Dietro front della Farnesina: niente soldi alla diga in Etiopia

Alla fine il governo italiano ha dovuto cedere decidendo di non finanziare più il progetto di una mega diga sul fiume Omo in Etiopia: il controverso impianto Gibel Gibe III. La diga, che il governo etiopico ha intenzione di costruire, avrebbe fortissimi impatti ambientali e sociali finendo per incidere sulla vita di migliaia di persone. E di fronte alle numerose denunce della società civile locale e internazionale si erano ritirati nell’ordine i principali finanziatori del progetto a cominciare dalla Banca Mondiale, seguita dalla Banca Europea degli Investimenti e dalla Banca Africana di Sviluppo. La Farnesina, che si diceva pronta a staccare un assegno da 250 milioni di euro per costruire l’impianto, è stata solo l’ultima entità a rinunciare, anche a causa dei forti interessi della ditta italiana Salini, che ancora oggi figura tra le società che dovrebbero realizzare il progetto. “Crediamo che questo sia un importante risultato della campagna internazionale che abbiamo condotto insieme a International Rivers e Survival International e che ha visto l’adesione e il sostegno di centinaia di ONG e associazioni in tutto il mondo” ha commentato Caterina Amicucci della CRBM, che ha guidato in Italia la campagna contro la diga. “Non è possibile – ha continuato la Amicucci “consentire che i soldi dell’aiuto pubblico allo sviluppo vengano utilizzati per sostenere progetti che affamano e minacciano di cancellare l’esistenza di comunità locali che non si uniformano al modello di sviluppo dominante”. Nel caso venisse completata la Gibe III compormetterebbe la sopravvivenza di circa 500 mila persone lungo il bacino dell’Omo e sul Lago Turkana, in Kenya. L’elettricità prodotta, come denunciato a più riprese da associazioni e comunità locali, finirebbe invece per essere esportata altrove.

Le notizie di Amisnet sul controverso progetto della diga

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