Babush 31: il Messico in pasto alla violenza

La guerra al narcotraffico in Messico è stata lanciata con gran clamore dal presidente Felipe Calderon all’indomani della sua elezione, nel 2006. A distanza di quasi cinque anni il bilancio è di circa 40.000 morti, dei quali molti mai identificati, oltre a decne di migliaia di desaparecidos e quasi mezzo milione di desplazados. Dall’inzio della guerra al narcotraffico, il clima nel paese si è fatto progressivamente più violento, fino a raggiungere livelli intollerabili. “Il paese si è andato via via assuefacendo alla violenza”, ci ha raccontato Gianni Proiettis, giornalista italiano che risiede in Messico da quasi vent’anni ed è stato recentemente deportato illegalmente in Italia dalle autorità messicane. Fortunatamente negli ultimi tempi un pezzo della società messicana ha dato segnali importanti di risveglio: ne è testimonianza la carovana che ha raggiunto lo Zocalo, piazza centrale di Città del Messico, l’8 maggio scorso. Una carovana, partita il 5 maggio da Cuernavaca, 100 chilometri a sud della capitale e composta da parenti delle vittime della guerra, da attivisti, da organizzazioni sociali molto diverse tra loro, da migranti, studenti, artisti e semplici cittadini stanchi dello stato di cose. Al suo arrivo nella capitale poteva contare su 200.000 partecipanti e ha messo al centro delle sue richieste, oltre alla fine delle violenze, la partecipazione democratica alle decisioni e la lotta alla corruzione che imperversa nel paese. Anche la guerra alle narcomafie è, secondo molti, in realtà pretestuosa e nasconde il tentativo di instaurare uno stato del terrore oltre che a mascherare i legami tra narcos e autorità. In Messico è una voce ricorrente quella che sottolinea i legami tra Calderon e il cartello del Chapo Guzmamn, che sarebbe stato favorito ai danni di tutti gli altri cartelli contribuendo così a scatenare un vortice di violenza incontrollata.

“Il controllo del territorio e la repressione della società è il reale obiettivo di quella che chiamano guerra al narcotraffico”, denuncia Antonio Cerezo, attivista reduce da anni di carcere in Messico. “Molti dei morti che ufficialmente figurano tra i narcotrafficanti sono attivisti o studenti”. “Il narcotraffico è però un problema serio in Messico”, conferma Matteo Dean, giornalista indipendente che vive in Messico, “e negli ultimi anni i giovani non hanno molte altre scelte all’arruolarsi nell’esercito o rimpinguare le fila dei cartelli.” “Lo stato non offre alternative valide e l’economia versa in uno stato disastroso”, continua Gianni Proiettis.
Nel frattempo, mentre l’orizzonte delle elezioni del 2012 si avvicina,Felipe Calderon promette a Washington di modificare la costituzione per poter vendere almeno una parte delle azioni di Pemex, la compagnia petrolifera di stato, vero caposaldo dell’economia pubblica.

Ospti della puntata:
Gianni Proiettis, prfessore all’Università di San Cristobal in Chiapas e corrispondente per il Manifesto
Matteo Dean, giornalista indipendente, corrispondente dal Messico
Antonio Cerezo, attivista del Comité Cerezo (in un messaggio registrato per La Città dell’Utopia)

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