La rincorsa al petrolio lucano

La crisi libica dà un’ulteriore accelerazione alla corsa al petrolio nostrano. In Basilicata l’Eni progetta un raddoppio della produzione passando dagli 80 mila barili di petrolio estratti al giorno ai 175 mila. Lo scorso mese la compagnia ha ottenuto il rinnovo dell’autorizzazione ambientale per il Centro oli di Viggiano, dove si progetta l’ampliamento degli impianti e la costruzione di un nuovo combustore. Un rilancio in grande stile che preoccupa non poco le associazioni ambientaliste locali. “Le autorizzazioni” denuncia Pietro Dommarco dell’Associazione Lucana Ambientalista (OLA) “sono state rilasciate in mancanza di un piano sulla sicurezza e di un piano sulla qualità dell’aria”. Una lacuna che nel primo caso comporterebbe un’aperta violazione della normativa italiana Seveso 2 che impone specifiche precauzione per impianti a rischio di gravi incidenti. Non meno preoccupanti però le carenze sul monitoraggio dell’inquinamento. Lo scorso 5 aprile, a Viggiano, 22 persone sono rimaste intossicate per una fuga di idrogeno solforoso (H2S), ma di fronte all’accaduto l’Eni ha alzato un muro di gomma assicurando di non aver registrato livelli di emissione superiori alla norma. “Secondo l’organizzazione mondiale della sanità” sottolinea Dommarco “le emissioni di H2S non dovrebbero superare la soglia delle 0,005 parti per milione, ma i limiti italiani sono 6 mila volte superiori”. In mancanza di centraline per il rilevamento atmosferico diventa però difficile anche avere numeri certi sui livelli reali di inquinamento atmosferico: gli unici disponibili sono quelli forniti dalla stessa Eni.  Succede così che la regione Basilicata, che aveva annunciato l’avvio di un’inchiesta sulla fuga del 5 aprile, l’ha successivamente archiviata di fronte alle rassicurazioni della società.

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