viaggio. Non solo. Dai dati raccolti dal blogger è emerso anche che il viaggio in mare dalla Libia all’Europa è molto più pericoloso di quello dalla Tunisia all’Italia, eppure ad affrontare quel viaggio sono molte persone.

E’ difficile calcolare quante persone abbiano perso la vita in queste ultime settimane nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Una delle tragedie più grandi è avvenuta ad aprile, quando una barca partita da Tripoli è andata alla deriva, mietendo 61 vittime. Don Mussie Zerai, dell’agenzia Habeshia, aveva ricevuto una chiamata da uno dei passeggeri, che gli aveva racocntato di essere in balia delle onde del mare. Don Mussie ha subito avvertito le autorità italiane, ma non è stato fatto niente. Dopo due settimane le correnti hanno respinto la barca sulle coste libiche, dei 68 passeggeri 61 erano morti, gli altri sono stati arrestati e due di loro hanno perso la vita durante la notte successiva.

Dopo dieci giorni di blocco, il 28 maggio gli arrivi sull’isola di Lampedusa sono riniziati. Non si tratta di sbarchi, ma di recuperi in mare attuati dalla nostra guardia costiera. A differenza di quanto accadeva nei mesi scorsi, quando le partenze avvenivano quasi esclusivamente dalla Tunisia, le imbarcazioni che stanno arrivando in questi giorni partono quasi tutte dalla Libia, e i nuovi arrivati si aggiungono a quei tunisini che sono arrivati settimane fà sull’isola e si trovano ancora nel centro di accoglienza, in attesa di essere rimpatriati. “La situazione” racconta Annalisa, dell’associaizone Askavusa “è tornata ad essere quella del 2008, quando sono sbarcati migliaia di migranti sull’isola. Il sistema accoglienza cioè si è organizzato in modo che le persone sono soccorse al molo e trasferite rapidamente al centro, senza che gli abitanti di Lampedusa possano vederli o parlarci”. Dal centro di accoglienza di Lampedusa qualcuno viene rimpatriato in Tunisia via aereo, mentre altri vengono imbarcati alla volta dello stivale, per essere smistati nei diversi centri di accoglienza italiani, che sono sempre più al collasso. Da Mineo, in Sicilia, a Brindisi, in Puglia, a Roma, Torino, Ventimiglia: i centri predisposti all’accoglienza die migranti sono sempre più pieni, ma quello che accade al loro interno nessuno lo sa. Con una circolare infatti il primo aprile il ministero dell’interno ha vietato ai giornalisti l’ingresso a queste strutture oltre che quello ai centri di identificazione ed espulsione. E’accaduto a noi di Passpartù, quando abbiamo fatto richiesta per accedere al Cara di Arcevia, in provincia di Ancona, e poi a Gabriele Del Grande, quando voleva entrare a Mineo, e poi ancora le porte del Cara di S. Anna di Isola di Capo Rizzuto sono rimaste chiuse per la giornalista Raffaella Cosentino. Oltre alle singole proteste di questi giornalisti, la denuncia è arrivata anche dal sindacato Fnsi. “E’un bavaglio inaccettabile” ha dichiaratoil suo presidente Roberto Natale.


Ospiti della puntata:
Michel Hackert, Gabriele Del Grande, Mussie Zerai, Raffaella Cosentino, Annalisa

In redazione: Ciro Colonna

Passpartù è un programma a cura di Elise Melot e Marzia Coronati

Per scriverci: passpartu@amisnet.org

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