Iraq: otto anni dopo Saddam ancora nessuna libertà sindacale

Ad 8 anni dal crollo del regime Iracheno è ancora in alto mare la costruzione delle infrastrutture democratiche. A pagarne le conseguenze sono, tra i tanti,  i sindacati, ancora in attesa di una legge che garantisca libertà e democrazia sindacali e sostituisca quella introdotta da Saddam nel 1987. Una normativa, quella del raìs, che ha ridotto drasticamente il numero e l’ambito d’azione, proibendo ad esempio l’organizzazione sindacale nel pubblico impiego (che in Iraq rappresentava l’80% della forza lavoro) e riconoscendo solo i sindacati governativi. Dal 2003 ad oggi sono nati molti sindacati, ma spesso sono ignorati dalle istituzioni in mancanza di un riconoscimento ufficiale. Il primo maggio le sigle sindacali irachene, sostenute da confederazioni internazionali e dalle organizzazioni che fanno parte della Iraqi Civil Society Solidarity ,  hanno lanciato un appello alla comunità internazionale perché faccia pressione su Baghdad affinchè vengano garantiti diritti fondamentali come il giusto salario, la libertà di assemblea e di sciopero. Il documento verrà presentato anche all’ ILO, l’ Organizzazione Internazionale per il Lavoro delle Nazioni Unite. Per capire meglio i contenuti dell’ appello lanciato dai sindacalisti iracheni abbiamo sentito Ismail Dawood, project mager di Un Ponte Per, associazione che ha contribuito a questa campagna:

AMISnet: Quali sono nel dettaglio i contenuti di questo documento?

Ismail Dawood: L’ appello congiunto che abbiamo lanciato in questa occasione è composto da due parti. Nella prima ci sono le richieste fondamentali per il movimento sindacale iracheno e riguardano la necessità di un quadro legale adeguato per le organizzazioni sindacali, nella seconda invece si richiede una nuova legislazione del lavoro a garanzia dei diritti dei lavoratori iraqeni. Le leggi in vigore in questo momento considerato tutti i sindacati indipendenti come illegali, cosa che ha fatto sì ad esempio che i sindacalisti non possano viaggiare se non dopo aver superato il vaglio di una apposita commissione governativa. Insomma non solo non è sarebbe possibile fondare un sindacato, chi lo fa incorre nella limitazione del proprio diritto alla mobilità.
Nella seconda parte del documento si parla di una nuova legge e di uno statuto per i lavoratori che tenga conto dei cambiamenti intervenuti nel mercato del lavoro iraqeno, a partire dall’ ingresso di grandi aziende straniere nel paese. Lo stato è latitante sui temi del lavoro, serve una nuova legge scritta in ottemperanza alle convenzioni internazionali che regolano questo campo.

AMISnet: Secondo lei perchè ancora non si è cambiata la legge sui sindacati in Iraq?

Ismail Dawood: Penso che il motivo principale sia lo stesso che ostacola altri settori della società civile irachena, cioè che il governo ed i partiti emersi dopo il 2003 non ha interiorizzato la democrazia nel suo significato più profondo, che vede il coinvolgimento della società civile nella sfera pubblica. Sono convinti che la rappresentanza abbia bisogno di essere legittimata solo dalle elezioni, un interpretazione riduttiva della democrazia che pone i partiti al centro della scena e che si contrappone alla visione secondo cui non basta andare alla verifica elettorale ogni quattro anni, ma una vera democrazia nel quotidiano vede tra i suoi attori la società civile, il movimento sindacale ecc… ma tutto questo è inviso ai palazzi di Bagdad, che ad esempio hanno paura del ruolo che potrebbero giocare i sindacati, quindi ci sono sforzi per ritardare e sabotare l’approvazione di leggi che possano regolamentare il lavoro sindacale. C’è paura per quello che sindacati ed associazioni dei lavoratori potrebbero fare.

AMISnet: Come mai anzichè cercare una trattativa con le istituzioni irachene ci si rivolge alla comunità internazionale?

Ismail Dawood: La questione è che i diritti dei lavoratori fanno parte degli impegni internazionali assunti dal governo iracheno, come per gli altri paesi anche per l’ Iraq valgono le convenzioni internazionali sul lavoro. Quel che cerchiamo di fare con questo tipo di campagne sostenute dalle organizzazioni sindacali iraqene è mettere il luce il problema e creare pressioni sul governo. Ci sono convenzioni e standard internazionali a cui il paese deve adeguarsi e noi ci rivolgiamo ai nostri omologhi ed ai sindacalisti degli altri paesi e delle organizzazioni internazionali per cercare sostegno alle nostre richieste. Purtroppo la trattativa diretta con il governo non ha avuto successo, sono otto anni che presentiamo le nostre richieste senza ricevere risposte, non c’è serietà nel dialogo. Quindi speriamo che coinvolgendo organizzazioni sindacali straniere o internazionali riusciremo ad essere più incisivi, anche in considerazione della nuova fase economica nel paese che si basa soprattutto sui capitali e gli investimenti stranieri. Ci sono grandi imprese europee ed anche italiane che lavorano in Iraq e quindi fanno parte anche del nostro tessuto economico, quindi crediamo che sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale spingerà il governo iracheno ad assumersi le proprie responsabilità ed adeguarsi alle convenzioni e norme internazionali.

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