Passpartù 31: Posto sicuro cercasi

Sono ancora in tanti a scappare dalla Libia in guerra. Non tutti però hanno come meta l’Europa. In questa puntata di Passpartù voliamo in Africa, sulle tracce dei profughi che lasciano la nazione in cui vivevano per spostarsi in altri paesi africani. Torniamo poi in Europa, a Parigi, dove la comunità tunisina arrivata in queste settimane è in lotta per la rivendicazione dei suoi diritti.

Che fine hanno fatto i profughi in cerca di asilo in fuga dalla Libia che non riescono o non vogliono raggiungere l’Europa? Negli ultimi mesi, la Tunisia è diventata una terra d’asilo per la maggior parte di loro, per i libici ma anche e soprattutto per i lavoratori migranti che si trovavano in Libia quando è iniziato il conflitto, che il più delle volte trovano rifugio nei campi profughi allestiti in questi mesi. Migliaia di persone hanno raggiunto il campo di Choucha, a Ras Jdir, località tunisina al confine con la Libia: questi rifugiati sono originari di diversi paesi africani, ma anche asiatici, soprattutto dal Bangladesh. Sono stati organizzati dei voli e molti di loro sono riusciti a tornare nel proprio paese, ma c’è chi invece rimane bloccato in Tunisia. “La situazione attuale nel campo di Res Jdir è molto difficile” racconta Mohsen Lihdheb, postino e artista tunisino che va spesso a Ras Jdir, “ci sono più di 3500 profughi, che non possono andare da nessuna parte, perchè i loro paesi sono in guerra. Il tempo complica le cose : un forte vento di sabbia ha distrutto quasi tutte le tende e ora fa molto caldo. Poi c’è la noia e la stanchezza: vogliono andarsene da qui, nel campo ci sono dei conflitti tra le diverse nazionalità. Il futuro del campo è incerto, è proprio vicino alla frontiera e potrebbe diventare pericoloso a causa del conflitto in Libia”.

Più a sud, lungo la frontiera, si trova la città di Dehiba. Negli ultimi tempi, la cittadina ha visto arrivare numerosi libici, in fuga dal loro paese. Buona parte di loro, ci ha raccontato Mohsen Lihdheb, ha trovato alloggio presso alcune famiglie tunisine, mentre altri si sono fermati nel campo di tende allestito sul posto, che però è così vicino al conflitto che nelle settimane scorse è stato colpito da delle granate. Anche a nord, a Rad Jdir arrivano molti libici, quasi mille al giorno. Ma la situazione qui è molto diversa: sono persone che sono a favore di Gheddafi o comunque non rivoluzionarie. In generale hanno denaro, arrivano in macchina, vanno in albergo o affittano una casa. Per anni, prima della rivoluzione, la Tunisia era stata un’alleata preziosa per i governi europei, Italia in testa: sul suo territorio venivano bloccati i migranti, rinchiusi in undici carceri segrete costruite con soldi italiani. Negli ultimi mesi invece, la popolazione tunisina ha dato una grande lezione di solidarietà ai governi europei, accogliendo sul suo territorio migliaia di persone in fuga. Le nuove autorità del paese sembrano però volere tornare a giocare il ruolo di prima: pochi giorni fà il ministro italiano dell’interno Roberto Maroni ha dichiarato con fierezza che il 5 maggio una barca di migranti era stata bloccata in Tunisia dalla autorità tunisine, prova del funzionamento dei nuovi accordi siglati tra i due paesi in materia di migrazione. Il ministro dichiarava anche di essere pronto a inviare quattro motovedette alle autorità tunisine per pattugliare le coste. Sembrerebbe che le vecchie frontiere, temporaneamente aperte dalla rivoluzione, si stiano richiudendo.

Il giornalista Roman Herzog, dopo avere studiato e raccontato in un bellissimo documentario del 2009 la situazione dei migranti che attraversano la Libia, ha pensato di proseguire a ritroso il viaggio delle persone che dall’Africa sub-sahariana si spostano verso il vecchio continente ed ha scelto di andare in Etiopia, un paese che ospita un gran numero di rifugiati, essendo uno dei pochi in Africa ad avere una legge sull’asilo. Il suo viaggio è raccontato all’interno del suo nuovo lavoro “Non te la prendere se non cel’hai fatta”, la cui anteprima sarà a Roma, alla casa del cinema il 13 maggio. Sono molti i profughi provenienti dai peasei dell’Africa sub-sahariana che hanno deciso di non intraprendere il pericoloso viaggio verso l’Europa, attraverso il deserto e gli inumani centri di detenzione libici, ma di scegliere un’altra possibilità, e spesso questa possibilità si chiama Etiopia. Nella nazione africana negli anni ’90 i profughi erano un milione, oggi sono circa 400mila, una cifra importante per un paese molto povero, con circa 80 milioni di abitanti. Nello stato etiope infatti i profughi, anche se non hanno prospettive davanti a loro, trovano un posto sicuro in cui stare. Secondo Herzog, a seguito della guerra in Libia la fuga di massa verso l’Etiopia, che sempre c’è stata, in queste settimane aumenterà. “Purtroppo dubito che il problema dei profughi, che finiscono in orrende carceri per migranti e non godono di nessun diritto nei paesi del nord-africa, a seguito di queste rivoluzioni cambierà” ha detto Roman, soprattutto in Libia, nota per una politica dell’asilo inesistente e un trattamento dei profughi inumano”.

Anche in Europa per ora la diaspora del Nord-Africa non sta cambiando le cose in meglio: a maggio e a giugno si deciderà cosa ne sarà dell’area Schengen, la zona di libera circolazione europea. Nel frattempo le proposte della Commissione Europea, rese pubbliche il 4 maggio scorso, disegnano un continente nel quale potrebbe essere possibile ristabilire temporaneamente le frontiere e i controlli. Una richiesta portata avanti dall’Italia e dalla Francia, che in queste settimane hanno visto bussare alle loro porte centinaia di tunisini. Anche se la Francia si è impegnata per bloccare i migranti tunisini in Italia, molti di loro sono riusciti a valicare la frontiera e ora a Parigi si stanno organizzando per ottenere casa e diritti. Dopo avere partecipato alla consueta manifestazione del primo maggio, la comunità tunisina ha deciso di occupare uno stabile vuoto appartenente al Comune. La giunta Delanoe, alla guida della capitale, aveva dichiarato la sua solidarietà ai tunisini e si sono aperte le negoziazioni, i tunisini hanno pero’ rifiutato le offerte, che comportavano un alto rischio di disgregazione del gruppo e il ritorno all’invisibilità. Il comune allora ha ordinato lo sgombero e più di cento persone sono state fermate dalla polizia, tra cui il nostro interlocutore, Omeyya Seddik, della FTCR. Molti sono stati scortati nei centri di espulsione e fino ad oggi non se ne ha notizia, ma chi è stato rilasciato occupa da sabato 7 maggio il ginnasio comunale, nel quartiere di Belleville. Cosi’ come prima, la loro richiesta è: “nè polizia nè carità, ma un luogo per organizzarsi e documenti per tutti”. Non è solo Parigi teatro di lotte e rivendicazioni. Anche i tunisini bloccati al confine tra Italia e Francia, alla stazione di Ventimiglia, hanno deciso di farsi sentire: dal 2 al 7 maggio, decine di ragazzi hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare ed esigere il loro diritto a spostarsi e lo hanno interrotto solo quando la regione Liguria ha affermato che si impegnerà a risolvere i loro problemi.

Ospiti della puntata:
Roman Herzog, Mohsen Lihdheb e Omeyya Seddik

In redazione:
Andrea Cocco

Passpartù è un programma a cura di Elise Melot e Marzia Coronati

Per scriverci: passpartu@amisnet.org

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