Tunisia: la rivoluzione continua

L’incontro con l’associazione di donne che si occupa di ricerca e sviluppo (AFTURD) ha luogo con piu’ di un’ora e mezzo di ritardo. Aspettiamo la presidentessa nei locali dell’associazione, ma appena arrivata ci avverte che avrà pochi minuti. Dopo la rivoluzione, non c’e’ stato neanche il tempo di festeggiare e sono tutti presi da una frenesia costruttiva che lascia poco spazio al sonno.  Riunioni, incontri, e poi ancora incontri e altre riunioni. Sono tutti con le occhiaie a Tunisi, e ci si domanda quando il ritmo potrà tornare alla normalità. Forse bisognerà aspettare il Ramadan, ad agosto.
Di certo, il 24 luglio rappresenta la data chiave. Ci saranno le elezioni per l’Assemblea Costituente e tutto viene visto in questo in questa prospettiva. Cosa avverrà prima del 24, cosa avverrà dopo.

Anche la cooperazione internazionale interpreta i fatti nella stessa maniera. Ci sono circa 20 Paesi disposti a dare finanziariamente supporto a questa nuova fase, e un tavolo di coordinamento che si riunisce ogni due settimane per fare il punto della situazione. “I soldi ci sono, sono le organizzazioni a cui darli a essere assenti. O meglio, sono sempre le stesse organizzazioni che rischiano di monopolizzare in maniera bilaterale le trattative”, così un cooperante belga che in questo momento si occupa di mettere in relazione i bisogni sul terreno e le istituzioni straniere. “Tutto è come prima, afferma Dali, nickname del coordinatore degli studenti universitari artistici.  “Tutte queste organizzazioni hanno fatto il loro ruolo. Se ne vadano a casa insieme ai dirigenti di Ben Ali e lascino spazio a noi giovani”. Non ha tutti i torti Dali. In una società che conta il 25% della popolazione tra i 18 e i 30 anni, l’età media della classe dirigente delle organizzazioni della società civile è sulla sessantina. Senza considerare che molte tra queste associazioni sono ancora considerate GONGO, ovvero “Governmental Non Governmental Organisations” (le organizzazioni non governative del governo), ossimoro e neologismo tutto tunisino che riflette bene la strategia del vecchio dittatore. Non ho associazioni libere? Le faccio per decreto!

Eppure molte di queste organizzazioni si sono raccolte in una coalizione che ha stabilito una road map per avviare un programma di riforme urgenti prima delle elezioni del 24 luglio: una commissione elettorale indipendente, un osservatorio sui media, educazione e cultura, abolizione polizia politica, giustizia…I cantieri del lavoro comune sono numerosi e si stenta ancora a dare priorità all’uno piuttosto che all’altro.  Il problema attuale è che mancano i referenti politici per mettere in atto le necessarie riforme. Solo le elezioni potranno dare legittimità a una nuova classe politica, ma alcuni cambiamenti sono necessari oggi. E’ necessario oggi dare nuove frequenze a coloro che vogliono far una radio. Oggi va abolita la polizia politica. Oggi bisogna ridare centralità alla cultura e all’educazione umiliata da Ben Ali.
Non c’e’ giorno  a Tunisi in cui non venga notificata una dimissione. Ieri è stato il turno di M. Ajlane, il capo dell’ Office National de Telediffusion, vecchio burocrate del regime che godrà indisturbato della sua pensione sulle spiagge della costa orientale.  Sarà sicuramente in buona compagnia.

“Quando i clandestini italiani arrivavano sulle coste della Tunisia”, titola La Presse a pagina 3 lunedì 11 aprile. Era il 27 aprile del 1953, quando il giornale francofono “Aujourd’hui” raccontava in cronaca l’arrivo sgangherato delle barche di clandestini dal Bel Paese a Cap Bon. Arrivati in Tunisia, erano accolti in una fattoria ( chiamata “fattoria siciliana”) e nascosti per un paio di giorni aspettavano un passaporto falso con il quale potevano circolare all’interno del Paese. Trenta litri d’acqua e provvigioni per due giorni. Questo il loro bagaglio.  Andavano a lavorare nelle miniere di fosfati al Sud della Tunisia, a Ghafsa, dove gli scontri del 2008 sono considerati da molti come l’inizio della rivoluzione.  Nessuno di loro sapeva dove fosse Schengen.

Francesco Diasio, Amisnet

[leggi prima parte dell’articolo – Tunisia: la transizione bloccata]

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