Egitto, nuove violenze tra copti e mussulmani.

Poco più di due mesi dopo la caduta di Mubarak, lo spirito solidale che si era instaurato tra musulmani e cristiani a Midan al-Tahrir, la roccaforte della rivolta scoppiata il 25 gennaio, sembra ora essere messo in dubbio dall’esplosione di nuove faide settarie.

A preoccupare sono gli scontri che si vedono da ormai una settimana nella città di Qena, una provincia dell’alto Egitto. A provocarli è stata la decisione presa giovedì scorso dal primo ministro egiziano Essam Sharaf di sostituire quattordici governatori. A Qena a perdere il posto è stato Magdy Ayoub che è stato sostituito da Emad Mikhail. La nomina di questo nuovo governatore copto, come del resto il suo predecessore, ha fatto scoppiare l’ira di un buon numero di cittadini che da venerdì scorso ha preso d’assalto i punti nevralgici della città. Per fare sentire la loro voce anche al Cairo, i manifestanti hanno bloccato il ramo ferroviario che passa per la città, impedendo quindi il transito di tutti i treni che attraversano il paese dal nord al sud.

La maggior parte degli egiziani crede che dietro queste proteste si nasconda un vero e proprio scontro settario, visto che le manifestazioni sono guidate soprattutto da forze salafite, appartenenti a un’ala estremista dell’Islam sunnita, e da personaggi affiliati alla fratellanza musulmana. “Vogliamo un governatore musulmano” gridano per strada quanti da giorni continuano le proteste, arrivando a minacciare di tagliare anche i tralicci elettrici che fanno arrivare la corrente nella regione del Mar Rosso. “Se non ascoltano le nostre richieste, saremo pronti a far saltare anche le condutture dell’acqua” urla un altro manifestante.

Non è la prima volta che Qena finisce sotto i riflettori per gli scontri che accadono all’interno della sua provincia che ospita una delle più antiche comunità copte dell’intero Egitto. Camminando per il centro della città si incontrano alcune chiese che risalgono addirittura ai primi secoli dell’epoca cristiana. E’ forse questo il fattore che ha reso la città una località sempre più vittima degli scontri settari, come testimonia quanto accaduto alla fine della messa di Natale dello scorso anno, quando un uomo aveva sparato sulla folla di fedeli che usciva dalla funzione, uccidendone sei.

A far aumentare la paura dei copti è stato anche il crescente potere che hanno guadagnato i salafiti dopo la caduta del raìs, da quando hanno iniziato a fare di tutto per prendere il controllo di alcune zone del paese e applicare la sharia, la legge islamica, sull’intera popolazione. Non sono stati pochi i casi in cui alcune donne sono state attaccate in casa propria da gruppi di salafiti che le accusava di essere prostitute. “Abbiamo paura, ogni segnale che riceviamo ci fa pensare che rischiamo quotidianamente la nostra vita – dice al quotidiano Al-Masry al-Yaoum un cristiano residente a Qena- Non possiamo celebrare le nostre funzioni religiose e non c’è sicurezza.”

Anche se la motivazione settaria sembra essere stata la scintilla che ha scatenato tutto, alcuni testimoni oculari hanno detto che a causare gli scontri dei primi giorni sono state questioni prettamente tribali che hanno poco a che fare con le motivazioni religiose emerse più tardi. Secondo alcuni ministri religiosi musulmani locali, le proteste contro il nuovo governatore non sono motivate dal suo credo religioso, ma dalla sua provenienza politica. “Mikhail non è un angelo. E’ stato il responsabile dell’uccisione di numerosi giovani attivisti durante la rivoluzione” ha sottolineato un islamista.

“E’ da tempo che al Cairo nessuno si cura di noi” scrive un manifestante sulla sua pagina Facebook, spiegando che sono anni che il governo centrale non si preoccupa di quello che accade in questa provincia. I residenti, copti e musulmani, sono esausti di essere emarginati dalle dinamiche del paese e anche per questo sentono ora il bisogno di fare sentire la loro voce. “Ci trattano come topi. Ci fanno lavorare, ma non vogliono sentire la nostra voce” dice un altro manifestante che nega l’esistenza di motivazioni religiose dietro le proteste.

La tensione a Qena non sembra calare e per calmare la crescente violenza scoppiata in questa provincia, martedì i militari hanno inviato una delegazione composta di personaggi laici e islamisti per iniziare un dialogo con la popolazione locale. Ciononostante questo non è stato sufficiente a porre fine alle loro proteste che continuano a coinvolgere sempre più persone. A parlare in questi giorni sono stati anche i sufi, fedeli appartenenti a una setta mistica dell’islam sunnita, che, vittime della violenza dei salafiti in diverse località del paese, hanno ora iniziato a proteggere i loro luoghi sacri situati a Qena per evitare che, qualora la situazione degeneri, anche questi vengano presi d’assalto.

Articolo di Azzurra Meringolo per NENA News

One Comment;

  1. delfitron said:

    I sufi non sono una setta, sono la parte interna della Tradizione giudaico-cristiano-islamica e non obbediscono ad alcun culto formale. Quindi non si tratta di una setta mistica dell’islam sunnita…

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